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Tumore del seno. Test genomico per una cura perfetta
Stefania Bortolotti, N. 3 marzo 2013
Un test diagnostico personalizzato può aiutare l’oncologo a rispondere alla controversa domanda: “chemio sì? chemio no?”
Dopo l’America e l’Europa, anche in Italia è possibile offrire alla donna il migliore trattamento adiuvante possibile a seguito di un tumore iniziale del seno. Questo, grazie ad un test genomico personalizzato, che studia 21 geni specifici (16 correlati al tumore e 5 di riferimento), la loro interazione e funzionalità, identificando i tumori a bassa probabilità di dare recidive – e dunque trattabili con la sola terapia ormonale – con il risparmio di inutile chemioterapia e dei correlati effetti collaterali. Fondamentale è il momento dell’esecuzione: prima di qualsiasi trattamento post-operatorio. Il test ha, infatti, la potenzialità di poter rivoluzionare sia l’approccio terapeutico, sia la scelta della paziente garantendo la certezza di una cura “su misura”, in relazione all’attività biologica del tumore. Ma non solo: fra il 10% di donne candidate al test, selezionerà anche la candidata “giusta” alla somministrazione di chemioterapia attraverso la misurazione di un “recurrence score”, un numero corrispondente alla specifica probabilità di recidiva di un tumore al seno, entro 10 anni dalla diagnosi iniziale. Aspetto, quest’ultimo, non trascurabile se si considera che in Italia sono oltre 40mila i nuovi casi di tumore della mammella all’anno, 152 ogni 100mila donne, con la probabilità che 1 donna su 10 possa esserne colpita nell’arco della vita. «La comprensione che tumori apparentemente simili sono estremamente diversi da un punto di vista molecolare – spiega Giampaolo Bianchini, Oncologo presso il Dipartimento di Oncologia Medica del San Raffaele di Milano – ha aperto una nuova strada per migliorare le cure in oncologia. Questo significa non solo cercare farmaci migliori per trattare il paziente, ma identificare il sottogruppo di pazienti che potrà davvero derivare un significativo beneficio terapeutico dai trattamenti attualmente disponibili. In quest’ottica i più recenti test su base genomica, rispetto alle metodiche standard utilizzate ad oggi nella pratica clinica corrente, consentono di selezionare con maggiore precisione il sottogruppo di donne che trattate con terapia ormonale e in assenza di coinvolgimento linfonodale, non è atteso possano beneficiare significativamente da un trattamento aggiuntivo chemioterapico sia perché il loro rischio di recidiva è estremamente basso e sia perché il beneficio atteso dalla chemioterapia in quel sottogruppo è estremamente basso. Anche una sottostima del rischio di recidiva con metodi non sufficientemente accurati e riproducibili può comportare. da parte dell’oncologo, il suggerimento di evitare un trattamento chemioterapico adiuvante, dal quale la paziente avrebbe invece potuto derivare un beneficio clinico». Dunque, in relazione alla capacità prognostica dei più recenti test genomici, punto focale è l’esecuzione del test prima dell’inizio di qualsiasi trattamento chemioterapico che potrà essere finalizzato nell’arco di 10-14 giorni (tempo massimo per conoscerne i risultati dell’esame) e realizzato su misura all’attività biologica (comportamento e natura) di “quel” tumore. Fornisce infatti indicazioni terapeutiche strategiche quando i criteri abituali (età, dimensione del tumore, performance status, interessamento linfonodale, recettori) non indicano una sicura condotta da adottare.
