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Il mio nome è mai più

Mariagrazia Villa, N. 5 maggio 2001

Parliamo di “uranio impoverito” ritenuto dai media, a torto o a ragione, come un “killer”. Torna all’attenzione per i casi di neoplasie maligne riscontrati tra i militari impiegati in Bosnia e Kosovo.
Fin da ottobre-novembre dello scorso anno, sulle prime pagine della stampa nazionale e internazionale e nelle principali trasmissioni televisive si era detto quanto l’uranio impoverito fosse implicato nella morte per leucemia di 6 soldati italiani, che partecipavano alla missione di pace nei Balcani.
Una notizia che non poteva non mettere in allarme l’opinione pubblica. Per rispondere a quelle accuse, non provate scientificamente, il ministero della Difesa istituisce, il 22 dicembre 2000, una commissione. A presiedere il gruppo di esperti è nominato il professor Franco Mandelli, noto ematologo dell’Università La Sapienza di Roma. Alla commissione il compito di accertare tutti gli aspetti medico-scientifici dei casi emersi, verificando la correlazione con il munizionamento all’uranio impoverito impiegato nell’area occupata, ovvero la possibile identificazione di cause diverse all’origine di tali patologie.
Per ora, secondo i primi risultati presentati dalla Commissione Mandelli, si esclude un nesso causale tra uranio e neoplasie maligne. Questi dati, anche se sostenuti da altri di fonte internazionale, sono però messi in discussione dai molti fautori dell’accusa. Rimane inoltre aperta l’incognita del futuro. Ci si chiede, cioè, se non sia necessario continuare a indagare.
Per questo abbiamo intervistato il professor Martino Grandolfo, membro della Commissione Mandelli e direttore del Laboratorio di Fisica all’Istituto Superiore di Sanità.
Per quale ragione, nella relazione del 19 marzo, si sottolinea la parola “preliminare”?
“Finora si sono forniti i risultati ottenuti nei primi tre mesi di lavoro dal nostro gruppo. Ma il nostro compito non si esaurisce qui. Stiamo continuando a monitorare tutti i militari che hanno preso parte alla missione di pace nei Balcani. E posso anticipare che, a maggio, presenteremo altri dati che ovviamente potrebbero confermare i precedenti, come si spera, o smentirli”.
Entriamo nel merito dello studio. Quali e quanti sono i soggetti monitorati?
“La popolazione sulla quale si è calcolata l’incidenza di neoplasie è costituita dai militari, in tutto 39.450, che dal dicembre 1995 al gennaio 2001 hanno compiuto almeno una missione in Bosnia o in Kosovo.
L’elenco è stato fornito dagli Stati Maggiori dell’Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri, alla Direzione Generale della Sanità Militare che li ha poi trasmessi all’Istituto Superiore di Sanità. Il gruppo, preso in considerazione, era composto da individui di età tra i 20 e i 49 anni (38.343 o meglio il 97,1%), per lo più proveniente dall’esercito (84,5% del campione)”.
Quanti casi di neoplasie avete riscontrato e di che tipo?
“Innanzitutto va chiarito che i dati si riferiscono solo a casi clinicamente accertati. Pertanto, sono stati esclusi tutti quei soggetti senza diagnosi documentata e quelli con diagnosi di malattie non neoplastiche. Per ritornare al suo quesito, posso sottolineare che sono stati presi in considerazione solo i casi segnalati dal ministero della Difesa. Per ciascuna segnalazione si è proceduto alla conferma diagnostica, utilizzando certificazioni e copie di cartelle cliniche fornite dai reparti di diagnosi e di cura, universitari o ospedalieri, di oncologia ed ematologia. Si sono osservate “solo” 28 neoplasie [ematologiche e non, ndr]. Mentre, su una popolazione di circa 40.000 soggetti, va detto che si attendevano almeno 53 malati di tumore (soprattutto quelli solidi), come da statistica nazionale”.
