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Dalle erbe medicinali cinesi un aiuto contro il cancro al polmone

Vera Lanza, N. 1/2 gennaio/febbraio 2013

Si è detto tanto sulle erbe medicinali cinesi, a volte bene e altre male. Ed è vero che ce ne sono di tanti tipi e con effetti diversi, bisogna fare attenzione a quali si usano. Secondo recenti studi, le erbe medicinali classificate con la sigla Jhqg, potrebbero mostrare significativi benefici nel trattamento di pazienti con cancro al polmone non a piccole cellule (Nsclc), fibrosi polmonare idiopatica (Ipf) e influenza. In tre studi separati, ricercatori dalla China Academy of Chinese Medical Science di Beijing hanno analizzato i benefici delle erbe cinesi su pazienti con Nsclc e Ipf e con influenza stagionale. Gli scienziati hanno scoperto che la Jhqg aiuta a prolungare la sopravvivenza nel pazienti con cancro al polmone non a piccole cellule con metastasi, rispetto alle cure standard. Inoltre questo trattamento si è dimostrato sicuro ed efficace nel controllo della Ipf, migliorando la qualità della vita dei pazienti. Nei malati di influenza ha mostrato infine di ridurre la febbre rispetto al trattamento placebo. I ricercatori hanno concluso che le erbe cinesi potrebbero essere usate come trattamento alternativo per queste condizioni. Gli studi sono stati presentati durante CHEST 202, il meeting annuale dell’American College of Chest Physicians di Atlanta che si è tenuto a fine ottobre. Questi risultati sono interessanti, incoraggianti, e anche molto attesi dai pazienti. C’è infatti una sempre maggiore richiesta di curarsi con la fitoterapia: in Italia, almeno un quarto dei malati di cancro ricorre a prodotti erboristici, sperando se non di guarire, almeno di sentirsi meglio. Ci sono numerose piante medicinali importanti per la stimolazione del sistema immunitario. Alcune sono molto note (ginseng, iperico, aloe, valeriana, echinacea ecc.) e altre assolutamente inedite o quasi (marrubio selvatico, spino bianco, astragalo, celidonia ecc.) ma molto promettenti dal punto di vista terapeutico. Va sottolineato che di sicuro la fitoterapia può giovare, ma solo in alcuni casi e solo se usata con la guida del medico. A questo proposito sono interessanti i risultati di una ricerca europea, che si è posta lo scopo di indagare le motivazioni che spingono un ammalato di tumore a cercare sollievo nelle erbe medicinali. Un migliaio di malati in fase avanzata intervistati in 14 Paesi europei, Italia compresa, ha risposto: «La speranza di combattere meglio la malattia, ma soprattutto l’idea che le cure “verdi” diano consolazione, facciano sentire meglio». Questa ricerca si basa su dei numeri modesti ma ha il merito di essere la prima di questo genere, fatta nel Vecchio Continente. Mentre all’estero, in particolare negli Stati Uniti queste indagini abbondano e ne emerge una percentuale di adesioni alle cure alternative che supera il 40%. La ricerca “europea” è stata coordinata da Alex Molassiotis, della Scuola infermieri dell’Università di Manchester in Gran Bretagna, e pubblicata di recente sulla rivista Annals of Oncology. In Italia ha reclutato 52 malati, fra i quali la scelta di terapie alternative, erbe medicinali in testa, è risultata del 73% contro una media europea del 36% ; una delle più alte. Anche esperti dell’Associazione nazionale medici fitoterapeutici (AMFIT) osservano che il fenomeno ha assunto dimensioni importanti: fra i malati di tumore non ospedalizzati il 25% prende un preparato erboristico. Ma sottolineano una tendenza negativa: il problema è che nella maggior parte dei casi, questo avviene in modo incontrollato e confuso, mischiando sostanze di ogni tipo e genere. Spesso, senza informarne il medico curante, incorrendo nel rischio di interferenze con i farmaci chiemioterapici. Molti pazienti hanno poi ammesso di essersi affidati a preparazioni domestiche di piante “fantasiose”, come il frullato di Aloe mischiato a grappa e miele o veri e propri miscugli di erbe, privi di qualsiasi riscontro scientifico. La motivazione è sempre la stessa: non si cerca un’alternativa alle cure ortodosse, ma si pensa che le erbe aiutino a star meglio. Soltanto una percentuale bassissima dei malati, che sfiora l’ 1%, chiede un trattamento di fitoterapia al posto della terapia