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Una dieta ricca di grassi aumenta il rischio di tumore al seno

Vera Lanza, N. 8/9 agosto/settembre 2014

Che un certo tipo di alimentazione ci aiutasse a rafforzare le nostre difese immunitarie e quindi a difenderci dal tumore era una consapevolezza piuttosto diffusa. Ma che un’alimentazione sbilanciata, particolarmente ricca di grassi saturi, aumentasse il rischio di tumore al seno, questo si poteva solo supporre. Il passo avanti verso questa coscienza è arrivato grazie a una ricerca dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. L’ipotesi di una relazione tra consumo di grassi e tumore al seno risale agli anni Settanta quando si osservò che nei Paesi a maggior consumo pro capite di grassi era molto più alta l’incidenza della malattia. Ma per decenni gli studi epidemiologici sull’argomento hanno dato risultati contrastanti. A fare chiarezza subentrano ricercatori dell’Int, guidati da Sabina Sieri della struttura di Epidemiologia e Prevenzione del Dipartimento di Medicina Predittiva e Preventiva. Il loro lavoro ha rivelato che una dieta ricca di grassi saturi aumenta il rischio di tumore al seno, tanto maggiore nelle donne che sviluppano tumori della mammella ormonodipendenti.

Lo studio ha riguardato più di 10.000 donne che hanno sviluppato il tumore al seno tra le oltre 300.000 volontarie provenienti da dieci Paesi del vecchio continente partecipanti al progetto europeo EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition), uno studio internazionale che mira a fare luce sulla relazione tra dieta, stile di vita, fattori ambientali e incidenza di cancro e di altre malattie croniche. EPIC è il più grande studio tra alimentazione e salute mai intrapreso e vede coinvolti più di mezzo milione di persone (520.000) provenienti da dieci Paesi europei: Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia e Regno Unito. Le pazienti arruolate sono state osservate per più di 11 anni. Il dato emerso è che il maggior rischio di sviluppare un tumore al seno per chi consuma elevate quantità di grassi saturi è del 14% ma considerando i sottotipi tumorali aumenta del 28% e del 29% nelle donne che sviluppano tumori della mammella rispettivamente con recettori positivi per gli estrogeni (ER+) e per il progesterone (PR+) e con recettori negativi per il fattore di crescita dell’epidermide (HER2-).

Lo studio condotto dall’Int, pubblicato sulla rivista scientifica Journal of National Cancer Institute, risolve, dunque, molte delle controversie a cui erano giunti gli studi epidemiologici dei decenni passati e fa luce sui possibili meccanismi dell’aumentato rischio. A finire sotto accusa sono i grassi saturi da fonti animali. Sono loro i principali responsabili e non, ad esempio, gli oli vegetali; l’aumento di rischio riguarda soprattutto i sottotipi di tumore al seno che rispondono a terapie ormonali. I risultati supportano quindi l’ipotesi che una dieta ad alto contenuto di grassi aumenti i livelli di estrogeni e pertanto stimoli maggiormente lo sviluppo di tumori ormono-dipendenti.

«Questo lavoro dimostra l’importanza strategica degli studi epidemiologici – commenta Marco Pierotti, Direttore Scientifico dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – sui quali, investendo, si ottengono risultati rilevanti non solo per la definizione di corretti stili di vita ma anche per la comprensione dei meccanismi di insorgenza dei tumori, come in questo caso per un sottotipo di tumore al seno». Le raccomandazioni degli esperti partono da semplici abitudini alimentari da assumere come vero stile di vita. Fondamentalmente tutto ruota attorno alla riduzione del consumo di grassi saturi che provengono in gran parte da carni e latticini. Questi non sono da eliminare del tutto ma da tenere sotto controllo. In una dieta equilibrata i grassi saturi non devono superare il 10% delle calorie giornaliere.

