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Ospedale nuovo o ospedale modello?

Monica Melotti, N. 4 aprile 2003

Era il 1971 quando il professor Renzo Dionigi, milanese doc, rientrò in Italia dall’America, dopo una lunga esperienza all’Università di Cincinnati nel dipartimento di chirurgia. Da allora, il professore, al contrario di molti suoi colleghi, decise di restare nel suo Paese per trasmettere quel patrimonio di conoscenze che aveva appreso negli Usa. Le sue attività di ricerca si erano affinate nel campo dell’immunobiologia chirurgica correlata ai trapianti di organo e alla malattia neoplastica. Per le ricerche svolte in quel periodo viene riconosciuto tra i maggiori esperti a livello internazionale nel settore dell’immunobiologia chirurgica, soprattutto nell’ambito di controllo della crescita neoplastica e della immunodepressione indotta da malnutrizione.
Dal lontano 1971, Renzo Dionigi, ha ricoperto diversi incarichi prestigiosi: l’American College of Surgeons gli affida il coordinamento di un intero Post-graduate course, nel 1982 è Presidente della European Society for Surgical Research, nel ’91 è nominato membro onorario del Royal College of Surgeons di Edimburgo. Anche la sua carriera accademica è ugualmente intensa, dopo aver ricoperto l’incarico, per diversi anni, di professore ordinario di chirurgia generale all’Università di Pavia, da alcuni anni è direttore della divisione di chirurgia generale dell’Ospedale Macchi di Varese. Da quattro anni, invece, è rettore dell’Università degli Studi dell’Insubria (che comprende le sedi di Verona e Como). Non solo, l’anno scorso la Presidenza del Consiglio lo ha nominato membro del Comitato Nazionale di Bioetica e membro del Consiglio Superiore della Sanità. È autore di oltre 700 pubblicazioni scientifiche, di un trattato di chirurgia (Ed. Masson, terza edizione) e nella sua lunga carriera ha eseguito oltre 18.000 interventi chirurgici, soprattutto nel campo della chirurgia oncologica maggiore. Alla luce della sua lunga esperienza, scopriamo dove va la sanità italiana e quali sono le prossime frontiere in campo medico.
Professor Dionigi, che differenza ha trovato tra la realtà americana e quella italiana?
“Premetto che l’esperienza americana mi è servita molto. Certo, le differenze tra due realtà così diverse ci sono, soprattutto sotto l’aspetto culturale, ma non ho trovato nessuna diversità tra l’applicazione clinica chirurgica europea e quella statunitense. Mi spiego meglio. Il chirurgo italiano è ugualmente bravo come quello americano, anzi a volte può anche essere superiore. La differenza più marcata è nell’insegnamento: negli Usa preparano un chirurgo in breve tempo, già a 38-40 anni un chirurgo può andare a dirigere una struttura ospedaliera, mentre da noi devono ancora passare degli anni. Dovremmo, allora, cercare di rendere la preparazione più veloce, pur mantenendo gli standard qualitativi che ci contraddistinguono”.
È per questo motivo che si assiste alla “fuga dei cervelli” italiani?
“La cosiddetta “fuga dei cervelli” è un fenomeno molto ridotto, è tutta una montatura giornalistica. È vero che quando una persona, dopo un’esperienza all’estero, rientra in Italia va incontro a maggiori sacrifici, ma trovo che sia bellissimo poter mettere quello che si è appreso a disposizione del proprio Paese. E devo dire che nel mio caso ne è valsa la pena, ho creato una scuola chirurgica, ho cercato di trasmettere ai miei allievi e collaboratori una certa metodologia di lavoro che nell’ambente anglosassone certamente meglio definita”.
Quale?
“La metodologia di lavoro, secondo me, deve basarsi sull’analisi dei risultati. Nel mondo anglosassone funziona così: dopo un certo periodo di tempo c’è un processo di revisione dei risultati in ogni dipartimento, questo consente al responsabile di verificare la bontà del lavoro. Il primario italiano, invece, non è abituato a fare una revisione periodica dei propri risultati. E questo aspetto è sbagliato. A mio parere, l’analisi dei risultati dovrebbe essere obbligatoria per confrontarsi con gli standard internazionali”.
