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Un gene per tagliargli i viveri
Mariagrazia Villa, N. 6 giugno 2001
La notizia laveva data la Grey Lady del giornalismo internazionale, il
New York Times, il 3 maggio 1998. Un gruppo di ricercatori, guidati
dalloncologo pediatra Moses Judah Folkman del Childrens Hospital
di Boston negli Stati Uniti, studioso della Facoltà di medicina delluniversità
di Harvard, aveva scoperto che due proteine naturali, lendostatina e langiostatina,
potevano rappresentare la tanto sospirata arma contro il tumore. Almeno stando
agli esperimenti condotti sui topolini da laboratorio.
Un annuncio dassoluto rilievo scientifico, che ha definitivamente segnato
un passo avanti nellapproccio terapeutico: da strategie puramente farmacologiche,
alla ricerca del farmacomiracolo, a strategie biologiche, che facciano i conti
con la complessa biologia del processo tumorale.
Salutata con entusiasmo sia dalla comunità scientifica internazionale,
in primis da due premi Nobel, litaliano Renato Dulbecco e James Watson,
scopritore dellelica del Dna, sia dai tanti malati in attesa di una speranza
per la loro vita, la scoperta è stata affrontata con prudenza e cauto
ottimismo da Folkman. Fin da subito, ha messo in luce come il passaggio dalla
sperimentazione animale a quella umana non sia sempre prevedibile, così
come il modello di cancerogenesi indotta sia difficilmente confrontabile con
quella spontanea dellorganismo umano (di fatto, ancora oggi, non si conosce
né perché né come nasca una neoplasia). Ma come mai endostatina
e angiostatina sono in grado di mettere k.o. il tumore? Perché gli tagliano
i viveri: lo affamano, lo assetano, lo asfissiano. In sostanza, fanno in modo
che non gli giunga il nutrimento e lossigeno, costituiti dal sangue. Come?
Bloccando langiogenesi, ossia la formazione di una rete di vasi sanguigni,
da parte della massa neoplastica: proprio ciò di cui questultima
ha bisogno per crescere e sopravvivere (sono le stesse cellule cancerose a produrre
fattori angiogenetici). Le due sostanze scoperte e sperimentate da Folkman sugli
animali sarebbero, quindi, in grado dinibire la neovascolarizzazione del
tumore, riducendone il volume fino a zero e impedendone la ricrescita: sui topi
trattati, le varie forme tumorali, dal fibrosarcoma al melanoma alla leucemia,
sono completamente regredite.
Nellipotesi di unapplicazione clinica nella terapia oncologica per
luomo, la somministrazione in dosi massicce di proteine inibitrici dellangiogenesi
non estranee al nostro organismo, presenterebbe degli indubbi vantaggi rispetto
allassunzione dei classici chemioterapici. Non solo ridurrebbe gli effetti
collaterali, ma risolverebbe anche il problema della chemioresistenza di alcune
forme neoplastiche (che sopravvivono in un ambiente chimico che dovrebbe, invece,
rivelarsi letale), oltre a colpire solamente la rete dei capillari del tumore,
non tutte le cellule del corpo indiscriminatamente.
Lintuizione di lavorare sullinibizione dellangiogenesi tumorale
venne a Folkman già allinizio degli anni Sessanta, quandera
ancora chirurgo allOspedale della Marina di Bethesda (Washington). Osservò
come un tumore, anche delle dimensioni della capocchia di uno spillo, non si
espandesse in laboratorio, nemmeno in presenza di vasi sanguigni, ma solo una
volta reimpiantato nellorganismo vivente: significava che questultimo
era capace di produrre dei fattori in grado di spingere verso lo
sviluppo del tumore. Lobiettivo diventò, allora, cercare sostanze
che potessero fermarli.
Oggi, sono almeno una trentina i cosiddetti inibitori dellangiogenesi,
oltre a quelli individuati da Folkman, e sono allo studio nei principali centri
oncologici del mondo. Negli ultimi anni, poi, ci sono state anche importanti
scoperte, che hanno fatto scendere in campo, sempre nella direzione tracciata
dal medico di Boston, anche lazione svolta da speciali geni.
