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Bhopal: lHiroshima della chimica
Mariagrazia Villa, N. 11 novembre 2003
Un incubo. Il peggiore mai vissuto dallindustria di tutti i tempi. Un disastro umano, ambientale, sociale ed economico. Non si conosce nemmeno il numero esatto dei morti. Le stime parlano di 10 mila vittime nelle prime 48 ore, di circa 16 mila nei giorni immediatamente successivi e di mezzo milione di contaminati. Ma sembra siano stati molti, molti di più, sia i morti che i rimasti permanentemente invalidi, con gravi problemi di salute, come il cancro.
Eppure, non tutti sanno cosè accaduto nella notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984 a Bhopal, la splendida capitale dello stato indiano del Madhya Pradesh.
Ne abbiamo parlato con lo scrittore indiano Indra Sinha, residente nel Sussex (UK), famoso romanziere e saggista, ma anche attivista nella difesa dei diritti umani, in particolare quelli di Bhopal: ha fondato la UK Campaign for Justice in Bhopal (che fa parte dellomonima International Campaign) e aperto una clinica gratuita per la cura dei sopravvissuti nella città indiana.
La bella fabbrica, come la definiscono Dominique Lapierre e Javier Moro nel loro libro Mezzanotte e cinque a Bhopal, che doveva portare allIndia magnifiche sorti e progressive, era nata nel 1969 per la produzione di pesticidi, tra cui il Sevin, ed era gestita dalla Union Carbide India Limited (UCIL), appartenente alla multinazionale statunitense Union Carbide Corporation (UCC). Nonostante i manifesti in giro per la città recitassero: Una mano al progresso: la scienza aiuta a costruire una nuova India, la fabbrica era stata deliberatamente sottoprogettata racconta Sinha con sistemi di sicurezza disinvolti, per risparmiare denaro, e funzionava con vecchie tecnologie.
La tragedia di quella notte, quindi, non fu un incidente, ma il risultato di una politica del doppio standard e un esempio di razzismo ambientale: negli stabilimenti costruiti negli Stati Uniti, infatti, venivano rispettati determinati parametri di sicurezza e di allarme (non a caso, lEnvironmental Protection Agency americana ha premiato, nel 2000, la UCC per limpegno dimostrato nel rispetto dellambiente. A casa propria, chiaro!).
Dal 1984, arrivò lordine dal quartier generale in America di tagliare i costi e questo aumentò i già alti fattori di rischio della fabbrica. Lo staff degli addetti alla sicurezza fu dimezzato, la loro preparazione passò da sei mesi a due settimane, le pratiche di manutenzione degli impianti furono drasticamente ridotte. La situazione, cui si aggiunge che nell82 gli esperti della UCC avevano rilevato nello stabilimento indiano 61 anomalie, di cui 19 serie, mettendo in guardia dal pericolo di un rilascio di sostanze letali su larga scala, doveva essere diventata particolarmente esplosiva, se in quegli anni ci fu un esodo in massa degli ingegneri migliori dellazienda.
Fu poco dopo la mezzanotte del 3 dicembre 1984 che una valvola difettosa spinse lacqua di una tubatura nel serbatoio n. 610, dove era contenuto lisocianato di metile (MIC), una sostanza chimica 500 volte più pericolosa del cianuro per luomo, provocando una reazione chimica così violenta che le pareti dacciaio del serbatoio e il bunker in cemento armato in cui era chiuso saltarono in aria.
Il MIC è una molecola talmente irascibile da scatenare, al solo contatto con qualche goccia dacqua o qualche grammo di polvere metallica, reazioni dincontrollabile violenza: in quel caso era anche stivato in quantità superiore a quella ammissibile e, per risparmiare sui costi del gas freon, erano mesi che non veniva più adeguatamente raffreddato, trovandosi a 20 °C rispetto ai 5 di sicurezza. Per questo la pressione spinse il gas a 400 °C fuori dalle tubature, mentre nessuno dei sistemi di sicurezza o delle sirene dallarme si mise in funzione, né era stato predisposto un piano devacuazione in caso demergenza. Così, la nuvola di morte potè colpire indisturbata migliaia e migliaia di persone nelle immediate vicinanze della fabbrica.