Inoltre, alla luce di diverse ricerche si ritiene che assumere cibi di animali allevati con mangimi ricchi di estrogeni può condizionare lo sviluppo di alcuni tipi di tumore. Alimentarsi bene, magari riducendo la quantità di proteine di natura animale, specialmente se derivate da animali allevati, potrebbe essere un vantaggio. Un secondo vantaggio, che sicuramente si associa alla prognosi, è mantenere una forma fisica adeguata: per una serie di ragioni connesse ai livelli d’insulinemia e ad alcuni fattori di crescita che hanno meccanismi d’azione simili a quelli dell’insulina, l’accumulo di grassi e il sovrappeso costituiscono fattori di rischio sia nello sviluppo sia nella prognosi del tumore. È bene dunque evitare le diete iperproteiche e privilegiare una dieta bilanciata, come quella mediterranea, ricca di verdure, pesce, con carboidrati di buona qualità, bevendo molti liquidi e facendo adeguata attività fisica.

Alimentazione corretta
È sempre utile leggere qualche suggerimento, da valutare poi con il proprio medico nutrizionista, tratto dalle Linee Guida nazionali per mantenere un’alimentazione sana e ridurre il rischio del sovrappeso, soprattutto dopo un intervento chirurgico. In Italia siamo avvantaggiati rispetto ad altri Paesi, perché la nostra dieta mediterranea è già un ottimo esempio da seguire. Cereali, legumi, ortaggi e frutta sono l’ideale e andrebbero consumati tutti i giorni. Da preferire sempre la frutta e gli ortaggi di stagione (sono ricchi di fibre, vitamine, sali minerali e antiossidanti; per i legumi (da mangiare almeno 2 volte alla settimana) sia freschi sia secchi, cercate di limitare l’aggiunta di oli e grassi che vanno eventualmente sostituiti con aromi e spezie; consumate regolarmente pane, pasta, riso e altri cereali, molto meglio se integrali, evitando troppi condimenti grassi; nel carrello della spesa preferite prodotti ottenuti a partire da farine integrali e non con la semplice aggiunta di crusca o altre fibre.

Grassi. Moderatene la quantità insieme a oli per condire e cucinare, in particolare quelli di origine animale (burro, lardo, strutto, panna ecc.); meglio olio extravergine d’oliva e olii di semi, da usare “a crudo”. Non eccedere nel consumo di alimenti fritti; mangiare più spesso il pesce, sia fresco che surgelato (2-3 volte a settimana) rispetto alla carne, che va consumata con moderazione e scelta magra, preferibilmente bianca come pollo e tacchino. I grassi nella dieta sono stati da diverso tempo collegati al maggiore rischio di cancro all’intestino (o colon) e, in particolare, quelli saturi di origine animale come quelli contenuti nella carne rossa. Gli scienziati insistono nel ricordare quanto sia importante ridurre il rischio iniziando dalla tavola: limitando l’apporto di grassi saturi di origine animale, ma anche tenendo sotto controllo altri fattori di rischio come le malattie infiammatorie intestinali, il diabete di tipo 2, il fumo, la familiarità e così via. Tornando al carrello della spesa, un paio di uova alla settimana vanno benissimo. Sia il latte che i formaggi vanno scelti “leggeri”, quindi latte scremato e formaggi magri. Limitare il consumo di salumi (1-2 volte la settimana).

Zuccheri, dolci e bevande zuccherate. Vanno consumati con moderazione, limitando i prodotti che contengono molto saccarosio.

Acqua. La regola d’oro è bere mediamente 1,5-2 litri di acqua al giorno, fuori pasto, di preferenza acqua oligominerale a basso pH. Bevande diverse (come aranciate, bibite di tipo cola, succhi di frutta, caffè, tè) oltre a fornire acqua apportano anche altre sostanze che contengono calorie (ad esempio zuccheri semplici) o che sono farmacologicamente attive (ad esempio caffeina). Tanto potete abbondare con l’acqua tanto dovreste ridurre drasticamente il sale. E comunque preferite quello arricchito con iodio; limitare anche l’uso di condimenti alternativi contenenti sodio (dado da brodo, ketchup, salsa di soia, senape ecc.); insaporire i cibi con del limone o erbe aromatiche (come aglio, cipolla, basilico, prezzemolo, rosmarino, salvia, menta, origano, maggiorana, sedano, porro, timo, semi di finocchio) e spezie (come pepe, peperoncino, noce moscata, zafferano, curry).