Una delle più interessanti si deve a uno scienziato napoletano, da oltre
quindici anni trapiantato negli Stati Uniti: il professor Antonio Giordano,
docente di patologia, anatomia e biologia cellulare al Medical College e Cancer
Institute della Thomas Jefferson University di Philadelphia, oltre che presidente
dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine della città
statunitense.
Nel 95, un team di ricercatori da lui coordinato, è riuscito a
isolare e clonare un gene umano, chiamato Rb2 (in relazione al retinoblastoma,
una rara forma di cancro degli occhi che colpisce i bambini), scovato
in una particolare regione del cromosoma umano, che frequentemente manca, risulta
difettosa, o non entra inspiegabilmente in funzione, in parecchie forme di cancro.
Quando questo gene, che si è scoperto avere la proprietà di sopprimere
la crescita della massa neoplastica e bloccare langiogenesi, risulta scassato,
come dice il professor Giordano, il tumore può svilupparsi e proliferare
indisturbato. Gli studi condotti dalléquipe americana, in collaborazione
con altri centri di ricerca internazionali, hanno mostrato una stretta relazione
tra lespressione di questo gene oncosoppressore e molti tumori: neoplasia
nasofaringea, cancro dellendometrio e della cervice dellutero, carcinoma
mammario, osteosarcoma, tumore al polmone e alla vescica. Dalle ricerche emerge
con chiarezza che lRb2, presente in tutti i tessuti e organi del nostro
corpo, dalla punta dei capelli alle unghie dei piedi, è un potente
fattore di protezione nellimpedire una conversione neoplastica delle cellule
spiega Giordano e livelli più bassi del normale della proteina
legata allRb2 risultano connessi, non solo al grado daggressività
del tumore, ma anche allestensione della metastasi. Lobiettivo
per il futuro è continuare a studiare questo interruttore dellequilibrio
cellulare per capire perché sinceppa e come aggiustarlo, per
migliorare la diagnosi precoce di cancro, individuando le persone a rischio
e progettando specifiche strategie terapeutiche. Dal 97, alcuni
istituti universitari italiani partecipano alle fatiche di Giordano. Tra questi
lateneo senese, attraverso un gruppo di studiosi guidati dal professor
Lorenzo Leoncini, docente dellIstituto di anatomia e istologia patologica
della Facoltà di medicina e chirurgia delluniversità di
Siena, conta varie esperienze di lavoro allestero, dallIstituto
Gustave Roussy di Parigi a quello di patologia dellUniversità
di Berlino, dal Dipartimento universitario dimmunologia clinica di Città
del Capo allIstituto di patologia umana dellUniversità di
Nairobi. Lidea di lavorare insieme al Thomas Jefferson Medical College
di Philadelphia, mandando molti nostri dottorandi a far esperienza negli Usa,
è nata in occasione di una visita nella nostra città del professor
Giordano, racconta Leoncini. Abbiamo trovato dei comuni argomenti
di ricerca: a quel tempo lavoravamo sul ciclo cellulare e lui aveva scoperto
lRb2, che è un gene oncosoppressore, nel senso che una delle sue
funzioni è appunto quella di regolare la proliferazione cellulare. Noi
abbiamo fornito dei casi di tessuti umani e continuato a testare lespressione
di questo gene in tumori delluomo. Ciò da cui gli studiosi
senesi e americani sono partiti è stata la proprietà dellRb2
dinibire la crescita cellulare e quella neoplastica. In seguito, nel corso
della sperimentazione da parte del professor Giordano, in cui è stato
iniettato su animali il gene, utilizzando vettori virali, si è visto
che cera una regressione dei tumori e che questi andavano incontro a calcificazione.
A quel punto, si è formulata lipotesi che lRb2 potesse anche
interferire con langiogenesi. Quindi, nel lavoro successivo è stata
valutata, sempre sugli animali, la formazione dei vasi sanguigni in tumori che
erano stati trattati e no con Rb2. Si è così visto che cè
una correlazione stretta tra lespressione di Rb2 e il fattore che determina
langiogenesi, il vegf (vascular endothelial growth factor, nda).
Questi studi sono ancora a livello di sperimentazione sui topini da laboratorio,
dove hanno dato risultati incoraggianti, ma continueranno nella speranza
di poter verificare la possibile applicazione terapeutica sulluomo.
Ma quanto tempo ci vorrà, prima dellutilizzo clinico dellRb2?
