Esegui una ricerca

Informativa privacy

L'importanza di non essere generici

Mariagrazia Villa, N. 3 marzo 2001

Gilbert Cohen Aloro ha 49 anni, è sposato con due figlie, di cui una famosa per aver partecipato agli ultimi tornei di tennis del Roland Garros. In Italia fa capo all''Hesperia Hospital di Modena. “Ho eseguito interventi chirurgici anche in altre città, come Lecce o Napoli, ma devo dire che in questa struttura emiliana ho trovato un rigore e un'organizzazione simili a quelli francesi”, spiega. “Quindi, da quasi 10 anni, opero qui per le migliori condizioni di cui posso disporre. L'ospedale è perfetto: il personale medico e paramedico è molto competente ed efficiente; le stanze per la degenza sono ottime e offrono ogni tipo di servizio al paziente; le varie strutture ospedaliere, come la sala chirurgica e la rianimazione polivalente, sono all'avanguardia”.
Il merito d'aver portato in Italia il bravo chirurgo francese, almeno una volta la settimana, spetta al dottor Giovanni Roncaglia, responsabile della Chirurgia Gastroenterologica dell'ospedale privato modenese. “Ci siamo conosciuti tanti anni fa – racconta Cohen Aloro – ad un importante Congresso a Parigi, cui partecipavano quasi 4mila oncologi da tutto il mondo, organizzato e coordinato dal professor David Khayat, direttore del dipartimento d'oncologia medica della Pitié-Sâlpetriére. Siccome molti italiani, che volevano essere operati da me, erano costretti a venire fino in Francia, Roncaglia mi ha dato l'occasione d'aprire un servizio d'oncologia chirurgica generale all'Hesperia di Modena”.
Non ci sono forme tumorali che il dottor Cohen Aloro operi ed altre no. Ma interviene, in particolare, “sulle neoplasie mammarie – che costituiscono la maggior parte dei cancri che affronto –, i tumori ginecologici e quelli gastroenterici, di fegato, esofago, pancreas, stomaco e colon-retto”.
E non esistono carcinomi che rispondano meglio alla terapia chirurgica rispetto ad altri. La differenza dipende da quanto presto si arriva su di loro, per riuscire a sconfiggerli. E qui entra in campo la sua filosofia d'oncologo, ben precisa.
Anzitutto, non bisogna sottovalutare mai i segnali anomali che il nostro organismo ci manda, ma driz-zare le orecchie. “Tutte le persone, giovani e meno giovani, devono insospettirsi di fronte a qualsiasi cambiamento che non abbia una spiegazione chiara e convincente – che so, un dimagrimento progressivo, una febbre persistente, un diarrea o stitichezza improvvise…–, anche se ci si sente in ottima forma. Se subentra qualcosa di nuovo senza un'apparente ragione, è necessario recarsi dal proprio medico curante e, poi, dallo specialista. Quindi, continuare ad indagare e indagare, fino a quando non si scopre la causa del disturbo”.
In secondo luogo, occorre sempre prevenire, anzi-ché correre ai ripari, quando è ormai troppo tardi. A maggior ragione oggi, che esistono tecniche diagnostiche sempre più sofisticate. “I tumori che vengono operati allo stadio iniziale sono quelli a prognosi più favorevole. Nel caso del seno, ad esempio, la diagnostica attuale ci permette di scoprire i carcinomi, quando ancora hanno dimensioni così ridotte da non essere nemmeno palpabili dal medico o dalla paziente. Intervenire in questo momento è quasi sempre garanzia di conservazione della mammella e di guarigione, perché il tumore è piccolo e non ha ancora intaccato i linfonodi”.