«È finita l’epoca in cui il tumore della mammella veniva considerato una malattia unica – dichiara Michelino de Laurentiis, Docente di Oncologia Molecolare presso l’Università Federico II di Napoli e Direttore della Divisione di Oncologia Medica Senologica dell’Istituto Tumori “Fondazione pascale” della stessa città – assoggettata indistintamente a tutte le terapie possibili. Oggi ci stiamo orientando sempre più verso una “personalizzazione” della terapia, che consiste nel definire caso per caso la migliore strategia terapeutica integrata. In quest’ottica, i più recenti test genomici sono in grado di dirimere i dubbi terapeutici in casi particolarmente difficili». «Data l’eterogeneità del tumore del seno – dichiara Wolfgang Eiermann, Direttore dell’Interdisciplinary Oncology Center di Monaco, Germania – è necessario arrivare a capire meglio la biologia del tumore, prerequisito fondamentale per un trattamento individualizzato. È infatti
ormai chiaro che non è più possibile avere un’unica strategia di approccio al tumore ma che, invece, occorre avvalersi di ulteriori parametri prognostici e predittivi che favoriscano la creazione di terapie mirate alle caratteristiche di ogni singolo tumore. Lo sviluppo di test che definiscono il profilo genetico di un tumore è un passo importante in questa direzione, aiutando anche a differenziare i pazienti con un basso profilo di rischio da quelli ad alto rischio, attraverso l’analisi dei geni correlati all’attività di proliferazione e all’espressione dei recettori ormonali». «In Italia e in altri Paesi – conclude Bianchini – il limite all’utilizzo dei più recenti test genomici è rappresentato dai costi in quanto, non essendo il test rimborsato dal sistema sanitario, sono a carico dei singoli pazienti. Sono dell’opinione che il Sistema Sanitario Nazionale del nostro Paese, insieme agli organi istituzionali preposti e ai comitati scientifici italiani, in primis dell’AIOM (Associazione Italiana Oncologia Medica), dovrebbero riunirsi intorno a un tavolo e valutare i potenziali vantaggi che in termini di costo-beneficio la rimborsabilità del test potrebbe portare, magari tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi nel Sistema Sanitario Nazionale, identificando quei sottogruppi candidabili nei quali il rapporto costo-beneficio risulta persino più elevato. Tali vantaggi non sono identificabili soltanto nella possibilità di evitare le tossicità di un trattamento chemioterapico con un impatto ovvio in termini di qualità della vita senza ridurre le probabilità di guarire dal carcinoma mam-
mario, ma anche, in una visione di contenimento dei costi, nella riduzione del costo di farmaci ed impiego delle risorse sanitarie nonché in termini di riduzione delle giornate di lavoro perse. Comunque, i vantaggi in termini di impatto sulla qualità della vita, sono i più importanti e non possono essere strettamente misurati dal punto di vista del guadagno o del risparmio economico». Va ricordato che il test può essere prescritto esclusivamente dal medico curante autorizzato. In Italia il test è già disponibile, come in tutta l’Europa (marcatura CE).
Test genomico per il carcinoma del seno
Tutti i carcinomi mammari sono unici. Gli scienziati di Genomi Health hanno notato che i singoli tumori rispondono alle terapie (alla chemioterapia in particolare) in modo diverso a seconda della struttura genomica (la genomica è lo studio delle serie complesse di geni, della loro espressione e del ruolo che svolgono in biologia) specifica che può essere rilevata attraverso un test mirato, l’Oncoptype DX. Esaminando un gruppo di 21 geni e la loro attività nel tessuto tumorale mammario, il test fornisce un quadro preciso dell’attività tumorale a livello molecolare e predice quali tumori beneficeranno maggiormente da una chemioterapia.
Il test, dunque, può essere un elemento fondamentale nella programmazione della terapia in quanto può aiutare il medico a:
- Ottenere un valore utile, elaborato secondo un’equazione matematica (Recurrence Score), per stabilire il rischio di recidiva del carcinoma, ossia la probabilità di diffusione del tumore ad altre parti del corpo, come ossa, cervello, polmoni o fegato, entro 10 anni dalla diagnosi iniziale.
- Disporre di un valore iniziale di rischio di recidiva fondamentale per valutare i possibili benefici della chemioterapia.
- Garantire alla paziente una migliore efficacia e fiducia nella terapia proposta.
In Italia nel 2012 le nuove diagnosi di tumore del seno sono state circa 46mila. Con questo test – effettuato nel mondo su oltre 5mila donne, dimostrando grande accuratezza diagnostica e precisione – è ora possibile identificare i tumori che risponderanno più efficacemente alla chemioterapia, consentendo di evitarla quando non necessaria.
Che cos’è
È un test diagnostico “personalizzato” che permette di effettuare una stima delle probabilità di recidiva (importanza prognostica) per pazienti con carcinoma mammario in stadio precoce, con recettori ormonali estrogenici (ER) positivi, senza interessamento dei linfonodi ascellari (HER2 negativo) e di stimare in anticipo il vantaggio dell’aggiunta o meno della chemioterapia (importanza predittiva) alla terapia ormonale.