Difficile rispondere: il professor Giordano afferma che ci arriveremo
in tempi brevi, ma lui è molto ottimista, lo è di natura.
Stando a quanto Folkman ha dichiarato di recente, lidea di dedicare la
propria esistenza a sconfiggere il cancro risale a cinquantanni fa: conobbe
la disperazione dei malati di tumore da ragazzo, quando li andava a visitare
insieme al padre, rabbino, in un ospedale dellOhio. Fu allora che decise
di diventare medico e di fare della lotta contro il male del secolo
la sua personale strada verso Dio. Il tragitto è certamente lungo e pieno
di prove, ma da quel 3 maggio 98 lo hanno raggiunto molti nuovi compagni
di viaggio, che hanno portato anche il loro contributo. Chissà che insieme
non riescano a vincere la battaglia.
Lendostatina sintetica parla italiano
Non è stata una multinazionale del farmaco, a brevettare lendostatina
sintetica, ma il professor Francesco Chillemi e il suo collaboratore Pierangelo
Francescato del Dipartimento di chimica organica e industriale delluniversità
di Milano, in collaborazione con la professoressa Marina Ziche dellateneo
di Firenze, che ha svolto le prove farmacologiche sui conigli.
Depositato per lItalia il 19 aprile del 99, ma consacrato a livello
internazionale l11 aprile 2000, il brevetto fa già gola a quattro
industrie farmaceutiche straniere, che si sono messe in coda per assicurarsi
in esclusiva la proteina sintetica anticancro, e lo stesso Folkman la sta provando
da mesi.
Finora, per il pediatra di Boston è stata la società biotech americana
Entremed a produrre lendostatina, utilizzando una tecnica dingegneria
genetica, quella del Dna ricombinante, ma la proteina ottenuta è molto
meno efficace di quella italiana. Vediamo perché.
Una delle principali difficoltà che sono sorte, subito dopo la scoperta
di Folkman, è stata quella di produrre endostatina e angiostatina, preservando
la loro capacità antiangiogenetica. Si tratta, infatti, di molecole molto
grandi e complesse con problemi di stabilità, oltre agli alti costi di
produzione.
Chillemi è riuscito a individuare e sintetizzare il frammento attivo
dellendostatina, liberandola dalle parti praticamente inutili
ai fini dellinibizione dellangiogenesi tumorale. Si è rivelato
venti volte più potente della proteina intera, più stabile, con
alta solubilità in acqua e costi di produzione notevolmente ridotti.
SU5416: sarà la combinazione vincente?
Tra i principi attivi in grado di smantellare langiogenesi tumorale, cè
anche il composto SU5416, sul quale sono già partite le sperimentazioni
sulluomo, negli Stati Uniti, in Asia e in dodici nazioni europee (in Italia,
lo studio è in corso in dieci centri oncologici).
Comè che agisce questa sostanza? Il tumore, a mano a mano che cresce,
attiva degli angiogenetici che stimolano la formazione di nuove arterie, tra
cui il vegf, il fattore di crescita dellendotelio vascolare. Il composto
pare in grado di bloccare il recettore a cui il vegf saggancia, impedendo
la vascolarizzazione.
I primi studi clinici si sono svolti al Jonsson Cancer Center delluniversità
di Los Angeles in California, sotto la guida del dottor Lee Rosen, e hanno riguardato
malati di Aids in cui era presente, a uno stadio avanzato, il sarcoma di Kaposi,
un tumore molto raro, ma non nelle persone Hiv positive (nei trapiantati, o
negli individui a bassa reattività immunitaria), caratterizzato da un
forte aumento della rete vascolare.
Somministrando lSU5416, si è visto che in alcuni pazienti molti
degli effetti collaterali della neoplasia sono miracolosamente scomparsi. Al
momento, è difficile capire come mai il farmaco funzioni su certi malati
e non su altri, ha dichiarato Rosen. Potrebbe dipendere dal tipo
di cancro, dallo stadio in cui sinterviene, dal dosaggio somministrato
o da variabili che ancora non conosciamo. Di certo, bisogna testare lefficacia
di questo inibitore dellangiogenesi anche su altre neoplasie, magari in
fase iniziale, e combinandolo con la chemioterapia: utilizzato da solo, non
sembra ancora in grado di avere la meglio sulla malattia.
Aggredire i capillari con interferone alfa e beta?
