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Dimmi che lavoro fai…

Annalisa Cretella, N. 6 giugno 2001

Nel nostro Paese le cifre sono davvero allarmanti: sono 150.000 le morti per cancro ogni anno. E secondo gli esperti almeno il 4% sono legate al lavoro svolto (secondo recenti studi, almeno il 10% di questi tumori è raccolto nelle province industrializzate). Si tratterebbe quindi di migliaia di casi di tumore professionale. E anche se il dato risulta sottostimato, sono almeno 6.400 ogni anno i lavoratori morti per un tumore le cui cause sono riconducibili all’esposizione prolungata, nell’ambiente di lavoro, a sostanze cancerogene. La maggior parte dei casi riconosciuti sono legati alla lavorazione dell’amianto (82%). Le province di Trieste e di Gorizia sono tra le aree al mondo più colpite da tumori alla pleura e ai polmoni collegati all’inalazione di fibre di amianto. La salute nelle aziende, negli stabilimenti chimici, nelle raffinerie, rimane un problema grave. Stando alle cronache quotidiane che registrano casi drammatici come quello del Petrolchimico della Montedison di Mantova (dove la procura ha aperto un’inchiesta su 210 casi di morti sospette: 195 per tumore maligno e 15 di sarcoma ai tessuti molli, (vedi l’articolo di Dario Vascellaro a pag. 34), dell’Enichem di Ravenna o dell’Ilva di Taranto, giusto per citare alcuni esempi, il bilancio attuale è negativo. Ci sono provvedimenti urgenti da prendere, di ristrutturazione, di bonifica degli impianti o altrimenti di chiusura. Un contributo molto importante in questo delicato settore arriva dal progetto ideato e portato avanti dal dottore Paolo Crosignani, primario dell’Unità operativa Registro Tumori, dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano.

Un registro per i tumori professionali
Nel 1997 il dottor Crosignani ha messo a punto un sistema informativo per identificare e quantificare i legami più significativi tra ambiente di lavoro e cancro, un vero e proprio Registro dei Tumori Professionali, che rappresenta un elenco affidabile dei casi di tumori professionali. «Attivare un sistema di monitoraggio in grado di quantificare il rischio del cancro nell’ambiente di lavoro è sempre stata considerata un’impresa difficilissima – assicura il dottor Crosignani –. Dal punto di vista clinico e biologico, infatti, la gran parte dei tumori professionali non presentano caratteristiche che li distinguono dai tumori con origine diversa e non sono dunque riconoscibili. Il vero problema poi è che i tumori hanno un periodo di latenza di 10-15 anni. Può passare molto tempo infatti tra l’esposizione alle sostanze nocive e la comparsa della malattia. Quindi ci troviamo a lavorare sui danni e non sui rischi. Ancora più arduo è identificare la sostanza che, tra le tante utilizzate all’interno di ogni ciclo di lavorazione, è responsabile del tumore e precisare i tempi e le dosi dell’esposizione che possono portare alla comparsa, nei lavoratori, del cancro». Tuttavia i primi dati ottenuti, dimostrano che il sistema informativo realizzato a Milano può contribuire al superamento di queste difficoltà e all’identificazione, nei singoli settori produttivi, degli eventuali rischi oncologici. Questo risultato va considerato come un fatto molto promettente per la possibilità di prevenire i tumori professionali. Ma cerchiamo di capire, con l’aiuto del primario, come funziona nella pratica questo registro.