Come funziona
Questo test esamina l’attività (o espressione) di geni su un piccolo campione di tessuto tumorale prelevato durante l’intervento chirurgico originale (asportazione del nodulo, mastectomia, biopsia mammaria) e conservato dall’ospedale. Dunque, ciò significa che anche nel caso in cui il test venga effettuato a distanza dall’intervento, non occorre sottoporsi ad alcuna ulteriore indagine diagnostica o chirurgia. I risultati dell’analisi, disponibili nell’arco di 7-10 giorni, vengono inseriti in un’equazione matematica che permette di ottenere informazioni sulla probabilità di recidiva o di metastatizzazione, attraverso un indice di rischio, di un tumore mammario entro 10 anni dalla diagnosi iniziale. Questa informazione consente di identificare meglio le paziente che possono beneficiare di una chemioterapia e quelle che invece necessitano solo di una terapia ormonale. È tuttavia importante sottolineare che un più basso rischio non esclude completamente il rischio di una recidiva di tumore al seno, così come un più alto rischio non significa necessariamente che si avrà una nuova manifestazione della malattia.
Quando eseguire il test
Il test può essere eseguito prima di iniziare un trattamento chemioterapico, dal momento che fornisce informazioni sui possibili benefici derivanti dal trattamento chemioterapico che viene somministrato prima della terapia ormonale.
Perché eseguire il test
Esso rappresenta un primo passo efficace verso la personalizzazione della terapia in alcune forme di tumore. Facilita la decisione degli oncologi, modificando il protocollo terapeutico in circa un terzo delle pazienti, evitando l’impiego della chemioterapia in un quarto e prevedendone l’aggiunta nel 5-10%. Esso permette di evitare il ricorso alla chemioterapia, con tutti i suoi effetti collaterali, nei casi che non ne trarrebbero beneficio o, al contrario, di non trascurarne l’impiego laddove il trattamento sarebbe necessario (risparmiando anche i costi relativi all’insorgenza di metastasi a lungo termine).
Intervista al dottor Wolfgang Eiermann
Dottor Eiermann, qual è il miglior approccio per determinare il rischio di recidiva in caso di tumori iniziali della mammella, positivi ai recettori ormonali?
«In questo tipo di tumori il rischio di recidiva e il potenziale beneficio derivante dalla chemioterapia devono essere bilanciati con il rischio potenziale di eventi avversi e la possibilità di un sovratrattamento a detrimento di un beneficio aggiuntivo dalla chemioterapia».
Quale aiuto può dare il test Oncotype Dx in questa direzione?
«Può essere fondamentale in quanto ha dimostrato di fornire informazioni prognostiche e predittive, oltre i parametri tradizionali nel caso di tumori della mammella con linfonodi negativi (N0) e linfonodi positivi (N+) e positivi ai recettori ormonali».
L’Oncotype Dx è già in uso nella pratica clinica in Germania?
«Sì, il test è già utilizzato in Germania da parecchi clinici e sta avendo un significativo impatto sulle decisioni terapeutiche. Di recente abbiamo pubblicato uno studio che dimostra l’importanza derivante dall’Oncotype Dx in relazione alla decisione di somministrare o meno una chemioterapia adiuvante in pazienti con tumori iniziali, positivi agli estrogeni ormonali (ER), sia con linfonodi negativi (N0) e linfonodi positivi (N+) e malattia positiva per i recettori ormonali».
Quali sono i risultati preliminari?
«Abbiamo arruolato un totale di 379 donne con carcinoma mammario in fase iniziale, ER-positivo, HER2 negativo e con da 0 a 3 linfonodi positivi. Di questi tumori, 244 erano linfonodo negativo (N0) e 122 linfonodo positivi (N+). Le iniziali indicazioni terapeutiche, dopo l’esecuzione del test, sono state modificate nel 33% di tutti le pazienti ( 30% N0, N + 39% ). Nel 38% di tutte le pazienti (N0 39%, N + 37% ) con indicazione iniziale di una chemioterapia accompagnata da terapia endocrina, il test ha mutato la decisione terapeutica in solo terapia endocrina nel 25% ( 22% N0, N + 39% ) dei casi».
Qual è il beneficio dell’Oncotype Dx in termini di costo-efficacia?
«Il nostro studio ci ha permesso di evidenziare che l’uso del test non solo è efficace, ma che ha anche una ricaduta positiva in termini di aspettative di vita media e di qualità della vita a lungo termine rapportati all’attuale pratica clinica».
Dottor Eiermann, quando è importante definire la firma genetica in un tumore?
«È l’approccio più corretto per il migliore trattamento del tumore in quanto consente di fotografare ciò che sta accadendo in quel determinato momento nel tessuto tumorale. Questa informazione, insieme alla definizione dei biomarcatori, permette di definire non soltanto la più adeguata terapia tra quelle disponibili ma anche la candidata più idonea a riceverla. Tra i test sulle firme genetiche oggi disponibili, l’Oncotype Dx che analizza 21 geni è quello maggiormente utilizzato, grazie alla più alta affidabilità rispetto alle altre metodiche dello stesso stampo».
