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Tumori e alimentazione

Minnie Luongo, N. 8/9 agosto/settembre 2014

I bambini (ma anche molti adulti) odiano i cavoli. Ma non sono i soli: anche i tumori stanno ben lontani da queste verdure e, di conseguenza, dai loro più assidui consumatori. Oltre a broccoli e cavolfiori sono tanti gli alimenti che fanno da scudo all’insorgenza di più forme tumorali. Ormai è convinzione diffusa, anche fra molti autorevoli specialisti, che esiste un’evidente e provata correlazione fra alimentazione e cancro. Il dottor Luca Speciani, medico alimentarista, da anni si dedica, anche, a quest’argomento.

Esiste una dieta contro il cancro?
Premessa indispensabile: si tratta di un tema delicato ma importante per scoprire se esiste davvero una relazione tra ciò che mangiamo e alcuni tipi di tumore. Da diversi anni numerose ricerche oncologiche si sono susseguite, tra conferme e smentite, per cercare di dare una risposta a questa domanda.
«I cibi sono farmaci, da questo non si può prescindere – sottolinea Luca Speciani -. Detto ciò, desidero ricordare che, a partire dal 1994, esattamente 20 anni fa, la scoperta della leptina, in Pennsylvania (Usa), ha indicato una nuova strada che prescinde dagli apporti calorici maggiori o minori, per dare invece valore alla regolazione delle modalità di accumulo o di consumo dell’organismo da parte dell’ipotalamo (un pezzo molto antico del nostro cervello che già regola pressione, temperatura, idratazione, fertilità). In altre parole: se l’ipotalamo dice all’organismo che può consumare, consuma. Se dice che non può permetterselo, accumula. Grasso.
Dopo la scoperta della leptina (molecola segnale prodotta dal tessuto adiposo, che diventava pertanto un organo endocrino a tutti gli effetti) si sono susseguite le scoperte di altre molecole secrete dalle nostre cellule adipose dagli importanti risvolti nei confronti dell’attività ipotalamica di regolazione del grasso. Adiponectina e resistina sono altre due molecole importanti nell’induzione del dimagrimento e dell’ingrassamento, che vanno a completare il quadro già articolato degli effetti della leptina. Via via, poi, si sono scoperte – o meglio, definite – le azioni ipotalamiche di altre “molecole-segnale”, questa volta provenienti dall’apparato digerente, come la ghrelina, la colecistochinina, il glp-1 e altre, che nel loro complesso prendono il nome di enterochine. Adipochine (dai grassi) ed enterochine (dal digerente), pertanto, sono molecole-segnale regolatorie dell’attività ipotalamica e, in definitiva, dell’accumulo o del consumo di grasso corporeo. La conoscenza di come questi segnali possano essere guidati nella direzione voluta da alimenti, integratori e modifiche nello stile di vita ha rappresentato il mio ambito di studio e ricerca degli ultimi anni».

L’importanza delle difese immunitarie
Nel 2004, assieme a suo fratello Attilio, medico immunologo, il dottor Luca Speciani ha provato a dare un senso compiuto a tutte queste nuove informazioni che i lavori scientifici fornivano, creando un insieme di regole, via via perfezionate nel tempo, a cui hanno dato il nome di dietaGift (acronimo che significa Gradualità, Individualità, Flessibilità, Tono). Il libro che ne è nato s’intitola “DietaGIFT. Dieta di segnale”. Se ne evince che compito del medico o del nutrizionista “di segnale” è quello di accompagnare gentilmente il proprio paziente verso questo particolare equilibrio, oltremodo prezioso. Le informazioni scientifiche disponibili a partire dal 1994 ci consentono per la prima volta di farlo alla luce della scienza e non più, come un tempo, sulla base di illuminate intuizioni. Lo scopo delle regole Gift nel loro insieme non è quello di far perdere peso, bensì di regolare la modalità ipotalamica verso l’accumulo o il consumo. È un pò come se cercassimo di regolare la vite di un marchingegno per trovare un punto di equilibrio più alto o più basso, ma stabile. Una dieta ipocalorica, invece, tira il marchingegno forzandolo. Se anche non si spezza, torna ben presto nella posizione originaria, come una molla tirata e poi rilasciata.

«Poiché la secrezione di leptina corrisponde a un’attivazione metabolica importante (l’individuo geneticamente privo di leptina è gravemente obeso) in grado di agire sulla tiroide, sulla tendenza a muscolare, sul surrene, sulle gonadi e sul senso di sazietà, abbiamo cercato di capire, attraverso i numerosi lavori scientifici disponibili, quali fossero le leve in grado di stimolare naturalmente la leptina, e le altre molecole segnale dotate di effetto positivo verso il dimagrimento (che, repetita iuvant, non è perdita di peso, ma perdita di massa grassa!). In parole più semplici si può dire che abbiamo cercato di imparare il linguaggio dell’ipotalamo per poter interagire con lui, inducendo risposte mirate.