Volendo estremizzare le cifre, potremmo dire che l’uranio “protegge” i nostri soldati?
“Non mi sembra opportuno scherzare su un argomento così serio. Comunque, possiamo ribadire che, per il momento, non disponiamo di alcun elemento che convalidi una connessione tra l’uranio impoverito e le patologie tumorali”.
Naturalmente la mia era solo una “provocazione”. Anche perché siamo stati sommersi per mesi da notizie allarmanti e per molti sarà difficile credere all’innocenza dell’uranio.
“Attualmente è così. Almeno fino a quando ulteriori dati non smentiranno questi risultati. Per completezza e correttezza d’informazione, è necessario precisare che veramente il numero complessivo dei casi di tumori riscontrato nel contingente di pace è stato minore rispetto alle attese. Ma si è registrata un’inversione di tendenza per le neoplasie ematologiche, le quali sono aumentate, soprattutto per quanto riguarda i 9 linfomi di Hodgkin , rispetto ai 4 statisticamente previsti, e le 2 leucemie linfatiche acute che in una popolazione così ridotta (ovvero i 40.000 militari, ndr) normalmente non vengono segnalate. Si tratta però di numeri estremamente piccoli per poter condizionare i risultati. Nel contempo, sono dati che fanno riflettere”.
Come si spiega l’incremento di linfomi di Hodgkin e di leucemie linfatiche acute?
“Innanzitutto va sottolineato che fortunatamente si parla di casi sporadici, ovvero statisticamente non significativi. Per cui si può ancora supporre che l’eccesso sia attribuibile alla casualità o a fluttuazioni, piuttosto che a una causa esterna com’è l’uranio. Se, in futuro, l’aumento dovesse essere significativo, allora la nostra posizione potrebbe cambiare. Ecco perché è necessario continuare il monitoraggio sul contingente di pace che ha operato nei Balcani”.
Professor Grandolfo, nei dati della Commissione Mandelli si fa riferimento ai casi di neoplasie maligne attese. Qual è il metro di paragone?
“Come indicatore per il confronto è stato utilizzato il rapporto tra i casi di tumore “osservati” nei militari, che si sono recati in Bosnia o Kosovo, e quelli “attesi” in quella stessa popolazione, facendo riferimento ai tassi di neoplasie rilevati nella popolazione maschile dai Registri italiani dei tumori. Il rapporto tra i casi “osservati” e casi “attesi” dà una misura di rischio denominata SIR (Standardized Incidence Ratio)”.
Ma non esiste un unico Registro nazionale dei tumori?
“Certamente no. Infatti abbiamo considerato 9 Registri operanti in Italia (dal 1993-1997), che sono quelli di Torino, Modena, Veneto, provincia di Ferrara, Romagna, provincia di Macerata, provincia di Firenze, provincia di Ragusa e Sassari”.
I Registri dei tumori italiani presi in considerazione, però, provengono per lo più dal Nord. Sei sono del Nord, uno del Centro e due dal Sud (precisamente, dalle Isole). È ovvio chiedersi se il confronto non sia squilibrato, sapendo peraltro che almeno i due terzi del contingente veniva dal Sud?
“La ringrazio per questa domanda, perché mi permette di portare alcuni chiarimenti. È vero, infatti, che non avendo un Registro unico in Italia, la media nazionale sull’incidenza dei tumori deve essere ricavata dai diversi Registri, regionali, provinciali e comunali.
Ma è bene sottolineare che gli esperti, specialmente gli oncologi, sono a conoscenza che i tumori solidi nel nostro Paese sono più diffusi al Nord rispetto al Sud. Inoltre, sanno bene che queste forme tumorali colpiscono soprattutto le persone anziane. Mentre il nostro campione [come detto in precedenza, ndr] è costituito da giovani accuratamente selezionati per idoneità fisica.
