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Il progetto “ti racconto un sogno” per curare la depressione

Cristina Mazzantini, N. 12 dicembre 2013

La depressione è un problema che colpisce i malati di tumore in maniera spesso grave e che va a interferire negativamente sull’efficacia delle cure. È propria a questo aspetto che spesso si affianca una percezione della realtà e dei vissuti personali fortemente alterati dalla permanenza nei luoghi di cura
Per favorire la qualità di vita e potenziare l’attività terapeutica gli Istituti Regina Elena e San Gallicano di Roma, da sempre molto attenti all’aspetto umano della cura, promuovono alcune iniziative di supporto psicologico che sono state presentate di recente in occasione di un’incontro sulla psiconeuroncologia dal titolo: “Depressione, social dreaming e mindfulness in oncologia”.
Durante l’evento scientifico lo staff dell’Area di Supporto alla Persona, diretta da Tonino Cantelmi, ha presentato il progetto pilota: “Ti racconto un sogno”, che nasce dall’utilizzo del gruppo esperienziale e della tecnica del Social-Dreaming, usata per affrontare le difficoltà legate alla relazione pazienti e ospedale, attraverso le “libere associazioni sui sogni e sull’immaginario collettivo della malattia oncologica”.
Una manifestazione di grande interesse perché è aperta non solo ai pazienti, ma anche a familiari, medici, operatori sanitari, psicologi e volontari. L’iniziativa intende promuovere un’esperienza conoscitiva di gruppo rivolta a tutti coloro che in qualche modo vivono e sono immersi nella realtà istituzionale ospedaliera del Regina Elena, con l’obiettivo di lavorare su quei blocchi, su quegli squilibri e sulle carenze relazionali che possono derivare da dinamiche emotive rimosse e disconosciute.
L’ipotesi di fondo è che la rielaborazione dei vissuti legati alla malattia oncologica, stimolata dalla condivisione collettiva dell’immaginario onirico, possa rappresentare un utile strumento per riqualificare la comunicazione, e quindi la relazione, tra pazienti, famigliari ed equipe sanitaria, in altri termini per umanizzarla.
«Recuperando l’approccio delle culture tribali e delle antiche civiltà» spiega il professor Tonino Cantelmi, direttore dell’Area di Supporto alla Persona e docente di psicologia dello sviluppo all’Università Lumsa di Roma, «in cui i sognivenivano raccontati e discussi come chiavi per leggerne i significati simbolici, i sogni possono essere considerati come espressione di desideri e fantasie di un certo individuo, ma anche come speciali rappresentazioni di punti di vista e idee della persona a proposito della comunità in cui vive e delle organizzazioni a cui appartiene. La nostra esperienza evidenzia che l’Ospedale può divenire un vero e proprio crocevia di interazioni caricate di valenze e di attese non sempre reali». Le persone che si lasceranno coinvolgere dal progetto potranno esplorare creativamente i problemi e le sfide posti da una realtà molto complessa, l’evento cancro e suoi luoghi di cura, e di riflettere su come applicare la mente creativa allo svolgimento del proprio ruolo o alla comprensione della propria esperienza.
Ma come funziona il “social dreaming”? «Durante il primo incontro – risponde Cantelmi – si parte da uno stimolo che può essere anche un film o una lettura sul tema della malattia e poi nel secondo appuntamento ci si focalizza tutti insieme sul contenuto dei sogni. Si riflette e discute, cercando di aiutare a far uscire fuori le angosce e trasformarle in nuove speranze. Un lavoro che può contribuire ad aiutare l’umanizzazione dell’assistenza e delle cure».
Le persone che si sono lasciate coinvolgere dal progetto “Ti racconto un sogno”, al via dal 30 settembre, hanno l’opportunità di esplorare creativamente i problemi e le sfide posti da una realtà molto complessa – l’evento cancro e suoi luoghi di cura – e di riflettere su come applicare la mente creativa allo svolgimento del proprio ruolo o alla comprensione della propria esperienza.