La difficoltà di una classificazione
«Una legge quadro, la 626 del 1994 – precisa Crosignani – prevede all’articolo 71 che presso l’Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro (ISPESL) sia tenuto un “registro nominativo” dei tumori di certa o sospetta origine professionale. In realtà i casi di malattia dovrebbero essere segnalati all’Ispesl dai medici, dalle strutture pubbliche e private nonché dagli istituti previdenziali. Ma con questo metodo soltanto pochi casi di malattia sono classificabili a priori come “professionali”. Il sistema informativo messo a punto all’Istituto dei Tumori di Milano ha scelto invece di partire dai dati dei cosiddetti Registri Tumori, che coprono oltre il 15% del territorio nazionale». Al loro interno vengono descritti tutti i casi di tumore che si verificano ogni anno nella popolazione presa in considerazione, la loro data di insorgenza, la sede del tumore e il suo tipo istologico. In un secondo momento questi dati vengono incrociati con quelli contenuti negli archivi dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, Inps.
«Dai registri dell’Inps – spiega Crosignani – è infatti possibile ricavare, attraverso i contributi versati, la storia professionale di ogni malato di cancro: l’azienda o le industrie presso le quali ha lavorato, il tempo trascorso in ogni ditta e la sua qualifica professionale, impiegato o operaio. Quando il sistema sarà “a regime”, perché utilizzerà tutti i dati dei Registri Tumori della penisola, verranno analizzati 100.000 casi di tumori ogni 5 anni».
Lo studio dei casi di cancro di sospetta origine professionale, catalogati finora dal Registro Tumori della Lombardia, ha portato ad alcune conferme. Per esempio, è emerso (e c’erano già dei dati che davano le stesse indicazioni) che nel settore dell’industria meccanica (costruzione e riparazione di autoveicoli e motocicli; costruzione e installazione di macchine tessili, per l’ufficio, per la lavorazione del legno; carpenteria e utensileria metallica) gli operai di sesso maschile avrebbero un rischio di mieloma aumentato del 67% per i tumori del polmone e di quasi 3 volte maggiore per quello del pancreas. Ebbene, questi dati coincidono con quelli riportati in altri studi sul rischio-tumori del settore metallurgico. Anche l’industria tessile (lanifici, cotonifici, setifici, maglifici e calzifici, confezioni eccetera) è molto diffusa in Lombardia e anche in questo caso l’aumento del rischio coincide con quanto è stato registrato da studi precedenti: questo è vero in particolare per le leucemie in ambedue i sessi e per i tumori del fegato e del polmone nel sesso maschile. Tra le donne con qualifica di operaie, inoltre, il rischio di tumore del polmone sembra maggiore di 7 volte circa rispetto a quello medio della stessa popolazione.

I lavori più a rischio
Nell’industria meccanica i dati raccolti in Lombardia hanno rilevato un aumento dei casi di leucemia sia nei maschi che nelle femmine. Nelle fabbriche di apparecchiature elettriche (produzione di generatori, trasformatori e motori elettrici, cavi, televisori, elettrodomestici) il rischio per i tumori del fegato appare doppio rispetto a quello della popolazione generale: e per i tumori cerebrali il rischio aumenta di oltre 7 volte. Nell’industria della ceramica, infine, tra le operaie il rischio di tumore all’ovaio (+ 25 volte rispetto alla popolazione generale) e quello del tumore della mammella (+ 13 volte) sono segnalati in forte aumento. L’entità dell’incremento e il fatto che venga indicato per due tumori biologicamente affini rende questo dato molto interessante: è possibile infatti che nella produzione della ceramica vi siano sostanze che influiscono sul clima ormonale, favorendo di conseguenza sia il tumore della mammella che quello dell’ovaio. Ebbene, in tutti i casi elencati le indicazioni del Registro-Tumori rappresentano una novità assoluta. L’importanza della materia e delle eventuali scoperte da utilizzare nel settore della prevenzione hanno determinato il nascere di nuovi organismi quali gli Osservatori regionali, primo tra tutti quello di Torino, e grande attenzione anche da parte dell’Ispesl.
Secondo i dati raccolti da quest’Istituto, si possono contare oltre 25.000 casi di malattie professionali. Antonio Moccaldi, il direttore dell’Ispesl, ha dichiarato che sono stati già individuati numerosi settori per i quali avviare progetti di ricerca specifici per ridurre i rischi di malattie professionali: “L’amianto che nei prossimi 20 anni potrebbe provocare 20.000 morti in Italia per il tumore della pleura (mesotelioma) a causa delle massicce esposizioni a questa sostanza negli anni 50-70. Ed ancora il settore dei campi elettromagnetici a basse frequenze, e le biotecnologie. E abbiamo fatto uno studio sull’esposizione ad altre sostanze cancerogene oltre l’amianto, come il benzene (al quale si stima che in Italia, siano esposti 180.000 lavoratori) alle polveri di legno (300.000 lavoratori), a scarichi di disea (550.000 persone coinvolte), al piombo (220.000), alla silice cristallina (260.000), al cromo (130.000) e agli idrocarburi policiclici aromatici (130.000)”. Ma per una maggiore programmazione, ha spiegato lo stesso Moccaldi, occorre una nuova strategia che affronti le priorità nel campo della medicina del lavoro. “Un’indagine dell’Ispesl condotta su 350 centri di ricerca rappresentativi dell’università, del servizio sanitario nazionale e delle parti sociali, ha individuato nella valutazione degli effetti delle sostanze cancerogene e nella formazione del personale le emergenze da cui partire”.
Da più parti emerge la stessa preoccupazione: sull’argomento tumori professionali ci sono forti interessi coinvolti, in quanto chi si ammala di un tumore professionale ha diritto a un indennizzo. Si teme quindi che i dati siano molto sottostimati perché così le aziende non hanno l’obbligo del risarcimento.
Molti ritengono che l’Inail abbia tutto l’interesse, essendo l’erogatore del risarcimento, a limitare il numero dei casi riconosciuti. Per questo motivo sarebbe auspicabile che il ruolo di accertamento sia trasferito alle Asl.