Dottor Wolfgang Eiermann
Interdisciplinare Oncology Center, Monaco di Baviera
w.eiermann@gmx.net
I numeri del test
L’Oncotype Dx per il tumore invasivo della mammella è stato validato in 13 studi su oltre 4.000 pazienti. Ad oggi, sono stati richiesti oltre 275.000 test da più di 10.000 medici in 68 Paesi. Studi multipli attuati in diversi Paesi europei hanno dimostrato che il “Recurrence Score” ha permesso all’oncologo di cambiare le decisioni terapeutiche in circa il 30% di pazienti con tumore invasivo della mammella allo stadio iniziale. Ha ridotto l’utilizzo della chemioterapia dal 63% nel 2006 al 45% nel 2009.
Intervista al dottor Giampaolo Bianchini
Dottor Bianchini, quanto è importante la caratterizzazione molecolare di un tumore?
«È fondamentale. Parlare di un tumore della mammella, o di un qualsiasi altro tumore, in maniera generale non ha senso sia da un punto di vista dell’istologia sia molecolare. Occorre invece arrivare a identificare, all’interno di una classe di tumori, i sottogruppi che in essa sono presenti e che solo apparentemente sembrano simili, mentre in realtà costituiscono gruppi estremamente eterogenei di tumori. Questo concetto ha portato a capire che le differenze molecolari fra i tumori sono espressione di differenze cliniche sia per ciò che concerne la prognosi sia la diversa risposta ai trattamenti».
Come è evoluto l’approccio al tumore in relazione a questa nuova concezione?
«L’evoluzione più importante alla base di questo concetto riguarda la “personalizzazione” delle indicazioni terapeutiche, un obiettivo che è sempre stato intrinseco all’oncologia, ma che oggi si è rivestito di una nuova luce e si è aperto verso altre frontiere grazie alla disponibilità di nuove informazioni e strumentazioni. Oggi infatti non siamo, come erroneamente si ritiene, nell’era della medicina personalizzata, bensì nell’era della medicina molecolare. E questo ha segnato un ulteriore passo in avanti: si è capito che la medicina personalizzata è una medicina che trae vantaggio dall’identificare i sottogruppi di pazienti da cui è possibile derivare un beneficio in termine di diagnosi, di prognosi o di indicazione al trattamento, mirato ad ogni singolo caso. Questo significa che, in qualche modo, l’identificazione di una determinata e precisa caratteristica molecolare trasla in un beneficio clinico, un po’ come se riconoscere l’eterogeneità di un tumore fosse un farmaco. È dunque il marker, oggi, a dare indicazioni di un determinato e reale beneficio terapeutico».
Può specificare che cosa significa questo in termini pratici?
«Significa che la medicina personalizzata ha aggiunto all’obiettivo di definire e cercare il miglior farmaco per trattare il paziente, quello di selezionare il paziente ideale che può derivare il massimo benefico dal farmaco che ho a disposizione. In questi nuovi termini, il marker tumorale stesso va a tutti gli effetti considerato come un farmaco: utilizzando il marker ne deriva un beneficio clinico per il paziente. Pertanto anche il marker deve essere valutato con i medesimi criteri che si adottano per i farmaci: vale a dire in relazione al rapporto costo-beneficio, comprendendo qual è il costo e quale il beneficio, e identificando qual è il sottogruppo nel quale il beneficio benché presente non giustifichi il costo sostenuto per ottenerlo e dove invece il beneficio esiste e sopravanza il costo».
Qual è il vantaggio, in quest’ottica, dell’Oncotype Dx test?
«Il valore aggiunto dell’Oncotype Dx, rispetto alle metodiche standard attualmente disponibili nella pratica clinica, sta nella capacità di identificare con maggiore precisione attraverso la caratterizzazione clinica e istopatologica convenzionale del tumore la popolazione che, in quanto a basso rischio di recidiva, non beneficia o non è atteso possa beneficiare in maniera significativa da un trattamento chemioterapico associato ad una terapia ormonale».
Qual è dunque il punto di forza del test?
«Il test consente di fare una stima più precisa delle probabilità di rischio di recidiva. Un aspetto, quest’ultimo, da non sottovalutare. Infatti identificare una donna a basso rischio, quando in realtà le sue probabilità di sviluppare una recidiva possono essere più elevate, significa negare un trattamento chemioterapico dal quale potrebbe al contrario trarne beneficio in termini di riduzione del rischio. Questa è la condizione che in medicina viene denominata “undertreatment” (sottotrattamento), la più pericolosa in termini di outcome.