La frequenza dei gruppi esperienziali è settimanale e ogni incontro/matrice ha la durata di un’ora e trenta minuti. Il numero di partecipanti, che aderiscono spontaneamente, è di circa quindici persone che si disporranno in cerchio. Ciascun gruppo è seguito da un conduttore/facilitatore, una persona che, avendo maturato una competenza relativa alle manifestazioni dell’inconscio, è in grado di percepire quanto avviene nel gruppo e non solo di fornire interpretazioni, ma soprattutto di accompagnare e facilitare i processi di comunicazione e di pensiero, suggerendo immagini che favoriscano la capacità di auto-rappresentazione del gruppo stesso. La particolare modalità di lavoro del gruppo, caratterizzata da uno scopo non terapeutico, è esperienziale. Alla fine degli incontri ognuno viene invitato a rielaborare la propria esperienza scrivendo in totale liberta una breve relazione che poi sarà analizzata dai facilitatori. “Un momento di elaborazione del lutto, un modo di conservare memoria di un percorso”, si legge nel progetto. Ma anche la via per proporre nuovi percorsi possibili di lavoro e strumenti alternativi di cooperazione e di scambio interpersonale. Che torneranno utili anche per ammorbidire le tensioni e i conflitti tra pazienti e struttura: perché le domande presenti nell’istituzione, tra le pareti dell’ospedale, possono svilupparsi, emergere ed essere elaborate.
«L’iniziativa parte da un dato: 1 paziente oncologico su 2 soffre di depressione. Il “social dreaming” può aiutare chi è colpito dalla malattia ad uscire da questo stato e ridargli speranza», conclude sempre il professor Cantelmi.
Di grande interesse anche l’intervento di Fabrizio Didonna, psicologo-psicoterapeuta presidente dell’Istituto Italiano Mindfulness, che ha illustrato le potenzialità osservate in oncologia tramite l’utilizzo della Mindfulness, una pratica psicologica derivata dalla meditazione buddista, che consente ai soggetti di acquisire una consapevolezza piena della propria mente e del proprio corpo.
«I benefici della meditazione», spiega l’esperto di Mindfulness, Fabrizio Didonna «sono stati osservati in protocolli validati da oltre 30 anni che dimostrano di migliorare in modo significativo il dolore cronico, i disturbi del sonno, ansia, depressione e problemi causati da stress. La tecnica, che origina dalla disciplina buddista, aiuta a stare nel “qui ed ora” e ad utilizzare le risorse personali, vivendo in modo diverso l’esperienza vita. È uno stato mentale capace di ridurre in modo significativo la depressione ed aumentare l’efficacia delle cure».
A conclusione del convegno organizzato dagli Istituti Regina Elena e San Gallicano sono stati presentati i dati preliminari della Survey condotta sui Centri italiani dedicati alla cura dell’Epilessia afferenti al gruppo di studio Nazionale della Lega Italiana contro l’Epilessia su Epilessia e Tumori Cerebrali (LICE), di cui Marta Maschio del Regina Elena è coordinatore nazionale.
«I pazienti registrati – commenta Marta Maschio – presso i Centri afferenti al gruppo rappresentano una percentuale bassa rispetto al totale dei pazienti con Epilessia Tumorale, e ciò che si rileva è inoltre la mancanza di interazione tra specialisti. Sebbene risulti del 60% la frequenza di riunioni tra neurochirurghi, radioterapisti e oncologi, tale percentuale necessita di essere ulteriormente ampliata al fine di garantire il massimo supporto al paziente, ai familiari e agli operatori che se ne fanno carico».
Una serie di interventi di grande interesse che evidenziano come una delle soluzioni vincenti nella lotta contro il cancro sia l’umanizzazione stessa delle cure e il coinvolgimento delle persone che vivono la malattia nell’ambiente che le circonda.

