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Tumori in cifre
Cristina Mazzantini, N. 1/2 gennaio/febbraio 2014
Nel 2012 sono state stimate in Italia più di 54.000 nuove diagnosi di tumore del colon-retto (oltre 31.000 negli uomini e oltre 23.000 nelle donne), più di 50.000 nuovi casi di tumore della mammella e più di 42.000 di tumore della prostata. E saranno proprio queste – mammella, colon-retto e prostata – le neoplasie più diagnosticate, ovvero a maggior incidenza, nei prossimi anni secondo le stime dei ricercatori dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, dell’Istituto superiore di sanità (ISS) e dell’Associazione Italiana dei Registri Tumori (AIRTUM), pubblicate nel numero monografico di “Tumori – Volume 99 – fascicolo 3 – Anno 2013” (consultabili on-line sul sito www.tumorionline.it ). Lo studio è stato realizzato nell’ambito del Programma Straordinario Oncologia su “La rete nazionale dei registri tumori: indicatori e controllo del cancro in Italia” e del progetto “Produzione e aggiornamento sistematico di stime a livello nazionale e regionale di alcuni tumori nella popolazione generale” promossi dal Ministero della Salute Italiano e dal Centro per il Controllo delle Malattie (CCM).
L’incidenza si conferma invece in riduzione: per il tumore del polmone negli uomini, per la cervice uterina nelle donne e per lo stomaco in entrambi i sessi. Al contrario, tra i tumori in aumento costante sono da segnalare il melanoma della cute, sia negli uomini che nelle donne, con 12.000 nuovi casi totali e il tumore del polmone nelle donne con più di 10.000 nuove diagnosi l’anno (in controtendenza rispetto agli uomini), destinato a diventare tra i tumori la seconda causa di morte nelle donne dopo il cancro della mammella, superando il tumore dello stomaco e quello del colon-retto. Per tutti gli altri tumori esaminati, invece, la mortalità diminuisce, anche per effetto della diffusione di screening e tecniche di diagnosi precoce.
«Questo studio rappresenta un significativo strumento conoscitivo di straordinaria importanza per i ricercatori, i clinici e la popolazione generale» commenta il dottor Marco Pierotti, drettore scientifico dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, «ma soprattutto un riferimento fondamentale per chi deve prendere decisioni di salute pubblica nel Paese. Tutto ciò è il risultato di una oramai pluriannuale collaborazione tra l’Istituto superiore di sanità e l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e sottolinea il ruolo istituzionale e di ampio respiro che questi due Istituti svolgono nel contesto della Sanità pubblica italiana». I risultati di questo studio evidenziano ancora una forte variabilità geografica. Le tendenze del rischio di ammalarsi di tumore presentano livelli più elevati nelle aree del centro-nord e più bassi per il sud. Tuttavia le differenze riscontrate in passato tra nord e sud, rispettivamente ad alto e basso rischio tumorale, tendono a ridursi nel tempo e in alcuni casi a ribaltarsi.
«L’incidenza del tumore della mammella, infatti, aumenta molto più velocemente nelle regioni meridionali rispetto al resto del Paese, al punto che i livelli, stimati negli anni recenti, raggiungono e superano i valori del centro-nord», prosegue il dottor Pierotti. «Lo svantaggio del sud Italia si osserva anche dalle tendenze recenti della mortalità che, riducendosi più lentamente rispetto alle altre aree italiane, eguaglia e supera i livelli delle regioni centrosettentrionali».
