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Sole e melanomi

Cristina Mazzantini, N. 7/8 Luglio/Agosto 2001

Secondo le ultime stime, nei paesi occidentali si è passati da un soggetto su 250 (0,4%), nel 1980, a 1 su 71 (1,4%) nel 2001.
Gli esperti, chiedendosi se il sole sia un amico o un nemico dell’uomo, sono arrivati a una sorprendente conclusione di “neutralità”. Lo spiega il professor Giuseppe Monfrecola, docente nella Clinica Dermatologica dell’Università “Federico II” di Napoli: “Siamo noi, con i nostri comportamenti incongruenti, ad alterare l’equilibrato rapporto con l’astro che è stato ed è fonte di vita sulla Terra. Quindi, più che accusare il sole-killer, dovremmo rivedere i nostri atteggiamenti. Invece negli ultimi anni è stata data una grande enfasi ai “danni provocati dai raggi solari”. Ma il cambiamento non è avvenuto nella qualità dei raggi solari, almeno alle nostre latitudini, quanto nelle nostre abitudini”.
Gli esseri umani sono dotati infatti di meccanismi naturali di fotoprotezione che, a meno che non vi siano patologie specifiche, sono perfettamente funzionanti. C’è da precisare poi che, quando ci si espone al sole, si verificano tutta una serie di fenomeni: l’ispessimento dell’epidermide, la produzione di melanina (abbronzatura), l’attivazione di sistemi enzimatici in grado di contrastare i cosiddetti radicali liberi, l’assunzione con gli alimenti di sostanze antiradicali, il potenziamento di sistemi molecolari di individuazione e riparazione dei danni al DNA, e altri più o meno conosciuti.
“Tali difese tuttavia operano in maniera differente nei diversi individui proprio perché gli esseri umani sono fra loro geneticamente diversi. Se soggetti con capigliatura rossiccia e con efelidi (Celtici), che Madre natura aveva selezionato in regioni del Nord Europa (per es., Irlanda), migrano a vivere in aree subtropicali o tropicali, non dovrà destare meraviglia il fatto che andranno incontro a notevoli problemi cutanei dovuti all’azione dei raggi solari”, puntualizza ancora il professor Monfrecola.
Sono comunque relativamente pochi gli individui non adatti al sole per motivi genetici, mentre la maggioranza dei soggetti possiede meccanismi naturali di fotoprotezione. Questi però richiedono un’attivazione graduale. Infatti l’organismo impiega alcuni giorni per adattarsi spontaneamente a un ambiente soleggiato.
La causa è stata ampiamente discussa durante l’incontro romano. Gli esperti hanno evidenziato che da decenni ormai si vive gran parte dell’anno in ambienti chiusi (uffici, case, scuole).
Poi, al sopraggiungere della bella stagione, ancora pallidi, si passa un intero fine settimana al sole, per poi rintanarsi e magari riesporsi improvvisamente dopo 7-15 giorni.
“A peggiorare la situazione si aggiunge l’ormai diffusa abitudine di prendere l’aereo in pieno inverno (pallidi), per trovarsi dopo poche ore al sole dei tropici, dove si rimane per 7-8 giorni e poi via di nuovo nei posti di lavoro”, ha rincarato il docente napoletano. “Per non parlare dell’uso dei lettini solari per l’abbronzatura artificiale a ogni costo, dove la pelle subisce l’irradianza del solo UVA (ritenuto erroneamente meno cattivo dell’UVB, ndr). In questo modo la pelle non riesce a comprendere cosa accade: deve ispessirsi o no? Deve pigmentare oppure non serve?”.
Per questo è indispensabile conoscere il proprio tipo di pelle o fototipo ed esporsi gradualmente e, se possibile, per mantenere costantemente attiva la propria fotoprotezione naturale.
In caso di esposizioni saltuarie, bisogna valutare bene il tipo di crema protettiva da utilizzare, senza necessariamente ricorrere a filtri di tipo total-block o estremi (ad altissimo fattore di protezione) che andrebbero utilizzati giusto da soggetti ultrasensibili e con fotosensibilità da malattie cutanee o comunque patologica.
“Malgrado l’incidenza dei tumori cutanei sia in aumento in tutto il mondo, permane una grande riluttanza verso gli effetti esercitati dalla luce solare, come causa principale del fenomeno”, chiarisce uno dei presidenti del Congresso, il professor Stefano Calvieri, direttore dell’Istituto di Dermatologia dell’Università “La Sapienza” di Roma. Nel caso dei tumori cutanei, come quello basocellulare, quello spinocellulare e il melanoma in fase iniziale, l’intervento chirurgico appare risolutivo.
“Nel caso in cui un melanoma sia più profondo, quando ci si trova in presenza del rischio che alcune cellule siano andate in circolo, si adotta la tecnica del linfonodo sentinella”, sottolinea il professor Calvieri. “Si tratta di individuare attraverso una speciale apparecchiatura (gamma camera) il linfonodo che drena per primo la linfa proveniente dal tumore.
Asportando questo linfonodo, in alcuni casi s’impedisce la progressione della malattia.
Inoltre è importante la valutazione dello stato immunitario del paziente.
Vengono dosate le cellule NK (Natural Killer), cioè quelle cellule deputate alla distruzione delle cellule tumorali. Infatti qualora il valore ematico di queste cellule risultasse basso, il tumore potrebbe diffondersi più rapidamente. In questi casi vengono somministrati dei farmaci capaci di rialzare il valore delle cellule NK”.
Al Congresso romano sono state anche presentate alcune novità. Come, per esempio, quella attualmente in studio, del nuovo marcatore delle cellule tumorali. Si tratta di un’enzima: il “Fatty acid synthase”, il quale sembra essere espresso in numerosi tumori ad andamento più aggressivo. L’inibizione di tale enzima sembrerebbe portare a morte le cellule tumorali. Questa scoperta potrebbe aprire nuovi risvolti terapeutici in campo neoplastico.

