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Perché dopo una certa età i tumori colpiscono di più
Minnie Luongo, N. 4 aprile 2014
Oggi tutti coloro che hanno più di 65 anni vengono considerati nella categoria dei “giovani anziani”. Ma fino a una manciata di anni fa era compresi nella fascia della terza età, definizione che si deve a Simone de Beauvoir, oltre 40 anni fa, all’interno di un suo libro. Ecco perché, allungandosi di moltissimo la vita media della popolazione, è conseguente che sempre più persone incorrano in patologie tumorali. Persone malate non più giovani, ma tutt’altro che da rottamare.
Anziani molto più a rischio
Ogni anno, in Italia, si verificano circa 250mila nuovi casi di tumore. Di questi, più del 60% si scopre in persone di oltre 65 anni e, dato l’andamento attuale della demografia dei Paesi più sviluppati, la percentuale è destinata ad aumentare.
L’oncologia geriatrica, pertanto, si occupa di quei pazienti, sempre più numerosi, che hanno bisogno di cure che tengano in conto le variabili dovute all’età.
Già oggi, del resto, l’incidenza del cancro è strettamente connessa con l’età: il rischio di sviluppare una neoplasia dopo i 65 anni è infatti circa quaranta volte più alto rispetto a quando si ha un’età compresa tra i 20 e i 44 anni, ed è circa quattro volte quello medio della fascia d’età che va dai 45 ai 64.
Il cancro si potrebbe dunque anche definire una malattia tipica della vecchiaia. In realtà, la scoperta e la terapia di un tumore in un ultrasessanticinquenne pongono immediatamente sul piatto una serie di questioni assenti in un individuo più giovane, perché l’anziano, spesso, è già affetto da altre patologie, non di rado croniche; assume poi vari farmaci che possono costituire un ostacolo per le cure anticancro, è depresso, talvolta non in grado di intendere pienamente o non autosufficiente.
AIRC, Associazione italiana ricerca contro il cancro e LILT, Lega italiana per la lotta contro i tumori, a questa tematica hanno dedicato entrambe studi e interventi particolari (alcuni dei quali riprendiamo qui, ndr).
Perché ci si ammala di più a una certa età
Per longevità l’Italia, nel mondo, è al secondo posto (sul podio il Giappone), ma invecchia sempre meglio. Resta comunque il fatto che due terzi dei tumori colpiscono gli over 65enni. «Il processo di invecchiamento porta con sé una serie di alterazioni biologiche, di rallentamenti metabolici che possono prendere due strade diverse: quella della senescenza, che rientra nella normalità, e quella della evoluzione cancerosa» spiega su “Controcancro” l’oncologa Vittorina Zagonel, direttore della Divisione di Oncologia medica 1 dell’Istituto Oncologico del Veneto. Ma il punto di partenza è il medesimo: processi cellulari che diventano lenti e imperfetti. Ecco perché i tumori sono tutt’altro che rari dopo i 65 anni. Anzi, stando ai dati attuali, la loro frequenza è molto più alta che nella mezza età, tanto che il rischio di ammalarsi di cancro in vecchiaia sembra essere quattro volte quello che si riscontra tra i 45 e i 64 anni.
Questa realtà è ben nota, ma in passato l’aspettativa di vita dopo i settant’anni era bassa e si dava per scontato che i tumori crescessero lentamente, basandosi, peraltro, su osservazioni assolutamente empiriche. Come si riteneva, altrettanto empiricamente, che la radioterapia e la chemioterapia non potessero essere sopportate da un organismo anziano. Si tendeva, in sostanza, a “non fare”, ritenendo il paziente in là con gli anni uno dei problemi meno rilevanti dell’oncologia moderna. Poi, questi luoghi comuni hanno dovuto essere abbandonati perché i “vecchi” sono diventati tantissimi.
Ostacoli socio-culturali
Esistono enormi ostacoli di tipo sociale e culturale: fino a pochissimi anni fa, sottolineano gli specialisti, i malati over 65 non vivevano abbastanza per trarre giovamento da un terapia antitumorale e si riteneva che curare un anziano “non valesse la pena”. Oggi, come già abbiamo detto, a quest’età non solo si ha una buona aspettativa di anni davanti a sé, ma anche si è visto che tutti gli studi più affidabili effettuati negli ultimi anni dimostrano l’esatto contrario: le cure funzionano, allungano la vita e ne migliorano la qualità. A patto, però, che siano opportunamente calibrate e che nel programma terapeutico vengano tenuti nella giusta considerazione anche tutti gli elementi che caratterizzano la salute e la malattia del paziente, compresi quelli sociali, la condizione e la volontà della famiglia, l’educazione del malato, i suoi sentimenti nei confronti della malattia e della cura. Tutto ciò richiede un enorme impegno da parte dei medici coinvolti, che non possono essere soltanto gli oncologi, o soltanto i geriatri con una specializzazione, ma devono essere riuniti in team multidisciplinari che prevedano anche la presenza di riabilitatori, terapisti del dolore, infermieri, farmacisti, personale per l’assistenza domiciliare, nutrizionisti, psicologi e altro ancora.