Soltanto alle 3 del mattino la UCIL informò le autorità cittadine dellaccaduto. Intanto, centinaia di persone avevano già iniziato a morire come mosche, e nei modi più orribili. Secondo lOccupational Safety and Health Administration, il limite massimo desposizione al MIC nellarco delle otto ore lavorative dovrebbe essere di 0,05 mg/m3: quella notte, ne uscirono dalla fabbrica 27 tonnellate che invasero unarea di circa 40 km2, distruggendo qualsiasi forma di vita. E pensare che il responsabile medico della UCC nel 1982 aveva definito il MIC un irritante minore
Per certo, nella nube tossica non si trovava solo isocianato di metile, ma anche una trentina, almeno, di altre sostanze chimiche. La UCIL, però, non informò le autorità sanitarie di Bhopal della presenza del MIC nel gas tossico rilasciato e si trincerò dietro il segreto aziendale per non rivelare la quantità e il tipo degli altri composti chimici.
La mattina successiva al disastro, gli ospedali erano pieni di gente che tossiva fino a vomitare i polmoni, molti avevano perso completamente la vista. I dottori non sapevano come curarli, perché nessuno aveva detto loro di che veleno si trattasse. È ormai appurato che tra le varie sostanze ci fosse anche cianuro, per il quale sarebbe stato disponibile un antidoto, il tiosolfato di sodio. Molte vite che avrebbero potuto essere salvate andarono perdute. I sopravvissuti, del resto, cominciarono ben presto a ritenere fortunati quelli che erano morti. Mezzo milione di coloro che avevano inalato i gas restarono invalidi, molti al punto di non potere mai più lavorare. Innumerevoli esseri umani, già fra i più poveri al mondo, furono ridotti allaccattonaggio.
Allepoca del disastro, Bhopal era, ed è rimasta, una città ben servita dai sistemi di comunicazione, dantica e affascinante tradizione musulmana, rinomata per la sua intensa vita culturale (famosi i reading allaperto di poesia) e dotata di straordinarie bellezze naturali, architettoniche ed artistiche. Benché gli operatori turistici continuino a promuoverla, la città non è ancora guarita. Si ritiene che circa 150 mila persone stiano ancora pagando per la nube tossica, oltre a essere esposte a un pesante inquinamento ambientale: il sito industriale della UCIL non è ancora stato bonificato, ci sono tonnellate di rifiuti tossici abbandonati allaperto e falde acquifere fortemente inquinate, come emerge dal rapporto di Greenpeace del dicembre 1999 e dallo studio condotto nel 2002, che mette in luce alcune forme tumorali, causate dalla presenza, nel latte delle donne gravide che abitano accanto alla fabbrica, di metalli pesanti come il mercurio.
La Bhopal Peoples Health and Documentation Clinic della Sambhavna Trust, la clinica completamente gratuita creata da Sinha con laiuto di donazioni private, tratta circa un centinaio di pazienti al giorno per unampia serie di disturbi legati allesposizione al gas. Gravi problemi agli occhi, ai polmoni, ai reni, al fegato, agli intestini, alla muscolatura, al cervello e al sistema riproduttivo e immunitario, ma soprattutto disturbi cronici a livello respiratorio, continuano a devastare la vita delle persone: si registrano dai 10 ai 15 decessi al mese. Circa metà degli operatori della clinica è costituita da sopravvissuti. Le terapie della Sambhavna Clinic sono pionieristiche e hanno un grande successo: Combiniamo la medicina allopatica tradizionale con lAyurveda indiano, le tecniche di respiro yoga e il massaggio. Non prescriviamo farmaci laddove è possibile un trattamento alternativo.