Tali considerazioni non incidono minimamente sui risultati favorevoli della Commissione. Semmai, possiamo dire che concorrono a precisare meglio il motivo di un numero così ridotto di tumori solidi rispetto a quelli attesi”.
Ma lei concorda sulla necessità di fornire queste spiegazioni sia per un’informazione scientificamente corretta sia, soprattutto, per evitare che i fautori dell’accusa (giornalisti in primis) possano muovere obiezioni?
“Certamente. Le spiegazioni erano d’obbligo. Più che soffermarsi sui tumori solidi che, come abbiamo visto, sono sensibilmente inferiori a quelli attesi [confrontando i registri italiani, ndr], sposterei l’interesse verso le neoplasie maligne ematologiche, soprattutto leucemie e linfomi di Hodgkin.
Il nocciolo della questione. Queste due forme tumorali, in Italia [ma anche negli altri Stati Europei e non, ndr], sono equamente distribuite in tutte le aree geografiche e colpiscono i giovani al di sotto dei 40 anni”.
Dalle conclusioni della relazione emerge che è necessaria una conferma dei risultati finora ottenuti. Pertanto la Commissione Mandelli suggerisce di:
a) aggiornare il numero dei casi di neoplasie, mediante l’acquisizione della documentazione necessaria alla conferma diagnostica delle segnalazioni che arriveranno nei prossimi mesi, con un nuovo rapporto entro la fine di maggio 2001;
b) seguire nel tempo la coorte dei soggetti impegnati in Bosnia o Kosovo. A tale scopo va valutata la fattibilità di condurre uno studio che punti a monitorare l’incidenza di neoplasie;
c) proporre agli altri Paesi della Nato, che sono stati impegnati in Bosnia e Kosovo, anche in relazione agli studi già avviati, di individuare metodologie uniformi per valutare l’incidenza di neoplasie nei militari dei rispettivi Paesi.
Questo al fine di un confronto e di una valutazione globale dei diversi studi.

La cronistoria

  • 22 dicembre 2000. Il ministro della Difesa Sergio Mattarella istituisce una Commissione presieduta dal professor Franco Mandelli.
  • 8 gennaio 2001. Il ministro delle Politiche Comunitarie Gianni Mattioli scrive al Presidente del Consiglio, Amato, per decidere un’azione da concordare con la Nato e la UE per la messa al bando delle armi all’uranio impoverito.
  • 9 gennaio. L’epidemiologo francese Roger Salomon, presidente della Commissione analoga a quella italiana, dichiara che verrà senz’altro provato un nesso tra Balcani e leucemia dei soldati, la quale non è di origine radioattiva (come sarebbe nel caso dell’uranio) quanto piuttosto di ordine chimica (come nel caso del benzene).
  • 9 gennaio. Corrado Testa, direttore del Centro di Radiochimica applicata dell’Università d’Urbino, ha affermato: “Dubito che vi sia un’impatto ovvero un legame diretto tra uranio e leucemia. Può essere una concausa sommata all’effetto di vaccinazioni massicce, di sostanze tossiche rilasciate dai bombardamenti di industrie chimiche e dell’uso di solventi organici tossici, come il benzene per la pulizia delle armi (quindi per mancanza di precauzioni). L’uranio, per essere nocivo, deve essere assorbito in dosi massicce”.
  • 10 gennaio. Sandro Degetto, uno dei massimi esperti nel settore presso il CNR di Padova, sostiene che l’uranio è un “killer” per il rene ma che sui tumori non esiste ancora alcuna certezza.
  • 18 gennaio. Il ministro della Difesa Mattarella espone alla Camera il caso dei tumori registrati tra i militari che hanno preso parte alle missioni dei Balcani -Kosovo (23 malati di cui 8 morti), con 10 tipi diversi di tumori.