Quanto è prescritto oggi in Italia il test?
«In Italia il test, ad oggi, è prescritto troppo poco. Uno dei maggiori limiti ad un più largo utilizzo è rappresentato dalla mancata rimborsabilità. Mi auspico, pertanto, in considerazione dell’effettiva utilità del test comprovata dal riconoscimento della sua potenziale utilità da parte delle linee guida internazionali più importanti come quelle ASCO e NCCN, che la discussione su questo importante aspetto venga affrontata all’interno degli organi istituzionali preposti insieme al contributo dei comitati scientifici italiani, in primis dell’AIOM, almeno per quanto concerne la potenziale prescrivibilità e rimborsabilità del test nei sottogruppi che possono trarre maggiore beneficio da un suo utilizzo, venendo da una parte incontro alle esigenza di contenimento dei costi generali nel paese e nel sistema sanitario ma allo stesso tempo alle legittime aspirazioni delle pazienti di essere valutate e trattate con i migliori strumenti diagnostici e terapeutici disponibili».
Dottore, presso il suo ospedale il test viene prescritto?
«Visto che il test non è rimborsabile dal Sistema Sanitario Nazionale, proporre oggi il test ad una paziente significa chiederle di assumersi l’onere economico del test. Questo pone l’oncologo in una situazione alla quale non è abituato: quella di proporre un intervento medico che ritiene possa essere utile, ma di cui chiede alla paziente di farsi carico. Per questa ragione, al San Raffaele il test viene proposto ad oggi in un ristretto numero di pazienti, sicuramente molto inferiore al numero di pazienti che potrebbero trarne beneficio. Il modo con cui oggi viene proposto il test è di mettere la paziente a conoscenza della sua esistenza, della sua potenziale utilità nel caso specifico e anche della sua attuale non rimborsabilità, pur spiegando tuttavia alla paziente che in assenza del test l’indicazione al trattamento verrà comunque posta utilizzando al meglio tutte le informazione clinico-patologiche in nostro possesso.
Dottor Giampaolo Bianchini
Dipartimento di Oncologia Medica Fondazione Centro San Raffaele Monte Tabor
bianchini.giampaolo@hrs.it
Intervista al professor Michelino De Laurentiis
Professor De Laurentiis, qual è oggi l’approccio terapeutico standard al tumore della mammella?
«L’approccio post-operatorio al tumore della mammella prevede oggi un trattamento adiuvante, vale a dire una terapia atta a prevenire la ricomparsa del tumore negli anni. Oggi le terapie disponibili e attuabili sono svariate, da cui deriva una grande complessità nel decidere come integrarle in maniera ottimale. Che significa definire nella maniera più adeguata chi fra le donne affette da tumore della mammella, potrà trarre il migliore beneficio da una terapia post-operatoria e da quale tipo di trattamento».
Come decidere la strategia terapeutica?
«La decisione della terapia dipende dalle caratteristiche intrinseche del tumore della mammella, che si differenzia in tre grandi categorie: i tumori ormonodipendenti, i tumori erbB2-dipendenti ed i tumori cosiddetti tripli-negativi, che non dipendono né dagli ormoni, né dal recettore erbB2. Mentre l’impiego della chemioterapia è la norma in questi due ultimi tipi tumorali, la categoria dei tumori ormonodipendenti – che all’incirca rappresentano il 60% di tutti i tumori mammari – è quella che pone le maggiori controversie terapeutiche. Infatti, per questi tumori, che rispondono bene ad una terapia ormonale, di norma ben tollerata e protratta a lungo negli anni, vige la controversia riguardo la somministrazione o meno di un trattamento chemioterapico, noto per gli importanti effetti collaterali correlati».
In quale modo può aiutare l’utilizzo dell’Oncotype Dx nella definizione della terapia?
