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DNA, una spia contro i tumori

Annalisa Cretella, N. 4 aprile 2003

La lista dei marker tumorali, così si chiamano gli “informatori” che aiutano i medici a individuare un tumore, si allunga e dà il benvenuto tra le sue fila a una nuova spia. Da oggi è infatti possibile, per i pazienti che hanno subìto un intervento al colon o al retto, sottoporsi a un nuovo e attendibilissimo test che attraverso il Dna permette di capire se il tumore ha “rialzato la testa”, evitando così pesanti e fastidiosi controlli. Con un semplice esame del sangue dunque è possibile la diagnosi precoce: ricordiamo che il tumore del colon retto è il secondo in assoluto per incidenza dopo quello del polmone.
Il cancro è un nemico che lascia tracce nel nostro organismo. Delle impronte alcune volte manifeste, altre volte difficili da decifrare. A questo scopo è stato messo a punto il test rivelatore capace di stanare un tumore con un semplice prelievo, e presto, certamente già da settembre, sarà avviata la sua applicazione su un numero più ampio di pazienti. Il test sarà così a disposizione di tutta la scienza medica. Il merito va al lavoro di Ermanno Leo, direttore dell’Unità operativa di chirurgia specializzata nei tumori del colon e del retto dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, dove è stata avviata circa dieci mesi fa la sperimentazione, e a Marco Pierotti direttore del Dipartimento di oncologia sperimentale presso la stessa clinica, il quale ha identificato il nuovo test.
In che cosa consiste questo esame lo chiediamo direttamente al professor Ermanno Leo.
“È un test sofisticato seguito da un approfondimento genetico che ci permette di capire, attraverso la misurazione di frammenti anomali di Dna che circolano nel plasma del sangue, se il tumore è scomparso o è ancora in sede. Nel primo prelievo che viene fatto il giorno antecedente l’intervento, abbiamo riscontrato che esistono nel sangue frammenti di Dna molto elevati, rispetto a quelli presenti nelle persone sane. Per dare un’idea, i valori invece di essere da 0 a 20, arrivano anche a 1000 nei pazienti oncologici. Nei prelievi successivi l’operazione, quando il tumore è stato asportato, gli esami del sangue presentano un abbassamento e quindi una normalizzazione di questi valori”.
Questo test era già utilizzato per il cancro al polmone?
“Si è visto che la presenza del tumore del polmone è associata a un aumento nel sangue dei livelli del Dna circolante, un marker legato alla vita delle cellule tumorali. Da qui ci siamo chiesti se le cose stessero allo stesso modo nel caso di tumori del colon e del retto. Per verificarlo, circa dieci mesi fa, abbiamo dato il via a questa sperimentazione, che dopo un anno di conferme positive si concluderà nel mese di giugno”.
Ci parli di questa sperimentazione.
“Abbiamo preso in esame un centinaio di pazienti. Per due terzi costituito da ammalati di tumore certo e il restante da persone completamente sane. E adesso possiamo affermare con certezza che con la malattia in atto e prima dell’intervento chirurgico, i livelli di questi frammenti anomali di Dna circolante risultano in effetti molto alti, ma si abbassano altrettanto notevolmente nel giro di 4 mesi dopo l’operazione”.
La validità del test a lungo termine? Un’eventuale ripresa del male, coincide con una nuova impennata del marker?
“Per adesso la validità è stata confermata in tutti i controlli. Ne facciamo uno ogni 4 mesi. L’andamento dei valori è tendente al negativo per coloro che hanno una prognosi buona, mentre è in aumento in coloro in cui è presente la malattia.”
Quali sono i vantaggi?
“Ci permette di fare una diagnosi precoce delle recidive evitando di sottoporre i pazienti a fastidiosissimi e continui controlli, spesso ingannevoli. E a rioperarli subito se necessario. In definitiva il test ci dà la possibilità di testare la malattia e la sua aggressività. Inoltre, a differenza di altri marker, si sta rivelando strepitoso per la sua attendibilità, che al momento è del 100 per cento. Pur aspettandoci qualche piccola delusione. Su tutte le persone sottoposte alla sperimentazione, fino ad oggi, non abbiamo alcun falso positivo o negativo. E poi la ricerca del “Dna anomalo circolante” è un test non invasivo, in quanto si basa su un semplice prelievo di sangue, ed è al tempo stesso affidabile, veritiero. In quanto sa fotografare fedelmente l’attività dei tumori del colon e del retto, e indicarci le mosse terapeutiche da adottare”.
Avete raggiunto l’obiettivo che vi eravate proposti con questo test?
“La speranza è quella di arrivare un giorno a definire un test che serva da screening, che permetta cioè di individuare il tumore allo stadio iniziale. L’esame in sperimentazione che all’apparenza è solo rivelatore della presenza o meno di un tumore, può in definitiva essere anche un valido coadiuvante nella scelta del trattamento terapeutico da adottare. E contribuire così notevolmente ad abbassare la percentuale delle recidive”.

