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Rischio amianto ...una realtà!

Rossella Canadé, N. 7/8 Luglio/Agosto 2001

La contaminazione da amianto nei cantieri navali del Friuli Venezia Giulia rischia di aprire un caso di gran lunga più eclatante di quello del Petrolchimico di Mestre. Alla fine di gennaio, alla procura di Gorizia, sono state presentate 24 denunce contro la Fincantieri da parte di altrettante vedove di operai morti per mesotelioma, un tumore maligno che, nel 99% dei casi si contrae a seguito dell’esposizione all’amianto. I morti censiti dall’istituto d’Anatomia patologica di Monfalcone, a partire dal 1980, sono ben 600 tra i residenti nella zona di Monfalcone e nella provincia di Trieste: l’area da cui veniva la manodopera dei cantieri. E sarebbero altri 1500 i decessi per tumori d’altro tipo che si sospetta possano essere riconducibili all’esposizione. Esposizione che non riguardò soltanto gli operai che lavoravano a contatto con l’amianto nelle navi, ma anche i loro familiari.
Sono morte per mesotelioma, ad esempio, tantissime mogli, solo per aver lavato le tute da lavoro dei mariti. Della vicenda si sta occupando, tra gli altri, Gastone Dell’Asen, avvocato dell’associazione Medicina Democratica che si è costituita parte civile al processo del Petrolchimico di Mestre. Dell’Asen definisce il caso Monfalcone “Un caso senza precedenti, di una gravità inaudita e neppure paragonabile alla vicenda del Petrolchimico”. Secondo l’avvocato ci sono tutti gli estremi del reato di omicidio plurimo e strage colposa.
“Già nel 1956 -spiega l’avvocato- una legge imponeva alle aziende d’informare gli operai sui rischi del contatto con sostanze pericolose, e imponeva di prendere misure efficaci per contenere l’esposizione. Legge che non fu mai applicata. Quanto alla pericolosità dell’amianto, questa è nota dal 1950. A tale proposito va ricordata una sentenza della quarta sezione della corte di Cassazione che, nel 1998, ha condannato dei datori di lavoro per un caso molto meno grave, ma che riguardava esposizioni all’amianto avvenute nel lontano 1960”.
“A nostro parere -continua il legale- le colpe vanno ricercate tra i responsabili di Fincantieri in servizio tra la metà degli anni ‘60 e la metà degli anni ‘80. Ma c’è un concorso di responsabilità anche tra le ditte che fornivano i servizi alla Fincantieri in appalto con i propri operai impiegati a bordo delle navi”.
Impressionante il racconto di Davide Bottegaro, presidente della Locale ‘Associazione esposti amianto’: “Dei 120 operai che hanno lavorato con me a partire dagli anni ‘50 siamo rimasti in 6. Io sono malato d’asbestosi, l’anticamera, spesso, del mesotelioma, e convivo con un incubo. A volte, mi passano davanti agli occhi i volti dei miei compagni morti”. Oggi Monfalcone si è impegnato a contattare Casale Monferrato per studiare un progetto da portare avanti insieme.
Lo stesso Comune di Monfalcone si è poi riservato di valutare l’opportunità di predisporre uno studio teorico-metodologico sui processi partecipativi, in concomitanza con progetti di grandi insediamenti energetici e urbani.

