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“Scatti di energia” contro il tumore ovarico
Stefania Bortolotti, N. 12 dicembre 2014
Un vero e proprio muro di silenzio circonda il tumore ovarico che nel mondo colpisce circa 250.000 donne, con una mortalità a 5 anni del 50%. In Italia circa 37.000 donne convivono con questo tumore, ogni anno si diagnosticano circa 5.000 nuovi casi. Ma secondo un’indagine promossa da ACTO onlus (Alleanza contro il Tumore Ovarico) in Italia 6 donne su 10 non conoscono questa patologia e il 70% non sa indicarne i sintomi e gli esami a cui sottoporsi. A causa di sintomi non specifici e non riconosciuti, la diagnosi arriva quasi sempre in fase avanzata, quando le terapie hanno minori chance di successo.
«Le donne non conoscono il tumore ovarico e quindi non ne parlano, i media se ne occupano ancora troppo poco e anche la maggior parte delle donne che sono guarite o convivono con la malattia preferisce non parlarne – afferma Nicoletta Cerana, Presidente ACTO onlus – ma c’è chi, come ACTO onlus ha deciso di lottare per rompere questo pesante muro di silenzio e impegnarsi in prima persona per sconfiggere la malattia: in questa chiave abbiamo realizzato “Scatti d’energia”, una campagna corale a cui hanno partecipato personaggi celebri e cittadini comuni, perché il tumore ovarico non è solo un problema di chi ne è colpito, ma un problema di tutte le donne attente alla propria salute».
La sintomatologia del tumore ovarico è aspecifica e praticamente assente in fase iniziale, tanto che la neoplasia nell’ 80% dei casi dà segni di sé quando è in fase avanzata (stadio III o IV). Il principale fattore di rischio è la familiarità per tumore ovarico e la presenza della mutazione genica BRCA1 e BRCA2 che espone anche ad un più elevato rischio di tumore mammario. Fondamentale per le donne è riconoscere tempestivamente i segni di questo terribile tumore.
«Il tumore ovarico è una malattia subdola, riconoscere i sintomi è importante, ma in questa neoplasia la sintomatologia è quanto mai aspecifica: dolori addominali (crampi, fitte), gonfiore addominale, cambiamento delle abitudini dell’alvo sono disturbi che possono presentarsi in molte altre patologie» spiega Sandro Pignata, Direttore della Struttura Complessa di Oncologia Medica Uro-Ginecologica all’Istituto Nazionale Tumori IRCCS – Fondazione Pascale di Napoli. «Tuttavia ogni volta che si presenta un sintomo che non è mai stato presente e che si ripete per settimane, una donna deve allertarsi e rivolgersi subito al ginecologo che deciderà gli accertamenti del caso, facendo prima di tutto un’ecografia che può, ma non sempre, individuare la massa ovarica. Purtroppo non ab-biamo al momento test o screening attendibili di altra natura». Solo la diagnosi tempestiva può migliorare le probabilità di sopravvivenza: se il tumore ovarico viene diagnosticato in stadio iniziale la possibilità di sopravvivenza a 5 anni è del 75-95% mentre la percentuale scende al 25% per tumori diagnosticati in stadio molto avanzato.
«La diagnosi tempestiva cambia la prognosi perché consente una chirurgia ottimale che a sua volta influenza positivamente il dopo intervento» dichiara Nicoletta Colombo, Direttore dell’Unità di Ginecologia Oncologica Medica all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, Professore Associato di Ostetricia e Ginecologia all’Università degli Studi di Milano-Bicocca e Membro del Consiglio Direttivo di ACTO onlus – Alleanza contro il Tumore Ovarico. «Negli stadi avanzati, la guarigione può essere raggiunta da circa il 30% delle pazienti. Per l’altro 70%, l’obiettivo si sposta sulla cronicizzazione della malattia: attraverso l’impiego dei farmaci più efficaci, si cerca di far convivere la paziente con il tumore il più a lungo possibile, assicurandole al tempo stesso la migliore qualità di vita». Grandi passi avanti sono stati fatti nel trattamento del tumore ovarico con l’arrivo delle terapie anti-angiogeniche, farmaci che bloccano la formazione di nuovi vasi sanguigni che il tumore costruisce attorno a sé per crescere e diffondersi. Le nuove opportunità terapeutiche rendono ancora più importante l’informazione che può accelerare il cammino delle donne verso la diagnosi e la cura.
