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Oltre il trapianto
Corrado Marino, N. 6/7 giugno luglio 1998
Il trapianto di midollo osseo, che permette la vita a molti ammalati di leucemia, incontra un ostacolo notevolissimo nell'esigenza di totale compatibilità tra le cellule del donatore e quelle del ricevente (il cosiddetto HLA). L'ANPO in più di un'occasione ha avuto modo di cogliere la delusione di persone che con spirito di solidarietà si erano offerte di donare il proprio midollo, sottoponendosi anche ad alcuni test preliminari (per escludere patologie tali da rendere impossibile o inopportuno il prelievo) e che poi, a distanza di anni, non sono mai state chiamate a effettuare la donazione, malgrado l'elevato numero di malati in attesa di trapianto. Ostacoli burocratici? Cronica inefficienza della macchina sanitaria? Colpevole dimenticanza? Almeno in questo caso, nulla di tutto questo. Perché non effettuare il trapianto su larga scala visto che i donatori potenziali sono molti (circa 200mila in tutta Italia) e stoccare il prodotto, così da averlo pronto per ogni evenienza, un po' come avviene per il sangue? "I gruppi sanguigni sono pochi - dice la dottoressa Salvaneschi, primario di emoimmunologia presso il policlinico San Matteo di Pavia -, mentre i linfociti che servono per il trapianto danno luogo a un numero elevatissimo di combinazioni, cos che le possibilità di utilizzo di un singolo campione sono bassissime. L'unico modo di procedere è perciò di confrontare le caratteristiche delle cellule del paziente con quelle di tutti i donatori schedati e quindi mettersi in contatto con quello adatto, ammesso che lo si sia trovato". Ciò spiega perché capita a molti di non essere mai chiamati (evidentemente le proprie caratteristiche non combaciano con nessuno degli ammalati). Naturalmente c'è il rischio che ad anni di distanza il donatore ideale per quel caso non risulti più idoneo o che si sia trasferito altrove e sia irreperibile ecc. Per questo si cercano soluzioni alternative da affiancare al trapianto di midollo, che per il momento resta comunque la metodica principale, come testimoniamo gli interventi che si effettuano nei centri specializzati di tutto il mondo. "Un'alternativa, per altro ancora in fase d'avvio ricorda dice la dottoressa Salvaneschi e venuta dalla Francia, grazie al prestigioso ospedale parigino Saint Louis, e consiste nell'utilizzare sangue proveniente dal cordone ombelicale, reciso all'atto del parto. Subito dopo il Saint Louis, viene l'IRRCS di Pavia, dove attualmente si praticano 6-8 trapianti con sangue placentare ogni anno". Quali siano i vantaggi e i limiti di questo nuovo metodo. Cominciamo dai primi: - la disponibilità della materia prima è praticamente illimitata; una volta chiarito che partoriente e neonato non devono temere il benché minimo disturbo, non c'è motivo per opporsi alla conservazione del cordone. In qualche Stato il consenso non è nemmeno richiesto, ma da noi si preferisce agire in piena trasparenza, stimolando quel sentimento di solidarietà che alla prova dei fatti la grande maggioranza degli italiani dimostra di possedere; - la compatibilità donatore/ricevente crea minori problemi, il che rende più facile soddisfare le richieste e consente la creazione di banche. Pochi centri attrezzati potrebbero così coprire tutto il territorio nazionale, raccogliendo e catalogando per tipi i campioni fatti pervenire dalle varie cliniche e reparti di ostetricia; - la futura madre dovrà solo sottoporsi periodicamente a una serie di esami pre-parto per verificare che non sia portatrice di malattie trasmissibili; questi test risultano per altro assai utili per controllare lo stato di salute della donna e del feto. Quanto ai limiti che al momento condizionano il ricorso a questa metodica, va tenuto presente che: - ogni cordone ombelicale consente di ricavare una modesta quantità di sangue, sufficiente solo per pazienti di peso corporeo non superiore ai 40 kg.; - le caratteristiche delle cellule del cordone non sono ancora state studiate a fondo, anche se su esse la ricerca procede a passo spedito. Come già fatto notare in un precedente articolo, le possibilità di guarigione offerte sono buone e, ciò che più conta, si può sperare in un ulteriore miglioramento. Procede dunque su due fronti l'attacco contro la leucemia: da un lato il progredire delle