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Sperimentazione animale pro&contro

Monica Melotti, N. 6/7 giugno/luglio 2014

Un argomento scottante quello della sperimentazione animale che divide il pubblico in due fazioni: alcuni sostengono che la ricerca non ne possa fare a meno, altri che è solo una fonte di sofferenza. Il caso più recente che ha infervorato gli animi è quello di Caterina Simonsen, 25 anni, affetta da quattro malattie rare generiche, la quale ha avuto il coraggio di scrivere su Facebook: «lo, Caterina, ho 25 anni grazie alla vera ricerca, che include la sperimentazione animale. Senza la vera ricerca sarei morta a 9 anni. Mi avete regalato un futuro». A questa affermazione sono stati lanciati un sacco di insulti, Caterina è soltanto un’egoista, insensibile alle condizioni di vita e soprattutto di morte che migliaia di creature sperimentano nei laboratori di tutto il mondo. Eppure la giovane studentessa frequenta con passione veterinaria all’Università di Bologna e ha due splendidi cani, per i quali stravede. Un caso emblematico. È davvero un personaggio così contraddittorio, come affermano i suoi accusatori, che pur di salvarsi la vita sacrifica i suoi amici a quattro zampe? Oppure, come lei stessa afferma, è solo una persona che crede nella ricerca vera, che ancora oggi ha necessità di testare il principio attivo sugli animali?

Una legge che fa discutere
Il casus belli è la legge 96 del 2013 varata la scorsa estate dal Parlamento, secondo la quale nei laboratori di ricerca italiani verranno vietati gli xenotrapianti, (dal greco xeno, ossia estraneo, trapianti di organi, tessuti o cellule fra organismi in due specie diverse), l’uso degli animali per i test sulle droghe, l’uso di primati, cani e gatti, se non dopo l’autorizzazione ministeriale; e sarà vietata qualsiasi sperimentazione senza anestesia o analgesico. «Il governo, invece, deve recepire la direttiva europea sulla sperimentazione animale senza stravolgimenti, altrimenti si ferma la ricerca italiana», dice Elena Cattaneo, senatrice a vita ma soprattutto scienziata e ricercatrice di fama internazionale alla Statale di Milano. Dopo le proteste dei ricercatori, che hanno minacciato il ricorso alla Corte di giustizia europea, il governo ha preparato una bozza di decreto legislativo che allo stesso tempo scontenta gli animalisti e che non è sufficiente. «Credo che si siano sottovalutate le implicazioni e le conseguenze di quello che viene enunciato», continua la senatrice. «Rimane il divieto agli xeno-trapianti, rimane anche l’impossibilità di condurre ricerche sulle molecole psicoattive persino nei topi. L’esecutivo deve semplicemente recepire la direttiva comunitaria così come è stata votata dal Parlamento europeo altrimenti costituirà un freno alla ricerca italiana. Non capisco poi perché gli animalisti vogliano cambiarla, visto che in sede europea hanno dato il loro benestare a questa direttiva. Se viene vietata la sperimentazione animale allora bisognerà assumersi i rischi e parlare onestamente con i malati per informarli che la ricerca sulle malattie è bloccata. Allo stesso tempo occorre dire che non esistono le metodologie alternative alle cavie da laboratorio. Esistono, è vero, le colture cellulari e gli approcci informatici che affiancano la sperimentazione animale ma non potrebbero sostituirla. Sfido chiunque a venire nel mio laboratorio e spiegarmi in quale modo si sarebbe potuto arrivare ai risultati che abbiamo ottenuto senza usare gli animali».

I più utilizzati sono i topi
Sfrondata da polemiche, emozioni, sentimenti e rancori, insomma, la domanda alla base di tutto verte sulla legittimità o meno della sperimentazione animale: si tratta di una procedura ancor oggi indispensabile e necessaria, anche se dolorosa, oppure altro non è che un’usanza barbara dura a morire, anche perché fomentata dagli interessi economici delle multinazionali del farmaco? Sbrogliare la questione è davvero complicato, soprattutto perché si fatica a trovare informazioni davvero corrette. Alcune cifre sono comunque incontrovertibili: fra il 2007 e il 2009, nei laboratori dei 27 Paesi membri dell’Unione europea, sono stati usati per la sperimentazione scientifica circa 12 milioni di animali: lo rivela un documentato rapporto sulla situazione elaborato dalla Commissione europea l’8 dicembre 2010. Soltanto in Italia, nel medesimo periodo, sono stati impiegati 2.602.773 animali, poco più del 20% del totale comunitario: il dato, nero su bianco, lo si legge sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana (n. 53 del 5 marzo 2011). I più utilizzati sono i topi, con cifre davvero elevate (553.817 nel 2009). Seguono i ratti (200.301), uccelli di natura non ben identificata (31.798), poi i pesci (14.958) e i porcellini d’India (12.993). E così via.

