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Medicina tradizionale e “alternativa”: dialogo all’ISS
Paola Sarno, N. 3 marzo 2014
La medicina tradizionale e quella “alternativa” si sono confrontate a Roma in una due giorni di convegno presso la prestigiosa sede dell’Istituto Superiore di Sanità a Roma, alla quale hanno partecipato oltre 200 studiosi di diverse discipline mediche (fra oncologi, omeopati, agopuntori, naturopati e antroposofi). La “Prima Conferenza di Oncologia Integrata”, organizzata dall’Iss in collaborazione con ARTOI (Associazione Ricerca Terapie Oncologiche Integrate), ha raccolto le testimonianze e le proposte di esperti provenienti dall’Italia ma anche dall’estero, dove l’integrazione in oncologia è già realtà da anni, e in particolare dagli USA, Canada, Israele, Germania, Svizzera e Polonia. Un primo tentativo, come ha sottolineato introducendo i lavori Stefano Vella, direttore del Dipartimento Tecnologie e Salute dell’Iss, di far dialogare due mondi che si guardano ancora con perplessità e che, se lavorassero in sinergia, potrebbero migliorare (grazie a metodiche naturali e all’innovazione tecnologica) prevenzione, diagnosi, trattamento e qualità di vita del paziente oncologico.
Prevenzione: per il tumore al seno oggi c’è il Pap Breast
Su 1.000 donne che fanno la mammografia, solo 2 svilupperanno un tumore e oggi esiste un sistema che individua quelle maggiormente a rischio. Si chiama Pap Breast ed è stato messo a punto da Gianluca Pazzaglia, direttore del Breasting Center di Perugia. Potrebbe essere considerato il Pap-test della mammella che, come quello della cervice uterina, individua molto precocemente le cellule alterate. Questo esame, che non preclude ma si aggiunge agli altri, utilizza una tecnica basata sull’analisi del liquido presente nel dotto mammario, quello che durante l’allattamento si trasforma in latte. «Questo fluido ci permette di classificare il soggetto secondo una scala di rischio. Mentre con ecografie e mammografie si valuta lo stato di salute attuale della mammella, con il Pap Breast si individua la possibilità che una donna ha di ammalarsi nei successivi 20 anni», ha spiegato Pazzaglia. Con indubbi vantaggi dal punto di vista clinico. Su queste pazienti, infatti, va aumentata la prevenzione farmacologica e l’attenzione agli stili di vita. «Non tutte le donne considerate fortemente a rischio sviluppano un tumore al seno. Nel caso di portatrici del gene Brca mutato, la probabilità è del 60%, mentre fino a qualche anno fa si riteneva fosse il 100%. Chi risulta a rischio, inoltre, potrebbe sviluppare un tumore in altre parti del corpo. Per questo sconsiglio soluzioni drastiche come la mastectomia, scelta dalla Jolie», ha aggiunto Pazzaglia. «Si tratta, invece, di concentrare l’attenzione su quel 40% e capire perché non si ammala indagando dove vive, cosa mangia, quanto dorme, quanto sport fa. E qui entrano in ballo le terapie integrate».
Diagnosi: fin dall’inizio necessario l’approccio multidisciplinare
Secondo Philip A. Salem, direttore emerito del Cancer Research Program del St. Luke’s Episcopal Hospital di Houston (Usa), l’approccio multidisciplinare è decisivo nella strategia del trattamento dei tumori. A partire dalla diagnosi iniziale, che dovrebbe essere frutto di una consultazione fra diversi patologi per garantire con certezza l’esatta natura e la delineazione precisa del profilo biologico del tumore. «Ma anche successivamente – ha sottolineato Salem – sono necessarie più consultazioni fra radiologi e patologi per determinare lo stadio esatto della malattia. Il trattamento di cura non dovrebbe mai iniziare prima di una diagnosi e di una stadiazione esatta». E, anche in questo caso, è necessario proseguire all’insegna della multidisciplinarietà, con il coinvolgimento in primis dell’oncologia medica: tante consultazioni insomma che, secondo Salem, dovrebbero svolgersi alla presenza contemporanea di tutti gli specialisti coinvolti, che dovrebbero insieme decidere la strategia specifica da adottare caso per caso. «Non come spesso accade, invece, in una maniera frammentata e “sequenziale” che costringe di fatto il paziente a incontrare singolarmente ogni specialista – ha specificato ancora Salem – poiché lo scopo principale della multidisciplinarietà è la certezza che il paziente riceva il trattamento che gli offra le migliori chance di cura. Non solo: questo approccio assicura all’ammalato comfort psicologico e tranquillità, poiché non ha solo ricevuto un secondo parere, ma molti di più».