Bevande alcoliche. Anche qui, la regola è la moderazione; mentre sono da limitare i superalcolici. A queste semplici regole da seguire, un ultimo suggerimento riguarda i metodi di cottura: da consigliare quello al vapore, seguito da stufato e bollito.

Due pesche al giorno inibiscono la metastasi del cancro al seno
Le pesche inibiscono le metastasi del cancro al seno. Un nuovo studio, pubblicato sul “Journal of Nutriotional Biochemistry”, ha dimostrato che i trattamenti con estratto di pesca bloccano l’insorgenza di metastasi del cancro al seno nei topi. La miscela di composti fenolici presenti nella pesca è efficace nella lotta alle metastasi del tumore alla mammella, secondo la ricerca condotta da Luis Cisneros – Zevallos del Texas A&M AgriLife Research. Il cancro al seno nell’emisfero occidentale è la malattia più comune tra le donne. La maggior parte delle complicazioni e dei decessi associati a questo tipo di cancro è dovuta alle metastasi. «Abbiamo impiantato cellule tumorali di un tipo aggressivo di cancro al seno, l’MDA-MB-435, nei topi – ha spiegato il responsabile dello studio – e abbiamo osservato l’inibizione di un gene marcatore nei polmoni correlata all’inibizione delle metastasi poche settimane dopo che gli animali hanno iniziato a consumare estratti di pesche. Dopo aver determinato la dose necessaria per innescare questi effetti sui topi abbiamo calcolato che è l’equivalente del consumo di due-tre pesche al giorno per l’uomo. Si tratta di risultati sorprendenti e importanti perché rivelano l’impatto che i composti naturali – in questo caso i composti fenolici delle pesche – hanno contro il cancro al seno e le metastasi. Includere questi frutti nella dieta potrebbe fornire un ulteriore strumento per prevenire e combattere questa terribile malattia che colpisce così tante persone».

Il tumore del seno
Nelle donne un tumore maligno ogni tre, cioè il 29%, è un tumore mammario. Una percentuale molto alta e che colpisce in tutte le fasce di età. Il carcinoma mammario è la prima causa di morte per tumore nelle donne. C’è da sottolineare che la sopravvivenza relativa a 5 anni dalla diagnosi, indipendentemente da altre comorbidità, è in moderato e costante aumento da diversi anni: 78% per le donne ammalate dal 1990 al 1992, 87% dal 2005 al 2007 (Fonte: I numeri del cancro in Italia 2013, Aiom, Airtum). Altra cosa da memorizzare è che circa il 60% dei tumori della mammella sono positivi per gli estrogeni (ER+) e per il progesterone (PR+). Questi tipi di tumori sono considerati ormono-dipendenti e rispondono alle terapie endocrine; la prognosi e la terapia dipendono dallo stadio in cui viene diagnosticato. A seconda delle fasi di crescita, si determinano 4 differenti stadiazioni del tumore della mammella:

  • stadio I – il tumore è in fase iniziale, ha un diametro non superiore a 2 cm ed è limitato alla mammella;
  • stadio II – il tumore è ancora in fase iniziale, può avere un diametro di meno di 5 cm e coinvolgere i linfonodi ascellari o essere più grande di 5 cm ma senza coinvolgere i linfonodi;
  • stadio III – il tumore è in stadio localmente avanzato, di dimensioni variabili e ha coinvolto i linfonodi ascellari o i tessuti del torace;
  • stadio IV – il tumore è in fase metastatica e coinvolge altri organi oltre alla mammella.