Anche per il tumore del polmone maschile si osservano cambiamenti rispetto al passato, l’incidenza, storicamente più elevata nel centro-nord, si riduce prima e in maniera più accentuata rispetto al Meridione, tanto che negli anni recenti si stimano, per la prima volta, per le regioni meridionali livelli superiori a quelli del resto d’Italia. La mortalità a causa di una sopravvivenza ancora molto bassa presenta andamenti simili a quelli dell’incidenza. La prevalenza esprime il numero complessivo di persone che hanno ricevuto in passato una diagnosi di tumore e che sono in vita a una certa data e include persone diagnosticate di recente che sono in fase di trattamento o di monitoraggio, e persone diagnosticate da molti anni che possono considerarsi guarite dalla malattia. «L’incremento della prevalenza riflette quindi l’evoluzione nel corso del tempo di tre fattori: incidenza, sopravvivenza e quota di popolazione anziana», spiega il nostro esperto. L’invecchiamento demografico e l’allungamento dell’aspettativa di vita, particolarmente accentuati in Italia, hanno contribuito a incrementare la prevalenza, perché i tumori si manifestano prevalentemente in età anziana. Il costante miglioramento della sopravvivenza, riscontrato per gran parte delle patologie tumorali negli ultimi decenni, aumentando le probabilità di cura e di guarigione, ha sicuramente contribuito a incrementare la prevalenza. L’incremento della prevalenza è stato poi particolarmente accentuato per i tumori con incidenza in aumento (mammella, prostata e colon-retto), in parte anche per effetto della diffusione di screening e tecniche di diagnosi precoce. Emblematico il caso del tumore della prostata che è diventato il tumore più diffuso nella popolazione maschile già dal 2000 e che ha raggiunto negli anni 2005-2010 il suo valore massimo, paragonabile a quello raggiunto dal carcinoma polmonare negli Anni 80. La vasta diffusione del test per la ricerca dell’antigene prostatico (PSA) nella popolazione italiana è una delle principali motivazioni di questo incremento
«Lo studio evidenzia che nelle aree del Centro-Nord, dove lo screening mammografico è attivo da più tempo e ha raggiunto una buona copertura di popolazione, la mortalità per tumore della mammella si riduce in modo più deciso rispetto al Sud, dove l’implementazione degli screening è partita più tardi e dove ancora oggi la copertura non è ottimale», interviene sempre il dottor Pierotti. Migliorare la copertura di popolazione degli screening organizzati è perciò prioritario per ridurre le diseguaglianze geografiche ancora esistenti sul territorio. «Altre misure, volte a rendere più efficiente la cura dei pazienti, comprendono una maggiore aderenza ai protocolli di trattamento ottimali, la centralizzazione dei trattamenti in Centri accreditati con maggior volume di interventi, la costituzione di prostate o breastunits, la definizione e l’implementazione di linee guida basate sull’evidenza. Le stime fornite dallo studio servono anche a dimensionare gli sforzi organizzativi necessari a raggiungere questi obiettivi».
Sul versante della prevenzione primaria, il costante aumento d’incidenza, e conseguentemente di mortalità, per il tumore del polmone nelle donne, evidenzia la necessità di rafforzare le azioni di prevenzione contro i rischi del fumo e/o di diversificare le strategie comunicative rendendole più mirate alla popolazione femminile, in particolare nelle ragazze e nelle regioni dove l’incremento è più marcato. Maggiore attenzione va posta anche a contrastare il fenomeno dell’obesità, tra i principali fattori di rischio per il tumore del colon-retto, promuovendo in modo più incisivo l’adozione di corretti stili di vita (alimentazione, attività fisica).
Tuttavia su alcuni fattori di rischio la popolazione può agire meno efficacemente: ai fattori occupazionali e ambientali può essere attribuita una frazione variabile sul territorio dei tumori studiati. La recente pubblicazione dello studio ESCAPE, con tre città italiane indagate, descrive un aumento del carcinoma polmonare anche per livelli soglia di particolato inferiori a quelli fissati dalla Comunità Europea.
La prevalenza in aumento per la gran parte delle sedi tumorali (unica eccezione la cervice uterina) significa accresciuti bisogni assistenziali per una popolazione prevalentemente anziana e con patologie concomitanti. Ciò pone problemi di sostenibilità dei costi dell’assistenza se non si interviene su appropriatezza ed efficienza del percorso assistenziale.