Il male in cifre. Dati e tecnica conservativa

Il tumore del colon retto è al primo posto come causa di morte in uomini e donne non fumatori. In Italia i pazienti colpiti da tumore del colon e del retto sono 36 mila e lo scorso anno questa patologia ha provocato 18 mila morti. Per quest’anno la previsione è addirittura di un aumento percentuale del numero dei malati. I soli tumori del retto, invece, sono circa 4.000 all’anno, con un’incidenza maggiore fra i 40 e i 70 anni e un’equa ripartizione fra uomini e donne. “La cura dei tumori del retto è sempre stata tesa alla demolizione dell’apparato nell’illusione di una cura più radicale. Ma in questi casi la recidiva è del 30 per cento”, spiega il professor Leo. Inoltre, nel caso dell’intervento chirurgico demolitivo, i pazienti sono costretti a convivere con il tanto odiato “sacchetto”. Per evitare questa soluzione e garantire a chi è stato operato una migliore qualità della vita, dal 1990 l’Unità operativa di chirurgia dei tumori del colon retto promuove una tecnica di conservazione dell’apparato sfinteriale. Oggi, dunque, è possibile operare i malati di tumore al basso retto, con un tipo di chirurgia molto meno invasiva di quella tradizionale. Il pioniere di queste tecniche conservative, non solo nel nostro Paese, ma nel mondo, è proprio Ermanno Leo. “Dopo anni di esperienza in questa chirurgia, abbiamo ottenuto una forte riduzione delle recidive. Nella nostra Unità, negli ultimi dieci anni, abbiamo operato con questo metodo circa 700 pazienti per tumori al basso retto, con una riduzione delle recidive dal 30 all’8 per cento.
L’intervento conservativo, a differenza di quello tradizionale, permette al paziente di conservare inalterata la funzione intestinale, quella sessuale e quella vescicale. Con risultati positivi nell’80 per cento dei casi. Consentendogli così una vita normale, non limitata dalla presenza del classico “sacchetto”. In quanto evita l’ano artificiale e al tempo stesso migliora la prognosi.
Contribuiscono all’obiettivo di dare al maggior numero di pazienti la possibilità di preservare la qualità della loro vita dopo l’intervento, anche i trattamenti radio e chemioterapici, pre o post-operatori, ai quali essi vengono sottoposti, a seconda dello stadio della malattia.
I risultati raggiunti finora pongono l’Italia e l’Istituto dei Tumori di Milano, l’unico ad avere un’unità operativa interamente dedicata alla cura del cancro del colon retto, ai vertici negli studi in questo delicato campo della medicina.
Per divulgare la diffusione di questa tecnica chirurgica nel nostro Paese e nel mondo, l’Areco, l’Associazione di ricerca europea in chirurgia oncologica, fondata a Milano dal professor Leo, ha previsto l’istituzione di un Master in chirurgia colon rettale, per consentire la specializzazione in questo tipo di intervento.

Innovazioni nel campo della chirurgia: il caso 3D
All’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano è stata messa a punto una tecnica avveniristica in tre dimensioni, che permette di vedere e operare con precisione i tumori in posizioni particolarmente difficili. “Quando si operano i tumori del basso retto, la visione della zona in cui operare è sempre stata notevolmente disagevole e non ha mai concesso a tutti i chirurghi impegnati nell’intervento di avere la stessa visione contemporaneamente. Questo perché la zona in cui si trova il tumore ha una dimensione al massimo di quattro centimetri di diametro. Questo rende l’operazione più lunga e complessa”.
La nuova apparecchiatura, studiata proprio dai medici dell’Istituto, grazie ai fondi messi a disposizione dall’Areco, consente di superare questo limite. Ciascun chirurgo, infatti, indossa un casco simile a quello dei videogiochi, dotato di un display su cui una piccola telecamera, inserita nell’addome del malato, proietta le immagini in tre dimensioni della zona. È la prima volta che viene utilizzata la tridimensionalità in chirurgia. Così tutti possono operare insieme. E l’intervento dura anche meno tempo: quattro ore e mezzo contro le cinque o sei necessarie prima. In questo modo, dopo l’operazione si prova meno dolore e il ricovero è di otto giorni anziché dieci. “La visione ingrandita dalla telecamera, inoltre, permette di individuare meglio i nervi della vescica e quelli dell’apparato sessuale, riducendo al minimo il rischio di danni e di problemi come l’impotenza o l’incontinenza urinaria” dice il professor Leo. Infine, il casco è dotato di un comando vocale che, in caso di bisogno, consente al chirurgo di richiamare e rivedere le Tac e le risonanze magnetiche del malato durante l’intervento (sono memorizzate nel processore), senza mai doversi allontanare dal tavolo operatorio. Aumentando così le probabilità, aumenta la possibilità di eseguire un intervento più curativo.

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