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Anche gli squali contro il cancro
Antonella Battista, N. 3 marzo 2001
Tra le oltre mille specie del regno animale e vegetale dichiarate a rischio di estinzione a causa del loro impiego come farmaci - soprattutto da parte della medicina tradizionale cinese - c'è anche il pescecane. Il predatore dei mari è ormai da tempo diventato preda dell'uomo, la cui spietata caccia ha come principale obiettivo le vertebre e le pinne: che sono richiestissime non solo perché rappresentano una vera leccornia della cucina orientale, ma anche per la presenza, nelle strutture cartilaginee del pesce, di alcune sostanze che si ritiene abbiano proprietà terapeutiche nei confronti delle affezioni degenerative e infiammatorie articolari e soprattutto delle neoplasie. I promotori della cartilagine di squalo, negli Stati Uniti - dove l'estratto si vende nei supermercati, dato che la Food & Drug Administration non ha mai concesso l'approvazione al suo impiego come rimedio anti-tumorale - parlano di guarigioni, remissioni spettacolari, miglioramento evidente della qualità della vita dei malati neoplastici. Dimostrazioni cliniche di efficacia? Nessuna. L'ennesima cura miracolosa, insomma. Ma andiamo per ordine. Risale agli anni '50 l'idea che le strutture cartilaginee che costituiscono lo scheletro dello squalo (rappresentando circa il 6% del peso totale dell'animale) siano un toccasana nei confronti dei dolori da artrosi e da malattie infiammatorie diverse. Da più di venti anni è noto che molte cartilagini animali, tra le quali quella di squalo, contengono proteine che possono bloccare la formazione dei vasi sanguigni indotta dai tumori. Solo nel 1983, però, giunge all'orecchio del “nutrizionista” William Lane l'eco di un articolo pubblicato quell'anno su “Science” da Robert Langer, nel quale la cartilagine di squalo viene descritta come fonte ideale di sostanze potenzialmente in grado di bloccare la crescita dei tumori. Sarebbero infatti capaci di inibire l'angiogenesi, ossia la formazione di quei vasi sanguigni che aiutano le cellule tumorali a moltiplicarsi. Anzi, secondo Langer - che risulta aver collaborato a Boston con Judah Folkman, pioniere degli studi in questo settore - la presenza di questi inibitori giustificherebbe la scarsa incidenza di neoplasie in questi animali. La storia richiama insomma le ricerche di Folkman sull'angiostatina e l'endostatina, che negli ultimi anni sono state seguite da Lane con crescente attenzione. È iniziata così l'opera di promozione della polvere di cartilagine da parte dell'intraprendente Lane: descritto come “uomo d'affari di fama internazionale” dalla stessa prefattrice del suo libro “Gli squali non si ammalano di cancro” (Ed. Tecniche Nuove), Lane è riuscito in effetti a far circolare per gli States l'idea che l'ingestione di capsule a base di polvere di squalo possa migliorare la qualità della vita dei malati se non addirittura guarirli dal cancro. E questo prodotto “alternativo” - liberamente venduto nei drugstore americani come integratore alimentare (sic!) - ha finito per riscuotere negli Usa un successo popolare tale da costringere alla fine la Cancer Treatment Research Foundation ad organizzare una sperimentazione clinica seria e controllata. Ed eccone il responso ufficiale: la somministrazione della cartilagine di squalo in un gruppo di 60 pazienti affetti da neoplasia (della mammella, dell'intestino, del polmone e di altri distretti) in fase avanzata, per un periodo di dodici settimane, non ha dimostrato alcuna efficacia antitumorale, né ha determinato nei malati un significativo miglioramento delle condizioni generali. La progressione della malattia, aggiungono gli autori dello studio, si è tuttavia arrestata in dieci dei pazienti trattati: merito della cartilagine? No, rispondono gli oncologi, ricordando che un blocco temporaneo della crescita tumorale si verifica anche in un'analoga percentuale di pazienti con malattia avanzata che ricevono solo un trattamento sintomatico e di supporto. Come previsto da una sorta di copione fisso ed immutabile in tutte le storie di rimedi miracolosi, anche il dottor Lane ha regolarmente contestato i risultati negativi della verifica clinica, attribuendoli all'incapacità degli sperimentatori. Il “flop” della cartilagine di squalo, del resto, rischia di compromettere un fiorente mercato: si calcola che siano finora almeno 50.000 i malati che hanno già utilizzato il prodotto. “Bisognerebbe informare i consumatori americani - ammonisce Saul Green, esperto “acchiappamiracoli” dello Sloan Kettering Institute di New York - che l'attività antitumorale della cartilagine di squalo è dovuta a delle proteine che vengono distrutte nello stomaco, e che le loro dimensioni, se anche riuscissero a resistere all'acidità gastrica, sono tali da non consentirne l'assorbimento da parte dell'intestino. E in ogni caso, trattandosi di proteine estranee all'organismo, il sistema immunitario reagirebbe alla loro presenza in circolo producendo anticorpi”. Anche uno studio presentato alla recente Conferenza europea sul tumore alla mammella ed effettuato con tutti i canoni scientifici smentisce una volta per tutte l'esistenza di una qualsivoglia attività antitumorale della cartilagine di squalo nell'uomo. Lene Adrian, dell'Ospedale Universitario di Copenaghen, in Danimarca, ha trattato con 124 capsule di cartilagine al giorno 17 donne con cancro della mammella in fase terminale che non rispondevano ad altre cure. Con nessun risultato. Il composto presenta, inoltre, effetti collaterali gravi ed è molto costoso. Gli oncologi danesi ne sconsigliano l'uso. Ma insomma gli squali si ammalano o no di cancro? Il lettore attento può trovare nello stesso libro di Lane una prima, parziale risposta: “Devo ammetterlo, gli squali non sono sempre immuni dal cancro”, confessa candidamente l'autore nella prefazione. “Certo che si ammalano”, rincarano la dose gli esperti dello Smithsonian Institute. Il loro cancro, aggiungono, è spesso un condrosarcoma: vale a dire, ironia della sorte, un tumore della cartilagine.
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