Ma qual è la situazione a livello di prevenzione, in Francia e in Italia? “L'educazione a prevenire le malattie, e dunque anche i tumori, credo che di-penda direttamente dalle scelte compiute dai go-verni in materia di politica sanitaria, più che dal singolo cittadino.
Quanto è disposto ad investire uno Stato sulla salute? Se ci fosse maggiore sensibilizzazione sui fattori di rischio che possono portare al cancro, credo che le persone risponderebbero di più”. In effetti, quanto è successo negli Stati Uniti per il tabagismo sembrerebbe confermare la sua opinione. L'attacco sferrato dall'ex Presidente Bill Clinton contro le grandi multinazionali del tabacco, con un'intelligente campagna d'informazione a tappeto sui pericoli del fumo, ha sortito l'effetto di ridurre il numero dei fumatori, soprattutto tra i ragazzi giovani.
“Prestare maggiore attenzione alla prevenzione consentirebbe, inoltre, un buon risparmio sulla spesa pubblica per curare i malati di cancro. Molti tumori diventano problemi sociali, infatti: una donna su dieci rischia di sviluppare un tumore al seno, per esempio”. Si sono fatte molte ipotesi sulle cause che porterebbero a questo carcinoma, tra cui un'alimentazione povera di frutta e verdura (sostanze ricche di fitoestrogeni, capaci d'influenzare positivamente il metabolismo ormonale), ma la miglior prevenzione possibile rimane fare esami. “Eseguire periodicamente, non solo l'autopalpazione, ma anche la mammografia e l'ecografia, due strumenti diagnostici che in pochi anni hanno fatto grandi progressi”. Come mai, allora, l'incidenza del tumore non è diminuita? “Forse l'aumento è dato dal fatto che ne vengono diagno-sticati di più”. Dunque, le donne fanno adeguata prevenzione? “Benché esista uno scarso stimolo sociale, la consapevolezza individuale è certamente cresciuta”.
Anche per altre neoplasie, esistono analisi che, compiute regolarmente, possono scongiurare il pericolo. Il pap-test, ad esempio, ha permesso di ri-durre il carcinoma della cervice uterina, la seconda forma tumorale della donna nei paesi industrializzati.
“Per prevenire un eventuale tumore alla prostata, invece, sono disponibili l'esplorazione rettale compiuta dal medico, l'ecografia transrettale e, soprattutto, la ricerca nel sangue dell'antigene prostatico specifico, il cosiddetto “psa”, dai 50 anni in poi. Nel caso del colon-retto, poi, in cui è importante l'ereditarietà, le persone che hanno avuto qualche caso in famiglia – madre, padre, fratelli – dovrebbero sottoporsi, dai 35 anni in poi, a colonscopia una volta all'anno”.
Ma per queste due ultime forme tumorali, “bisogna tener conto anche del fumo di tabacco, ritenuto uno dei principali fattori di rischio: non si ripeterà mai abbastanza quanto sia dannoso!”. Eppure, “si fa ancora troppo poco”.