«La casa farmaceutica Roche sostiene con entusiasmo questa campagna promossa da ACTO onlus, punto di riferimento in Italia per l’informazione e la sensibilizzazione sul tumore ovarico», afferma Federico Pantellini, Medical Affairs Therapeutic Area Leader Oncology, Roche. «L’impegno primario di un’azienda farmaceutica è quello di ricercare e rendere disponibile l’innovazione, in particolare per quelle patologie come il tumore ovarico per le quali per anni non si sono registrate novità di rilievo nello scenario terapeutico; ma l’arma fondamentale per sconfiggere il tumore ovarico rimane la corretta informazione che può aiutare le donne a riconoscere per tempo i sintomi di questa malattia».
“Scatti d’energia”: ritratti d’autore, “selfies” e messaggi contro il tumore ovarico
Per promuovere l’informazione che potrebbe dare un’opportunità di vita in più a migliaia di donne, ACTO onlus, ha lanciato “Scatti d’energia – Insieme contro il tumore ovarico”, una grande campagna nazionale itinerante d’informazione e sensibilizzazione realizzata con il sostegno della casa farmaceutica Roche. “Scatti d’energia” è una mostra con ritratti di personaggi famosi (attori come Anna Bonaiuto, Jane Alexander, Lucrezia Lante della Rovere e Claudio Santamaria, cantautori come Emma Marrone e Francesco Renga, personaggi televisivi come Lorella Cuccarini, Paola Perego, Marina Ripa di Meana, archistar come Doriana e Massimiliano Fuksas e sportivi come Elisa Di Francisca, schermitrice medaglia d’oro nel fioretto alle Olimpiadi di Londra del 2012) che hanno accettato di farsi fotografare dal fotografo delle star Dirk Vogel. Alla campagna sono stati invitati a partecipare tutti i cittadini, che attraverso la pagina Facebook dell’iniziativa (www.facebook.com/scattidenergia) potranno caricare un selfie accompagnato da un messaggio e contribuire a sensibilizzare tutte le donne sull’importanza di conoscere i sintomi di questa patologia, non trascurarli e sottoporsi regolarmente a visita ginecologica. Dopo la tappa inaugurale di Milano, la mostra sarà ospitata a Napoli. Nel 2015 sono previste altre tappe: la prima a Roma e poi in altre città. Nei pressi dell’installazione viene distribuito gratuitamente il leaflet informativo di ACTO onlus “10 fatti che tutte le donne devono conoscere sul tumore ovarico”. I visitatori potranno, inoltre, ritirare la “Guida al Tumore Ovarico” realizzata da ACTO onlus in collaborazione con 7 società scientifiche. I ritratti dei personaggi famosi e i selfies dei cittadini, insieme a tutte le informazioni sulla campagna, saranno accessibili sul sito della campagna: www.scattidenergia.it Per tutte le informazioni sul tumore ovarico, i Centri di cura specialistici e le iniziative di ACTO onlus: www.actoonlus.it.
Trattamento farmacologico
La chemioterapia di prima e seconda linea, rimane dopo la chirurgia, il trattamento cardine per il trattamento del carcinoma ovarico e si avvale di un trattamento farmacologico standard a base di paclitaxel e carboplatino, tutt’oggi la combinazione terapeutica di riferimento.
Ma negli ultimi anni, per lo più in associazione alla chemioterapia, si sono affermate nuove terapie dette “a bersaglio molecolare”. Si tratta di farmaci rivolti verso un bersaglio specifico identificato come particolarmente importante nella genesi o nella progressione di una determinata neoplasia. Come per molte forme di cancro, anche per il tumore ovarico un bersaglio molto importante è rappresentato dall’angiogenesi, ovvero dalla crescita dei vasi sanguigni creati dal tumore per rifornirsi delle sostanze nutritive e dell’ossigeno di cui ha bisogno per crescere e diffondersi. La terapia anti-angiogenica aggredisce la malattia arrestando appunto il processo di sviluppo dei vasi sanguigni di cui il tumore ha bisogno per proliferare e diffondersi in altre regioni del corpo. L’uso del trattamento anti-angiogenico nel tumore ovarico offre quindi una nuova importante opportunità. Capostipite di questa nuova classe di farmaci è il bevacizumab, un anticorpo monoclonale che lega e blocca in modo specifico la proteina VEGF (fattore di crescita endoteliale vascolare) che ha un ruolo chiave nell’angiogenesi. Bevacizumab è stato il primo farmaco biologico approvato in Europa ed è il primo inibitore dell’angiogenesi per il trattamento delle donne colpite da tumore ovarico in stadio avanzato, non pretrattate che è in grado di ritardare le recidive e prolungare la sopravvivenza senza progressione di malattia. Bevacizumab è disponibile e rimborsabile in tutta Italia.