Si attende ancora la sperimentazione sulluomo, ma lo studio condotto sugli
animali dal Centro di biotecnologie avanzate di Genova, in collaborazione con
lIstituto superiore della sanità, sembra lasciare unaltra
porta aperta allantiangiogenesi.
Pubblicata di recente sullAmerican Journal of Pathology, è
la prima ricerca nel mondo che dimostri lefficacia della terapia genica
nel trattamento del tumore di Kaposi.
Ecco qual è stato lesperimento italiano: uno speciale gene, che
favorisce la produzione di interferone alfa e beta da parte dellorganismo,
è stato caricato su un virus murino (ossia capace dinfettare le
cellule dei topi), in precedenza reso innocuo; successivamente, è stato
somministrato ai topi malati per via endovenosa. Dopo qualche mese, si è
rilevato un completo blocco nella formazione e crescita dei nuovi vasi sanguigni.
Al punto che la neoplasia si era via via ridotta fino a scomparire del tutto.
Linterferone, che è un forte regolatore delle difese dellorganismo,
viene prodotto in grande quantità dalle cellule in rapida replicazione,
come quelle della rete vascolare del tumore. E lo scopo degli studiosi era appunto
di raggiungere la massima produzione di questa sostanza nelle cellule più
direttamente coinvolte nel processo tumorale: quelle della superficie interna
dei vasi sanguigni e quelle cancerogene.
Ma la terapia ha mostrato anche un altro beneficio: le cellule, una volta arricchite
di questo gene, immesso in modo artificiale, acquisiscono stabilmente la capacità
di liberare interferone, perché entra nel loro patrimonio genetico.
Mastectomia preventiva serve per il tumore al seno?
Negli Stati Uniti si fa con grande facilità. La mastectomia preventiva
è unoperazione che asporta entrambe le mammelle nel caso risulti
positivo il test per i geni BRCA1 e BRCA2, responsabile del tumore al seno nel
70-90% dei casi. In Italia viene considerata una mutilazione e fino adesso solo
una donna si è sottoposta a questo tipo di intervento. AllIstituto
Europeo di Oncologia (Ieo) di Milano, però, si sta studiando una tecnica
per attuarla in modo meno invasivo: risparmiando la pelle, i tessuti sottocutanei
e conservando la sensibilità. Loperazione non è ancora
del tutto a punto ha precisato il professor Umberto Veronesi, oncologo
di fama mondiale Consiste nellasportare per via endoscopica la ghiandola
mammaria dopo averla separata dalla pelle mantenendo linvolucro intatto
per preservarne la sensibilità.
Langoscia del test
Il test genetico BRCA1 e BRCA2 costituisce una nuova frontiera nella storia
della medicina, ma apre un scenario inquietante. Come reagirà la donna
che dopo lesame si scoprirà positiva? Si innescano due tipi di
problemi: il primo riguarda laspetto etico, vuol dire vivere con una spada
di Damocle sulla testa; il secondo, il più importante è
quello della curabilità. Chi scopre di essere portatore del gene difettoso
è malato solo del rischio e non ha armi per contrastarlo, se non quelle
di eseguire controlli ravvicinati oppure nel caso più estremo sottoporsi
a una mastectomia preventiva. Non dimentichiamo, inoltre, che il prezzo per
questo esame è piuttosto elevato: circa 6 milioni, ma nonostante il costo
si sta assistendo ad unesplosione di test genetici, nel 96 in Italia
ne se sono stati fatti circa 25.000, ma nel 97 il numero è raddoppiato.
I legislatori invocano dei correttivi che ancora mancano.
La mortalità è diminuita
Negli ultimi dieci anni la mortalità dei tumori al seno è scesa
del 14% nella fascia detà tra i 20-49 anni e del 6% in quella 50-69
anni. In Italia, ogni anno, il tumore del seno colpisce 31.000 donne e causa
11.000 decessi. È la prima causa di morte nelle donne tra i 35-44 anni.
Nel Meridione e nelle isole lincidenza della malattia è bassa rispetto
alla media dei paesi industrializzati, mentre aumenta progressivamente salendo
al Nord, con punte massime a Varese (99 donne su 100.000). La familiarità
gioca una ruolo importante: il 10-15% dei tumori al seno hanno questa causa,
ma se la malattia viene presa in tempo è possibile sconfiggerla.
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