tradizionale. L’automedicazione dunque, è dannosa, perché non solo spesso non funziona ma addirittura può creare interferenze con i chemioterapici. Stando all’indagine europea i soddisfatti non superano il 22%. E sempre secondo i risultati dello studio, il consiglio di prendere un prodotto erboristico arriva per lo più dagli amici ( 56% dei casi), dai familiari ( 29% ) e dai media, giornali e televisione ( 28% ). L’ indicazione del medico curante si attesta su un modesto 18%, seguita dalle informazioni trovate sul web. E, quasi a confermare un evidente effetto placebo, il ricorso alle erbe sembra avere, però, un effetto rasserenante, visto che il 42% degli intervistati afferma di sentirsi meglio sotto il profilo emozionale. È significativo che ogni Paese ha le sue “convinzioni” sulle erbe medicinali, visto che diamo per assodato che, in parte, l’effetto sia placebo. La scelta del rimedio cambia a seconda delle tradizioni erboristiche dei singoli Paesi: in Scozia si utilizza il tè verde, in Svizzera il vischio, in Spagna e in Italia l’aloe vera, in Svezia il ginseng, in Grecia una pasta ottenuta dalle foglie di ulivo, in Islanda l’angelica. Che la cura “verde” sia motivata soprattutto dal malessere psicologico sembra indicarlo la gravità della malattia degli intervistati: al primo posto c’è il tumore al pancreas, seguito da quello del fegato, delle ossa, del cervello. L’ importanza del disagio psichico trova conferma in una ricerca del Dana-Farber Cancer Institute di Boston, pubblicata qualche anno fa sulla rivista New England Journal of Medicine, secondo la quale le donne operate di cancro al seno che si rivolgevano alla fitoterapia, o all’omeopatia e all’agopuntura erano quelle che vivevano con maggiore angoscia la loro malattia. Con questo non vogliamo sottovalutare l’importanza e la reale utilità di alcune erbe nella patologia tumorale, soprattutto nella prevenzione. Esistono certezze sull’efficacia di certe costituenti delle piante nella prevenzione della malattia. Per esempio, il licopene, pigmento rosso dei pomodori, protegge dal tumore della prostata, e aiuta anche chi si è già ammalato rallentando l’evoluzione della malattia: mangiare pomodori tutti i giorni porta a un abbassamento dei valori di Psa (una delle spie del peggioramento del tumore). L’aglio, impiegato tradizionalmente in fitoterapia come cardioprotettore, sembra capace di giocare un ruolo importante nella prevenzione del cancro allo stomaco e al colon. Gli esperti del settore sono concordi nell’affidare a due piante medicinali in particolare un beneficio durante la terapia oncologica, soprattutto nel combattere la stanchezza dovuta ai trattamenti chemio e radioterapici: il ginseng e l’eleuterocco, detto quest’ultimo anche il Ginseng indiano di cui si utilizzano gli estratti. Entrambi questi preparati di fitoterapia stimolano il sistema immunitario. Ma anche dell’astragalo sono dimostrati effetti analoghi: studi recenti hanno messo in evidenza che può contrastare l’immunosoppressione indotta dalla radio e dalla chemioterapia. Le preparazioni a base di Aloe, sono efficaci nel trattamento delle lesioni cutanee da radiazioni, ma anche per prevenirle. La Valeriana ha un effetto sedativo e antidepressivo. Grande attenzione c’è anche per Iperico (la cosiddetta “erba di San Giovanni” ) che si è rivelato utile nella cura della depressione. Per dimostrarne l’efficacia è stato condotto uno studio da un distaccamento dei National Institutes of Health. Molti altri preparati per fitoterapia sono oggi allo studio in tutto il mondo. Si tratta di un settore della ricerca in grande espansione anche se per molti di questi, i test si svolgono sulle culture cellulari in laboratorio con risultati interessanti, ma ancora lontani da una possibile applicazione clinica. E la disinformazione, anzi, l’informazione “fai da te” su internet o tra amici, non aiuta. Fa riflettere, per esempio, che il vischio, molto usato in Svizzera, venga considerato sul web tra i trattamenti più consigliati nella terapia contro il cancro. In realtà, gli estratti di questa pianta, pur oggetto oggi di molti studi (è stata dimostrata la loro attività tossica diretta su cellule leucemiche in laboratorio) non sono ancora disponibili in forma standardizzata. Con l’aggravante che espongono ad effetti collaterali di un certo rilievo.