Veniamo al tasto dolente: la sanità italiana gode di buona salute?
“Il mio punto di vista è nel complesso negativo. Prendiamo per esempio il processo di aziendalizzazione degli ospedali, iniziata negli anni 80, aderendo al modello anglosassone. In Italia si è dimostrato un fallimento. Innanzitutto perché si è data una grandissima importanza all’aspetto amministrativo e finanziario, mettendo in secondo ordine il paziente che, invece, dovrebbe essere al centro dell’attenzione. Un altro aspetto negativo è che in questo modo si dà un potere eccessivo ai direttori dell’Azienda ospedaliera, che magari non hanno tutte le competenze necessarie per ricoprire quel ruolo. Si verifica così lo strapotere del direttore; da questi dipende il funzionamento dell’ospedale in via quasi esclusiva. Si tratta dunque di un “terno al lotto”: se si capita con un direttore capace l’ospedale funziona, altrimenti va può succedere di tutto”.
Dove ha fallito il processo di aziendalizzazione?
“Era stato fatto per migliorare i bilanci, ma alla luce dei fatti è un modello perdente, quasi tutti gli ospedali hanno i bilanci in rosso. Non solo si è data meno importanza al paziente. La preoccupazione maggiore del direttore dell’azienda è quello di risparmiare e di cercare di far quadrare i conti. Ma tutto questo è molto difficile e siccome la medicina va verso l’applicazione di nuove tecnologie estremamente costose, non avere risorse finanziare vuol dire limitare la qualità della prestazione al cittadino. Non dimentichiamo che la chirurgia ha avuto uno sviluppo notevole di nuove tecnologie, purtroppo costose, ma i finanziamenti per la sanità sono sempre rimasti gli stessi”.
Qual è la sua ricetta?
“Occorre un maggior investimento nella sanità da parte della finanza pubblica, bisogna aumentare la percentuale del PIL da destinare alla sanità. Questa percentuale è rimasta ferma a vent’anni fa, ma le esigenze sono drammaticamente cambiate. Io posso solo esporre il problema, ma è il politico che lo deve risolvere e trovare le risorse”.
E il tanto decantato ospedale modello?
“È un progetto giusto e interessante, ma purtroppo lo vedo molto teorico, di difficile applicazione. Noi costruiamo ospedali in spazi ristretti, negli spazi che ci vengono concessi da enti particolari, ma la conformazione degli ospedali ha sempre troppi vincoli. Prenda per esempio il nostro caso, stiamo costruendo un nuovo ospedale all’interno del vecchio. È chiaro che sarà un ospedale nuovo, ma non sarà mai un ospedale modello. Del resto la maggior parte delle aziende ospedaliere sono costrette a barcamenarsi con le poche disponibilità finanziare che riescono ad ottenere”.
Qual è l’aspetto nella sanità a cui lei tiene di più?
“A me interessa che ogni cittadino abbia le stesse possibilità di trattamento, sia che si rivolga ad una struttura pubblica, sia che si rivolga a una privata. E la qualità della prestazione deve essere ottimale in entrambi i casi. Dobbiamo muoverci in termini di solidarietà e garantire che anche le regioni del Sud siano dotate delle stesse attrezzature presenti al Nord. Se questo non accade vuol dire che c’è ancora qualcosa che non va. Non è giusto avere un’affluenza, come nel nostro caso, di persone che vengono da fuori regione che sfiora il 22 per cento. Ogni cittadino deve avere le stesse possibilità di cure nella sua città senza dover intraprendere i famosi viaggi della speranza”.
Professore, può dirci qualcosa di più del suo dipartimento chirurgico?
