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In Italia il cancro fa più paura

Paola Sarno, N. 3 marzo 2015

I cittadini italiani sono i più spaventati, a livello mondiale, dal cancro: nel nostro Paese, infatti, sette persone su dieci (cioè il 70% ) lo considerano come un problema drammatico di salute pubblica. I tumori sono molto più temuti di altre gravi ed invalidanti patologie come la malattia di Alzheimer e i disturbi cardiovascolari (che spaventano molto rispettivamente il 39% ed il 34% della popolazione). Si tratta di dati che non hanno eguali in altri Paesi del mondo: in Europa, per esempio, i tumori occupano il primo posto fra le questioni di sanità pubblica per il 56% dei cittadini e negli USA tale percentuale scende al 48%. Gli abitanti della Penisola sono pessimisti anche a proposito delle terapie antineoplastiche. Nove su dieci pensano, infatti, che negli ultimi vent’anni si sarebbe potuto fare di più e il 20% è addirittura convinto che si stia addirittura perdendo terreno. Questi i risultati principali della Global Pancreatic Cancer Awareness Omnibus Survey, condotta da Ipsos per conto di Celgene, una ricerca che ha coinvolto oltre 7mila persone tra Europa e Stati Uniti. L’indagine è stata presentata nel corso di un convegno, organizzato dalla Fondazione “Insieme Contro il Cancro” in occasione della prima Giornata Mondiale sul tumore del pancreas, che si è tenuto a Roma in una delle prestigiose sedi della Camera dei Deputati.

Gli oncologi: gia’ buoni risultati dall’opera di sensibilizzazione
Riguardo a questi risultati così poco confortanti sull’opinione degli Italiani nei confronti di un male davvero quasi incurabile, quello al pancreas, i commenti degli oncologi medici non si sono, tuttavia, fatti attendere. Purtroppo le sensazioni dei cittadini si basano spesso su ragionamenti privi di base scientifica, frutto di una scarsa conoscenza del problema. Prendiamo proprio le neoplasie del pancreas: 6 italiani su 10 non ne hanno quasi mai sentito parlare. Ma la sete di notizie è tanta e il 73% appoggia con entusiasmo le campagne di sensibilizzazione. Come il progetto “PanCrea: creiamo informazione”, «che negli ultimi dodici mesi ha girato il Paese per spiegare l’importanza della prevenzione», ha spiegato Francesco Cognetti, presidente della Fondazione “Insieme Contro il Cancro”. E a Cognetti ha fatto subito eco anche Stefano Cascinu, past president dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), la società scientifica che ha lanciato la campagna “Pancrea” : «Iniziamo a vedere i risultati del nostro lavoro», ha affermato l’oncologo. «Secondo un nostro sondaggio, un anno fa l’ 88% dei cittadini non sapeva nulla sulla patologia. Questo dato, invece, continua a scendere: siamo, quindi, sulla buona strada. Ora dobbiamo lavorare sulla diagnosi precoce della neoplasia, aumentando gli sforzi nella prevenzione».

La campagna informativa “PanCrea” e il ruolo dei medici di base
La campagna “PanCrea: creiamo informazione”, la prima campagna di informazione e sensibilizzazione su un tumore quasi ignorata dalla gran parte della popolazione italiana è stata frutto di un progetto articolato, che comprendeva la distribuzione di opuscoli informativi, un sondaggio fra gli oncologi, uno fra i cittadini, un sito web dedicato a questa patologia e accessibile a tutti ( www.tumorepancreas.org ) e un tour che ha toccato sette città in diverse regioni italiane nel corso dello scorso anno. Si è snodata quindi sul territorio del nostro Paese attraverso diversi incontri informativi durante i quali i cittadini hanno potuto confrontarsi con clinici, associazioni di pazienti e anche con i medici di famiglia. Dal sondaggio effettuato sui cittadini è emerso che ben il 93% degli italiani ritiene che la realizzazione di campagne di informazione rivolte alla popolazione sia l’attività più importante che una società scientifica come l’AIOM possa promuovere sul tumore del pancreas.
E, proprio i medici di medicina generale sono le prime sentinelle sul territorio contro la malattia neoplastica, proprio perché conoscono la storia dei propri assistiti e possono meglio identificarne i fattori di rischio. «Dobbiamo cogliere i campanelli d’allarme, per indirizzare precocemente il paziente al centro di riferimento, distribuendo allo stesso tempo sul territorio il management delle persone in carico», ha infatti tenuto a precisare Claudio Cricelli, presidente della Società Italiana di Medicina Generale (SIMG). «Deve quindi rafforzarsi sempre di più il rapporto tra medico di famiglia e specialisti».

