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Uniti contro i mali del secolo

Cristina Mazzantini, N. 3 marzo 2003

Dal 1997, con l’introduzione della terapia antiretrovirale contenente gli inibitori della proteasi, la storia naturale dell’infezione da Hiv è radicalmente mutata", ha premesso in un’interessante relazione la dottoressa Barbara Ensoli, direttore del reparto di Infezioni da Retrovirus del Laboratorio di Virologia presso l’Istituto Superiore di Sanità di Roma. Che, dopo aver ottenuto il pieno consenso dell’affollata assemblea, ha proseguito: "Questi farmaci sono stati e sono tuttora utilizzati per tenere a bada l’Aids perché efficaci nel ridurne la carica virale". Fin qui, nulla di nuovo. Ma ci sono importanti novità sulle proprietà della terapia antiretrovirale. Recentemente, è stata fatta una sorprendente scoperta riguardo agli inibitori della proteasi che sarebbero in grado, come è stato provato scientificamente, di tagliare anche il “sostentamento” a varie forme di tumori. Come agiscono queste molecole? Ha spiegato la nostra esperta: "Bloccando sia l’angiogenesi, che è richiesta per la crescita dei tumori, sia l’invasione dei tessuti da parte delle cellule tumorali".
Gli ultimi studi dimostrano che non si tratta solo di un effetto dovuto al recupero della risposta immunitaria, come si pensava in un primo momento, notando la netta diminuzione dei casi di sarcoma di Kaposi tra i sieropositivi in trattamento. "Nei topi immunodeficienti", ha proseguito la dottoressa Ensoli "le nuove molecole indinavir e saquinavir si sono rivelate efficaci anche in altri modelli di tumori solidi e di origine ematopoietica ovvero del sangue". Questi farmaci poi, essendo anche meno tossici degli antiblastici attualmente in uso, potrebbero presto essere inseriti nella terapia del sarcoma di Kaposi o magari anche di altre forme tumorali, che compaiono sia in soggetti Hiv positivi che nei sieronegativi. Infine, la ricercatrice dell’ISS, contemporaneamente impegnata sul fronte del vaccino, ha annunciato: "A questo scopo inizierà tra breve su soggetti sieronegativi una sperimentazione clinica di fase II con indinavir, in collaborazione con numerosi centri italiani e con l’azienda farmaceutica Merck Italia, che aprirà la strada all’introduzione di questi medicinali in chiave antitumorale".
Ma se le terapie antiretrovirali, già utilizzate con successo, mostrano di possedere qualità persino in altre aree, è proprio nella lotta contro l’Aids che le prospettive si fanno più rosee. Una terapia a cinque stelle: così il professor Fernando Aiuti, immunologo del Policlinico Umberto I di Roma, ha definito la terapia anti-Aids del futuro, nel corso di una conferenza stampa. "Alle due classi, fino ad oggi disponibili, di inibitori della trascrittasi inversa e della proteasi, si aggiungeranno già dal prossimo anno due nuovi tipi di antiretrovirali che bloccano l’Hiv in momenti diversi del suo ciclo di replicazione, ovvero gli inibitori della fusione e dell'integrazione. Un poker di farmaci che, con l’aggiunta dell’eventuale vaccino, darà vita a una terapia a cinque stelle, appunto, che potrebbe far riprendere quota al sogno dell’eradicazione definitiva del virus dall’organismo delle persone infette".
Anche alla luce di studi sempre più promettenti, che analizzano l’effetto immunomodulante di particolari sostanze dell’organismo come le citochine. "È proprio per non interrompere le ricerche in questa direzione", ha proseguito il professor Aiuti, "che con l’ANLAIDS, di cui sono presidente e che fornisce il proprio patrocinio a questo incontro, abbiamo deciso di portare avanti una protesta che impedisca di abbandonare anzitempo, come ventilato, la sperimentazione della combinazione Interluchina 2 più antiretrovirali".
Dunque si tratta di risvegliare il sistema immunitario. Di prepararlo a contrastare l’invasione del virus con una strategia già utilizzata, con successo, per combattere l’epatite B e che ora si cerca di perseguire anche contro altri nemici insidiosi, come il virus del Papilloma umano (Hpv) e quello dell’epatite di tipo C. Si sta parlando di armi in grado di impedire infezioni e che si tradurrebbero in veri e propri vaccini anti-cancro. Infatti, come è stato ribadito dalla letteratura scientifica internazionale più accreditata, i due virus, l’Hpv e l’HvC, giocano un ruolo fondamentale nell’insorgenza del tumore, rispettivamente della cervice uterina e del fegato.
Per quanto riguarda l’infezione da papillomavirus è stato dimostrato che la presenza di questo virus è una causa necessaria per la comparsa del cancro alla cervice. Infatti, la quasi totalità delle neoplasie maligne uterine contengono il DNA del papillomavirus. Questa scoperta risale a più di dieci anni fa, quando alcuni anatomopatologi, esaminando mille campioni di tumori uterini provenienti da diversi Paesi, riscontrarono la presenza di DNA di Hpv nel 99,7 per cento dei casi. A tal proposito va ricordato che, tra un centinaio di tipi di Hpv identificati, una quindicina possono provocare il cancro uterino. Il più importante è sicuramente l’Hpv-16, ritenuto responsabile del 50 per cento di questi tumori. Tale scoperta preoccupa gli esperti perché si tratta di un’infezione assai diffusa tra le donne adulte. Infatti circa il 20 per cento di esse è infettata da Hpv-16 o da altri tipi virali.