Intervista a: Sandro Pignata
Direttore della Struttura Complessa di Oncologia Medica Uro-Ginecologica, Istituto Nazionale Tumori IRCCS – Fondazione Pascale, Napoli - s.pignata@istitutotumori.na.it
Tumore ovarico, il più subdolo dei tumori femminili: le terapie anti-angiogeniche migliorano sopravvivenza e qualità di vita
Dottore, qual è attualmente l’impatto del tumore ovarico in Italia e nel mondo?
«Il carcinoma ovarico è il sesto tumore sia in termini d’incidenza (nuovi casi l’anno) che per mortalità (attorno al 50% dei casi). In Italia ogni anno vengono diagnosticati 5.000 nuovi tumori ovarici e attualmente sono circa 30.000 le donne che convivono con la malattia e sono in trattamento. I numeri del tumore ovarico sono decisamente più elevati nei Paesi del Nord del mondo, dal momento che un ruolo fondamentale è svolto dal fattore età: la popolazione femminile occidentale è più vecchia rispetto a quella asiatica e africana e questa patologia, come sappiamo, colpisce tra i 60 e i 65 anni. Al di là dei numeri, si tratta di una neoplasia altamente pericolosa e letale perché subdola: nell’ 80% dei casi si manifesta quando è ormai in fase avanzata (stadio III o IV)».
Quali sono i principali fattori di rischio? Ci sono donne che hanno maggiori probabilità di ammalarsi? Che ruolo svolgono le mutazioni geniche BRCA1 e BRCA2 e quanto è importante identificarle?
«Il principale fattore di rischio è la familiarità: donne con parenti di primo grado (madri, sorelle, nonne) affette da tumore ovarico hanno maggiori probabilità di ammalarsi. C’è una componente genetica a carattere ereditario associata alle mutazioni geniche BRCA1 e BRCA2 che espongono le donne portatrici ad un rischio elevato di sviluppare sia il carcinoma ovarico che mammario. È molto importante che le donne ed i medici focalizzino l’attenzione sulle persone a rischio in base alla familiarità e alla predisposizione genetica. L’unica possibilità di prevenire questo tumore sarebbe quella di procedere con l’asportazione delle ovaie e delle tube, nelle donne in cui sono state riscontrate le mutazioni BRCA1 e BRCA2. Sappiamo inoltre che gli estroprogestinici, presi per lunghi periodi, rappresentano un importante fattore di protezione e ciò è dovuto all’azione svolta dagli ormoni che agiscono stabilizzando e mettendo a riposo le cellule del tessuto ovarico, sebbene la maggior parte dei tumori ovarici sembra prendere origine dalle tube».
A oggi per il tumore ovarico non esistono strumenti di prevenzione, né test per lo screening precoce. La conoscenza dei sintomi è quindi fondamentale per la diagnosi tempestiva. Quali sono i sintomi più comuni? A quali segnali una donna dovrebbe prestare particolare attenzione?
«Il tumore ovarico è una malattia molto subdola. Riconoscere i sintomi è importante, ma in questa malattia la sintomatologia è quanto mai aspecifica: dolori addominali, gonfiore, cambiamento delle abitudini dell’alvo sono disturbi che possono presentarsi in molte altre patologie. Tuttavia ogni volta che si presenta un sintomo che non è mai stato presente e che si ripete per settimane, allora la donna deve allertarsi e rivolgersi subito al ginecologo che deciderà gli accertamenti del caso, prima tra tutti un’indagine ecografica che può, ma non sempre, individuare la massa ovarica. Purtroppo non abbiamo al momento test o screening attendibili di altra natura».
Dottore, quali sono attualmente le strategie e le opzioni terapeutiche disponibili per il tumore ovarico? Quali opportunità di trattamento offrono le terapie mirate anti-angiogeniche? Come funzionano e come vengono utilizzate in combinazione con la terapia tradizionale?