Cure oncologiche: anche le sostanze naturali potrebbero aiutare
Numerose ricerche sperimentali hanno dimostrato l’esistenza in natura di erbe o piante provviste di azione anti-tumorale e del loro uso a supporto della radio e chemioterapia. «Fra queste i principi attivi della magnolia sembrano essere quelli che più di ogni altro possano incidere sulla progressione maligna», hanno spiegato Giusy Messina e Paolo Lissoni, ricercatori dell’Associazione Internazionale di Medicina Integrata di Milano, illustrando l’importanza dell’integrazione per il trattamento di neoplasie solide metastatiche, soprattutto di pazienti che si trovano negli stadi finali della malattia. «Per questo siamo partiti con il nostro studio da una classe di malati oncologici giudicati incurabili trattati, quindi, solo con cure palliative. In principio abbiamo utilizzato la melatonina, ottenendo già una sopravvivenza all’anno di vita superiore del 20%. Alla melatonina abbiamo poi aggiunto l’aloe vera, nota per i suoi principi antitumorali. La combinazione tra le due sostanze ha portato la percentuale di sopravvivenza all’anno di vita fino al 30% in più. Abbiamo poi introdotto la mirra, ottenendo pochi risultati rispetto a quelli ottenuti dalla combinazione di melatonina e aloe, ma raggiungendo benefici soggettivi straordinari». E l’ultima scoperta è stata la magnolia. «È dimostrato, infatti, che l’onochiolo, il principale principio attivo di questa pianta è in grado di inibire selettivamente l’attivazione di alcune proteinechinasi coinvolte direttamente nel processo della trasformazione neoplastica», ha detto Lissoni. «La magnolia ha, inoltre, effetti antitrombotici, antidepressivi e antiastenici. E, infatti, con la magnolia siamo riusciti ad ottenere risultati eccezionali sulla mancanza di forze». La cosiddetta “fatigue”, che è una delle complicanze del cancro più difficili da trattare. È presto, però, per cantare vittoria poiché i risultati di questo studio preliminare di fase II dovranno essere confermati da studi clinici controllati su adeguate casistiche.
Qualità di vita: resta valido l’approccio centrato sul paziente
Per migliorare la qualità di vita del paziente oncologico la ricetta più valida sembra essere sempre quella dell’approccio centrato sul paziente, che garantisce vantaggi in termini di autoresponsabilizzazione, migliore aderenza alle terapie, riduzione degli effetti avversi, minore riospedalizzazione e migliori risultati di salute a lungo termine. Ma ciò pone ancora molte sfide, come ha sottolineato Steven Sagar del Dipartimento di Oncologia della McMaster University di Hamilton-Ontario (Canada). Sfide che riguardano, fra l’altro, il trasferimento al paziente dei saperi e la sua educazione, la comprensione dei suoi valori, la sua motivazione, le capacità decisionali, i tempi e i costi. Ma anche, per quanto concerne i medici, la capacità di condividere le decisioni, una conoscenza più ampia che includa abilità psicologiche e di counselling, autenticità e compassione. E, sfide che riguardano, infine, anche l’organizzazione sanitaria, i suoi vincoli economici, legali e culturali, che spesso incidono ancora negativamente sull’individualizzazione della cura.
ARTOI e terapie integrate
L’Associazione per la Ricerca di Terapie Oncologiche Integrate (ARTOI) è un’organizzazione professionale multidisciplinare non profit presieduta dal dott. Massimo Bonucci e rivolta allo studio, alla ricerca e all’applicazione di trattamenti oncologici attraverso l’uso integrato di più opzioni terapeutiche, che si prefigge di far conoscere le tecniche più aggiornate di trattamento della patologia neoplastica. Scopo principale di ARTOI è quello di salvaguardare e migliorare la qualità della vita del paziente oncologico. Perciò ARTOI è impegnata nello studio e nella ricerca di nuove molecole e/o farmaci ancora non conosciuti in Italia ma anche di nuove metodiche di somministrazione o integrazione fra vari metodi di trattamento e di strumenti in grado di fornire risultati positivi al problema “tumore”. In particolare le terapie oncologiche integrate prevedono l’applicazione combinata di una serie di metodiche interventistiche (chirurgia, radioterapia, ipertermia) e/o farmacologiche (chemioterapia, immunoterapia, supporto complementare), nonché di supporti dietetici e psicologici atti a migliorare lo stato psicofisico e la qualità della vita del paziente e le probabilità di risposte positive alle terapie. Si definiscono “integrate” perché fanno parte del complesso trattamento delle neoplasie delle quali possono migliorare gli esiti e che oggi nel mondo sono considerate necessarie nella gestione del paziente oncologico.