«L’Oncotype Dx è uno strumento prezioso per risolvere i casi più ambigui. Infatti è un test che analizza le caratteristiche genetiche dei tumori ormonodipendenti fornendo indicazioni precise sul rischio di recidiva (cioè, di ripresa della malattia) e dell’eventuale beneficio di un trattamento chemioterapico. Classicamente questa definizione e selezione viene fatta attraverso dei test immunoistochimici che sono informativi ma non altamente riproducibili. Questo significa che sono poco attendibili, poiché un test ripetuto più volte anche all’interno di uno stesso laboratorio può dare risultati differenti. Inoltre, tali test non sempre consentono all’oncologo di avere una ragionevole certezza sulla decisione terapeutica. Con l’Oncoptype Dx questa incertezza si reduce o si annulla totalmente, grazie al fatto che il test è effettutato presso un unico laboratorio di riferimento con una tecnica altamente standardizzata e riproducibile. Inoltre, mentre i risultati dell’analisi immunoistochimica tradizionale sono “generici” e vanno interpretati soggettivamente dall’oncologo, quelli di Oncotype DX sono altamente esplicativi, fornendo direttamente una stima quantitativa oggettiva del rischio di recidiva e dell’eventuale vantaggio derivante dalla chemioterapia. Questo, ovviamente, può contribuire ulteriormente all’ottimizzazione della scelta terapeutica.
Esistono, tuttavia, altri test simili…
«È vero, esistono altri test di caratterizzazione genetica del tumore della mammella, ma Oncotype DX è l’unico che è stato sviluppato e validato proprio su donne con tumori ormonodipendenti in assenza di metastasi ai linfonodi ascellari, quindi, proprio le donne che pongono, come detto, le maggiori problematiche in termini di decisione terapeutica. Si tratta, teoricamente, dell’unico test genetico altamente specifico per risolvere queste situazioni di incertezza terapeutica. Inoltre ha il vantaggio, rispetto ad altri, di poter essere effettuato su campioni di tessuto tumorale “inclusi in paraffina”, cioè sottoposti alle normali procedure di lavorazione per l’analisi istologica routinaria. E questo è un aspetto da non sottovalutare, perché ci consente di decidere con calma se sia il caso di effettuare il test, riservandolo a quelle situazioni in cui l’analisi immunoistochimica tradizionale non abbia risolto con chiarezza i dubbi terapeutici».
Può illustrarci come si traduce questo aspetto in termini di vantaggio per la paziente?
«In una terapia più mirata ed efficace. L’Oncotype Dx, sulla base dei dati della letteratura scientifica, consente di modificare in maniera significativa la nostra decisione terapeutica e di risparmiare al 30-35% di donne, dunque a 1/3 delle pazienti, un trattamento chemioterapico che avrebbe arrecato loro sono un eccesso di inutile tossicità e di effetti collaterali. E, al contrario, induce l’oncologo a sottoporre a trattamento chemioterapico un 5% di pazienti che altrimenti, sulla base dei tradizionali test immunoistichimici, non l’avrebbero fatto pur avendone necessità. Ma anche nei casi in cui l’esito del test non modifica la decisione terapeutica, tuttavia fornisce una stima precisa e quantificata del rischio residuo, informazione, questa, sempre auspicabile anche ai fini di una consapevole programmazione della vita socio-familiare della paziente.
Professore, lei propone il test alle sue pazienti?
«Sì, prospetto sempre questa possibilità alle donne con tumore ormonodipendente quando gli esami immunoistochimici tradizionali non siano in grado di risolvere i dubbi terapeutici. In base alla mia esperienza, nella maggior parte dei casi, e potendoselo permettere, la donna accetta di fare questo investimento economico, seppure importante, consapevole di avere preso una decisione molto più accurata e responsabile riguardo alla scelta di un eventuale trattamento chemioterapico».
Quanto è prescritto oggi in Italia il test?
«Il test in Italia è ancora poco utilizzato, soprattutto in rapporto agli Stati Uniti. In parte per la congiuntura economica, in parte perché è ritenuto un test ancora in corso di validazione. Va tuttavia ricordato che la mole di dati a favore del test è già tale da aver indotto importanti società scientifiche americane, quali l’American Society of Medical Oncology (ASCO) e il National Comprehensive Cancer Network (NCCN), a contemplare l’impiego di Oncotype DX nelle donne con tumore mammario endocrino dipendente e senza metastasi ai linfonodi ascellari».
Professor Michelino De Laurentiis
Direttore della Divisione di Oncologia Medica Senologica dell’Istituto Nazionale Tumori, Fondazione Pascale – Napoli e Docente di Oncologia Medica, Dipartimento di Endocrinologia ed Oncologia Molecolare e Clinica.
delauren@unina.it
Indirizzi utili
FONDAZIONE CENTRO SAN RAFFAELE MONTE TABOR
Milano
Tel. 02.26436523 – 338.7341825
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI FEDERICO II
Napoli
Tel. 081.7641111 – 338.7858281
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