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Curriculum di una malattia

Dario Vascellaro, N. 1/2 gennaio/febbraio 2004

Il cancro non è una malattia nuova. Se molte persone pensano che sia un male recente le cui cause sono legate alla vita moderna, si sbagliano perché già nel quarto secolo prima di Cristo Ippocrate ne fece una descrizione precisa. Benché esso sia conosciuto e studiato dalla più remota antichità, il cancro non ha, paradossalmente, una storia nel senso sociale del termine. Esiste pertanto una storia scientifica del cancro, una storia della sua conoscenza, una storia della sua diagnostica, come dei relativi metodi terapeutici, ma la società resterà a lungo indifferente di fronte a questo male che colpisce tante persone. È vero che le cause di mortalità erano numerose e che la speranza di vita era ridotta. Il cancro era, dunque, una malattia come tante altre, davanti alla quale i medici erano costretti a constatare la loro impotenza. Si dovettero attendere gli anni Cinquanta del Novecento perché diventasse l’ossessione dell’intera società.
La storia del cancro è dunque, da una parte, la lunga e difficile storia della sua conoscenza scientifica e dei mezzi terapeutici adottati per combatterlo; dall’altra, la breve storia dell’idea che se n’è fatta la società.
Si può paragonare il cancro a quello che fu la lebbra nel XV secolo, la follia nel XVI, la tubercolosi e la sifilide nel XIX. Il terrore che questo male provoca lo eleva al rango di mito. Non si è mai potuto e non si può tuttora guardarlo in faccia. Il cancro fa paura. Ma perché questa sorta di incredibile angoscia?
Le neoplasie sono vecchie malattie. Alcuni tipi di cancro erano conosciuti fin dai tempi preistorici. Una malattia dell’osso verosimilmente cancerosa è stata ritrovata in alcune ossa di dinosauri vecchi di circa 80 milioni di anni. Già nei primi testi medici (papiri egizi del 3500 a.C., scritti mesopotamici, indiani e persiani) ne sono esposti parecchi casi.
Ma bisogna attendere il IV secolo a.C. perché Ippocrate dia la prima definizione di questo male, sotto il nome di “carcinoma” o di “squihrre”, che il latino tradurrà in cancro. Egli lo definisce come un tumore duro, non infiammatorio, con la tendenza a essere recidivo e a diffondersi, fino alla morte del paziente.
Nel I secolo d.C., Galieno (129 o 131-201 d.C.) attribuisce l’eziologia del cancro a un disequilibrio della bile nera, che costituisce, con il sangue la bile gialla e il flegma, i quattro umori del corpo umano. È grazie a lui che si afferma l’idea, che durerà per i quindici secoli seguenti, che il cancro sia una malattia generale le cui sole manifestazioni sono locali. In quest’epoca, per sopprimere questo male, un regime alimentare adeguato, dei medicamenti o dei prelievi sembrano più appropriati di un intervento chirurgico. E lungo tutto il Medioevo, i chirurghi restano divisi e scettici riguardo all’intervento chirurgico.
Nel XVI secolo, Ambroise Paré (1509-1590) spiega le metastasi come manifestazioni locali dell’umore nero.
È nel XVII secolo che si comincia a vedere la malattia in un altro modo. Tulp (1599-1674) fornisce descrizioni anatomiche molto precise di alcuni cancri, e per Cartesio, in seguito alla recente scoperta del sistema linfatico, è la linfa che si coagula, e non più la bile nera, che è responsabile della formazione dei tumori.
È un secolo più tardi che il chirurgo inglese John Hunter (1728-1793) afferma che non è una linfa coagulata e inerte la causa del cancro, ma una linfa attiva che “suda” fuori dai vasi e che è secreta dai tessuti infiammati. I tumori divengono così parte integrante del corpo.
Nel XVII secolo e durante due secoli, si afferma l’idea che si tratta di un male contagioso, in seguito alle affermazioni di Sennert (1572-1637). Ciò provoca la paura nei confronti dei malati di cancro e l’esclusione o il rifiuto di accoglierli in numerosi ospedali. Da qui l’iniziativa del canonico Godinot che fonda nel 1740, a Reims, un “ospedale dei cancerosi” destinato ad “accoglier[li] per sollevarli dalle loro miserie fisiche e morali”.
Fino al XVIII secolo prevale dunque l’idea che il cancro sia una malattia generale, le cui sole manifestazioni locali possono trovare, in certi casi, una terapia adeguata. Questa (medica o chirurgica) ha per obiettivo di distruggere o di far regredire il tumore.
Nello stesso periodo si fa strada poco a poco, scientificamente, l’idea che il cancro sia una malattia locale, grazie alla convergenza di ricerche, pratiche e saperi differenti. In quest’ottica, si possono distinguere tre grandi assi di ricerca:

  1. il cancro professionale;
  2. l’idea di lesione tissutaria;
  3. la metastasi.

Il cancro professionale
È nel 1775 che il chirurgo inglese Percival Pott (1714-1788) prova che esiste una relazione tra il lavoro degli spazzacamini, il loro contatto con la fuliggine e il cancro dello scroto, particolarmente frequente fra di loro. Di altri cancri professionali, dovuti al catrame, agli oli minerali, mettono in luce, nel XIX secolo, i tempi di latenza tra le cause del cancro e la sua apparizione, come la relazione tra un prodotto e il cancro, ciò che rafforza l’idea di malattia locale.
La lesione tissutaria
Alla fine del XVIII secolo, il sapere medico indirizza la ricerca verso il riconoscimento delle differenti forme di cancro. Xavier Bichat (171-1802) arriva a comprendere che le diverse localizzazioni di un cancro non sono che una sola e stessa malattia.
La nozione di metastasi
Claude-Anthelme Récamier (1774-1852) introduce la nozione di metastasi che provoca numerose domande riguardo alla formazione, ai costituenti e alla diffusione del tumore originale.
L’impiego del microscopio costituisce una svolta decisiva nella ricerca sul cancro. In effetti, permette, a partire dai dati sempre più precisi dell’anatomia patologica, di costruire la teoria cellulare. Dopo essere stata malattia dell’organismo, poi del tessuto, il cancro diventa malattia della cellula e del nucleo cellulare. È così che si sviluppa la nozione d’anormalità e di mutazione cellulare. Questa mutazione cellulare sarebbe provocata da una irritazione o una stimolazione locale. Sembrava ugualmente possibile che i tumori avessero la loro origine in una proliferazione di cellule embrionali che avrebbero resistito nell’età adulta.
Nella prima metà dell’Ottocento, dunque, la nuova teoria cellulare e gli studi più precisi sulla patologia cellulare segnarono l’inizio dell’oncologia moderna, soprattutto a opera di M. J. Schleiden, T. Schwann e R. Virchow.
Rudolf Virchow, patologo etnologo e antropologo tedesco (Schivelbein, Pomerania, 1821 - Berlino 1902), professore di patologia a Berlino nel 1847, poi a Würzburg (dove fu costretto a recarsi per le sue idee politiche) e infine cattedratico a Berlino dal 1856, fu il vero fondatore della patologia cellulare. Sua la celebre frase omnis cellula e cellula, suo il principio che la sede di ogni affezione fosse da ricercarsi nella cellula; il concetto distruggeva tutti i princìpi precedenti e, pur contenendo alcuni dati esatti, non è attualmente del tutto accettato, specie per quanto l’attuale patologia ha consentito di accertare su vari fenomeni morbosi. Le sue teorie scientifiche furono esposte nel trattato Patologia cellulare (1862). Deputato progressista alla camera prussiana (1862), poi al Reichstag (1880-1893), fu democratico convinto e fiero assertore dell’opposizione a Bismarck, che egli guidò in parlamento e sulla stampa. Si interessò ampiamente di oncologia, di etnologia e di antropologia apportando contributi fondamentali alla conoscenza del cranio umano raccolti nell’opera Crania ethnica Americana (1892).