Il primo e più importante segnale che va ad attivare l’ipotalamo è un adeguato apporto energetico. Se c’è “benzina” il metabolismo lavora. Se la benzina manca invece tutto si ferma, e la prima caloria che arriva viene poi accumulata sotto forma di grasso. Poiché i messaggi più importanti vengono recepiti al mattino, abbiamo ipotizzato che una colazione molto ricca potesse orientare verso il consumo le attività dei diversi organi. La conferma sperimentale del dato è in realtà già scritta in numerosi lavori scientifici che documentano come, a parità di apporto complessivo, una ricca colazione induca un più rapido dimagrimento.

Mangiare con abbondanza, tuttavia, presuppone il fatto che gli alimenti utilizzati per cibarsi siano di qualità, dove per qualità intendiamo simili agli alimenti naturali di cui l’uomo si è cibato negli ultimi 200.000 anni: frutta e verdura in abbondanza, proteine animali e vegetali (carne, pesce, uova, semi oleosi) e un “contorno” di cereali integrali, legumi, castagne e altri semi, frutto di raccolta. L’alimentazione umana non può prevedere zucchero, farine raffinate, grassi fritti o idrogenati, dolcificanti, conservanti, e deve moderare l’oggi esagerato consumo di latticini e di cereali, soprattutto se raffinati (privati della fibra e del germe) e monospecie (frumento). Anche su questo la documentazione scientifica è chiarissima: cibi zuccherati o ricchi di amidi e privi di fibra sono potenti ingrassanti a causa delle reazioni biologiche connesse con i picchi insulinici da essi prodotti.

Altrettanti danni sono provocati su altri fronti dai grassi idrogenati (aterosclerosi e danno cardiovascolare in genere) dagli edulcoranti (induzione all’iperalimentazione) e dalle diete troppo monotone (eccesso di glutine, di caseina, risposte allergiche) o prive di fibra (diverticolosi, stipsi, cancro al colon). La libertà nella quantità dei cibi, e la conseguente fiducia nella perfetta regolazione ipotalamica dell’appetito, sono strettamente correlate con una forte attenzione verso la qualità. Nessun animale è mai grasso, in natura, pur non facendo alcuna dieta: mangia solo il suo cibo naturale fino a completa sazietà. E non conosce diabete, ipercolesterolemia o patologie cardiache. Gli unici animali grassi, oltre ad Homo sapiens, sono quelli che con Homo sapiens condividono il cibo raffinato: il cane o il gatto della nonna».

Cibi e cancro
Fin qui indicazioni e suggerimenti per quanto riguarda la dieta, o meglio uno stile alimentare sano. Ma tornando all’argomento che ci sta a cuore – relazione fra alimenti e tumori – che cosa è bene includere nei cibi da consumare quotidianamente, e quali invece ridurre se non eliminare del tutto? In pratica, basta applicare – almeno secondo la scuola di pensiero del dottor Speciani – ciò che, come alimentarista, egli consiglia ai suoi pazienti. Pertanto: via libera a frutta e verdura in grande quantità, che sarebbero anche in grado di restituire forze ed energia all’organismo debilitato di chi è stato colpito da un tumore e, assieme, per evitare quanto possibile delle recidive. Per tenere alla larga i tumori: «attenzione alle infiammazioni, che sono quelle che possono provocare patologie tumorali e abbassare le difese immunitarie». Sbagliato, inoltre, demonizzare le carni rosse: «Questa, della carne rossa con effetti cancerogeni, è proprio una bufala: è sufficiente mangiare carne rigorosamente made in Italy, che – per legge – dev’essere, tutta, priva di estrogeni. Così come i salumi non devono essere messi sempre sotto accusa: ci sono due nostri famosi marchi (prosciutti crudi) che non contengono né nitriti né nitrati. Giusto, invece, insistere sui pericoli racchiusi in una semplice bruciacchiatura, magari su quella che crediamo un’innocua pizza, prodotto della nostra dieta mediterranea, spesso contrabbandata come salvavita. Ma a torto, se non “spiegata” nei dettagli».
Oltre al cibo – nella lotta contro il cancro come in quella contro il peso – mai prescindere da uno stile di vita che preveda una costante abitudine al movimento fisico. Ed essere consapevoli che, se molti cibi costituiscono veri e propri farmaci salutari, non altrettanto si può dire di alcuni medicinali, sia pure prescritti dai medici.