Il peso determinante delle associazioni di volontariato
Secondo la Survey Internazionale anche le Associazioni di pazienti oncologici giocano un ruolo determinante, soprattutto nell’aumentare la consapevolezza sulla patologia. Come ha ben spiegato l’avvocato Elisabetta Iannelli, segretario generale della Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (FAVO): «Ieri siamo stati al Parlamento europeo per rilanciare la nostra attività di sensibilizzazione su questa neoplasia», ha detto Iannelli. «Abbiamo partecipato alla “call to action” Giving a Voice to Pancreatic Cancer, promossa dalla European Cancer Patient Coalition (ECPC), a cui hanno aderito anche molti eurodeputati, per includere questo tumore in tutte le principali iniziative europee sulla lotta contro il cancro. Vogliamo incrementare la ricerca scientifica, rendere più efficiente la raccolta di dati, individuare strumenti per la diagnosi precoce, migliorare gli standard di cura e le chance di sopravvivenza».

Tumore del pancreas: una neoplasia dalla quale è ancora difficile guarire
Nel nostro Paese, solo nello scorso anno sono stati registrati 12.700 nuovi casi di tumore del pancreas, una patologia difficile da individuare e per la quale sono ora forse possibili anche risultati positivi grazie a un trattamento innovativo. La sopravvivenza per questo tipo di cancro è, infatti, ancora molto bassa: solo il 7% degli uomini e il 9% delle donne sono vivi a cinque anni dalla diagnosi. «Solo ultimamente si è iniziato a compiere significativi passi in avanti nella ricerca, grazie all’arrivo di una nuova molecola, il nab-paclitaxel (paclitaxel legato all’albumina in nanoparticelle)» hanno annunciato Francesco Cognetti e Stefano Cascinu. «È un trattamento già impiegato nel campo del tumore della mammella metastatico, che sfrutta le più recenti scoperte in ambito di nanotecnologia. Questo farmaco, associato alla gemcitabina, ha dato risultati incoraggianti, permettendo di avere per la prima volta pazienti lungosopravviventi in uno studio sul carcinoma del pancreas». Si sarebbero salvati infatti un terzo contro un quarto dei pazienti, che avevano ricevuto questo trattamento, con un tasso di sopravvivenza raddoppiato a 24 mesi ( 9% contro 4%, percentuali, comunque davvero irrisorie. Ad esserne fiero per primo il presidente e amministratore delegato di Celgene, l’azienda farmaceutica che produce il nab-paclitaxel, Pasquale Frega, che ha espresso la sua soddisfazione nell’ aver vinto «una prima sfida importante e difficile: quella di sviluppare questa terapia, fra l’altro definita innovativa da AIFA, che consente di dare una speranza ai pazienti con tumore del pancreas». Tuttavia, per tutti tumori e, in particolare per quello terribile al pancreas, solo la prevenzione rimane l’arma principale per diminuirne davvero l’incidenza ed il conseguente, ancora altissimo, tasso di mortalità.

Quanto conta la prevenzione primaria

Il fumo può aumentare l’incidenza del 70%
Il fumo di sigaretta, anche passivo, rappresenta il fattore di rischio più grande anche per il tumore del pancreas. I fumatori presentano, infatti, un rischio di incidenza della malattia aumentato anche del 70%. Una lunga serie di studi, iniziata già nel 1966, ha identificato una precisa relazione dose-effetto. È inoltre ben documentata anche la diminuzione del pericolo in rapporto alla completa cessazione. Gli esperti hanno addirittura stimato la proporzione di neoplasia al pancreas attribuibile al fumo: è dell’ordine del 20-30% negli uomini e del 10% nelle donne. Si potrebbero evitare quindi, senza fumo, 3 casi di malattia su 10 nei maschi. E per chi ha iniziato a fumare a 25 anni sono a rischio 4-5 anni di vita.