«Una volta confermata la diagnosi di tumore ovarico è essenziale indirizzarsi verso un Centro specializzato con grande esperienza in questo tipo di tumore. La prima tappa del percorso di cura è la chirurgia. Il chirurgo è una figura centrale, ma tutto il team assume un’importanza fondamentale perché nel caso del tumore ovarico sono molte le figure specialistiche chiamate ad intervenire. L’intervento ha come obiettivo la rimozione del tumore. La seconda tappa è la chemioterapia di prima linea che riesce a ottenere una risposta terapeutica nel 70-80% delle pazienti. Delle pazienti che rispondono alla terapia, solo una minoranza guarirà, mentre il 70% di loro andrà incontro ad una recidiva e dovrà essere sottoposta a cicli di chemioterapia di seconda linea. Oggi disponiamo di molti chemioterapici tradizionali e non, a cominciare dal platino e dal taxolo fino alla doxorubicina liposomiale alla gemcitabina e tanti altri che da soli o in combinazione cronicizzano la malattia fino a permettere alle donne di vivere per molti anni alternando fasi libere dal tumore a fasi con recidive che vengono trattate. Negli anni sono stati fatti molti progressi, le terapie utilizzate sono meno tossiche e invasive e si fa molta attenzione alla qualità di vita delle pazienti. Ma il grande passo in avanti si è avuto in tempi recenti con l’arrivo dei nuovi farmaci anti-angiogenici che si sono dimostrati in grado di ritardare la comparsa delle recidive. Gli anti-angiogenici agiscono bloccando la neoformazione dei vasi sanguigni che il tumore costruisce attorno a sé per crescere e diffondersi. Il primo di questi farmaci biologici mirati per il tumore ovarico è bevacizumab, che si somministra in totale per 15 mesi sia in associazione alla chemioterapia di prima linea che, dopo l’interruzione dei cicli, come mantenimento. Questo farmaco non fa scomparire il tumore, anche se si è visto che in alcuni casi può farlo regredire, ma ne blocca la progressione. Bevacizumab, utilizzato in associazione alla chemioterapia, ci permette di prolungare la vita delle pazienti e, grazie al buon profilo di tollerabilità del farmaco, di offrire loro una buona qualità di vita».
Intervista a: Nicoletta Colombo
Direttore di Ginecologia Oncologica Medica, Istituto Europeo di Oncologia, Milano Professore Associato di Ostetricia e Ginecologia, Università degli Studi di Milano-Bicocca Membro del Consiglio Direttivo ACTO onlus – Alleanza contro il Tumore Ovarico - nicoletta.colombo@ieo.it
Le armi per battere il tumore ovarico: diagnosi tempestiva, centri specializzati, terapie in combinazione
Professoressa, qual è il percorso che porta alla formulazione della diagnosi di carcinoma ovarico?
«Il problema fondamentale del tumore ovarico è l’assenza di sintomi specifici che permettono di accertare la malattia. Si tratta di una neoplasia ancora poco conosciuta dalle donne e dalla stessa classe medica, e spesso viene addirittura confusa con il tumore dell’utero. Se la sintomatologia è molto aspecifica, la persistenza di alcuni segnali, come la distensione addominale, la necessità di urinare spesso, il dolore addominale, dovrebbe tuttavia indurre il medico a considerare tra le varie possibilità anche un tumore ovarico. A volte il tumore si scopre in modo del tutto casuale, durante un controllo ecografico. In alcuni casi, la diagnosi avviene quando la neoplasia è ancora allo stadio I ma non sempre la malattia è preceduta da una cisti ovarica benigna che poi si trasforma in maligna, o da un problema degli annessi uterini, fattori che favorirebbero la diagnosi tempestiva. Gran parte dei carcinomi ovarici, in particolare i carcinomi sierosi di alto grado, sono già metastatici all’origine, in quanto il 50% di essi origina dalla parte terminale della tuba di Falloppio (fimbria) e quando è ancora di dimensioni molto ridotte il tumore “sgocciola” e va a cadere sull’ovaio e nel peritoneo (addome). Purtroppo ancora oggi almeno il 75-80% delle diagnosi di tumore ovarico avviene quando il tumore è in fase avanzata (stadio III o IV). L’ecografia non aiuta a identificare la malattia negli stadi iniziali e tutti gli studi su test e screening di diagnosi precoce sono falliti. Quando c’è il sospetto, lo specialista indaga cominciando dalla visita ginecologica seguita dall’ecografia, dalla TC pelvica, addominale e toracica e, infine, verificando la presenza del marcatore tumorale CA-125 attraverso un semplice prelievo di sangue».
Che ruolo gioca la diagnosi tempestiva rispetto alla prognosi delle donne colpite da questa patologia?