“L’80 per cento della chirurgia che noi svolgiamo rientra nella chirurgia oncologica maggiore, che fa riferimento a tumori epatici, esofagei, pancreatici, gastrici e del grosso intestino. Questa chirurgia oncologica ha nella chirurgia epatica un centro di riferimento internazionale. Negli ultimi vent’anni abbiamo ottenuto un risultato di cui siamo molto fieri: è quello di aver visto una diminuzione impressionante della mortalità. Vent’anni orsono questa chirurgia era gravata da una mortalità del 15-20 per cento, oggi la mortalità è scesa al di sotto del 2 per cento e per molti tipi di interventi non abbiamo mortalità da quattro anni. Questo è un grande successo, dovuto soprattutto alle nuove tecnologie, alle esperienze specifiche, alla concentrazione dei pazienti con le loro diverse patologie che ci hanno permesso di raggiungere questi risultati. In più è fondamentale avere dei rapporti interdisciplinari con le altre specializzazioni: gastroentorologa, radiologia, oncologia, istopatologia, radioterapia, medicina nucleare. Questa interdisciplinarietà ha prodotto numerosi protocolli di ricerca clinica applicata”.
Questi tumori vengono trattati in un modo particolare?
“Ogni tipo di tumore ha la terapia più adatta, dipende dalle dimensioni, dalla localizzazione, dall’istotipo. Per ognuno c’è un intervento chirurgico specifico e un terapia adeguata. Abbiamo diversi tipi di possibilità terapeutiche. La terapia di elezione è quella chirurgica, ma c’è anche la chemioembolizzazione, la radiofrequenza, la chemioembolizzazione locoregionale.
Così come abbiamo dei nuovi strumenti per la chirurgia epatica: i dissecatori ad ultrasuoni, gli elettrocoagulatori a radiofrequenza, i coagulatori ad argon, le suturatici meccaniche”.
I tumori sono sempre più curabili, ma purtroppo in crescita. Come poter contrastare efficacemente questo fenomeno?
“Lo scopo fondamentale del chirurgo, che è un terapeuta, è quello di trattare la malattia neoplastica negli stadi precoci. I tumori vengono distinti in quattro stadi: S1, S2, S3, S4. I primi due stadi sono precoci, gli altri due tardivi. Purtroppo si opera, spesso, in stadi tardivi. Bisognerebbe, invece, intervenire negli stadi precoce, in modo da garantire la guarigione. Quindi è importante avviare sulla popolazione generale grossi programmi di screening per poter effettuare una diagnosi precoce. Nel nostro ospedale è stato messo a punto in importante progetto di screening sul tumore del polmone, messo a punto dal prof. Dominioni, un mio allievo. Questo screening sta dando dei notevoli risultati: si dentifica una popolazione a rischio, quella dei fumatori, i quali vengono sottoposti ad una serie di lastre. Appena si trovano delle piccole neoplasie si interviene subito e in questo modo si può guarire il paziente”.
Uno sguardo al futuro, quali sono le prossime frontiere?
“Sulla terapia genica c’è un grosso dibattito di carattere etico. Mi riferisco in particolare alle cellule staminali. Le loro possibilità terapeutiche sono notevoli, non solo per le patologie neoplastiche, ma anche per altri tipi di malattie. Il dibattito si accende quando si parla di tecnologie: cellule embrionali o cellule adulte? Personalmente propendo per l’uso delle cellule adulte. È una strada più lunga, ma porta agli stessi risultati che si ottengono con le cellule embrionali”.

Il nuovo volto dell’ospedale di Circolo di Varese

L’ospedale di Varese, ricomincia dall’H. Spieghiamo meglio. la nuova struttura avrà una forma di H, disegnata per terra e alta trentaquattro metri, cui si aggiungeranno una quindicina di interrati. Al progetto esecutivo, impostato su quello di fattibilità del ’95, hanno lavorato per otto mesi cinquanta professionisti, fra i maggiori studi di architettura e ingegneria, con sedi a Segrate, Milano e Tokio. Costo complessivo dell’operazione, 206 miliardi di vecchie lire, dei quali 188 provenienti dallo Stato, resto dall’Azienda Ospedaliera varesina e dalla regione Lombardia. Il cantiere del nuovo ospedale è già iniziato e il 2 settembre scorso è arrivato anche il Ministro della Salute, Girolamo Sirchia, per dare il suo placet a questa importante iniziativa. Il vecchio è glorioso ospedale, infatti, è destinato a diventare un polo di eccellenza a livello europeo.