Obesità: attenzione al grasso stratificato sull’addome
Oltre 3 casi di tumore su 10 sono direttamente collegati ad una dieta scorretta e il cancro del pancreas non fa eccezione. Anche se non è ancora del tutto chiaro come e perché l’alimentazione influisca su questo organo, è stato di recente scoperto un legame con l’obesità. Uno studio del Karolinska Institute di Stoccolma ha dimostrato, infatti, una forte relazione fra chili di troppo e malattia. Soprattutto quando il grasso è stratificato sull’addome e sono presenti intolleranza al glucosio, resistenza all’insulina e diabete. No quindi agli alimenti altamente calorici, ricchi di proteine di origine animale, a grassi e carboidrati raffinati, alle bibite zuccherate, a carni rosse e agli insaccati. Anche perché alcuni alimenti non dannosi in sé, possono essere contaminati da sostanze, come le aflatossine, liberate da muffe del mais o contenute in altre granaglie e legumi mal conservati. Via libera invece a frutta e verdura e alla dieta mediterranea.

I benefici dell’esercizio fisico costante
È scientificamente provato che l’attività sportiva è in grado di ridurre (fino al 50% ) il rischio di sviluppare alcuni tipi di neoplasia, come quella del colon. L’esercizio fisico è però utile dal punto di vista terapeutico solo se effettuato con metodo e frequenza costante. Se si è sempre condotta una vita sedentaria è bene cominciare con qualcosa di “leggero”, come delle passeggiate, per poi passare in modo graduale a esercizi più impegnativi, commisurati al proprio allenamento e condizioni di salute.

Per l’alcol solo un consumo molto moderato
La dose di alcol ingerita non dovrebbe superare i 20-40 g al giorno per gli uomini e i 10-20 g per le donne: circa cioè un bicchiere di vino a pasto. Il rischio di contrarre il tumore al pancreas aumenta, infatti, in proporzione alle dosi e alla frequenza del consumo di alcol. E, se questo organo è in grado di “elaborare” l’alcol, tramite alcuni enzimi, è proprio questa attività metabolica a generare delle molecole che possono danneggiare le cellule pancreatiche. Gli enzimi prodotti dal pancreas, invece di aiutare la digestione degli alimenti, attaccano direttamente il pancreas, aumentando di ben 10 volte il rischio di cancro.

Il tumore del pancreas: un nemico insidioso
Il tumore del pancreas si forma soprattutto nella testa di quest’organo, anche a causa del suo grande volume e circa il 95% di tutte le neoplasie che lo interessano riguarda la componente “esocrina”, cioè la porzione che produce i succhi pancreatici. Il tumore del pancreas colpisce ogni anno in Italia circa 12.700 persone, la maggior parte delle quali tra i 60 e gli 80 anni e rappresenta circa il 3% di tutte le nuove neoplasie diagnosticate. È un nemico insidioso, perché in fase precoce dà sintomi aspecifici. Le cellule tumorali pancreatiche sono, inoltre, particolarmente resistenti ai farmaci, che non riescono a bloccarne lo sviluppo, ma solo a rallentarne in modo estremamente limitato la crescita. Segnali chiari compaiono quando hanno ormai iniziato a diffondersi agli organi circostanti o hanno bloccato i dotti biliari. Il numero relativamente ristretto di persone affette da questa patologia (9.636, pari allo 0,4% di tutti i pazienti oncologici, equamente distribuiti tra uomini e donne), è direttamente collegabile all’aggressività e alla conseguente breve sopravvivenza di questo tipo di tumore. Si tratta, infatti, di una delle neoplasie a prognosi più sfavorevole: solo il 7% degli uomini e il 9% delle donne risultano vivi a 5 anni, senza sensibili scostamenti negli ultimi 20 anni. Il carcinoma pancreatico, con il 7% dei decessi, entra tra le prime 5 cause di morte per tumore soltanto nel sesso femminile, ma nelle età centrali della vita occupa il quarto posto sia fra gli uomini ( 7% ) sia fra le donne ( 7% ).