Sotto accusa l’articolo 13
Per tentare di affrontare il problema della sperimentazione animale con maggiore consapevolezza, l’Europa ha emanato la direttiva 2010/63/Ue, invitando gli stati membri ad adeguarsi applicandole nel proprio Paese. In Italia, con un ritardo alquanto imbarazzante, si è giunti proprio l’agosto scorso alla legge delega 6 agosto 2013, n. 96, che ha avuto l’indiscusso merito di scontentare tutti, animalisti e ricercatori tradizionali. Nell’occhio del ciclone è finito soprattutto l’articolo 13. Esso, infatti, introduce una serie di divieti che limitano la ricerca di base, soprattutto quella finalizzata alla cura di specifiche malattie, in special modo la ricerca oncologica: il divieto di xenotrapianti, il divieto di allevamento di cani, gatti e primati non umani, l’anestesia obbligatoria e il divieto d’uso di animali a scopo didattico. Per gli animalisti, queste restrizioni paiono giusto il minimo. Per i ricercatori tradizionali, invece, appaiono come divieti che non avranno altro effetto se non quello di favorire la migrazione della ricerca biomedica verso Paesi privi di controlli e regole.

Male necessario o inutile sacrificio?
Ma per chi non ha alcun potere legislativo o scientifico, per chi può soltanto assistere al dibattito cercando di formulare un’opinione prima di schierarsi, la questione non si esaurisce nei confini della nuova direttiva. Il problema comincia a monte e scaturisce dal tentativo di comprendere se sperimentare sulla pelle dell’animale sia un male necessario, una speculazione finanziaria, un inutile sacrificio, una dolorosa necessità o addirittura una colossale truffa sociale. Il nocciolo di tutto: gli animali sono indi-spensabili oppure se ne può fare a meno, senza perdere qualità e sicurezza nella ricerca? Tra chi sostiene il ruolo chiave giocato dal modello animale nella sperimentazione c’è il dottor Massenzio Fornasier. «Non c’è dubbio che il modello animale sia importantissimo per testare prodotti e farmaci destinati all’uso umano. Se così non fosse, non si avrebbe alcun passaggio intermedio fra l’esperimento in vitro e sugli esseri umani» spiega lo specialista. «Ma non si può porre la domanda demagogica “meglio la vita di un topo o quella di tuo figlio” », fa da contraltare il dottor Stefano Cagno, «perché la sicurezza che offre la risposta di un farmaco su un modello animale è scientificamente inconcludente. Un topo, un cane, un cavallo, persino un primate non sono un essere umano. Qui il problema sta in una verifica compiuta su modelli non validi, che quindi a sua volta genera una sicurezza del tutto inconsistente». Abbiamo sottoposto ai due esperti alcune domande, per comprendere i diversi punti di vista e le ragioni dell’una e dell’altra parte, lasciando al lettore la possibilità di formarsi un giudizio personale.

Un’Italia spaccata in due
Da una recente indagine Ipsos su mille italiani è emerso che una persona su due (il 49 per cento) ritiene accettabile sperimentare sugli animali medicine destinate alla cura degli uomini, mentre l’80 per cento trova inaccettabile che siano effettuati test sugli animali per testare i cosmetici. È in aumento la percezione che la sperimentazione scientifica sia non solo accettabile ma necessaria (dal 51 al 61 per cento), diminuisce la percentuale (dal 41 al 30 per cento) di chi pensa che la tecnologia possa sostituire la maggior parte dei test sugli animali e aumenta dall’8 al 13 per cento chi crede che la sperimentazione animale sia ancora la più sicura per garantire l’efficacia dei test.

Per saperne di più
Per chi desiderasse approfondire l’argomento della sperimentazione animale e cercasse documenti che offrono nuovi spunti per la discussione può provare su questo documento in formato pdf, dal titolo “Dieci risposte dal mondo della ricerca italiana alla comunità animalista”. Tutto è partito da un’iniziativa del dottor Stefano Cagno che, nell’aprile 2011, ha invitato gli scienziati italiani pro sperimentazione a non ignorare le “Dieci domande a cui i vivi-settori non rispondono”. Il dibattito, a distanza di anni, è ancora aperto e stimolante. Chi vuole conoscere più a fondo le ragioni degli antisperimentalisti può recarsi sul sito http://alternativesperimentazioneanlmale.wordpress.com. Particolarmente esaustiva la pagina dedicata ai metodi alternativi all’impiego di animali nei laboratori, che fa davvero il punto sulla situazione odierna.

Pareri a confronto

FAVOREVOLE
Dottor Massenzio Fornasier
Presidente della Società italiana veterinari animali da laboratorio (Sival), società federata in Anmvi (Associazione nazionale dei medici veterinari) e rappresentante per l’Italia in Fve (Federazione europea veterinari)

CONTRARIO
Dottor Stefano Cagno
Psichiatra e dirigente medico presso l’Azienda ospedaliera Ospedale civile di Desio e Vimercate (Mi). Fa parte della Lega internazionale medici per l’abolizione della vivisezione (Limav) e del comitato Equivita.