La gente di Bhopal ha lottato fin da subito per ottenere giustizia. Subito dopo la tragedia, le persone erano attonite e non sapevano cosa fare, ma poi sono arrivate in India delle forze politiche esterne, che hanno iniziato ad organizzare la popolazione, conducendo le prime riunioni, domande di risarcimento, sit-in di protesta, dimostrazioni, scioperi della fame. La gente, non vuole solo giustizia, ma anche trattamenti medici e la rassicurazione che le generazioni future non debbano continuare a pagare il prezzo della nube tossica. Ben presto, i sopravvissuti, benché per la maggior parte analfabeti, hanno imparato ad affrontare argomenti scientifici, problematiche mediche e cause legali e si sono organizzati in gruppi autonomi, ingaggiando una strenua lotta contro la UCC. Basta pensare al movimento delle donne contaminate dal gas che lavorano nellindustria della carta e hanno in Rashida Bi la loro leader: nell89, hanno marciato a piedi per 33 giorni per raggiungere Delhi e dimostrare davanti al Primo Ministro, Rajiv Gandhi.
Alla Dow Chemicals, la maggiore multinazionale della chimica al mondo, che nel 99 ha acquistato la UCC, il popolo di Bhopal chiede di bonificare il sito industriale (come avviene negli Stati Uniti), assicurare lassistenza medica e la riabilitazione ai sopravvissuti e fornire acqua potabile alle comunità residenti. Finora, il risarcimento alle vittime, stabilito dalla UCC in accordo con il governo indiano nell89, è ben lontano dallessere adeguato ai danni sofferti: 500 dollari a persona. A parte che non tutti hanno ricevuto questa cifra, non basta a coprire nemmeno cinque anni di cure mediche e, in ogni modo, diluita in ventanni, equivale a una tazza di tè al giorno.
Un occidentale cosa può fare per aiutare la gente di Bhopal? Essere coinvolto. Prendere parte allazione. Mandare e-mail o cartoline elettroniche. Unirsi al grande sciopero della fame: lanno scorso, vi ha partecipato anche il vicesindaco di Venezia Gianfranco Bettin e tutto il suo team. Visitare Bhopal. Informarsi sullaccaduto e parlarne agli altri. Andare sul nostro sito ufficiale, www.bhopal.net, da non confondere con quello della UCC, www.bhopal.com, in cui i fatti sono interpretati in modo alquanto distorto. Raccogliere fondi per aiutarci a portare avanti la battaglia. Fare delle donazioni.
Anche grazie al supporto di tantissime persone in tutto il mondo, la causa legale avviata dai sopravvissuti continua e la lotta rimane molto intensa, benché non sia ancora stato punito nessuno. La UCC, prima, e la Dow Chemicals, ora, continuano a negare qualsiasi responsabilità (il fatto che la multinazionale abbia appena comprato dallEnichem di Porto Marghera limpianto per la produzione dei poliuretani, allarma anche sulla vicenda del Petrolchimico, che ha già visto assolte le aziende italiane responsabili in questi anni di inquinamento e morti). Se passa il colpo di spugna su un evento così grave, tanto le grandi multinazionali quanto le piccole aziende, si sentiranno autorizzate a pensare allIndia e al terzo mondo come terre di conquista, da inquinare, profanare e sfruttare, dove la tutela dellambiente e i diritti delle persone non esistono e, se esistono, si possono aggirare.
Secondo lultima richiesta che il governo indiano ha rivolto alla Corte di Giustizia, Warren Anderson, presidente della UCC allepoca del disastro e oggi latitante, dopo il mandato di cattura internazionale spiccato a seguito delle denunce delle associazioni delle vittime, deve essere imputato non più di omicidio, ma di negligenza, rischiando una leggera multa o un paio danni di galera. E mentre questo signore, in pensione dall86 nel suo buen retiro di Vero Beach in Florida, sorseggia cocktail in piscina, a Bhopal si continua a morire.
Il rapporto di Greenpeace
Il 2 dicembre 1999, Greenpeace International ha dichiarato ufficialmente che la fabbrica della Union Carbide India Ltd di Bhopal è attualmente ad alto rischio tossico.
A queste conclusioni, i ricercatori sono giunti dopo aver prelevato nel maggio del 99 campioni di rifiuti solidi, di terreno e di falda acquifera allinterno della fabbrica e nella zona adiacente, da analizzare nei Greenpeace Research Laboratories della University of Exeter nel Regno Unito.