ARTOI – Associazione Ricerca di Terapie Oncologiche Integrate
Via del Podere di San Giusto 83 – 00166 Roma
Tel. 333.2654900 – Fax 06.66495653
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www.artoi.it
Il percorso terapeutico secondo ARTOI
Il percorso terapeutico secondo ARTOI prevede un approccio personalizzato per ogni paziente a partire dalla diagnosi, considerata il momento più importante, poiché il risultato condiziona in modo determinante il tipo di trattamento. È sempre necessario dunque, secondo ARTOI, avere una “second opinion”, già regola nei Paesi Ue e in Usa. Per quanto riguarda la stadiazione, oltre agli esami strumentali (ecografia, TC spirale, RNM, scintigrafia ossea ed eventualmente PET-TC), ARTOI suggerisce di eseguire tutti gli esami ematologici che riguardano l’attività del sistema immunitario e quelli di farmacogenomica: ciò per capire quanto l’organismo del paziente dovrà essere stimolato per ritornare a funzionare correttamente e se e come i farmaci agiscono su quello specifico paziente. Quando sono stati eseguiti tutti questi esami l’oncologo ha in mano gli strumenti per decidere come utilizzare e combinare chemio e radioterapia, ipertermia, farmaci naturali, ma anche psiconcologia – che deve coinvolgere l’intero nucleo familiare della persona ammalata in tutto il percorso – e alimentazione adeguata. Anche il follow up ha le sue regole: durante questa fase devono essere prese in considerazione la prevenzione dalle ricadute e la protezione dell’organismo, attraverso i controlli non solo strumentali ma anche dell’attività cellulare e del sistema immunitario, che deve essere opportunamente stimolato. Oltre al sostegno psicologico, nutrizionale e alla ripresa di una corretta attività fisica.
Le nuove tecnologie: dal Cyberknife al Synchrotone
Tra i dispositivi attualmente in uso in radiochirurgia il Cyberknife rappresenta una rivoluzione per la cura dei pazienti affetti da tumore. Ne ha parlato durante la Prima Conferenza di Oncologia Integrata ISS-ARTOI Pantaleo Romanelli, che opera presso il Centro Diagnostico Italiano (CDI) di Milano e a Grenoble, presso lo European Synchrotone Radiation Facility. Si tratta di un apparecchio costituito da un acceleratore lineare miniaturizzato montato su un braccio mobile robotizzato che, durante l’intervento radio chirurgico, localizza con estrema precisione la sede del tumore, orienta il fascio di radiazioni del bisturi cibernetico sul letto operatorio, corregge in tempo reale la sua posizione in relazione ai movimenti del paziente o del tumore e riduce in maniera significativa l’irradiazione dei tessuti sani adiacenti al tumore, aumentando le possibilità di guarigione e la qualità della vita del paziente. Il trattamento radiochirurgico con Cyberknife, in convenzione con il Ssn e che non richiede l’ospedalizzazione del paziente, rappresenta una soluzione terapeutica per la cura di pazienti affetti da neoplasie del polmone, fegato, pancreas e prostata, oltre a essere una valida e consolidata alternativa a tecniche di irradiazione stereotassica eseguite su pazienti affetti da tumore cerebrale e della colonna. Inoltre, l’accuratezza e la precisione del trattamento radiochirurgico con Cyberknife offrono una nuova chance terapeutica a pazienti con tumori non aggredibili chirurgicamente o con recidiva di malattia tumorale precedentemente irradiata. «Ma oggi è il Synchrotone che può aprire altre nuove entusiasmanti prospettive», ha annunciato Romanelli. «I microraggi generati dal Synchrotone, infatti, offrono un nuovo e potente strumento per aumentare in modo sostanziale le dosi radianti sul tumore fino a un livello che provochi la morte immediata delle cellule neoplastiche e con precisione microscopica, trasmettendo dosi davvero minime e quindi ben tollerate sui tessuti circostanti».