Tumore al polmone
Il tumore del polmone rappresenta la prima causa di morte nei Paesi industrializzati. Questa malattia da sola rappresenta il 20% di tutti i tumori maligni nelle persone di sesso maschile. In questi ultimi anni, però, si sta registrando un progressivo aumento anche tra le donne. Secondo gli esperti la spiegazione di questa tendenza va individuata nel fatto che sono aumentate le donne fumatrici. Le donne fumano sempre di più e il fumo è la prima causa di cancro al polmone. In Italia si stimano circa 34.000 nuovi casi di tumore ogni anno nelle persone fino agli 84 anni di età. Pur tenendo conto dell’aumento dei casi dovuto all’invecchiamento della popolazione, in media un uomo ogni tre e una donna ogni quattro ha la probabilità di avere una diagnosi di tumore nel corso della vita media (0-74 anni). Questa patologia è tra quelle che fanno maggiormente paura, vista la prognosi. In Italia muoiono per tumore del polmone circa 27.500 persone all’anno (circa 22.000 uomini e 5.500 donne), rappresentando la prima causa di morte oncologica negli uomini e la seconda nelle donne. E sebbene secondo l’ultimo rapporto ISTAT, la mortalità per tumore stia diminuendo del 2% circa l’anno, nel caso del cancro polmonare questa speranza riguarda solo gli uomini: tale diminuzione riguarda solo gli uomini mentre nelle donne i decessi sono addirittura aumentati dell’ 1,5%. Le campagne sulla prevenzione per il tumore al polmone che mettono al bando le sigarette, non si contano più, le vediamo su tutti i media. Eppure le giovani generazioni continuano a sottovalutare il problema. Tant’è che sono in aumento i 15enni che non riescono a fare a meno delle “bionde”. Eppure non c’è altra strada che questa. Per fare una buona prevenzione del cancro al polmone si deve iniziare con l’eliminare il fumo. Nel caso dei non fumatori è bene far rispettare in ogni occasione i divieti imposti nei luoghi pubblici e di lavoro, in particolare in presenza di bambini. Tra gli altri fattori di rischio su cui i medici sono concordi, ci sono il radon, l’amianto, e l’inquinamento atmosferico. Il radon è un gas radioattivo, invisibile, inodore e insapore. Si forma nel suolo e nelle rocce. Chi lavora in miniera può essere esposto al radon. In alcune zone si evidenziano tracce di radon all’interno delle abitazioni. Il radon danneggia le cellule dei polmoni e chi è esposto a questa sostanza corre un maggior rischio di ammalarsi di tumore ai polmoni. In determinate professioni (ad esempio nel campo delle costruzioni e nella chimica) il rischio di ammalarsi di tumore al polmone è maggiore a causa dell’esposizione all’amianto, all’arsenico, al cromo, al nickel, alla fuliggine, al catrame e ad altre sostanze che possono causare il tumore al polmone. Il rischio di ammalarsi di tumore è direttamente proporzionale al periodo di esposizione. Quanto all’inquinamento dell’aria, senza dubbio può aumentare, anche se leggermente, il rischio di ammalarsi di tumore al polmone. Attenzione poi alla familiarità. Chi ha un parente che in passato ha sofferto di tumore al polmone può presentare un rischio leggermente maggiore. Questo rischio aumenta anche con l’età: la maggior parte dei pazienti a cui viene diagnosticato un tumore al polmone ha più di 65 anni. I ricercatori hanno preso in considerazione altri possibili fattori di rischio ad esempio, se si soffre di determinate malattie polmonari (ad esempio di tubercolosi o di bronchite) per molti anni, il rischio di ammalarsi di tumore al polmone può aumentare. Non è ancora chiaro, però, se queste malattie polmonari rappresentino un fattore di rischio per il tumore al polmone. Non vi è ancora accordo tra gli esperti sull’opportunità di sottoporre a screening (cioè a esami periodici) persone che sono a rischio elevato perché fumatrici o ex fumatrici: la ragione è che non sempre gli screening sono efficaci, individuano il tumore precocemente e consentono di effettuare terapie che aumentano effettivamente la durata di vita della persona. Studi sono ancora in corso per dimostrare l’utilità di sottoporre i fumatori ultra cinquantenni a esami annuali come la TAC spirale o l’esame citologico dello sputo. Sono disponibili anche alcuni marcatori nel sangue (tra cui alcuni ormoni) che consentono di valutare l’evoluzione della malattia.