Tumori: la diagnosi aumenta il rischio di suicidio tra i giovani
Adolescenti e giovani adulti cui è stato diagnosticato il cancro sono a maggior rischio suicidio. A dirlo è uno studio che compare sull’ultimo numero della rivista Annals of Oncology, condotto da Donghao Lu e colleghi del Dipartimento di Epidemiologica Medica e Biostatistica del Karolinska Institutet di Stoccolma, Svezia.
La ricerca ha coinvolto circa 8 milioni di svedesi con cui era stato diagnosticato il cancro. I risultati hanno mostrato un incremento del 60 per cento del rischio suicidio o tentato suicidio. I rischi erano maggiori durante il primo anno immediatamente successivo alla diagnosi, con un tasso di suicidi di una volta e mezzo (150 per cento) superiore rispetto a quello di un gruppo di controllo con persone non malate di cancro.
Complessivamente, i soggetti sono stati seguiti dal 1987 al 2009: i suicidi sono stati maggiori fra gli uomini (circa tre volte di più) mentre le donne hanno compiuto maggiori tentativi di suicidio (circa il doppio).
Vitamina C per combattere la leucemia
I risultati di uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Siena, pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Cancer Therapy, hanno dimostrato l’efficacia, in vitro, di alte dosi della vitamina C per il trattamento della leucemia promielocitica acuta, un tipo di leucemia mieloide caratterizzato da elevata malignità.
«Sebbene questa leucemia sia, oggi, efficacemente trattata con l’arsenico triossido, sostanza non priva di tossicità – spiega Giovanni Grasso, docente dell’ateneo senese che ha diretto lo studio – la ricerca dimostra che la vitamina C ad alte dosi è significativamente più efficace dell’arsenico triossido nel distruggere le cellule tumorali in vitro».
«Questa indagine preliminare di laboratorio – continua il nostro esperto – pone le basi per gli ulteriori e necessari approfondimenti, al fine di poter verificare la reale efficacia della vitamina C ad alte dosi sui pazienti affetti da questa leucemia». Dimostrata, sempre dallo stesso gruppo di ricerca, l’efficacia della vitamina C sulle cellule di retinoblastoma, tumore degli occhi.
«Abbiamo la dimostrazione inequivocabile che l’acido ascorbico – sottolinea ancora il professor Grasso – è in grado di distruggere, a dosi elevate, le cellule di retinoblastoma».
Novità per i malati con cancro al pancreas
Un gruppo di ricercatori della University of Missouri ha trovato un metodo di laboratorio più accurato per diagnosticare il cancro al pancreas, la quarta morte per tumore negli Stati Uniti. Si tratta di una malattia che uccide il 94% delle persone che ne sono affette entro cinque anni.
«Il cancro al pancreas è diagnosticabile con difficoltà perché sono molto sottili le differenze fra tessuti cancerosi, sani e atipici o sospetti», spiega Lester Layfield, autore della ricerca. Gli scienziati, studiando record da 57 pazienti sottoposti a esame per cancro pancreatico, hanno valutato 16 caratteristiche di biopsie pancreatiche che potrebbero essere esaminate al microscopio e hanno svolto un’indagine statistica alla ricerca di quelle che, con maggiore probabilità, potevano essere associate al cancro al pancreas.
«Abbiamo individuato un gruppo di quattro caratteristiche che potrebbero permettere a un patologo di diagnosticare cancro al pancreas con il 93% di accuratezza, un sostanziale miglioramento rispetto ai metodi tradizionali», conclude Layfield.
Il 50% dei malati di tumori non accede a cure appropriate
Per una diagnosi completa del tumore al polmone la tac da sola non basta, ma serve l’analisi citoistologica del tessuto tumorale, che consente di individuare i geni bersaglio per i farmaci e avere quindi le cure più efficaci. Ma si tratta di prestazioni cui ha accesso solo il 50% dei pazienti in Italia. A denunciarlo è Filippo de Marinis, direttore di Pneumologia Oncologica dell’Ospedale S. Camillo Forlanini di Roma.
