Esegui una ricerca

Informativa privacy

Ricerca, Italia maglia nera. I migliori cervelli in fuga

Monica Melotti, N. 5 maggio 2015

Ricercatore mestiere ingrato. In realtà il mestiere è uno dei più affascinanti ma è il trattamento in Italia a essere davvero ingrato. In più si aggiunge il getto che i ritardi nell’approvazione degli studi, impediscono l’arrivo di nuove molecole e la collaborazione con l’industria del farmaco, favorendo così la fuga di cervelli. L’allarme è stato lanciato dal convegno del Gruppo Oncologico Italiano di Ricerca Clinica (GOIRC), che si è svolto a Firenze il febbraio scorso. E pensare che la ricerca oncologica italiana è tra le migliori e più produttive nel mondo industrializzato, ma per i ricercatori è un esodo obbligato, dato anche l’eseguità degli investimenti nazionali in ricerca, metà meno della metà di quelli degli altri Paesi europei. « La ricerca cooperativa rappresenta una delle risorse da mettere in campo per migliorare la situazione », spiega il professor Francesco Di Costanzo, Direttore dell’Oncologia Medica del Careggi e Membro del Direttivo Nazionale GOIRC. « Ma l’Italia è svantaggiata nella competizione internazionale sia nei confronti degli Stati Uniti che dell’Europa. La riorganizzazione dei gruppi cooperativi ha portato negli USA a ridurne il numero e ad accorparli per formare un National Clinical Trial Network, dotato anche di una piattaforma comune per la scoperta e la validazione di biomarcatori. In Italia non si è realizzato ancora nulla. Se non si interviene subito, la ricerca accademica, indipendente, sparirà ».

La situazione attuale
La ricerca in Italia è allo sbaraglio. Un’eccellenza in Europa che stiamo perdendo perché lo Stato non ha mai investito un soldo. Una risorsa importantissima per il diritto alla salute, finalizzata alla prevenzione delle malattie e al confronto delle diverse terapie farmacologiche per scoprire quelle che danno meno effetti collaterali. Emarginata anche da Big Pharma, perché in questo caso gli studi clinici non sono mirati alla registrazione di nuove molecole. In cinque anni si è registrato un calo preoccupante del numero complessivo delle sperimentazioni: nel 2009 erano 761, nel 2013 l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ne ha autorizzate 583, 204 relative ai tumori. Una diminuzione sostanziale è stata quella degli studi indipendenti, calati dal 41,8% (318) del 2009 al 23,8% (139) del 2013. Il GOIRC, il più antico fra i gruppi cooperativi italiani, ha condotto nel gennaio 2015 un’indagine fra i principali gruppi oncologici attivi nel Paese per capire le difficoltà e le aree prioritarie su cui intervenire. « Hanno partecipato all’indagine oltre 10 gruppi cooperativi, fra cui GOIRC, GOIM, GONO, GISCAD, GIM, ITMO, IMI, MITO, Italian Sarcoma Group, SICOG », spiega il professor Rodolfo Passalacqua, Presidente GOIRC e Direttore dell’Oncologia Medica degli Istituti Ospitalieri di Cremona. « Da questa indagine sono emersi tre ostacoli principali. Innanzitutto la mancanza di un sostegno finanziario pubblico ai gruppi in modo che possano mantenere un’infrastruttura organizzativa necessaria per la ricerca. Va evidenziata inoltre la ridondanza e la diversità dei Comitati Etici con regole e disposizioni diverse, che rendono massacrante e dispendioso l’iter di approvazione di uno studio. Basti pensare che negli Stati Uniti il tempo di approvazione è meno di un mese e il Comitato Etico è unico per tutto il gruppo cooperativo. Invece in Italia ogni ospedale deve approvarlo separatamente e spesso non si riesce nemmeno a partire con le sperimentazioni in cui l’arruolamento è competitivo a livello internazionale. Il terzo ostacolo è costituito dalle differenze legali e burocratiche post-approvazione con ulteriori ritardi e blocchi ingiustificati ».