  • 18 gennaio. Il governo italiano predispone, con un decreto legislativo, di porre a carico dello Stato la spesa degli accertamenti sanitari dei militari italiani che hanno partecipato alle missioni di pace all’estero
  • 1 febbraio. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stanziato un extra-budget di 2 milioni di dollari, oltre a quello base di 20 milioni di dollari, per avviare, nei prossimi sei mesi, studi su rischi derivati da uranio impoverito.
  • 2 febbraio. Per la Commissione esperti dell’Oms, la popolazione del Kosovo non è a rischio.
  • 2 febbraio. L’Asl della Valle d’Aosta ha attivato uno sportello sanitario rivolto ai cittadini volontari che hanno partecipato a missioni umanitarie nell’area dei Balcani. Sono a disposizione screening gratuiti.
  • 3 marzo. Per gli esperti svizzeri non c’è alcun rischio da uranio impoverito. Lo riferisce il Dipartimento Federale della Difesa che ha pubblicato l’esito del lavoro condotto da due esperti del laboratorio AC di Spìez (Berna) sui campioni di materiale prelevato in 8 località del Kosovo, per conto dell’Unep (l’Agenzia Onu per l’ambiente). Sono stati analizzati 61 campioni di terreno; 9 di materiale tratto dai fori di proiettile; 4 di rivestimento di proiettili; 2 proiettili interi; 1 scheggia di proiettile. Secondo gli esperti, queste munizioni inquinano lo strato superficiale del terreno ma in misura inferiore a quello causato dall’uranio impoverito, contenuto naturalmente nel terreno stesso.
  • 13 marzo. L’Agenzia Onu per l’ambiente (Unep) ha visitato, lo scorso novembre, 11 siti di cui 5 nel Settore italiano e ha esaminato 355 campioni di acqua, suolo, vegetazione, latte, proiettili e frammenti di proiettile. Gli esperti hanno trovato anche tracce di plutonio e uranio 236, che potrebbero dimostrare l’utilizzo di combustibile nucleare esausto per fabbricare munizioni, ma in quantità molto basse che non hanno alcun impatto significativo sulla radioattività complessiva. L’Unep dichiara che i rischi radiologici e tossicologici sono insignificanti, ma sconsiglia di tenere i proiettili in tasca o vicini ad altre parti del corpo. Secondo Pekka Haavisto, il responsabile finlandese della task force Unep, ci sono ancora incertezze sulla contaminazione delle falde acquifere.
  • 16 marzo. Si sono riuniti ad Ancona i ministri dei Paesi dell’area balcanica per stabilire forme di lavoro congiunto e collaborazione adriatica in settori specifici, quali l’inquinamento da guerra.
  • 9 marzo. Si presentano i lavori della Commissione Mandelli.
  • 20 marzo. Per l’OMS non c’è alcun rischio per la popolazione civile. L’Oms assolve l’uranio ma punta il dito sulla gravissima contaminazione da piombo, soprattutto nella zona di Mitrovica. È quanto emerge dal rapporto di 43 pagine sull’indagine condotta da 4 esperti, tra il 22 e il 31 gennaio scorso.

La relazione comclude che…
Dalle conclusioni della relazione emerge che è necessaria una conferma dei risultati finora ottenuti. Pertanto la Commissione Mandelli suggerisce di:
a) aggiornare il numero dei casi di neoplasie, mediante l’acquisizione della documentazione necessaria alla conferma diagnostica delle segnalazioni che arriveranno nei prossimi mesi, con un nuovo rapporto entro la fine di maggio 2001;
b) seguire nel tempo la coorte dei soggetti impegnati in Bosnia o Kosovo. A tale scopo va valutata la fattibilità di condurre uno studio che punti a monitorare l’incidenza di neoplasie;
c) proporre agli altri Paesi della Nato, che sono stati impegnati in Bosnia e Kosovo, anche in relazione agli studi già avviati, di individuare metodologie uniformi per valutare l’incidenza di neoplasie nei militari dei rispettivi Paesi.
Questo al fine di un confronto e di una valutazione globale dei diversi studi.

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