Silvio Monfardini, coordinatore del Programma di oncologia geriatrica dell’Istituto Palazzolo della Fondazione Don Gnocchi, da molti anni in prima fila nella battaglia per dare all’oncologia geriatrica la posizione che merita e che richiede, spiega così quali sono i fondamenti scientifici della necessità di una disciplina a sé: «Fino a non molto tempo fa, quando si decideva di curare un anziano malato di cancro, lo si faceva in modo empirico, adattando, per lo più solo sulla base dell’esperienza del singolo, protocolli che erano stati messi a punto in sperimentazioni cliniche che per definizione escludevano coloro che avevano più di 65 anni e che, di solito, per esigenze metodologiche, non avevano altre malattie. Questo approccio poteva avere varie conseguenze: terapie somministrate in dosi sbagliate per eccesso o per difetto, interazioni tra diversi farmaci, maggiore tossicità dovuta al funzionamento non ottimale del cuore, del metabolismo epatico o di quello renale, rinuncia ingiustificata a cure efficaci e così via. Nell’ultimo decennio invece, sono partite le prime ricerche di base (per esempio sul funzionamento di certi enzimi che devono metabolizzare i farmaci) e le prime sperimentazioni cliniche di protocolli di cura o di diagnosi dedicate a questi pazienti così complessi. Inoltre si analizzano dati provenienti da grandi archivi, dai quali si possono trarre conclusioni valide a livello generale. Ciò ha avuto immediate ricadute nella pratica medica di tutti i giorni, e ha contribuito a mettere in risalto una serie di problematiche specifiche, delle quali oggi non si può ignorare l’esistenza nell’impostazione del programma di cura».
Valutazione geriatrica multidimensionale
Tutto dipende, spiega l’oncologo, da come il malato viene inquadrato: non solo per quanto riguarda la patologia oncologica, ma per tutto ciò che caratterizza la sua condizione. «Per tenere nella giusta considerazione tutte le variabili cliniche, negli anni Novanta è stata introdotta la cosiddetta valutazione geriatrica multidimensionale o VGM, ossia un programma nel quale si inseriscono tutti i dati medici riguardanti l’anziano al fine di capire non solo da che tipo di tumore è affetto, ma se è in grado o meno di affrontare una cura, e di prevedere quali possono essere le conseguenze di un certo provvedimento come, per esempio, un intervento chirurgico o una restrizione dietetica.
Le VGM permettono di suddividere i pazienti in categorie che si rifanno a tre gruppi principali: i sani (ovviamente escluso il tumore, ovvero quelli che possono essere trattati come gli individui al di sotto dei 65 anni), i vulnerabili (cioè quelli per i quali è richiesta una maggiore attenzione ma la cui condizione non costituisce, di per sé, un ostacolo alla cura) e i fragili (cioè coloro che sono in condizioni così precarie che la cosa migliore da fare è approntare un piano di terapie di supporto e, se necessarie, del dolore). In questo modo è possibile calibrare al punto giusto l’intervento, evitando il rischio di tossicità eccessive, ma anche quello di non somministrare una terapia a chi può trarne un reale beneficio. La stesura di una VGM prevede il contributo di diversi specialisti i quali, ognuno per la sua parte, mettono in risalto i punti critici, in modo da formulare, alla fine, un programma completo e personalizzato».
Quest’ultimo prevede anche una serie di interventi non direttamente connessi con la situazione oncologica, ma altrettanto importanti. Diversi studi hanno dimostrato per esempio che l’anemia, una condizione assai comune tra gli anziani e aggravata dalle cure anticancro, può diminuire l’effetto della terapia e la stessa sopravvivenza. Allo stesso modo, se un anziano non è alimentato nel modo giusto o non è assistito psicologicamente se ne ha necessità, le conseguenze possono essere molto gravi. «Per questo, quando si stabilisce un programma di terapia – conclude il professor Monfardini – è necessario indagare a fondo e capire anche se il malato è in grado di assumere i farmaci, nutrirsi, spostarsi in maniera autonoma: in caso contrario, è necessario approntare un piano che includa anche questo tipo di aiuto».
Le lacune da colmare
La Società italiana di oncologia geriatrica (SIOG), principale società scientifica del settore, in conseguenza delle grandi lacune che restano ancora da colmare per poter definire interventi la cui efficacia sia stata dimostrata con metodi scientifici, ha dato vita a vere e proprie task force, ognuna dedicata a un argomento specifico. L’elenco definisce, a grandi linee, i settori che richiedono ancora molti studi prima che si possa arrivare a definire linee-guida univoche e validate con sperimentazioni ad hoc. Tra questi spiccano la chirurgia (che deve essere commisurata alla resistenza dell’organismo invecchiato), l’adattamento delle dosi della chemioterapia nell’anziano, ma anche gli aspetti culturali, che vanno rivisti alla luce dei progressi della scienza.