Sempre ad Aviano, sul tema è intervenuta la dottoressa Silvia Franceschi dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro a Lione (Francia), che ha precisato: "Il lavoro sul vaccino contro il ceppo 16 dell’Hpv, recentemente apparso sul New England Journal of Medicine, apre nuove prospettive per la prevenzione del cancro della cervice, soprattutto nelle zone più povere del mondo (dove è maggiore l’incidenza dovuta all’assenza di esami preventivi)". È stata illustrata anche una ricerca americana vaccinale multicentrica. "Il lavoro ha preso in esame 2.392 donne con meno di 23 anni, cioè soggetti assai giovani affinché fosse debole la probabilità di essere già infettate dal virus", ha chiarito sempre la dottoressa Franceschi. "Si tratta infatti di un vaccino a scopo puramente profilattico, tale da permettere una risposta contro il virus presente in vagina, ma non contro l’infezione già consolidata. Il protocollo prevedeva 3 iniezioni a 0,2 e 16 mesi". I risultati? "Innanzitutto va ricordato che il campione è stato diviso in due gruppi: il primo ha ricevuto il vaccino, il secondo solo il placebo". La dottoressa Franceschi ha poi precisato: "Fra le donne trattate con placebo sono state identificate 41 infezioni da Hpv-16, cioè un tasso annuo del 3,8 per cento. Al contrario, nel gruppo delle vaccinate non si è manifestato alcun caso di infezione", ha concluso l’esperta di Lione. "Durante il periodo di follow-up sono state diagnosticate 9 neoplasie intraepiteliali della cervice dovute a Hpv-16, tutte nel gruppo placebo. Però una questione rimane in sospeso: quella della durata della protezione. Per il momento sappiamo che gli anticorpi anti-Hpv-16 persistono almeno due anni".
Gli specialisti riuniti non si sono dimenticati di discutere dell’epatite virale di tipo C. Secondo le stime più recenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la patologia colpisce circa 200 milioni di individui nel mondo, di cui 1,5 milioni in Italia. Si tratta di una vera e propria epidemia che preoccupa la classe medica. I numeri sono a dir poco allarmanti, soprattutto se si pensa che circa il 20-35 per cento dei casi di epatite cronica nel giro di 10-30 anni evolve in cirrosi epatica. Inoltre, come se non bastasse, il 4-6 per cento dei pazienti con cirrosi epatica ogni anno si ammala di cancro del fegato. È ormai tristemente noto che nei Paesi occidentali e specialmente in Giappone l’infezione da virus C rappresenta la più frequente indicazione al trapianto di fegato. Solo in Italia, ogni anno, 18.000 persone muoiono per complicanze della cirrosi epatica, di cui almeno il 50 per cento dei casi sono dovuti all’epatite C. Sempre in Italia, ogni anno 6.000 decessi sono da imputare al cancro del fegato, nell’80 per cento dei casi dovuto a HvC. Che fare? Una soluzione è stata fornita dal professor Marcello Piazza della Clinica di Malattie Infettive del nuovo Policlinico di Napoli, che ha annunciato: "Ben presto (anche in Italia) saranno disponibili delle gammaglobuline iperimmuni specifiche contro il virus C. Queste contengono anticorpi capaci di neutralizzare tutte le varianti del virus e potranno essere somministrate per la profilassi post-esposizione, della trasmissione sessuale e della reinfezione del fegato trapiantato".
Il tema attuale dei trapianti è stato approfondito dal professor Ignazio Marino, neo direttore del Liver Trasplantation & Surgery, al Thomas Jefferson University Hospital di Philadelphia, alla sua prima apparizione in Italia dopo le recenti polemiche seguite alla decisione di lasciare la direzione del Centro trapianti Ismett di Palermo. Il professor Marino ha chiarito: "Una soluzione, quella del trapianto, a cui si fa ricorso sempre più spesso anche con pazienti sieropositivi. Nonostante i risultati incoraggianti dei trapianti già effettuati in tutto il mondo, in Italia permane una diffusa diffidenza nei confronti di questo intervento e la convinzione che si tratti di una terapia sperimentale". È proprio presso la sua università americana che saranno raccolti i dati clinici e i follow-up di tutti questi interventi, dando origine al primo “Registro mondiale dei pazienti sieropositivi”, avviato il 1° gennaio 2003 e "che costituirà", ha proseguito Marino, "il primo database globale da cui partire per comparare le diverse esperienze e acquisire maggiori competenze, soprattutto per quanto riguarda i trattamenti farmacologici".
A conclusione dell’incontro, il professor Umberto Tirelli, direttore della I Divisione di Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Aviano, ha voluto ricordare agli esperti presenti: "Lo studio dei tumori nell’Aids è stato e sarà un campo di grandi scoperte nella virologia e nell'immunologia. Ma si tratta di un binomio da analizzare ancora più in profondità. I tumori in Hiv, infatti, sono oggi la causa più frequente di morte nei sieropositivi, insieme alle epatopatie croniche. È necessario ricordare ai pazienti affetti da Hiv, che oggi per fortuna vivono una vita quasi normale, che dovrebbero tenere in grande conto le linee guida della prevenzione e della diagnosi precoce dei più comuni tumori, in particolare del polmone, del tubo gastroenterico, del fegato e della mammella. Non fumare, non abusare dell’alcol, sottoporsi regolarmente ai comuni screening: tutto ciò salverà molte vite tra i sieropositivi, al pari delle più potenti terapie antiretrovirali".