In Italia
Nel nostro Paese notevoli differenze sono state registrate tra l’area di Forlì-Ravenna, così come quella di Firenze, rispetto al resto della Penisola. In queste zone, infatti, l’incidenza del tumore allo stomaco è quattro volte superiore rispetto al centro-sud. Si ritiene che questa notevole differenza sarebbe legata, anche, a una dieta ricca di salumi e insaccati, che troppo spesso sono eccessivamente ricchi di nitriti e nitrati.
In ogni caso, nessun alimento in particolare è stato individuato come protettivo o causale; l’unica relazione certa sembra essere quella tra l’eccessivo consumo di grassi e il tumore della mammella nella donna, e il carcinoma del colon, sia nel maschio che nella femmina.
L’abuso di alcol resta – sempre – un importante fattore predisponente per lo sviluppo della cirrosi epatica e, quindi, di vari tipi di tumori.

Cancro e area geografica
Stando alle attuali conoscenze, una percentuale compresa tra il 30 e il 50% dei tumori potrebbe essere “evitata” grazie a una dieta corretta. La relazione tra alimentazione e cancerogenesi è stata scoperta anche attraverso lo studio dell’incidenza di alcuni tipi di cancro in relazione all’area geografica di appartenenza. Si è così scoperto che certi tumori sono più frequenti in alcuni Paesi rispetto ad altri.
Ulteriori ricerche, inoltre, hanno dimostrato che la diffusione di tali forme tumorali tende a livellarsi ai valori usuali di una determinata area geografica quando una persona si trasferisce stabilmente in tale parte del mondo, adottando di conseguenza le abitudini alimentari tipiche del nuovo contesto socio-economico. Differenze che, spesso, si rivelano molto spiccate.

Per esempio...
Secondo alcuni dati ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità OMS (anche se non recentissimi):

  • il cancro dello stomaco in Giappone è 25 volte più frequente che in Uganda, quello del colon negli Stati Uniti è 10 volte più diffuso che in Nigeria, mentre il cancro del fegato in Mozambico risulta addirittura 100 volte più frequente che in Inghilterra.
  • E ancora: i nigeriani che vivono in Africa hanno meno tumori del colon, del retto e del fegato di quelli emigrati negli Stati Uniti; tra i giapponesi emigrati nelle Hawai, dove lo stile di vita è di tipo occidentale, la frequenza dei tumori è diversa rispetto a quella che si registra nella madre-patria.
  • Analogo discorso può essere fatto per il cancro alla mammella: mentre l’incidenza di questo tipo di tumore è elevata nei Paesi industrializzati occidentali, nell’area asiatica il rischio è notevolmente inferiore e aumenta sensibilmente non appena le donne orientali migrano verso tali Paesi.
  • L’incidenza più bassa per il cancro alla prostata è stata registrata a Singapore ( 13% ) e a Hong Kong ( 15% ), mentre il più alto valore è appannaggio della Svezia ( 31% ). Infine, è stato constatato che uno svedese – che ha già il doppio di probabilità rispetto ad uno di Hong Kong di essere portatore di tumore prostatico – ha una probabilità otto volte maggiore di morire per questo tipo di tumore.

La parola a Franco Berrino
All’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano Franco Berrino, già direttore dell’Unità di Epidemiologia, è per molti una sorta di guru per insegnamenti dietetici, con “conferenze-lezioni” sempre affollatissime. Convinto assertore dell’utilità di una dieta “corretta” per evitare l’insorgere del cancro, nei suoi numerosi scritti (talvolta per specialisti, come lo stralcio che riportiamo), la relazione dieta-cancerogenesi risulta inequivocabile. «L’alimentazione può giocare un ruolo importante in tutte le fasi del processo di cancerogenesi, dall’esposizione a cancerogeni ambientali, alla modulazione della dose interna, la riparazione dei danni al DNA, l’attivazione di meccanismi di morte cellulare programmata, la trasduzione del segnale di vari fattori di crescita, alla modifica della biodisponibilità di ormoni steroidi, insulina e fattori di crescita insulinosimili, che possono favorire la progressione del clone neoplastico. Esempi di sostanze cancerogene ingerite con gli alimenti sono le aflatossine, la cui responsabilità nell’eziologia del carcinoma epatico umano è chiarita anche a livello molecolare, le nitrosamine, associate soprattutto al consumo di alimenti (mal) conservati, che molti indizi legano ai tumori dello stomaco e dell’esofago; e le amine eterocicliche, che si formano nella cottura delle carni, cancerogene per l’intestino e la mammella in sistemi sperimentali e riscontrate associate agli stessi tumori in alcuni studi epidemiologici.(…). Il consumo di carni rosse trattate ad alta temperatura aumenterebbe il rischio particolarmente nei soggetti con rapida attività N-acetiltransferasica e degli enzimi ossidativi Cyp 1A2».

Dottor Luca Speciani, medico alimentarista.

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