Gli obiettivi attuali del trattamento per le pazienti con tumore al seno metastatico comprendono: il controllo dei sintomi e della malattia; il prolungamento della sopravvivenza; il miglioramento della qualità della vita. Non esiste un unico standard di cura per le pazienti con tumore al seno metastatico e per individuare il trattamento più adeguato vanno, infatti, presi in considerazione una serie di elementi: fattori prognostici, eventuale stato menopausale, presenza di condizioni di co-morbilità, sintomi, previsti effetti indesiderati del trattamento. La maggior parte delle pazienti è affetta da tumori che non sono sensibili alle terapie ormonali, le quali consistono nell’assunzione di farmaci che agiscono direttamente sugli ormoni sessuali (estrogeni e alcuni sul progesterone), la cui azione favorisce lo sviluppo o la progressione del tumore. Per queste pazienti, per coloro che sono colpite da forme aggressive e per quella piccola percentuale di donne (circa il 5% ) che presentano subito la malattia in fase metastatica, la chemioterapia citotossica è il trattamento preferenziale.

NEWS DAL MONDO

Frutta e verdura riducono il rischio di noduli al seno nelle adolescenti
Le adolescenti che mangiano più frutta e verdura hanno un minor rischio di sviluppare, una volta adulte, i noduli benigni al seno che possono fare da precursori per i tumori. Lo afferma uno studio del Brigham and Women Hospital di Boston pubblicato dalla rivista “Pediatrics”. Lo studio si basa sui dati di 6.500 ragazze che hanno riempito un questionario sulle loro abitudini alimentari per tre anni a partire da quando ne avevano 12. Tra 9 e 14 anni dopo è stato chiesto loro di compilare un altro questionario sullo stato di salute e su eventuali diagnosi di noduli benigni. Sulla base delle risposte ai primi questionari le ragazze sono state divise in quattro gruppi, a seconda del consumo di cibi ricchi di carotenoidi, sostanze antiossidanti considerate antitumorali. Il gruppo con la minore quantità di beta-carotene – secondo lo studio – aveva una probabilità doppia di ricevere una diagnosi della patologia rispetto a quello che aveva la maggiore.

Gli estrogeni sono una causa diretta del cancro al seno
Un nuovo studio della Queen’s University di Belfast ha dimostrato che esiste un collegamento diretto tra alti livelli di estrogeno e danni al Dna, che causano cancro, nei seni e nelle ovaie. La ricerca ha anche scoperto che le donne portatrici della pericolosa mutazione BRCA1 non riescono a fronteggiare questi elevati tassi ormonali, diventando così vulnerabili ai danni del Dna e di conseguenza all’insorgenza dei tumori alla mammella e alle ovaie. La variante è infatti correlata a un aumento del rischio, pari all’ 85%, di sviluppare cancro al seno e del 40 di sviluppare il cancro ovarico nel corso della vita. Lo studio britannico, pubblicato su “Cancer Research”, è il primo a fornire una prova evidente delle interazioni tra salita di estrogeni e insorgenza dei tumori mammari e ovarici tra le portatrici della mutazione del BRCA1. «Grazie a questa scoperta avremo l’opportunità di sviluppare un trattamento alternativo alla chirurgia per queste pazienti» ha spiegato Kienan Savage del Centre for Cancer Research and Cell Biology (CCRCB) della Queen’s University.

La chemioterapia contro il cancro al seno riduce l’occupazione per le donne
Le donne che si sono sottoposte a chemioterapia per il cancro alla mammella hanno meno probabilità di trovare lavoro. Almeno a distanza di quattro anni dal trattamento. Sono queste le conclusioni a cui è giunto uno studio dello University of Michigan Comprehensive Cancer Center. I ricercatori hanno coinvolto nello studio 746 donne che avevano ricevuto una diagnosi precoce di cancro al seno mentre avevano un lavoro. Le partecipanti sono state seguite per nove mesi dopo la diagnosi e in una ricerca su follow-up dopo quattro anni. In generale, il 30% di queste donne riportava di non avere più un lavoro a distanza di quattro anni. Quelle che avevano ricevuto la chemioterapia avevano le maggiori probabilità di essere disoccupate, relativamente allo stesso arco di tempo. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Cancer.

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