Endocrinologia on-line
A Roma è stato presentato il primo portale su Internet realizzato in collaborazione tra le Società scientifiche e le numerose strutture ospedaliere e universitarie che si occupano di endocrinologia, di metabolismo e diabetologia: www.endiamet-lazio.it. "Endiamet, nasce da una piccola iniziativa", puntualizza il dottor Paolo Zuppi, dirigente medico di I livello della Struttura Semplice Interdipartimentale di Endocrinologia dell’Azienda Ospedaliera S. Camillo-Forlanini di Roma. "Alcuni mesi fa, al S. Camillo, avevamo realizzato un sito (endolist) per coordinare le e-mail che segnalavano le nostre attività scientifiche. Poi, casualmente, l’incontro con il professor Di Mario ha segnato una svolta per la nascita di un portale". Ma quali sono le nuove offerte? "Innanzitutto bisogna dire che può essere utilizzato sia dai medici che dai pazienti e dai loro parenti", spiega il dottor Zuppi. "Gli specialisti vi troveranno tutte le informazioni riguardanti gli incontri scientifici che si svolgono nella nostra regione e, in più, potranno usufruire di una ricca videoteca (che, gratuitamente, possono scaricare sul proprio computer). Mentre i malati oncologici potranno ottenere tutte le indicazioni utili sulle strutture operanti nella Regione Lazio, sulle modalità di accesso e sugli orari di visita". In conclusione, si ricorda che, a cadenza mensile, presso la sede dell’Ordine dei medici di Roma, si svolgeranno incontri scientifici Endiamet aperti anche a un pubblico di non addetti ai lavori.