«Quando la diagnosi è molto tempestiva ed il tumore viene diagnosticato al primo stadio (confinato all’ovaio) la prognosi è eccellente, a 5 anni la sopravvivenza supera il 90% e possiamo parlare di guarigione. Purtroppo nella maggior parte dei casi, già quando si manifestano i primi sintomi, il tumore potrebbe essere allo stadio avanzato (III-IV). Se la diagnosi arriva quando il tumore ovarico è allo stadio III o IV lo scenario cambia: nel primo caso la sopravvivenza a 5 anni scende al 40%, nel secondo crolla al 20%. Dal momento che la malattia non si manifesta con sintomi specifici la diagnosi precoce è quasi impossibile, mentre è possibile la diagnosi tempestiva, quella cioè che permette di intervenire con maggiore successo attraverso la chirurgia. In questi casi si tratta di una chirurgia di alto livello e multispecialistica dove durante l’intervento si asporta tutto il tumore che è possibile asportare, si tolgono l’utero, le ovaie e le tube e si puliscono tutti gli organi coinvolti per ottenere la migliore prognosi possibile. Bisogna dire che in Italia tutti i Centri sono abilitati a eseguire un intervento di chirurgia su pazienti con tumore ovarico, ma molti lo fanno in maniera inadeguata e questo condiziona pesantemente la prognosi. È importante che le donne sappiano che dopo la diagnosi è fondamentale rivolgersi a Centri qualificati e specializzati nel trattamento di questo tumore».
Un aspetto frequente e drammatico della storia del tumore ovarico è la comparsa delle recidive di malattia, in che misura si ripresentano? Come vengono gestite?
«Le recidive sono, insieme alla diagnosi tardiva, il grande problema del tumore ovarico. In generale dopo la chirurgia, la paziente viene sottoposta a cicli di chemioterapia che nella grande maggioranza dei casi funzionano perché fortunatamente questa neoplasia è molto responsiva alle terapie. Ma se il tumore è in stadio III o IV, in oltre il 70% dei casi si presenta una recidiva. Potremmo dire che il ritorno di malattia è quasi la norma. Ovviamente anche le recidive vengono curate in modo da cronicizzare la patologia, e dopo una recidiva una paziente può vivere anche molti anni. Se la recidiva è localizzata viene asportata chirurgicamente e/o viene trattata con farmaci chemioterapici, di solito con una buona risposta terapeutica. In definitiva una recidiva quasi sempre esclude la prospettiva della guarigione, ma non priva la donna della possibilità di essere curata».
Professoressa, quali obiettivi si pone lo specialista per la paziente nell’approccio al tumore ovarico nelle diverse forme della malattia? Che importanza ha avuto di recente, dopo quasi quindici anni di assenza di novità rilevanti, l’avvento delle terapie mirate anti-angiogenesi?
«Per il tumore ovarico allo stadio I, l’obiettivo principale è la guarigione e il recupero di una buona qualità di vita. Negli stadi avanzati, la guarigione può essere raggiunta da circa il 30% delle pazienti. Per l’altro 70%, l’obiettivo si sposta sulla cronicizzazione della malattia: attraverso l’impiego dei farmaci più efficaci, si cerca di far convivere la paziente con il tumore il più a lungo possibile, assicurandole al tempo stesso la migliore qualità di vita. Quando si presenta una recidiva, l’obiettivo è che regredisca quanto più possibile e che la regressione o la scomparsa duri nel tempo il più a lungo possibile. In tal senso, i farmaci anti-angiogenici hanno contribuito a un grande avanzamento. Somministrati in associazione ai chemioterapici e come terapia di mantenimento, una volta terminati i cicli di chemio, riescono a tenere sotto controllo la malattia e procrastinano la recidiva. Si sono dimostrati efficaci sia in prima che in seconda linea. In definitiva grazie a questi farmaci la risposta della recidiva al trattamento risulta potenziata e si mantiene nel tempo».
La malattia
Il tumore ovarico è un tumore molto insidioso per due principali motivi. Innanzitutto perché è caratterizzato da sintomi aspecifici. In secondo luogo perché non esistono attualmente strumenti di prevenzione (come il vaccino o come il pap test per il tumore della cervice) né test di screening precoce (come la mammografia per il tumore al seno). Per tali motivi il carcinoma ovarico in più del 60% dei casi viene diagnosticato tardivamente quando è già in stadio avanzato e le possibilità di cura sono molto ridotte. Solo una diagnosi tempestiva può migliorare le probabilità di sopravvivenza: infatti se il tumore ovarico viene diagnosticato in stadio iniziale la possibilità di sopravvivenza a 5 anni è del 75-95% mentre la percentuale scende al 25% per tumori diagnosticati in stadio molto avanzato.
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