E sul fronte dell'alimentazione, si è intervenuti a sufficienza? “Non credo. In molte regioni italiane, esiste ancora la tradizione di cucinare i cibi sulla fiamma del fuoco di legna, per esempio. Nulla di più cancerogeno! Ma anche una dieta troppo ricca di grassi saturi, carne e insaccati, e povera di fibre, potrebbe svolgere un ruolo nell'eziologia di alcune forme di cancro, come quello dello stomaco – per fortuna oggi in recessione perché si curano meglio le ulcere gastriche – e dell'intestino”.
E non solo la prevenzione dovrebbe venire prima della chirurgia, ma questa dovrebbe essere sempre più specialistica, “come già avviene negli Stati Uniti, dove i chirurghi sono addirittura specializzati nell'intervenire su una determinata neoplasia e su quella soltanto”. In Europa, invece, “siamo ancora indietro: spesso coloro che operano un paziente affetto da cancro sono chirurghi qualsiasi, che non hanno compiuto alcuno studio particolare sulle varie modalità d'asportazione di un tumore”.
In un prossimo futuro, poi, sarà indispensabile avere una conoscenza sempre più puntuale. Perché si taglierà prima col mouse e poi col bisturi. “Le nuove tecnologie informatiche, come lo scanner a tre dimensioni, permetteranno di ricostruire al computer la situazione del tumore in relazione al corpo del paziente e si potrà vedere subito se è possibile intervenire con successo. Prendiamo l'epatocarcinoma: si visualizzerà sullo schermo il tumore in rapporto a tutti i vasi sanguigni, le vie biliari, gli organi adiacenti e così via, e ci si potrà esercitare a fare l'operazione chirurgica, allenandosi virtualmente prima dell'intervento vero e proprio. Inoltre, si potrà inviare il cd-rom ad altri colleghi chirurghi, che magari abitano dall'altra parte del globo, chiedendo loro di provare ad operare il paziente, per confrontare poi le varie tecniche adottate”. Come in un videogioco? “Sì, l'obiettivo è attaccare il tumore, come uno sportivo che cerchi di battere l'avversario…”.
Ma se per simulare l'asportazione al pc di un tumo-re si deve ancora aspettare, la robotica ha già fatto il suo ingresso in sala operatoria. “Siamo al debutto, ma già esistono robot che, diretti dalla voce del chirurgo, eseguono interventi. Certo, la presenza dell'uomo non si potrà mai eliminare: questi strumenti devono sempre essere guidati da un medico”.
Ci sono poi casi in cui la terapia chirurgica non si può proprio applicare, o perché il tumore si trova in una particolare sede, o perché possiede dimensioni e conformazioni tali da rendere l'intervento chirurgico un rischio per la vita del malato. “In queste situazioni, occorre agire diversamente: ad esempio, isolare l'organo che porta in sé il tumore ed applicare chemioterapie locoregionali, come si fa per i melanomi degli arti inferiori”.
Ecco perché è importante che un chirurgo che in-terviene sui tumori abbia una preparazione in senso oncologico: è in grado d'avere una visione d'insieme del problema e d'indirizzare i pazienti alla miglior cura possibile.
È possibile fare prevenzione primaria, per il tumore renale, visto che sono state avanzate delle connessioni con il fumo di tabacco e con diete ricche di proteine e grassi di origine animale? “No, in realtà non si conoscono ancora le cause che lo determinano”

