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Solo frutta di stagione

Cristina Sampiero, N. 3 marzo 2001

In un mondo in cui una buona parte della popolazione vive nell'abbondanza, ci si preoccupa di più del cibo, della sua qualità, dei suoi effetti, di quanto non lo si facesse in passato in tempi di ristrettezze e carestie. Si è alla continua ricerca dell'alimento unico e miracoloso, della dieta del “succo di cavolo”, panacea di tutti i mali e soprattutto di tutti i “sovrappesi” con poco sforzo e, in particolare, in poco tempo.
Chi si occupa di nutrizione deve quotidianamente rispondere a domande quali “i fritti fanno male?”, “lo zucchero provoca il diabete?”, “le vitamine fanno ingrassare?”, “posso mangiare la pizza?” che necessitano peraltro di risposte assolute: non si accettano i “dipende”. È come se a tutti i costi si dovesse individuare un capro espiatorio. L'esigenza fisiologica di “mangiare” si trasforma in tal modo in una strada tortuosa fatta di peccati e di esagerazioni prima e di rinunce poi. Il problema è che ci si approccia al cibo in modo sbagliato, o con l'ossessione del fa bene, fa male, fa ingrassare, fa dimagrire oppure con la comoda incuranza del “chi se ne importa”. È pur vero che per i non addetti ai lavori è difficile orientarsi tra la miriade di messaggi e prodotti e saper discernere tra informazioni corrette e “chiacchiericcio”.
È così difficile far capire a tutti che il segreto è la moderazione, che sta nelle cose semplici, che niente fa bene e niente fa male, e che la chiave di tutto è un sano amor proprio? Forse il tentativo che bisogna attuare è quello di fornire il più possibile strumenti pratici per aiutare a orientarsi nelle scelte quotidiane.
Le materie prime sicuramente non ci mancano: viviamo in un Paese a cui madre natura ha fatto doni ineguagliabili che il resto del mondo ci invidia. L'olio d'oliva, il vino, il pane, la pasta, i legumi secchi, la frutta, gli ortaggi, sono i protagonisti di questa tradizione.
Le nostre origini ci hanno trasmesso l'arte di nutrirci con poco, ma con cura, quella che si potrebbe definire “la via mediterranea per star bene, mangiando bene”: dei nostri avi era una dieta ricca di pane e pasta, di ortaggi e frutta fresca, con una quantità limitata di prodotti di origine animale, una dieta nutrizionalmente equilibrata nel rispetto delle tradizioni alimentari proprie dei Paesi mediterranei.
Questo non vuole essere un elogio al passato, ma semplicemente un'occasione per riflettere che ci induca a sfruttare quello che di meglio ed in più abbiamo rispetto ad allora.
Oggi è sicuramente più scomodo mangiare bene perché immersi nel “paese dei balocchi” degli alimenti, siamo costretti a scegliere. È necessario trovare il modo di conciliare la tradizione con la tecnologia ed il mercato alimentare, per nutrirci meglio anche all'insegna del gusto.
Uno degli aspetti che giocava a favore dei nostri avi era la freschezza e la naturalezza dei prodotti, in particolare per quanto riguarda i vegetali, anche se con forti limitazioni di varietà rispetto alla stagione: finocchi solo a fine autunno–inizio inverno, pomodori a fine estate, piselli a primavera ecc. Sapori buoni e genuini ma… che monotonia!
Oggi possiamo permetterci di scegliere: ma perché non optare innanzi tutto per i prodotti di stagione? È vero che ormai molte colture vengono prodotte in serra anche durante il normale periodo di sviluppo (per esempio, i pomodori), ma comunque un prodotto “forzato” nella crescita fuori stagione presenta una qualità nutrizionale inferiore rispetto a quello che ha goduto, seppure in parte, del clima naturale.

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