Sono state trovate forti concentrazioni di metalli pesanti: ad esempio, il mercurio è risultato dalle 20 mila ai 6 milioni di volte superiore ai livelli previsti. Inoltre, si è dimostrato che una dozzina di composti organici volatili di natura cancerogena, presenti in quantità nettamente eccedenti i valori fissati dallEnvironmental Protection Agency (EPA) americana, si infiltrano nelle falde acquifere e, dunque, nelle acque potabili che circa 20 mila famiglie continuano a bere e a usare per cucinare e lavarsi. Le stesse autorità municipali di Bhopal hanno stabilito che lacqua di oltre 100 tubature non è potabile.
Nella comunità di Atul Ayub Nagar, ad esempio, a nord dello stabilimento, alcune sostanze chimiche volatili sono state trovate in queste esatte quantità. Il 1,2-diclorobenzene e il 1,4-diclorobenzene (responsabili di leucemia, anemia, lesioni della pelle, nausee, mal di testa, perdita di peso, itterizia, danni a carico dei reni e aberrazioni cromosomiche) sono di 5 e 11 volte superiori ai limiti fissati dallEPA; il tetracloroetene (aumenta il rischio di leucemia e di cancro alla vescica, allesofago, alla cervice, alla pelle, al fegato e ai reni) è di 9 volte superiore; il tricloetene (anche in piccola quantità, può causare danni a fegato e reni, avere effetti sul sistema nervoso, alterare il sistema immunitario e danneggiare lo sviluppo fetale nelle donne in gravidanza) è di 50 volte; il cloroformio (ha un effetto cancerogeno su fegato, reni e intestino, e produce aborti spontanei e riduzione dei livelli spermatici nelluomo) è di 260 volte; e il cloruro di carbonio (può determinare dei tumori a fegato, rene e cervello e, in alcuni casi, coma o morte improvvisa) è di 682.
Mentre per linquinamento da isocianato di metile, dovuto al disastro del 3 dicembre 1984, si sta lottando per ottenere giustizia, la contaminazione attuale della vecchia fabbrica della UCIL, dovuta alla presenza di altre sostanze chimiche e indipendente dalla tragedia, è un capitolo ancora tutto da affrontare.
Eppure, il rapporto ufficiale di Greenpeace parla chiaro: I risultati indicano una generale contaminazione dellarea della fabbrica e delle sue immediate vicinanze con sostanze chimiche derivanti sia dai normali processi produttivi in atto durante il funzionamento dello stabilimento, da perdite e incidenti di percorso, sia dai continui rilasci dovuti alla presenza di rifiuti tossici rimasti interrati nelle discariche o abbandonati al suolo. Allinterno di questa totale contaminazione, poi, vi sono alcuni punti caldi, fortemente contaminati a causa di metalli pesanti e/o inquinanti organici persistenti.
Una poesia di Indra Sinha su Bhopal
Puntami una fiamma ossidrica negli occhi
Versa acido nella mia gola
Strappa i tessuti dei miei polmoni
Affogami nel mio sangue
Soffoca la mia bambina davanti ai miei occhi
Fammi vedere come si dibatte morendo
Mutila i miei figli
Fa che il dolore quotidiano sia il loro solo compagno di giochi
Non risparmiarmi nulla. Distruggi la mia salute
Così che non possa nutrire la mia famiglia
Guardaci crepare di fame, di che tu non centri nulla,
Non sognarti neanche di chiederci scusa
Avvelena la nostra acqua, fa nascere mostri
Facci maledire Dio
Blocca la crescita dei nostri figli
Ignora le nostre urla
per diciassette anni,
Insegnami che la mia rabbia è inutile,
Come le mie lacrime
Provami al di là di ogni dubbio
Che non esiste giustizia al mondo
Tu, ricca multinazionale americana
Io, vittima del gas di Bhopal
(Indra Sinha, Senza titolo, 2002, tr. it. di Vincenzo Mingiardi)
Per saperne di più
www.bhopal.org
Nel sito http://www.bhopal.org/pictures/ è possibile trovare numerose immagini che testimoniano la realtà di quanto accaduto e le gravi conseguenze derivate dal disastro chimico verificatosi nella sede indiana della multinazionale americana UCCIL.
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