Indirizzi utili
-Gilbert Cohen Aloro lavora all'American Hospital di Parigi (Boulevard Victor Hugo, 63 – 92200 Neuilly sur Seine, Paris - tel. 0033-1-46412525).
- Hesperia Hospital, via Arquà, 80/a - 41100 Mo-dena - tel. 059-449111, fax 059-394048, sito Internet www.hesperia.it, e-mail dirgen@hesperia.it)
- il dottor Aloro è membro dell'American Association of Cancer Research, e fa parte di un gruppo di ricerca della Société d'Oncologie Médicale del prestigioso Hôpital de la Pitié Sâlpetriére (Boulevard de l'Hôpital, 47-83 - 75651 Paris – tel. 0033-1- 42160000).
Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (A.I.R.C.; Via Corridoni 7 – 20122 Milano; tel. 02/77971; fax 02/784919; sito Internet: www.airc.it

Quando sanità fa rima con qualità
Un luogo estremamente accogliente. Non sembra nemmeno un ospedale. L'arredamento è elegante e curato; il personale educato e sorridente, come in un hotel Hilton. E non è tutto. Il servizio che offre agli utenti si fonda, da anni, sulla volontà di mettere a disposizione quanto di più valido esista, tecnologicamente e professionalmente, per soddisfare le esigenze di ciascuno.
La struttura sanitaria privata dell'Hesperia Hospital di Modena in cui opera il dottor Cohen Aloro è un ambiente confortevole ed efficiente. Una realtà sempre più rara, purtroppo, all'interno della sanità pubblica italiana, dove spesso trionfano disagi e imperizia.
Qui, le apparecchiature utilizzate, dalle più elementari alle più sosfisticate, sono sempre le migliori e più aggiornate tra quelle disponibili sul mercato. La diagnostica occupa un posto preminente per il Gruppo Hesperia, tant'è che sono stati stanziati ingenti investimenti, proprio per proseguire in questa direzione.
Oltre all'attenzione verso lo spazio fisico, nel quale si opera e si vive, da sempre ritenuto fondamentale, il ruolo centrale delle attività sanitarie è comunque dato dal rapporto medico-paziente. Non a caso, si avverte l'esigenza d'investire sugli uomini, selezionando i più validi e affermati a livello internazionale.
Il Centro Ospedaliero di degenza e cura è una moderna e funzionale struttura situata nella città emiliana, al centro di un'area fra le più ricche e produttive d'Italia: aperta e sensibile quindi, ma anche molto esigente. Propone il confort di 134 posti letto in stanza privata, modello quattro stelle (con bagno autonomo, aria condizionata, televisione a colori, telefoni, frigobar...), a disposizione sia del paziente che dell'accompagnatore. I servizi sanitari sono d'alto livello grazie al personale paramedico, selezionato secondo criteri di qualità, e un ottimale rapporto infermieri/pazienti (1 ogni 2).
Tutti i reparti sono supportati dai servizi diagnostici e terapeutici più avanzati, mentre il comparto operatorio è dotato di sette sale polivalenti con particolari caratteristiche tecniche per le diverse discipline. Il Poliambulatorio Hesperia Hospital e il reparto di fisioterapia e riabilitazione, inclusa quella cardiologica, completa la serie dei servizi offerti.
L'Hesperia è anche sede della Scuola di Specializzazione della Facoltà di Medicina dell'Università di Bologna, Ferrara e Modena e dell'Arizona Heart Institute, e diffonde sia “Hesperia Informazioni” che, soprattutto, l'edizione italiana di “Harvard Health Letter”, la rivista specializzata a divulgazione medica che l'Università americana di Harvard a Boston pubblica ogni mese.
L'ospedale è, inoltre, uno dei pochi centri ospeda-lieri completamente privati a fondare la sua attività su un innovativo concetto di salute “chiavi in mano”. Segue i casi trattati, infatti, dalla diagnosi alla terapia, fino alla dimissione protetta con follow up, anche telematico, nel tempo. Insomma, una filosofia aziendale che ha saputo legare l'aspetto prettamente clinico con lo sviluppo di una cultura sanitaria costantemente aggiornata (lezione a cui i nostri Ministri della Sanità farebbero bene a buttare un occhio).
Un ottimo indicatore dell'attività svolta è dato, ad esempio, dalla durata media dei ricoveri, complessivamente minore del 50% rispetto a quella riscontrata per le stesse patologie in altri ospedali. Ma la validità dei servizi offerti è anche implicitamente confermata dall'utilizzo che ne fanno gli ospedali pubblici, a integrazione delle loro attività, qualora queste risultino insufficienti alle esigenze della popolazione.
Qui, però, è necessario mettere il dito nella piaga. La clinica privata modenese è stata accreditata perché soddisfa le condizioni che la legge italiana richiede ed è, dunque, convenzionata con il Sistema Sanitario Nazionale. Ma solo per i pazienti che abitano fuori dai confini regionali. Proprio così: se abito a Pavia, non sborso una lira, se sono di Parma, devo pagarmi tutto.
Evidentemente, le Regioni possono scegliere se usufruire o meno delle strutture accreditate e, in questo caso, l'Emilia-Romagna sembra aver scelto di farne a meno. Tradotto: chi le vuole, se le paghi di tasca propria. D'accordo, ma la legislazione italiana riconosce anche al paziente il diritto di farsi curare dove vuole… È una situazione alquanto antidemocratica, per una Regione ch'è sempre stata tra le più progressiste del Paese.

Torna ai risultati della ricerca