Breve storia della ricerca italiana
In Europa e in Italia la ricerca cooperativa è nata negli anni 70-80 e ha rappresentato un modello importante per la diffusione della ricerca clinica in senso capillare, per stabilire standard di cura omogenei nel Paese e favorire la crescita culturale dei ricercatori e dei centri oncologici. Ma in Italia non è mai stata sostenuta e finanziata con fondi pubblici. Dopo gli anni 2000, in tutto il mondo incluso il nostro Paese, si è registrata una crisi della ricerca cooperativa legata a molti motivi. Da un lato l’irrigidimento delle regole autorizzative per gli studi clinici con la necessità da parte dei singoli Centri della creazione di uffici o nuclei dedicati alle sperimentazioni, data manager e altro personale. Dall’altro l’arrivo di nuovi farmaci a bersaglio molecolare, le cui sperimentazioni sono molto costose e vengono direttamente gestite dall’industria che detiene il brevetto tramite specifiche organizzazioni.
Questo ha spinto nel 2010 l’IOM (Institute Of Medicine) americano a lanciare un piano per implementare un sistema nazionale per la ricerca oncologica cooperativa per il 21° secolo. Una delle raccomandazioni chiave dello IOM era rivolta verso una maggiore collaborazione fra i vari stakeholder (soggetti influenti) nel campo della ricerca: Gruppi Cooperativi, NCI (National Cancer Institute), FDA (Food and Drug Administration) e Industrie Biofarmaceutiche. « La collaborazione fra questi soggetti influenti è cruciale per lo sviluppo di nuove cure specialmente se si considera che al momento sono oltre 800 le nuove molecole in fase di sperimentazione. I settori identificati dallo IOM come appannaggio della ricerca pubblica cooperativa sono molteplici, ad esempio confronto fra diverse molecole per sottocategorie di tumori, studi in neoplasie con specifiche mutazioni, pazienti anziani, combinazioni di più farmaci, identificazione di rare mutazioni con necessità di screening di molte migliaia di persone, studi di prevenzione ».

Il futuro della ricerca italiana
« La nostra ricerca rischia di scomparire », denuncia il professor Passalacqua. « Servono misure urgenti e finanziamenti pubblici. Fino al 2009 potevamo contare sui bandi dell’Aifa, adesso non ci sono più neanche quelli. Nel 2005 l’Aifa ha istituito un fondo alimentato con il cinque per cento delle spese promozionali versato dalle aziende farmaceutiche per le sperimentazioni cliniche comparative tra medicinali, farmaci orfani e malattie rare. Ma nel 2010 la Commissione Ricerca e sviluppo che aveva il compito di selezionare i progetti di ricerca non viene più rinominata e si blocca tutto. L’Aifa assicura che comunque “ il fondo non è stato soppresso ”, che prima di indire altri bandi deve costituire “ una nuova commissione di esperti internazionali ”, e che si sta dando da fare insieme al ministero della Salute per risolvere l’impasse. Intanto però i ricercatori rimangono a bocca asciutta. In altri stati europei, come Germania e Olanda i gruppi cooperativi sono sostenuti direttamente dal servizio sanitario nazionale. Anche negli Stati Uniti, con il 3% del budget del National Institute Of Health. Perché da noi no? Le difficoltà economiche non sono l’unico ostacolo. I ricercatori ogni volta sbattono contro il muro della burocrazia, che provoca ritardi nella conclusione dei lavori e spinge i cervelli alla fuga. L’iter di approvazione è molto lungo. Ogni progetto deve essere innanzitutto approvato dal comitato etico, che è diverso in ogni ospedale, con modalità e tempi propri. In media servono da uno a tre mesi. Poi tocca alla direzione generale dell’ospedale dare l’autorizzazione. Passano all’incirca altri due mesi. Considerando che le richieste non vengono presentate nello stesso giorno, i tempi si allungano ancora e si aspetta anche un anno prima di partire. Che senso ha avere tanti comitati etici? Una ricerca etica a Milano perché non può essere etica anche a Genova? In America al contrario esiste un comitato etico unico per tutti gli ospedali ».

La differenza tra gli Usa e l’Italia
Negli Usa c’è stata una riduzione e un accorpamento dei gruppi cooperativi per formare un National clinical trial network, dotato anche di una piattaforma comune per la scoperta e la validazione di biomarcatori. In Italia non si è realizzato ancora nulla. Se non si interviene subito sarà la nostra fine. Da noi i gruppi di ricerca indipendente sono una decina. Ma solo la metà riesce ancora a portare a termine gli studi che inizia. Per finanziare i lavori di tutti i gruppi servirebbero tre/quattro milioni di euro l’anno. Una parte della ricerca va avanti grazie al 5 per mille e donazioni private. A volte sono le industrie farmaceutiche che finanziano delle ricerche. Lo fanno se si fidano del team e se l’ospedale è efficiente con le scadenze. Di solito coinvolgono strutture del Nord e del Centro, ma è troppo poco. Inoltre, in questo modo si creano dei favoritismi perché la maggior parte degli ospedali viene tagliata fuori e solo alcuni possono avere in anteprima le nuove molecole, quelle usate nelle sperimentazioni.