L’acido aristolochico
Questa sostanza, riconosciuta come molto pericolosa in quanto, anche in quantità non molto elevate, può aumentare il rischio di contrarre il cancro, è stata bandita dai medicinali e dalle erbe in molti Paesi, tra cui l’Italia. Attenzione però perché esistono alcuni rimedi, difficili da controllare nel mondo globalizzato, che arrivano direttamente dalla Cina o da altri Paesi Orientali. Tra le tante erbe mediche che portano dei benefici, si mescolano anche alcuni tipi di erbe che proprio bene non fanno. Vengono identificate comunemente con il nome “Mu Tong” (erba della medicina tradizionale ricca di acido aristolochico). Le sostanze che contengono questi mix, spesso sono sempre le stesse, e cioè proprio l’acido aristolochico. Ed è ormai provato che questa sostanza è responsabile di alcuni tumori del tratto urinario. A richiamare l’attenzione su questa erba, sono stati proprio i ricercatori taiwanesi in un articolo comparso sul Journal of the National Cencer Institute, i quali, hanno analizzato scientificamente l’uso di questo tipo di erbe mediche che in Oriente vengono prescritte ormai da secoli. La squadra di ricercatori del National Taiwan University (sezione Institute of Occupational Medicine and Industrial Hygiene) diretta dal dottor Jung-Der Wang del dottor Jung-Der Wang ha lavorato con alcuni malati di tumore della vescica, a cui la malattia era stata diagnosticata. I ricercatori taiwanesi hanno analizzato 4.594 pazienti e 174.701 controlli, focalizzandosi su una possibile connessione tra il Mu Tong (erba medicinale ad alto contenuto di acido aristolochico) e i carcinomi del tratto urinario. Essi hanno così scoperto come i soggetti che avevano assunto più di 60 grammi di Mu Tong (con un consumo stimato di 150 milligrammi di acido aristolochico) mostravano un rischio maggiore di sviluppo delle tipologia di tumori presa in esame. Ed il rischio aumentava con l’aumento della quantità di medicinale assunta.

Un nuovo test prevede la mortalità per il tumore al polmone
Un nuovo test molecolare sviluppato dalla University of California di San Francisco potrebbe dare agli studiosi la capacità di predire meglio la mortalità nelle prime fasi post-operatorie degli interventi per il cancro ai polmoni. La ricerca, pubblicata sul “Journal of American Medical Association” (JAMA), ha mostrato che i test messi a punto dal gruppo di studiosi identificano i pazienti con una alta probabilità di ricorrenza anche del tumore polmonare non a piccole cellule. La ricerca ha coinvolto 1439 pazienti da Stati Uniti e Cina che si sono sottoposti a chirurgia negli ultimi 15 anni. I risultati hanno mostrato che gli scienziati potrebbero accuratamente dividere i pazienti, anche se si trovano nelle prime fasi del cancro, in gruppi a basso, medio e alto rischio di morte basandosi sull’attività di soli 14 geni trovati nei loro tumori. Le informazioni prognostiche sono ottenute da analisi molecolari della biologia di un tumore e superano significativamente quelle che vengono ottenute dai test prognostici tradizionali che si basano su esame al microscopio del tumore.

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