Abitudini alimentari e cancro
Le abitudini alimentari sono spesso legate a uno stile di vita sano e adeguato in tempi nei quali i ritmi frenetici hanno invaso le nostre giornate, purtroppo le stesse abitudini alimentari ne risentono. Ma ora arriva una relazione che analizza il problema del cibo legato allo sviluppo di queste malattie; in particolare, quello che emerge dalla relazione del convegno dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica, è un quadro complesso e sui riflettere: la cattiva alimentazione sta alla base del 30% delle patologie tumorali. Di solito, alla scarsa qualità dell’alimentazione, si associavano patologie come obesità e infarto, adesso pare che mangiar male provochi anche una nutrita schiera di tumori. Come spiega il dottor Saverio Cinieri, direttore della Divisione di Oncologia Medica e Breast Unit dell’ASL di Brindisi e presidente del convegno: «Il 25% dei casi di cancro al colon-retto, il 15% di quelli alla mammella e il 10% di quelli che colpiscono prostata, pancreas ed endometrio potrebbero essere evitati aderendo alle indicazioni della dieta mediterranea».
Alimentazione a parte, per il medico ci sono altri fattori da considerare, principalmente: «Uno stile di vita in cui contano anche gli orari regolari dei pasti, le quantità limitate di cibo, il movimento regolare». Infatti, una cattiva abitudine può render vana anche un’alimentazione corretta. «Le verdure, per esempio, possono esercitare un’azione protettiva nei confronti del tumore del polmone ma tale beneficio può essere insufficiente se la persona che le consuma regolarmente è un accanito fumatore». Sono attesi nuovi studi a riguardo, di sicuro è un argomento su cui riflettere.

Mammografia prima dei 50 anni
Secondo un nuovo studio condotto da Blake Cady dell’Harvard Medical School, la maggior parte dei decessi per cancro al seno si verifica tra le donne più giovani che non sono incluse nei programmi di screening mammografico. L’indagine, pubblicata sulla rivista Cancer, indica come lo screening prima dei cinquant’anni dovrebbe essere maggiormente incoraggiato. La necessità di ricorrere in giovane età alle mammografie per prevenire le morti per tumore alla mammella è un tema molto controverso. I risultati dello studio suggeriscono un abbassamento della soglia minima per sottoporsi all’esame, soglia che negli USA va dai cinquanta ai settantaquattro anni. La ricerca ha analizzato la storia clinica di 609 donne decedute per cancro al seno: il 29% era costituito da donne sottoposte a screening contro il 71% di donne non sottoposte a mammografia. Di tutte le morti, solo il 13% si è verificato nelle donne dai 70 anni in su mentre il 50% tra quelle sotto i 50 anni

Nasce un ponte: Italia-Argentina
È stato firmato in ottobre il protocollo di collaborazione e ricerca tra Italia e Argentina contro i tumori. L’Associazione di Oncologia Medica (AIOM) e l’Asociacion Argentina de Oncologìa Clìnica (AAOC), la più antica e rappresentativa Società scientifica del Sud America, hanno siglato un documento per favorire lo scambio culturale, educativo, scientifico e di politica preventiva con i giovani clinici. L’alleanza permetterà agli oncologi dei due Paesi di recarsi con maggior facilità all’estero, per conoscere la situazione locale e favorire le “best practise”, in particolar modo su alcune tipologie di cancro. In Argentina, ad esempio, si registra il boom di neoplasie della cervice uterina, perché mancano ancora strategie di prevenzione a livello nazionale. I colleghi argentini potranno invece accedere a metodologie di ricerca clinica e traslazionale più aggiornate. «La collaborazione tra AIOM e AAOC è attiva già da 30 anni», spiegano i professori Stefano Cascinu e Saverio Cinieri, durante il XV Congresso nazionale dell’Associazione tenutosi a Milano. «Il protocollo rappresenta il punto di arrivo di un percorso virtuoso di scambio tra le due Nazioni, fortemente voluto dal professor Mario De Lena dell’IRCCS di Bari e dal Gruppo Oncologico Cooperativo del Sur (GOCS): entità che realizza attività di ricerca clinica in cooperazione con specialisti della Penisola». E aggiungono il dottor Alberto Romero, Presidente AAOC e il dottor Bernardo Leone, del direttivo: «Con il protocollo compiamo un ulteriore passo avanti e implementiamo i rapporti tra i due Paesi, che condividono un patrimonio comune, non solo dal punto di vista scientifico. I tumori in Argentina rappresentano un problema molto serio: ogni anno registriamo quasi 5.900 decessi, con numeri in continua crescita».

