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Fukushima: 4 anni dal disastro nucleareCristina Mazzantini, N. 6/7 giugno/luglio 2015 A 4 anni dal disastro nucleare di Fukushima torniamo a interrogarci sulle conseguenze per l’economia, l’ambiente e la salute dei giapponesi. Sappiamo benissimo che è ancora troppo presto per porsi delle domande e soprattutto per avere delle risposte certe. Non ci stupiamo, infatti, che a tutt’oggi i danni subìti dal Giappone non siano calcolabili: dovranno passare decenni prima di avere una stima accettabile. Molto probabilmente non sapremo mai che cosa in realtà sia successo in quei terribili giorni tra sisma, tsunami e disastro nucleare. In più, le autorità non sono mai state molto propense a dare informazioni sull’incidente, anzi, la tendenza del governo è sempre stata di minimizzare la gravità della calamità e le sue dirette conseguenze sulla salute delle generazioni future, per evitare di generare, a parer loro, un allarmismo inutile. Un atteggiamento del genere, però, è difficilmente tollerabile, soprattutto a circa 30 anni di distanza dall’incidente di Cernobyl. La centrale nucleare ucraina con la massiccia fuoriuscita di materiale radioattivo rimarrà nella storia come un episodio emblematico da cui si potrebbe o, meglio, si dovrebbe imparare molto. Ancor oggi non tutto è stato detto su Cernobyl. Ma la situazione sulle informazioni riguardo all’incidente ucraino è migliorata di molto grazie anche a una task force di esperti internazionali che, solo negli ultimi anni, ha prodotto diversi studi esaustivi a proposito di rischi e danni della radioattività, provocati su ambiente e salute umana. Si è parlato di un aumento dalle 3 alle 8 volte delle leucemie dei tumori come quelli della tiroide, del polmone e delle ossa. Dati, questi, che potranno essere utilizzati per capire e intervenire al meglio su eventuali incidenti nucleari che potrebbero verificarsi in qualunque altro Paese nel mondo. Ritornando al Giappone c’è in corso un acceso dibattito sul cancro alla tiroide in bambini e adolescenti che vivono vicino a Fukushima. Le autorità sanitarie nipponiche, infatti riportano un aumento significativo dell’incidenza della patologia, ma non è chiaro se questi risultati siano conseguenza delle radiazioni o siano dovuti allo screening estensivo in atto sulla popolazione da tre anni a questa parte, di portata maggiore e molto più minuzioso rispetto ai monitoraggi precedenti. Gli esperti, in altre parole, si chiedono se sia colpa dell’irradiamento o se, semplicemente, stiamo cercando troppo bene i sintomi della malattia. Partiamo, anzitutto dai numeri, sono 33 i casi rivelatesi positivi, ovvero effettivamente colpiti dalla patologia. Ricordiamo che sono 254mila (su un totale di 375mila) i bambini e gli adolescenti sotto osservazione degli esperti della Fukushima Medical University, in collaborazione con gli ospedali locali. Un monitoraggio costante che – come spiegano gli specialisti – andrà avanti per il resto della loro vita. Dal canto loro, le autorità nipponiche respingono ogni collegamento con l’incidente, ammettendo però che i risultati richiedono un’analisi più approfondita: «Speriamo di trovare tipi sconosciuti di mutazioni genetiche», dice Shinichi Suzuki, esperto di chirurgia tiroidea, «diversi rispetto a quelli notoriamente associati all’insorgenza di tumore della tiroide, per capire se possano servire da marcatori che ci aiutino a determinare se la malattia è stata indotta dalla radiazione» Possiamo dire che le cifre non sono per niente rassicuranti. Normalmente il cancro alla tiroide coinvolge 1-2 persone per milione nella fascia d’età 10-14 anni, tasso molto minore rispetto a quello osservato a Fukushima (33 su 375mila fa 88 su un milione, anche se lo screening di Fukushima è stato eseguito su una fascia d’età leggermente più ampia). Naturalmente sono arrivati i paragoni con Chernobyl: secondo le stime del Comitato delle Nazioni Unite sugli Effetti della Radiazione Atomica, nel 2005 ci sono stati oltre 6mila casi di cancro alla tiroide tra bambini e adolescenti in Ucraina, Russia e Bielorussia. È da ricordare, però, che in quella zona non è stata attuata alcuna misura per impedire l’assunzione di latte e verdure fresche – e conseguentemente è stata maggiore l’esposizione al radionuclide iodio-131, causa riconosciuta di cancro alla tiroide. «A Fukushima è stata rilasciata molta meno radioattività rispetto a Chernobyl», dichiara Dillwyn William, professore emerito di patologia alla Cambridge University. «La maggior parte della radiazione è finita sopra l’Oceano Pacifico. Secondo me è molto improbabile che ci sarà un grande aumento di casi di cancro alla tiroide e altri problemi di salute – a parte, naturalmente, ansia e difficoltà psicologiche. Questo non vuol dire che la sorveglianza deve arrestarsi. Ci sono state sorprese dopo Chernobyl e ce ne potrebbero essere altre dopo Fukushima» È ancora più drastico Gerry Thomas, docente di patologia molecolare all’Imperial College di Londra: «L’ansia tra i cittadini è dovuta solo alle dichiarazioni di pseudo-scienziati che gridano più forte dei loro colleghi reali. Il numero crescente di casi è dovuto solo alla vasta portata dello screening, non alle radiazioni. Sono ancora convinto di ciò che ho sempre sostenuto: non ci sarà neanche una morte dovuta alle conseguenze radioattive di questo incidente». C’è comunque qualcosa che non torna. Le autorità giapponesi, qualche tempo dopo l’incidente, hanno deliberatamente aumentato il limite legale minimo di radiazioni da uno a venti millisievert (mSv): «Una decisione inspiegabile», sottolinea il dott. Paul Dorman, dello Energy Institute alla University College di Londra. «20 mSv è una dose accettabile per un adulto. I bambini e gli adolescenti si trovano nella fase di sviluppo, quindi non dovrebbero essere esposti a tante radiazioni. Questo potrebbe comportare una maggiore incidenza di malattie, in futuro. Non parlo solo di tumori o problemi cardiaci, ma anche di patologie più difficili da rivelare con metodi epidemiologici, come disturbi del sistema immunitario». Fukushima, una replica di Chernobyl? Guida anti-radiazioni
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