Una ricerca oncologica virtuale
A Genova è stato avviato l’I.S.O., l’Istituto Superiore di Oncologia, che attraverso una rete tra i più importanti istituti oncologici europei faciliterà lo scambio di informazioni, il trasferimento dei risultati delle ricerche e delle sperimentazioni cliniche. Il progetto, che fa parte degli obiettivi del VI Programma Quadro per la ricerca dell’Unione Europea, è stato presentato a Roma presso l’Università Tor Vergata. "Il VI Programma Quadro, che ha la durata di tre anni e un budget di 17,5 miliardi di euro", ha precisato il professor Octavi Quintana Triesa, direttore del settore sanità della Direzione Generale Ricerca dell’UE, "prevede uno specifico tema per l’oncologia. Senza dubbio la possibilità di una rete di università italiane, che potrà collaborare con la rete degli altri istituti europei, consentirà di realizzare un sistema integrato di ricerca che ci permetterà di avere una marcia in più per sconfiggere il cancro, la malattia più temibile anche del XXI secolo".
Sull’argomento è intervenuto il professor Alessandro Finazzi Agrò, rettore dell’Università Tor Vergata: "Saranno per il momento 14 gli atenei italiani coinvolti nel progetto I.S.O., ovvero L’Aquila, Bologna, Chieti, Genova, Messina, Napoli, Novara, Padova, Pisa, Roma, Sassari, Torino, Trieste e Varese".
Il professor Leonardo Santi, direttore dell’I.S.O, ha precisato: "Il potenziamento di un istituto virtuale universitario potrà inoltre consentire il rientro di molti ricercatori italiani attualmente all’estero", sottolineando poi come "anche in questo caso, tuttavia, non è sufficiente un finanziamento per continuare le proprie ricerche. È necessario disporre di strutture dove poterle eseguire".
In conclusione, è bene ricordare che l’I.S.O. è associato all’Unione Internazionale Contro il Cancro (UICC) e partecipa attivamente al Forum Europeo per la ricerca Oncologica, il cui obiettivo principale è di costituire un’area scientifica deputata a debellare la patologia.

Indirizzi utili
Associazioni internazionali

  • American Cancer Society (http://www.cancer.org/)
    Contiene molte informazioni sulla prevenzione e il trattamento dei tumori oltre a notizie sulle iniziative dell’associazione.
  • BACUP (http://www.cancerbacup.org.uk/)
    Un ottimo sito britannico ricco di informazioni per i pazienti.
  • UICC (http://www.uicc.org/)
    L’Union Internationale Contre le Cancer promuove in tutto il mondo la ricerca sul cancro; fra le organizzazioni che ne fanno parte, vi è per l’Italia la Lega tumori.
  • ECL (http://www.uicc.ch/ecl/)
    European Cancer Leagues: fornisce informazioni sulle attività delle associazioni europee contro il cancro.
  • EORTC (http://www.eortc.be/)
    Il sito della European Organization for Research and Treatment of Cancer che coordina le principali ricerche terapeutiche europee.

Per saperne di più
www.anlaids.it
www.airc.it

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