Il modello animale è davvero utile per poter stabilire che cosa può o non può nuocere a un essere umano?
Fornasier: Siamo coscienti che i modelli animali non sono identici a modelli umani. Ma sono gli unici su cui sia possibile fare test prima di sperimentare una sostanza direttamente sugli esseri umani. Eliminarli significherebbe non avere alcun riscontro fra la sperimentazione in vitro (cioè effettuata in laboratorio, ndr) e quella condotta invece sulle persone, costringendo queste ultime a rischi più gravi.
Cagno: Non esiste alcuna utilità a usare modelli animali nella sperimentazione. Questi test, infatti, non sono mai stati validati scientificamente da nessuno. Di contro, negli Stati Uniti, il 52% dei farmaci che giungono al pubblico presentano pesanti e non previste controindicazioni: segno che tale sperimentazione non raggiunge in alcun modo gli obiettivi di sicurezza desiderati. E questo perché la differenza tra specie è incolmabile e i risultati inconsistenti.

Un domani sarà possibile giungere a una sperimentazione senza animali da laboratorio?
Fornasier: Molto probabilmente no. Il problema, infatti, è che una cosa è una coltura di cellule, un’altra un organismo vivente. Gli animali restano l’unico modo per poter testare i prodotti su un organismo vero e proprio, non su cellule o simulazioni. Di certo, però, sarà sempre più possibile ridurre il numero degli animali, grazie all’avanzamento della tecnologia. Ma non lo si potrà ridurre a zero, per quanto si sia sempre alla ricerca di animali meno evoluti, come per esempio gli insetti.
Cagno: Già oggi esistono numerosi metodi alternativi che possono sostituirsi alla sperimentazione animale: non si parla infatti più solo di tecniche in vitro, ma di modelli bioinformatici e microcircuiti cellulari per indagini tossicologiche. Il problema vero, però, è che per validare ciascun metodo occorrono almeno 10 anni di prove e di esami, senza che nessuno si occupi di eliminare le numerose barriere che rendono lunghissimi questi riconoscimenti.

Esiste un controllo su questi esperimenti?
Forniasier: Naturalmente. Negli istituti di ricerca esiste un Comitato etico che stabilisce se l’esperimento è scientificamente corretto, se la metodologia è appropriata e se l’uso dell’animale è insostituibile o no. Poi c’è l’Asl locale di competenza e il Ministero della salute: quest’ultimo rilascia autorizzazioni specifiche nel caso il progetto preveda l’uso di animali vivi o in campo didattico o senza anestesia, oppure l’uso di cani, gatti e primati non umani. Ogni laboratorio ha inoltre un veterinario che controlla gli animali.
Cagno: II Comitato etico non è un organismo super partes, ma è costituito dalle medesime persone che compiono gli esperimenti, così che si fatica a pensarle in piena contraddizione con quanto fanno in laboratorio. Anche la presenza del veterinario, dipendente della struttura o consulente, è risibile: perché dovrebbe mettersi contro il proprio datore di lavoro? Ma la cosa più grave è che l’ 80% degli esperimenti è autorizzato tramite il meccanismo del silenzio assenso: se non si riceve alcuna comunicazione, si può procedere.

Spesso si sente dire che la sperimentazione animale è pilotata dalle multinazionali farmaceutiche. Vero o falso?
Fornasier: Falso. Sperimentare sugli animali costa alle case farmaceutiche milioni e milioni di euro. Il fatto che si spendano tutti questi soldi dimostra che è indispensabile farlo: in caso contrario, perché non saltare questo passaggio e giungere prima sul mercato, con spese infinitamente minori?
Cagno: Vero. La sperimentazione animale è una comoda tutela giuridica per queste multinazionali, che possono mettersi al sicuro davanti alla legge impugnando i test. Peccato che, cambiando specie animale, si possono pilotare questi test a piacere, dato che una sostanza nociva per una bestia può non esserla per un’altra.

Allevare animali da laboratorio in Italia: meglio proibirlo oppure no?
Fornasier: Assolutamente no. Sapere dove è stato allevato un animale e in quali condizioni è importantissimo: tutte informazioni che mancherebbero se si dovessero acquistare le cavie all’estero. Inoltre, trasporti e viaggi in condizioni incontrollabili sarebbero ancora più pesanti per l’animale. Chiudere gli allevamenti italiani significa danneggiare prima di tutto le bestie stesse.
Cagno: Chiudere gli allevamenti italiani sarebbe di sicuro un gesto di civiltà, ma dovrebbero essere chiusi anche tutti gli altri nel mondo, per avere un reale miglioramento. Gli sperimentatori non farebbero altro che acquistare cavie all’estero. Smantellare solo gli allevamenti nazionali non ha molto senso. Dovrebbero invece aumentare i controlli e le sanzioni in caso di maltrattamenti.

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