La polvere e il silenzio

È un altro triste capitolo della storia del XX secolo. È la polvere d’amianto, la “moderna peste industriale”, il cui uso-abuso ha innescato un meccanismo omicida ai danni della vulnerabile classe operaia e a profitto dell’intoccabile classe dirigente.
Alessandro Morena, con una gran dose d’umanità, ha raccolto la testimonianza di coloro che sono divenuti i protagonisti dell’amara vicenda di Monfalcone, presso i cantieri navali della Fincantieri. Il suo libro “Polvere. Storia e conseguenze dell’uso dell’amianto ai cantieri navali di Monfalcone” è l’espressione diretta delle sofferenze e delle ingiustizie ancora impunite toccate alle vittime del lavoro, le stesse alle quali quest’opera è dedicata.
Lavoratori, pensionati, persone ammalate, vedove raccontano direttamente la loro storia, che in queste pagine perde il suo carattere privato e chiama in causa una vera coscienza collettiva, una morale che forse nemmeno esiste.
Sotto il manto della “polvere bianca”, infatti, ancora si nasconde la verità, nel silenzio di chi si ostina non a negare, ma addirittura a tacere.
L’Inail, i sindacati, la Medicina del Lavoro, la stampa e soprattutto gli operai e le loro famiglie, insieme, hanno tentato di ricostruire quella che si potrebbe tranquillamente definire la cronaca di una morte annunciata. Al contrario, le istituzioni e i responsabili aziendali si dissociano da questo coro di denunce e rimangono assenti. Ingiustificati.
Ci si chiede come sia potuto succedere tutto ciò. C’è alla base un’assoluta mancanza d’informazioni sulla nocività dell’amianto e sui rischi d’esposizione, c’è il mancato riconoscimento della malattia professionale per chi era visto come “un altro, sai, di quelli…” e, di conseguenza, delle indennità previste dalla legge, c’è l’indifferenza legata agli interessi economici, mancano i responsabili.
Eppure, questi morti, qualcuno ce li ha davvero sulla coscienza!
L’autore ha il merito di aver approfondito un caso che vale la pena conoscere per i diversi ambiti che investe: da quello giuridico, politico, sanitario, a quello etico-morale. Il suo piccolo quadro di storia sociale ci aiuterà a mantenere viva la memoria. Non fosse altro che per riconoscere a queste anime la giustizia che spetta loro di diritto.
(M.O)
Alessandro Morena,
“Polvere. Storia e conseguenze dell’uso dell’amianto ai cantieri navali di Monfalcone”,
ed. Kappa Vu, 2000, Udine.

Associazione nazionale
L’A.E.A. è una associazione a carattere nazionale avente come scopi principali la tutela delle persone esposte alle fibre d’amianto e ai materiali che lo contengono, la diffusione d’informazione circa i danni patologici causati all’uomo dall’amianto e dai prodotti che lo contengono, la raccolta d’informazioni circa le tecniche più avanzate di bonifica da amianto, la promozione di convegni e dibattiti sul tema amianto, ecc.
L'A.E.A. fu fondata il 18 marzo 1989 a Casale Monferrato, raccogliendo esperienze di varie aree italiane con problematiche legate alla fibra di asbesto: Balangero in Valle di Lanzo, ove era attiva la più grande miniera di amianto bianco d’Europa; le esperienze di vari lavoratori delle Officine Grandi Riparazioni (O.G.R.) delle FF.SS. di Torino, Padova, Verona, Firenze, Santa Maria La Bruna (Napoli), Avellino, i quali erano addetti alla scoibentazione di carrozze ferroviarie isolate con amianto; Monfalcone, per i cantieri navali (le stive delle navi sono coibentate con amianto); Casale Monferrato, zona emblematica nazionale, in quanto per ottanta anni sede del maggior stabilimento Eternit per la produzione di materiali in fibrocemento.
L’A.E.A. è una associazione senza fini di lucro, dichiarata nel suo statuto come libera da partiti, sindacati, centri di potere ecc. Ha promosso e promuove convegni e dibattiti sul tema amianto un po’ in tutta Italia. Lo scopo originario e primario è fortunatamente già stato raggiunto; infatti la legge 257/92 ha sancito la messa al bando di tutti i tipi di amianto e dei materiali che lo contengono. Molto resta comunque da fare, per l’estrema diffusione che la fibra d’amianto ha avuto in questo secolo. Infatti oltre tremila sono i prodotti diversi che venivano realizzati con la fibra ormai definita “assassina”.