Un po’ di storia
Tutto comincia agli inizi del ‘900 quando i varesini andarono a cercare ispirazione in Inghilterra, allora all’avanguardia nel campo della sanità. Costruirono così un ospedale simile a quello di Birmingham. Da allora la struttura ha subìto diversi cambiamenti. Negli anni ’40 è stato costruito il primo sopralzo, in seguito si è aggiunto il padiglione pediatrico, donato dalla generosità dei privati, che hanno sempre sostenuto l’Ospedale. Man mano viene attivato nella struttura il Pronto Soccorso, con il reparto di rianimazione, la cardiologia, la radioterapia e tanti altri. Parallelamente avanza anche l’attività universitaria che costringe gli amministratori a costruire un padiglione chirurgico nei pressi del reparto di pneumologia, Nel 1984 sono state fatte una serie di aggiunte importanti fino ad arrivare al nuovo progetto.
Il nuovo progetto
Nel corso degli anni si è constatato che la rigidità strutturale degli edifici non rispondeva più alle attuali esigenze. Da qui l’idea della configurazione ad H, che anche se non è molto originale, viene proprio adottata con il beneficio dell’esperienza. Avere due monoblocchi collegati fra loro consente infatti di disporre di servizi sullo stesso piano, evitando così perdite di tempo in discese e in salite, ma seguendo una dislocazione ottimale con la terapia intensiva al primo piano e le degenze mediche e chirurgiche ai successivi. In più verrà costruita un’area dove ci sarà la farmacia, il laboratorio di analisi e il Pronto Soccorso. Il progetto e la realizzazione sono stati affidati all’architetto Paolo Ciotti con la collaborazione della Ishimoto Architectural & Engineering Firm, la Tekne spa e lo studio Corbellino. La fine dei lavori è prevista entro settembre 2004.
L’ospedale del futuro
Vi saranno 721 posti letto distribuiti su tre livelli. La zona dei servizi sarà divisa su due piani interrati (superficie circa 15mila mq) e un piano terreno (ingresso 12.500 mq). Qui troveranno collocazione: le centrali tecnologiche, la cucina, la farmacia, la centrale di sterilizzazione, la diagnostica per immagini, venti sale operatorie, il laboratorio di analisi, il servizio trasfusionale, la medicina legale, l’obitorio, la cappella mortuaria. Nella hall di ingresso ci saranno alcuni negozi, la sala ristorante, l’area ambulatoriale e il Pronto Soccorso. Sopra l’area dei servizi sorgeranno due padiglioni di degenza di sei piani ciascuno. Al primo piano verrà realizzata l’area di terapia intensiva (70 posto letto), negli altri troveranno sede le degenza dell’area chirurgica e dell’area medica per un totale di 640 posti letto (64 su ogni piano di ciascun padiglione). Sopra uno dei due padiglioni verrà realizzata l’elisuperficie per permettere agli elicotteri di atterrare. Le stanze avranno uno o due posti letto con servizi igienici, radio e tv. Infine ci saranno i parcheggi che sorgeranno sull’attuale area del piazzale: cinque piani con mille posti auto, con accesso sotterraneo diretto all’area dei servizi e ai padiglioni di degenza.

Indirizzi utili
Ospedale di Circolo e Fondazione Macchi
Via Borri, 57 – Varese.
Per ulteriori informazioni:
Ufficio Relazioni con il Pubblico
Villa Tamagno (all’interno dell’Ospedale)
Tel. 0332.278.395/278.539
Fax 0332.278.644
e-mail: urp@ospedale.varese.it
www.ospedalivarese.net

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