«È troppo poco» spiega il professor De Marinis. «Così infatti un paziente su due non può avere le cure più efficaci, perché non tutte le Regioni sono attrezzate. La principale causa sta nel mancato potenziamento dei laboratori di anatomia patologica degli ospedali, che sono in un rapporto di uno a dieci rispetto alle oncologie presenti sul territorio», continua de Marinis. «Per avere una diagnosi complessa, come richiede il cancro del polmone, non basta l’oncologo, ma serve tutta una “filiera” di specialisti, che va dal biologo molecolare allo pneumologo al broncoscopista».
Un gruppo di lavoro che non deve essere presente in tutti i reparti di oncologia, ma dovrebbe far capo a pochi Centri specializzati, presenti in ogni regione. «Bisogna creare delle piattaforme di riferimento – conclude de Marinis – dei network cui possono far riferimento i pazienti e i reparti di oncologia. Adesso, in mancanza di centri e una rete adeguata, molti reparti e medici, per poter offrire diagnosi e cure complete, fanno viaggiare pazienti e campioni di tessuto. Le principali carenze si hanno nelle regioni meridionali».
«I reparti di anatomia patologica vanno potenziati», aggiunge Federico Cappuzzo, direttore del dipartimento di Oncologia medica dell’Istituto toscano tumori di Livorno; «ora fanno test con difficoltà enormi e ristrettezze economiche importanti. Gli esami dei tessuti andrebbero fatti in Centri di riferimento».
Gli studiosi americani sfatano i miti sul cancro
Gli zuccheri “nutrono” davvero le cellule cancerogene ed è verificato il legame tra i massaggi e il cancro? O ancora, fare una biopsia rende veramente più veloce lo sviluppo di un tumore? A “sfatare” i luoghi comuni più diffusi sul cancro gli studiosi dello Houston Methodist Cancer Center, negli Usa. «Non è vero che le cellule cancerogene si nutrono degli zuccheri», chiarisce Renee Stubbins, dietista «mentre piuttosto va considerato che una dieta ricca di zuccheri può portare a sviluppare obesità, un fattore di rischio per lo sviluppo di un tumore. Ci sono zuccheri naturali che fanno bene al nostro corpo perché rinforzano i muscoli e aiutano a mantenere il peso anche durante un trattamento anti-cancro», prosegue Stubbins. «Un’altra questione su cui molto si discute – spiegano gli studiosi – è il legame tra massaggi e cancro, perché si crede che un massaggio possa aumentare la diffusione di cellule cancerogene nel corpo tramite il sistema linfatico. Sebbene occorra fare attenzione al rischio di lividi e indolenzimento e sia sempre necessario discutere con l’oncologo prima di fare un ciclo di massaggi – interviene Norma Reyna, terapista del massaggio – ne esistono alcuni pensati proprio per ridurre gli effetti collaterali della chemioterapia, come nausea, tensione muscolare e stress mentale».
Infine, su Internet è possibile trovare molte voci discordanti sulle biopsie, alcune delle quali affermano che questo esame aumenti la diffusione delle cellule cancerogene.
«Non è vero che la biopsia fa diffondere il cancro», sottolinea l’oncologo Eric Berniker – anzi questo esame è utile soprattutto a scoprire alcuni tipi di tumori come quello alla tiroide o al seno fin dai primi stadi e iniziare subito i trattamenti».
10mila ammalati di melanoma
È il terzo tumore più frequente al di sotto dei 50 anni, con 10.500 nuovi casi stimati in Italia nel 2013. Il melanoma, una neoplasia della pelle particolarmente aggressiva e in costante crescita in entrambi i sessi, sta facendo registrare negli ultimi decenni un incremento della mortalità fra gli uomini (+ 2,3% anno). Perché arrivano tardi alla diagnosi, quando la malattia è in stadio già avanzato. La svolta nel trattamento è rappresentata dalla combinazione delle terapie. Una via su cui i ricercatori italiani stanno concentrando i loro sforzi, con risultati eccellenti.