Curiosità sui nei e il loro linguaggio
In Europa, vi sono testimonianze dell’uso di mettersi i nei (le “mosche”) sin dal tempo di Elisabetta I d’Inghilterra. A corte si usava applicare alle tempie nei di velluto o taffettà nero per curare il mal di testa.
Dopo il loro uso inizialmente terapeutico, i nei divennero popolari per coprire le macchie di vecchiaia e i danni indotti dai cosmetici bianchi a base di piombo.
Agli inizi del XVII secolo, gli uomini di chiesa condannavano le mosche come “strumento del demonio”. Ma già verso la fine del 600 i nei posticci venivano utilizzati anche dai prelati, come dalla maggior parte degli uomini e delle donne alla moda. Originariamente questi nei cosmetici erano tondi, poi cominciarono ad apparire a forma di stella, mezzaluna, cuore e losanga.
Molti lo ignorano, ma i nei finti o veri che siano sono una forma di linguaggio. Infatti, secondo la loro posizione, assumono significati specifici:

  • sulla fronte = maestà
  • fossetta del mento = galanteria
  • all’angolo dell’occhio = passione
  • sul lato del naso = impudenza
  • al centro della guancia = gaiezza
  • angolo della bocca = assassina
  • sul “prolabio” superiore = civetteria, baci

Norme generali - che cosa fare

  • Primi giorni d’esposizione - sono quelli più rischiosi perché la pelle non è protetta dalla melanina. Esporsi al sole con gradualità. Usare filtri ad alta protezione.
  • Evitare le ore centrali della giornata - meglio esporsi al sole la mattina presto (prima delle 11.00) e il pomeriggio tardi (dopo le 17.00). La maggiore concentrazione di radiazioni pericolose va dalle 10.00 alle 16.00 quando i raggi solari sono più verticali rispetto alla terra (zenit).
  • Ambiente - la presenza di superfici riflettenti (acqua, neve, superfici metalliche, ecc.) aumenta il pericolo d’eritemi. In montagna: man mano che aumenta l’altitudine cresce parallelamente l’intensità delle radiazioni solari. Attenzione nelle giornate nuvolose: le nuvole non arrestano i raggi UV e quindi c’é ugualmente il rischio di un eritema.
  • Filtri solari - devono essere usati sempre. L’indice di protezione dei filtri deve essere maggiore quanto più chiara è la pelle. Le creme solari vanno applicate ogni due o tre ore e soprattutto dopo il bagno in mare.
  • Occhi - proteggere sempre gli occhi con occhiali da sole, indossando eventualmente anche un berretto con visiera.
  • Bambini - non esporli al sole nelle ore centrali della giornata e proteggerli sempre con filtri ad alta protezione.

Alcuni consigli da rispettare
Moltissime sono le varietà di nevi (nome specialistico dei nei) ed è certo che alcuni possono trasformarsi in melanomi, mentre alcune macchie che sembrano nevi possono fin dall’inizio essere melanomi. Quali sono iparametri che ci possono aiutare per capire se un neo si sta trasformando in patologia?
Gli esperti suggeriscono la regola internazionale delle cinque lettere:
A = Asimmetria; B = Bordo; C = Colore; D = Dimensioni; E = Evoluzione.
In ogni caso è buona consuetudine rivolgersi almeno una volta all’anno al dermatologo per farsi controllare tutti i nei vecchi e nuovi, regolari o irregolari, soprattutto se sono numerosi o localizzati in parti anatomiche difficili da vedere da soli. Mentre il controllo è tassativo quando un neo si modifica o se si hanno in famiglia casi di melanoma.
È ormai noto che l’eccessiva esposizione al sole è dannosa per la pelle. Ma sono molto pericolose le ustioni solari subite al di sotto dei vent’anni, e soprattutto in età infantile, per comparsa di carcinomi e specificatamente del melanoma. Dunque è buona norma non esporsi dalle 11 alle 15 e spalmarsi la cute (ogni due ore) con solari schermanti ad alto fattore protettivo. In più, occorre fare molta attenzione al pericolo che viene dal riverbero della sabbia, dell’acqua marina e della neve e dalle radiazioni solari (quando il cielo è nuvoloso) perché ci si può scottare con maggiore facilità.

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