Le possibili terapie

Una chirurgia che prevede interventi molto complessi
La chirurgia è oggi uno dei modi più efficaci per intervenire sul tumore del pancreas e rappresenta la terapia di elezione nella malattia operabile. La particolarità e l’aggressività di questo tipo di tumore richiedono però competenze del tutto particolari. È molto difficile che un medico non abituato a trattare la malattia riesca ad inquadrarla correttamente: è stato dimostrato, infatti, che il rischio di mortalità e di complicanze post-intervento è di gran lunga maggiore nei centri che hanno un basso bacino di pazienti con questo tumore. Una ricerca riportata dal New England Journal of Medicine definisce ad “alto volume” un ospedale che tratta più di 16 casi all’anno. Anche uno studio sulla realtà italiana, pubblicato sul British Journal of Surgery, ha dimostrato che complicanze e mortalità si riducono con l’aumentare del numero di interventi per centro.

Radioterapia per un intervento localizzato
La radioterapia impiega radiazioni ad alta energia, focalizzate sulla zona interessata, per distruggere le cellule tumorali. L’obiettivo è quello di danneggiare il meno possibile i tessuti sani. Nel caso del tumore al pancreas, trova indicazione dopo l’intervento (terapia adiuvante) e può essere utile anche nei pazienti con malattia localmente avanzata non resecabile. Nel primo caso, ha come obiettivo la riduzione delle recidive locali, mentre nel secondo ha lo scopo di aumentare le probabilità di controllo locale della patologia.

Progressi in chemioterapia grazie alle nanotecnologie
I trattamenti per il tumore del pancreas, così come per tutte le altre tipologie tumorali, prevedono la somministrazione di un solo medicinale o di combinazioni di prodotti differenti. Così come per le altre modalità di intervento sulla neoplasia, la decisione sulla chemio più appropriata dipende da molti fattori: tipologia e stadio del tumore, condizioni biologiche, età, sesso, condizioni generali, ecc. La chemioterapia può essere impiegata prima o dopo l’intervento chirurgico, oppure nelle persone in cui l’intervento chirurgico non è indicato, cioè la maggior parte.
Per molti anni l’unico trattamento disponibile per pazienti con carcinoma pancreatico non resecabile è stata la gemcitabina. Uno studio italiano, pubblicato su Lancet Oncology, ha dimostrato per la prima volta nel 2005 che la chemioterapia di combinazione poteva fare di più. La conferma è giunta da uno studio francese in cui una combinazione di farmaci (Folfirinox): 5-Fu, leucovorina, oxaliplatino e irinotecano aveva determinato un vantaggio in sopravvivenza. Ma solo i pazienti con buone condizioni generali potevano tollerare questo trattamento aggressivo. Gli ultimi progressi della ricerca avrebbero permesso di compiere altri passi avanti, grazie alle nanotecnologie: come il nab paclitaxel, chemioterapico legato in nanoparticelle all’albumina che, associato alla gemcitabina, avrebbe dato risultati migliori e un numero, seppur esiguo ( 3% ), di pazienti lungosopravviventi vivi a 42 mesi dalla diagnosi.

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Altri fattori di rischio: le patologie correlate
Esistono anche altri fattori di rischio, oltre a quelli ben conosciuti, fra i quali alcune malattie. Come, per esempio, il diabete: recenti studi su pazienti ammalati da oltre 10 anni di questa malattia hanno rilevato un aumento del 50% di rischio di tumore al pancreas. Anche alcune malattie genetiche ereditarie, poi, come la sindrome multipla atipica familiare del melanoma, la sindrome di PeutzJeghers, la pancreatite ereditaria, il cancro colorettale ereditario non poliposico, la sindrome di carcinoma familiare della mammella e dell’ovaio, la fibrosi cistica, la poliposi adenomatosa familiare, l’atassia telangectasia e l’anemia di Fanconi costituiscono un fattore di rischio la neoplasia del pancreas. Pur non essendo una malttia, anche il gruppo sanguigno di appartenenza gioca la sua parte nella genesi di questo tumore: da un ampio studio osservazionale è emerso, infatti, che avere un gruppo sanguigno di tipo non-0 sarebbe causa del 17% delle neoplasie al pancreas, anche se non sono ancora ben chiari i meccanismi di correlazione.

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