E proprio un italiano, Paolo Ascierto dell’Istituto Pascale di Napoli, per la prima volta è co-organizzatore del più importante Congresso mondiale sull’immunoterapia contro il cancro (Society for Immunotherapy of Cancer – SITC), che si apre oggi a Washington fino al 10 novembre con la partecipazione di oltre 1.000 specialisti. «L’Italia – sottolinea Ascierto, Direttore dell’Unità di Oncologia Medica e Terapie Innovative dell’Ospedale partenopeo – è un punto di riferimento negli studi sull’immunoterapia, che agisce potenziando le difese immunitarie dell’organismo del paziente per poter meglio vincere il tumore. Abbiamo dimostrato che, associando un innovativo anticorpo monoclonale, ipilimumab, con la radioterapia tradizionale, è possibile migliorare in maniera significativa l’efficacia del farmaco. Infatti, oltre il 50% dei pazienti che avevano in precedenza fatto registrare una progressione del tumore, dopo la sequenza di combinazione costituita da ipilimumb e radioterapia, ha evidenziato una riduzione della malattia». In Italia, circa 81.000 persone convivono con una pregressa diagnosi di melanoma. Il rischio d’insorgenza è legato a fattori genetici e ambientali.
Un altro approccio, che avrà sviluppi decisivi in futuro ed è al centro del dibattito al Congresso di Washington, riguarda l’immunoterapia personalizzata, un approccio “su misura” che consentirà di rendere più efficaci e mirate le armi a disposizione.
Nanotrasportori intelligenti per sconfiggere il cancro
Si tratta di “nano-trasportatori intelligenti”, in grado di veicolare grandi quantità di farmaci antitumorali, dirigendoli in maniera selettiva sulle cellule neoplastiche: ecco cosa stanno sviluppando alcuni ricercatori italiani dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Lo scopo è quello di colpire ed eliminare le cellule tumorali senza danneggiare i tessuti sani e il primo tumore su cui l’approccio è stato applicato è il melanoma, il tumore della pelle più aggressivo e resistente alla chemioterapia, soprattutto nelle sue forme avanzate e metastatiche. Lo studio che parla dell’esperimento, possibile solo grazie al sostegno di AIRC, è stato pubblicato sulla rivista scientifica Nanoscale. Questi nano-trasportatori di nuova concezione sono basati sulla ferritina umana, una proteina fisiologica, biodegradabile e non tossica per l’organismo. «I nano-trasportatori che stiamo sviluppando sono in grado di intrappolare al loro interno un gran numero di molecole di cisplatino (un chemioterapico molto usato anche nel melanoma) e di liberarle solo dopo aver raggiunto il bersaglio», ha spiegato Patrizio Giacomini, del Laboratorio di immunologia IRE. «L’approccio, pur se a uno stadio iniziale e non ancora applicabile in clinica, promette di aumentare notevolmente l’efficacia della chemioterapia, riducendone al contempo gli effetti collaterali. Coniugando le eccezionali capacità di trasporto della ferritina con la specificità di un anticorpo monoclonale anti-melanoma, siamo riusciti a rendere questo sistema intelligente», ha proseguito Pierpaolo Ceci, dell’Istituto di Biologia e Patologia Molecolari CNR. «Le nanoparticelle, una volta immuno-ingegnerizzate, acquisiscono la capacità di riconoscere selettivamente le cellule di melanoma scaricando al suo interno il loro cargo letale, mentre cellule altre dal melanoma, incluse ovviamente le cellule normali dell’organismo, sembrano essere risparmiate».
«I risultati dello studio – ha poi conluso Ruggero De Maria, direttore Scientifico del Regina Elena – incoraggiano a perseguire questa linea di ricerca, applicandola anche ad altri modelli tumorali».
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