Mappa del rischio amianto
Sono 60 i comuni segnati sulla mappa del rischio da quanto emerge da un recente studio condotto dall’Istituto superiore della Sanità e dall’Enea che per sette anni (1980 -87) hanno tenuto sotto osservazione la mortalità della popolazione italiana per mesotelioma, un raro tumore maligno della pleura, considerato dagli esperti la “spia” di un’ingente presenza di amianto.
Liguria, Piemonte e Friuli Venezia Giulia sono le regioni in cui i tassi di mortalità sono stati significativamente più elevati di quelli nazionali. Fabbriche per manufatti in cemento amianto, cantieri navali, grandi officine per la riparazione delle vetture ferroviarie : sono le fonti di esposizione più note cui si devono aggiungere anche impianti “insospettabili” come le raffinerie di petrolio o gli essiccatoi di tabacco. In questi comuni L’Istituto superiore di sanità ha registrato un aumento di mortalità fino al caso limite di decuplicazione a Casale Monferrato, ex sede del principale stabilimento di manufatti in cemento amianto.
“Per una decina di comuni sui sessanta che abbiamo indicato nella mappa italiana -sottolinea Pietro Comba del laboratorio di igiene ambientale dell’ Iss- non ci siamo stupiti di trovare un incremento di mortalità , visto che indicazioni in merito erano pervenute da tempo.“Si tratta dalla già citata zona di Casale Monferrato, cui si aggiungono i cantieri navali come Genova e comuni limitrofi, La Spezia , Trieste , Monfalcone, Massa, Livorno, Nole Canavese (tessuti in amianto) e Pozzuoli (vagoni ferroviari).
Gli epidemiologi hanno poi appurato, che dove ci sono industrie navalmeccaniche, il rischio maggiore lo corrono non solo gli uomini addetti ai lavori pesanti, ma anche le donne, esposte secondariamente, quando lavano gli abiti da lavoro inquinati di mariti o familiari.
Per gli altri 50 comuni, sparsi in tutta Italia , la ricerca ha individuato simili fonti d’esposizione che hanno comportato un relativo superamento dell’incidenza media di mesotelioma tra la popolazione italiana (un caso per centomila abitanti). “Quando la causa dell’aumento della mortalità era incerta perché meno ovvia - continua Comba- l’abbiamo ricercata seguendo tutte le possibilità . È il caso del comune di Broni , nell’oltrepò pavese, dove aziende produttrici di cemento amianto sono all’origine della grande diffusione di questo materiale nell’edilizia civile, per la pavimentazione delle strade o come isolante nelle scuole.
Casi di mesotelioma sono stati poi segnalati là dove l’amianto è servito a coibentare impianti in cui scorrono liquidi o vapori bollenti (centrali termoelettriche, saline e capannoni per essiccare il tabacco). “Dopo questa mappa, ha aggiunto Comba, le ricerche epidemiologiche sulle aree a rischio amianto in Italia non si fermeranno.
Anzi, proprio in questi anni è in atto il culmine dell’epidemia legata all’esposizione professionale avvenuta negli anni ‘50-’60 , quando si considerava l’amianto un coibentante di grande qualità e perciò lo si usava un po’ ovunque, dalle fabbriche all’edilizia civile. Il mesotelioma , infatti - fa ancora notare Comba - ha un tempo di latenza di circa 30 anni , per cui proprio ora s’iniziano a registrare notevoli aumenti di mortalità”. Per questo motivo è stato di recente istituito presso la sede Ispesl di Roma un registro ad hoc per i casi di mesotelioma segnalati a livello nazionale. Per ora il registro ha iniziato seguendo tre regioni (Piemonte, Toscana e Lazio) ma, conclude l’esperto, “è auspicabile che i lavori epidemiologici procedano secondo un’univoca linea d’azione”.

Regione Maschi Femmine
  Casi Tassi Casi Tassi
Piemonte 57 2.0 52 1.7
Valle d'Aosta 1 1.3 1 1.7
Liguria 73 5.7 27 2.0
Lombardia 80 1.8 52 1.0
Trentino A.A. 9 2.0 9 1.6
Veneto 36 1.6 31 1.1
Friuli V.G. 25 6.8 10 3.6
Emilia-Romagna 31 1.2 12 0.4
Toscana 39 1.6 18 0.7
Umbria 6 1.1 1 0.2
Lazio 14 0.5 13 0.5
Abruzzo 6 0.9 4 0.6
Molise 1 0.8 0 -
Campania 23 1.0 11 0.4
Puglia 30 1.6 7 0.4
Basilicata 1 0.4 3 1.0
Calabria 5 0.2 2 0.2
Sicilia 23 0.9 4 0.2
Sardegna 8 1.0 3 0.3

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