Gli alimenti? Anche loro veri e propri farmaci
Armando D’Orta, biologo nutrizionista esperto in scienze dell’alimentazione presente all’evento ISS-ARTOI, ha spiegato quali sono le strategie per prevenire, attraverso la nutrizione, l’insorgenza di neoplasie o di recidive neoplastiche e quali accortezze deve usare il paziente oncologico nel corso delle terapie antineoplastiche. Tra le indicazioni che trovano riscontro anche nelle linee guida ARTOI sull’alimentazione c’è la restrizione calorica, da valutare, ovviamente, tenendo conto delle condizioni del paziente. «La cellula tumorale si nutre di zucchero», ha spiegato D’Orta. «I giorni prima del trattamento va affamata, ovvero bisogna iniziare quello che si chiama digiuno terapeutico, ossia un’alimentazione molto controllata, sempre tenendo conto delle condizioni generali del paziente. Arrivati al giorno del trattamento arriva anche il momento di assumere zuccheri, sia poco prima che durante il ciclo: in questo modo si attiva il metabolismo delle cellule neoplastiche e così il farmaco si assorbe meglio». In ogni caso, anche nelle altre fasi di malattia, gli alimenti devono essere impiegati alla stregua di veri e propri farmaci.
Ma che cosa deve, o non deve mangiare, un paziente oncologico durante la terapia? Ecco, in linea molto generale, l’elenco dei cibi consigliati e quelli, invece, da evitare.
ALIMENTI SI: carboidrati integrali (pane, pasta, riso, orzo, farro, kamut ecc.), pesce azzurro, poca carne bianca, formaggio stagionato, latte di riso, legumi, verdure verdi (soprattutto della famiglia delle crucifere), frutti di bosco e frutta secca, olio extravergine di oliva. Erbe e spezie: prezzemolo, zafferano, curcuma. È concesso mezzo bicchiere di vino rosso a pasto
ALIMENTI NO: carni rosse e insaccati, pesce di grossa taglia, latte e latticini freschi, carboidrati semplici e complessi raffinati, soia, alcune verdure (patate, pomodori crudi, melanzane, zucchine, peperoni), frutta (in particolare le banane)
Successo della medicina integrata all’ospedale di Pitigliano (GR)
L’omeopatia e l’agopuntura possono migliorare nei pazienti oncologici alcuni delle più pesanti complicanze legate ai trattamenti antineoplastici. Queste persone hanno, infatti, una complessità di sintomi fisici associati al cancro e al suo trattamento (fatigue, dolore, nausea, anoressia ecc.) nonché allo stress psicologico dovuto alla malattia (depressione, ansia), per la gestione dei quali sono state introdotte recentemente da diverse strutture ospedaliere e non proprio alcune tecniche di medicina complementare. A dimostrare la loro efficacia è stato uno studio presentato, in occasione della Prima Conferenza ISSARTOI di Oncologia Integrata, da un gruppo di ricercatori guidati da Rosaria Ferreri del Centro di Medicina Integrata dell’Ospedale di Pitigliano (GR), uno dei più attivi in Italia su questo fronte. Il lavoro, partito con lo scopo di valutare l’efficacia della medicina integrata su una casistica di 140 pazienti oncologici arruolati dal Centro dell’Ospedale di Pitigliano nel periodo 20112012 in regime ambulatoriale e/o di ricovero e sottoposti al trattamento, ha dimostrato che la terapia integrata con agopuntura e rimedi omeopatici aveva determinato una migliore compliance alla terapia oncologica tradizionale nell’ 84% dei casi e una riduzione dei sintomi e dell’utilizzo di farmaci convenzionali nel 75%. Il modello di cura adottato prevedeva un protocollo comprensivo di omeopatia, agopuntura, integrazione nutrizionale e consigli dietetici, secondo un approccio terapeutico individualizzato e adattato al singolo paziente e allo stadio della malattia, al fine di favorire l’adesione alla terapia oncologica convenzionale e di evitare o di contenerne gli effetti collaterali.
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