Sos interazione farmaci
Un aspetto importante, e spesso sottovalutato, è rappresentato dal fatto che gli anziani colpiti da un tumore spesso, contemporaneamente, soffrono di una o più malattie croniche. Da qui: attenzione massima per l’interazione tra i farmaci che molti over 65 devono già assumere per pressione alta, diabete, depressione… Ecco la necessità per gli oncologi di dare ai pazienti non più giovani affetti da cancro dei farmaci adattati a loro, alla capacità di ciascun organismo di assorbirli e metabolizzarli al meglio e che, nel contempo, non causino troppi effetti collaterali. Purtroppo le ricerche mirate in questa direzione sono insufficienti per un motivo essenziale: la maggioranza delle case farmaceutiche temono che esse siano troppo poco redditizie per sperimentazioni su soggetti “fragili ”. La conseguenza negativa più frequente è l’incertezza di molti specialisti quando devono valutare la dose ottimale di un chemioterapico.
Nel Sud gli anziani sono più vulnerabili
Gli anziani dell’Italia meridionale rappresentano la categoria più vulnerabile della popolazione. Aumenta, di conseguenza, il peso delle disuguaglianze sociali sullo stato di salute degli anziani italiani tra le varie regioni. Le stime provvisorie dell’indagine di FederAnziani, realizzata con la partecipazione del Ministero della Salute e delle Regioni, è stata realizzata tra settembre 2012 e giugno 2013, su un campione di circa 60mila famiglie.
Nel dettaglio, gli over 65 che hanno dichiarato di vivere con scarse risorse economiche, addirittura insufficienti in alcuni casi, sono circa il 30%. Nove anni fa, nel 2005, erano poco più del 28%. Tra gli anziani intervistati, invece, soltanto il 14% ha dichiarato di vivere con risorse ottime o almeno adeguate.
Federanziani
Fondata nel 2006, FederAnziani è un’associazione senza fini di lucro che ha lo scopo di tutelare i diritti e promuovere la qualità della vita degli anziani. In particolare, questi gli obiettivi principali:
- tutelare la categoria degli anziani con ogni mezzo e forma;
- valorizzare e accrescerne il ruolo nella società;
- promuovere una cultura che consideri l’anziano come una risorsa insostituibile per la famiglia e per la società; > orientare l’opinione pubblica a considerare l’invecchiamento della popolazione come una positiva conquista della nostra società;
- orientare le politiche sociali per gli anziani a sviluppare programmi improntati a una visione positiva della terza età e tali che favoriscano la promozione del benessere lungo tutto l’arco di questo periodo di vita.
www.federanziani.it
AIOTE
Consapevole dei grandi ritardi culturali che condizionano tutto ciò che riguarda la malattia oncologica nell’anziano, Silvio Monfardini, assieme ad altri esperti del campo, ha fondato, nel 2004, l’Associazione italiana di oncologia della terza età (AIOTE), della quale Monfardini stesso è presidente e direttore scientifico. Fino dalla sua nascita AIOTE si è prefissa uno scopo: quello di promuovere una maggiore consapevolezza sull’emergenza anziani e sulla malattia oncologica negli over 65 non solo tra tutti gli operatori coinvolti, ma anche tra i malati e i loro familiari. A tal fine pubblica ogni mese un giornale online sul suo sito Internet, che prevede anche aggiornamenti settimanali dedicati principalmente a uno dei grandi temi dell’oncologia geriatrica. Inoltre, AIOTE organizza corsi di formazione per giovani medici che vogliano acquisire un’esperienza specifica; promuove incontri; pubblica libri e revisioni dei principali articoli scientifici della letteratura.
Identikit dell’anziano
Conoscono le buone abitudini, ma spesso non riescono a metterle in pratica per problemi di salute o economici. Questo l’identikit del rapporto della Terza età con il cibo, che emerge dalla ricerca effettuata su mille persone. Ma il rischio di sovrappeso o sottoalimentazione è sempre in agguato. Perché nella Terza età i cambiamenti del metabolismo impongono nuove regole. Dagli esperti di Aiote (Associazione Italiana Oncologia Terza età) un decalogo per nutrirsi al meglio, sia per chi è in salute, sia per chi è in cura per un tumore.
Amano la dieta mediterranea e non si negano un bel piatto di pasta. S’informano attraverso riviste e programmi televisivi e tengono nella giusta considerazione anche frutta e verdura. Ma, per quanto buongustai, gli over 65 non hanno problemi di peso: solo una piccola percentuale denuncia qualche chilo di troppo. Il problema semmai, è la scarsa propensione a bere acqua (nella terza età cala la sensazione della sete), che li espone al rischio di squilibri idrici e minerali.
Indirizzi utili
FEDERANZIANI
Via Duilio, 13 00192 Roma
Tel: 06.87756407
presidenza@federanziani.it
AIOTE
www.aiote.org
segreteriaaiote@aiote.org
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