Vaccini contro il cancro?
In occasione della prima edizione italiana di Novartis BioCamp, tenutasi recentemente a Siena, il professor Rino Rappuoli, responsabile globale della ricerca Novartis vaccini, ha annunciato alla stampa che sta lavorando assieme al suo team alla realizzazione di vaccini per prevenire il melanoma, i tumori del seno e della prostata. «Esistono già vaccini che prevengono il cancro del fegato (contro l’epatite B) e il tumore uterino (contro il Papilloma virus)», ha confermato il nostro esperto. Che poi ha precisato: «Attualmente grazie a una nuova scienza, la Genomica, è possibile capire quando una cellula normale impazzisce (cioè è fuori controllo) diventando anomala e crescendo in maniera smisurata».

Una volta compreso il meccanismo, come si può intervenire?
«Si utilizzano parti di cellule anomale per realizzare i vaccini. Va ricordato che i tempi sono lunghi: ci vogliono almeno 15-17 anni per metterne a punto uno. Noi siamo solo agli inizi», ha risposto il professor Rappuoli.

È vero che altri studiosi hanno già provato ma con scarsi risultati?
«Certamente. L’errore commesso finora è stato quello di fare dei vaccini terapeutici da iniettare a persone già ammalate di cancro», ha chiarito sempre il professor Rappuoli. Che ha così concluso: «Noi stiamo lavorando per realizzare vaccini preventivi da iniettare a persone sane, così da immunizzarli contro il cancro. Lo scopo è “insegnare” al sistema immunitario a riconoscere la prima cellula anomala e annientarla evitando così che si trasformi una neoplasia».

Gli stili di vita e cancro all’ovaio
Uno stile di vita sano avrebbe consentito di prevenire negli Stati Uniti circa il 60% dei nuovi casi di tumore ovarico all’anno. Ogni cinque chili di troppo, infatti, il rischio di ammalarsi sale del 16%.
A renderlo noto, un’indagine epidemiologica condotta dal Rutgers Cancer Institute di New Jersey per l’American Institute for Cancer Research. La patologia colpisce soprattutto le donne con più di sessant’anni di età: «L’obesità è il fattore di rischio più consistente. Nelle donne obese infatti il rischio è doppio e cresce in proporzione con l’aumento del Bmi, indice massa corporea. Anche la sedentarietà è correlata con il tumore all’endometrio. Non basta però andare in palestra tre volte la settimana se poi si passa il resto del tempo seduti di fronte alla televisore o al computer. Bisogna muoversi di più tutti i giorni», spiega l’epidemiologa Elisa Bandera, tra gli autori della ricerca.