tecniche di trapianto, dall'altro l'impegno per la prevenzione, che vede in prima linea la medicina del lavoro. Lo studio delle correlazioni fra l'uso di determinati prodotti nell'industria, quali il benzolo, o di vari tipi di diserbanti in agricoltura e l'incidenza media della leucemia ha portato a rendere più sani gli ambienti di lavoro, o almeno ne ha ridotto sensibilmente la nocività; contemporaneamente si sono adottate apparecchiature radiologiche sempre più sicure e con schermature efficaci, ed ora l'indagine e rivolta anche a verificare la non nocività dei farmaci, alcuni dei quali potrebbero creare condizioni favorevoli all'insorgere del tumore nel sangue, come nel caso del piramidone. L'obbligo di prevenzione delle malattie dei luoghi di lavoro trova in Italia precisi riferimenti legislativi. All'articolo 32 della Costituzione e scritto che "la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività"; a cui si e aggiunto l'articolo 9 della legge n. 300 del 1970, nota come "Statuto dei lavoratori", là dove recita: "i lavoratori, mediante le loro rappresentanze, hanno diritto di controllare l'applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca, l'elaborazione e l'attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro salute e la loro integrità fisica". Riteniamo che da ciò derivi per le organizzazioni sindacali un vero e proprio diritto-dovere inderogabile. Da respingere in tale risultato perciò la pratica, molto diffusa soprattutto qualche anno fa, della cosiddetta "monetizzazione del rischio", per cui il dipendente che lavora in condizioni di minore tutela per la salute viene compensato con una speciale indennità. La somma in questione dovrebbe invece essere usata nell'impresa per misure di prevenzione atte a ridurre il pericolo delle malattie professionali, fino a eliminarle del tutto. Il vantaggio che ne deriva, a prescindere dagli ovvi aspetti umani, appare chiaro anche da un punto di vista economico, determinando per l'azienda una minore perdita di ore lavorative e per lo Stato minori spese sanitarie e assistenziali connesse a patologie fortemente invalidanti. S.O.S per la ricerca di un donatore di midollo La lotta alla leucemia si combatte ormai in tutti i paesi, o almeno in quelli che dispongono di una efficiente struttura sanitaria, anche con l'ausilio delle reti informatiche. Un periodico in lingua inglese diffuso in tutta l'Asia, particolarmente sensibile alle questioni mediche, narra la vicenda di Cindy Moy, un'emigrata cinese a Ne York, giovane avvocato di successo, che scopre di essersi ammalata di leucemia. I medici le danno pochi mesi di vita. Cindy e i suoi amici si mettono alla ricerca di un'unica persona che potrebbe salvarle la vita. Una persona che abbia esattamente il suo stesso tipo di midollo osseo. L'appello viene lanciato via Internet; il donatore deve quasi certamente appartenere all'etnia cinese (1 possibilità di trovarlo al di fuori sono scarsissime: 1 su 500mila) . Purtroppo fra i cinesi residenti in America non risulta nessuno che faccia al caso di Cindy. Tra Hong Kong, Singapore e Taiwan ci sono circa 200mila potenziali donatori schedati (su 30 milioni di abitanti), per cui le possibilità salgono al 50/60%, ma Cindy non ha avuto fortuna. Il successo sarebbe quasi certo se si disponesse di dati simili per la Cina, che di abitanti ne ha oltre un miliardo ma al momento la cosa non risulta possibile. Dato che una sorella dell'ammalata lavora presso la Citybank, l'indagine è stata estesa a tutti i dipendenti di origine cinese e in breve varie migliaia di persone si sono presentate ai centri di raccolta sottoponendosi ai test di compatibilità HLA. Per sapere se qualcuno degli impiegati asiatici della Citybank potrà soddisfare la richiesta occorreranno 2 mesi, indispensabili per escludere che il donatore sia affetto da patologie trasmissibili. Nel frattempo la ricerca continua. La corsa verso la possibile guarigione di Cindy appare perciò estremamente difficile, ma l'impatto emotivo, non solo presso la comunità cinese d'America, stato notevole e il numero dei soggetti che si sono offerti e aumentato sensilmente. "Sono grata a tutti ha detto Cindy - e chissà che qualcuno non possa arrivare in tempo per salvare la mia vita; ma se ciò non accadesse potrà sempre servire a qualcun altro".
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