Il Gruppo Oncologico Italiano di Ricerca Clinica (GOIRC)
Il Gruppo Oncologico Italiano di Ricerca Clinica (GOIRC) è un’Associazione con personalità giuridica riconosciuta: si è costituito in modo formale nel 1979, anche se la sua fondazione ufficiale risale al 1982, a opera del professor Giorgio Cocconi e di altri prestigiosi clinici italiani. In quel periodo rappresentava la prima esperienza italiana di gruppo oncologico cooperativo e tra le prime in Europa. Attualmente aderiscono al GOIRC circa 32 Centri di Oncologia Medica, diffusi su tutto il territorio. Il Gruppo non ha alcuna finalità di lucro e si propone di svolgere attività di ricerca, di assistenza e di formazione con le seguenti modalità: scambi di carattere scientifico o iniziative di carattere didattico nell’ambito dell’oncologia clinica; trasmissioni di informazioni e proposte sulle applicazioni diagnostiche o terapeutiche attuate nelle varie unità partecipanti; attuazione di protocolli comuni di ricerca clinica proposti da unità del Gruppo ed accettati da tutte o da parte delle unità partecipanti; partecipazione, in cooperazione multicentrica, a sperimentazioni cliniche di interesse oncologico e approfondimento e perfezionamento delle metodologie della ricerca clinica. Il GOIRC trae le risorse economiche per il funzionamento e per lo svolgimento delle proprie attività da contributi privati, statali, di Enti e di Istituzioni pubbliche, da donazioni e lasciti testamentari, da rimborsi derivanti da convenzioni, da entrate derivanti da attività commerciali e produttive marginali.

La sua sede legale è a Parma in via Gramsci, 14
www.goirg.com

La colpa è dei politici?
«La ricerca non può seguire i cicli politici: rappresenta un investimento per il futuro». Questa, in estrema sintesi è la posizione espressa dall’astrofisica spagnola Amaya Moro-Martìn, che lavora presso lo Space Telescope Science Institute di Baltimora, in un articolo appena pubblicato sulla rivista Nature a proposito dei brutali tagli alla ricerca scientifica operati nei paesi europei dove la crisi picchia più duro. «Da tempo ormai gli scienziati spagnoli, greci, francesi, italiani protestano uniti, contro i tagli di budget che stanno distruggendo la nostra base scientifica e che minacciano il nostro futuro economico. Che cosa sta succedendo? I politici hanno perso il contatto con la realtà della ricerca – spiega l’astrofisica – e stanno ignorando come un settore di ricerca forte può contribuire all’economia, cosa che è particolarmente importante nei paesi maggiormente colpiti dalla crisi economica. Invece, stanno imponendo drastici tagli di bilancio che rendono questi paesi ancora più vulnerabili. E tutto sotto lo sguardo compiacente delle istituzioni europee».
La scienza, insomma, pare la vittima numero uno dell’austerità: in Italia dal 2009 le assunzioni di scienziati sono calate del 90% e la spesa per la ricerca di base è stata praticamente azzerata, in Spagna i soldi spesi per ricerca e sviluppo sono diminuiti del 40% e meno del 10% dei ricercatori che vanno in pensione vengono sostituiti. Grecia e Portogallo hanno visto ridimensionamenti simili e la Francia segue a ruota. Nel 2011 l’Italia spendeva l’ 1,25% del proprio Pil in ricerca e sviluppo, contro una media dei paesi Ocse del 2,37% e una media UE dell’ 1,94 : all’interno dell’Unione Europea spendono meno di noi solo Slovacchia, Ungheria e Grecia. La conseguenza di questo scarso investimento nella scienza è la fuga di cervelli: gli scienziati del sud Europa fuggono verso il nord Europa o, potendo, se ne vanno proprio dall’Europa.
«Le grandi scoperte portano vantaggi economici enormi», continua l’astrofisica. «Ma per fare grandi scoperte occorrono anni di paziente ricerca di base, che i governi non sembrano disposti a finanziare. Si vorrebbero raccogliere frutti senza seminare, piantare, innaffiare l’albero che dovrebbe fornirli. E intanto aumenta il divario tra paesi che investono e paesi che tagliano, il che mette l’Italia nella lista di quelli destinati a rimanere indietro. L’obiettivo del Trattato di Lisbona di portare al 3% del Pil gli investimenti in ricerca e sviluppo resta ancora lontano. La scienza non dovrebbe solo servire l’economia, ma anche aspirare ad aumentare la conoscenza e il benessere sociale, anche per coloro che non hanno le risorse per pagare il conto. La ricerca medica ben fatta un giorno curerà i figli di tutti. Non finanziarla adeguatamente oggi, ma anche non riuscire a mettere in piedi un sistema universitario davvero meritocratico, spazzando via il nepotismo che è una delle grandi piaghe della nostra Università, significa condannarci a un futuro assai cupo, persino più cupo del mesto presente che stiamo vivendo».

Torna ai risultati della ricerca