Tumore al colonretto e colonscopia
Ogni anno vengono registrate 1,2 milioni di diagnosi di tumore al con-retto, ma questo dato potrebbe essere ridotto addirittura del 40% se tutti facessero una colonscopia ogni dieci anni.
Il dato è stato presentato sul New England Medical Journal da alcuni studiosi della Harvard University. I ricercatori hanno preso in considerazione i dati relativi a circa novantamila persone che avevano preso parte a due studi condotti tra il 1998 e il 2008 e che avevano dovuto compilare dei questionari ogni due anni
Nel corso del periodo preso in esame si sono verificati circa duemila casi di tumore al colon-retto e 500 decessi a causa del cancro. Secondo le stime effettuate dagli scienziati americani, eseguire regolarmente una colonscopia ogni decennio permetterebbe di ridurre del 40% il numero di nuove diagnosi di tumore al colon-retto.
La colonscopia è uno dei più efficaci screening per il tumore al colon-retto, tuttavia la maggior parte delle persone disattende le raccomandazioni degli esperti che chiedono di eseguire questo esame ogni dieci anni: «Lo studio conferma la bontà delle linee guida in materia e offre prove evidenti che la colonscopia è un’efficace tecnica preventiva per il tumore al colon-retto», conclude l’autore dello studio, Shui Ogino.

Nasce il primo registro per i tumori cerebrali
Si chiama “PERNO” (Progetto Emilia-Romagna Neuro Oncologia) ed è il primo registro di popolazione al mondo sui tumori cerebrali. È realizzato in Emilia-Romagna, unica regione in Italia ad aver ottenuto un finanziamento del Ministero della Salute per l’iniziativa. La notizia è stata data dalla dottoressa Alba Brandes della AUSL di Bologna-IRCCS di Scienze Neurologiche al XV Congresso dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), che si è svolto a Milano. «Il 35% dei nostri pazienti viene da altre Regioni. L’alleanza fra neurologi, neurochirurghi, neuroradiologi, patologi, radioterapisti e oncologi», spiega la dottoressa Brandes, «segna una tappa decisiva per trattare al meglio queste neoplasie che ogni anno in Regione fanno registrare circa 200 nuovi casi e colpiscono in Italia circa 3 persone su 100mila abitanti».
“PERNO”, coordinato dal professor Agostino Baruzzi, direttore scientifico dell’IRCCS di Scienze Neurologiche della AUSL di Bologna, ha raccolto i dati di incidenza su circa 400 pazienti con tumore cerebrale residenti nella Regione. E ha incluso un sottoprogetto, coordinato dalla dott.ssa Brandes, per analizzare i risultati clinici e le caratteristiche biologiche di circa 270 pazienti con glioblastoma, la forma più frequente di tumore cerebrale (circa il 70% dei casi).
«Per la prima volta – continua la Brandes – è emersa una corrispondenza tra i risultati di sopravvivenza degli studi clinici e quelli ottenuti nella pratica quotidiana. I pazienti selezionati per le sperimentazioni infatti rispondono a criteri ideali che raramente si riscontrano nella vita reale. E oggi, grazie a “PERNO”, sappiamo che il trattamento standard è trasferibile sulle persone che curiamo tutti i giorni, indipendentemente dai criteri di selezione. Viene confermato inoltre il ruolo predittivo e prognostico di MGMT, un gene implicato nella resistenza ai farmaci chemioterapici, dimostrando una migliore sopravvivenza per i pazienti che presentavano la metilazione di questo gene e che venivano trattati con la terapia a base di temozolomide». Alba Brandes è inoltre il coordinatore mondiale di un nuovo studio, chiamato TAMIGA, di fase III, che coinvolge i pazienti con glioblastoma di nuova diagnosi. «Saranno arruolate in tutto il mondo più di 500 persone – conclude la dottoressa Brandes – in cui sarà analizzata l’efficacia della prosecuzione della terapia con bevacizumab oltre la prima progressione. Oltre ai risultati di sopravvivenza verranno valutate anche la qualità della vita, la funzionalità neurocognitiva e le caratteristiche genetiche dei pazienti».

Indirizzi utili

ISTITUTO NAZIONALE TUMORI REGINA ELENA IRCCS
Via Elio Chianesi, 53 Roma
Prenotazioni/informazioni: 06.52662727 – 800.986868
Centralino: 06.52661
www.ifo.it

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