Mappa dei siti industriali italiani a rischio
Le industrie a rischio di incidente rilevante sono in Italia ben 1.092, con oltre 5 milioni di cittadini teoricamente coinvolti. Tra queste ci sono 281 stabilimenti chimici e petrolchimici, 273 depositi di liquidi infiammabili, 236 di gas liquefatti e 18 raffinerie. Per quest’ultima categoria i cittadini esposti sono un milione. Ma vediamo quali sono le zone interessate.
Di queste industrie ben 249 sono concentrate in Lombardia, 120 in Piemonte, 114 in Emilia Romagna, 86 in Veneto. Molte si trovano su territori (da Porto Marghera a Gela, da Piombino a Taranto) per i quali è stato necessario dare vita a un programma nazionale di bonifica che costerà almeno 1.600 miliardi per i soli interventi preliminari urgenti. Per la sola Marghera l’Avvocatura dello Stato ipotizza un danno ambientale di 71.000 miliardi. Le regioni con più impianti da bonificare sono Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna. Il periodo in cui l’occupazione veniva messa sull’altro piatto della bilancia rispetto alla salute dei cittadini è terminato.

La mappa nel dettaglio:
Acciaierie e impianti metallurgici: 8
Cementifici e trattamento rifiuti: 104
Centrale termoelettrica: 19
Deposito atmosferici di liquidi infiammabili: 273
Deposito di tossici: 29
Deposito di fitofarmaci: 30
Deposito di gas liquefatti: 236
Distillazione: 18
Galvanotecnica: 13
Produzione e/o deposito di esplosivi: 42
Produzione e/o deposito di gas tecnici: 21
Raffinazione petrolio: 18
Stabilimento chimico o petrolchimico: 281
TOTALE 1.092

L’esempio del Piemonte
A Torino, nel 1993, è stato inaugurato l’Osservatorio dei Tumori Professionali. Un gruppo di esperti delle Asl, dell’Arpa, l’Agenzia regionale per l’ambiente, del Comune e dei carabinieri, si fa consegnare da ospedali e strutture sanitarie tutti i referti relativi a patologie che possono avere un nesso con l’attività lavorativa del paziente.
La segnalazione viene poi inoltrata alla procura per verificare l’opportunità di aprire anche un procedimento penale. In questi anni di attività l’Osservatorio ha raccolto circa 11.000 casi e ha permesso di scoprire problemi connessi all’esposizione di sostanze nocive, come l’amianto, anche in aziende insospettabili, come un’agenzia assicurativa o le Ferrovie dello Stato. Nella maggioranza delle volte i procedimenti sono sfociati in rinvii a giudizio, processi e condanne per lesioni o omicidio colposo.
Ultimamente l’ufficio ha concentrato la sua attenzione sul notevole aumento di leucemie e linfomi, patologie che una parte della comunità scientifica internazionale tende ad associare anche agli effetti dei campi elettromagnetici o all’assorbimento di benzene. Finora gli accertamenti hanno riguardato prevalentemente i tumori alla vescica, al naso, allo scroto e al cavo orale, l’angeosarcoma del fegato e le patologie legate all’esposizione all’amianto.

Una delle cause: lo smog
Chi vive in città ha il doppio di probabilità di morire di tumore. Secondo uno studio dell’Università di Genova, si calcola che in una città di un milione di abitanti, da 400 a 2.600 morti ogni anno sono potenzialmente associabili all’esposizione di inquinanti aerodiffusi.
Gli anziani sono la fascia a maggior rischio.
Il legame smog-decessi è confermato da uno studio europeo che ha coinvolto 23 milioni di persone residenti in dodici città. Secondo gli esperti americani, il rischio di contrarre un tumore nelle aree urbane è addirittura doppio rispetto a chi vive in provincia respirando l’aria pulita e salubre della campagna. Queste conclusioni sono state recepite e condivise anche dalla magistratura.
Il Tar del Lazio, per esempio, che si è trovato a dover esaminare il caso di un autista dei mezzi pubblici affetto da neoplasia, ha sentenziato che “il tipo di servizio, svolto spesso nel centro storico di Roma, in mezzo al traffico, ha esposto l’autista ai rischi derivanti dagli scarichi delle automobili, che notoriamente sono cancerogeni”.

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