Egli paragonò il corpo umano a uno “Stato”, di cui ogni cellula era “cittadino”. La malattia era, dunque, una sorta di guerra civile scatenata da forze estranee all’organismo. Per quanto strana e inspiegabile possa essere una malattia essa, secondo Virchow, poggia sempre su una teoria logica, ovvero sul fatto che ogni cellula deriva da un’altra cellula. Fece, dunque, molte ricerche sulla genesi del cancro e sui fenomeni d’infiammazione. Inoltre, nonostante alcune delle sue interpretazioni si siano rivelate fallaci, non si può negare il suo contributo alla storia della medicina anche grazie alle battaglie per porre fine alla mania dei salassi che al posto di salvare i malati li uccidevano per dissanguamento. Virchow fu anche un grande antropologo: fu colui che dimostrò che nell’uomo non esistevano delle razze, tanto è vero che Hitler non gli perdonò mai il fatto di aver negato l’esistenza di una razza tedesca. Fu anche un uomo politico di sinistra e si impegnò per migliorare le condizioni igieniche dei minatori. Tuttavia prese anche dei “granchi”: non credeva alla dottrina del contagio attraverso i germi, formulata da Pasteur.
Virchow introdusse la nozione di “eterotipia”, intesa come variazione evolutiva di elementi cellulari da cui, in condizioni normali, prendono origine quelli dei diversi tessuti; sostenne che tutti i tessuti neoplastici, compresi quelli epiteliali, derivano da germi embrionali connettivali; chiarì che la diffusione metastatica del tumore avviene per via linfatica e pose come causa prima dei processi neoplastici l’irritazione cronica. Virchow inoltre identificò e studiò l’epitelioma a cellule piatte della cute e delle mucose e descrisse il sarcoma distinguendone diversi tipi. La concezione di Virchow che tutti i tumori si sviluppassero dal tessuto connettivale trovò numerosi severi oppositori tra cui H. Waldeyer e R. Renack i quali sostennero e dimostrarono che alla base di ogni tumore epiteliale si trovano esclusivamente elementi epiteliali. Tale fu anche il pensiero di Karl Thiersch (1822-1895) sostenitore della teoria fisiologica della patogenesi del cancro. In quegli anni la Scuola chirurgica romana ebbe un maestro insigne, Francesco Durante, che distinse i tumori in epiteliomi, connettivomi, neoplasmi speciali comprendenti il neurinoma, il mioma, il teratoma e identificò i precursori dei tumori in germi embrionali aberranti rimasti inclusi nei vari tessuti.
Dalle lezioni di Giulio Bizzozero, insigne patologo dell’Università di Torino, emerge chiaramente la novità d’impostazione che riconosceva l’importanza dei costituenti elementari dell’organismo, le cellule, e delle loro disfunzioni nella genesi delle malattie e, perciò, anche dei tumori. Questa resta fondamentalmente tuttora valida, con la differenza che nel Novecento, particolarmente nella seconda metà, si è avuto un ulteriore, spettacolare sviluppo delle Scienze biologiche e mediche sul piano dell’analisi molecolare dei processi normali e patologici.

La teoria cellulare
Secondo la teoria cellulare di Schwann, le cellule si costituiscono da una sostanza priva di struttura, il citoblastema, e si differenziano in forme definitive. Prima si forma il nucleolo che maturando diviene nucleo; attorno ad esso poi, ma separata da un fluido, compare la membrana. Rispetto agli studi precedenti, la novità più consistente riguarda il ruolo del nucleo come centro per la formazione della cellula.
Theodor Schwann (1810 – 1882), medico tedesco, è noto per l’elaborazione di una completa teoria cellulare e per importanti e fecondi studi di embriologia e citologia. Si laurea sotto la guida di Müller a Berlino e qui nel 1834 conosce Schleiden che frequenta fin dal 1837. Dedito alla ricerca anche in chimica, isola la pepsina e si interessa al problema della fermentazione. Nel 1839, a causa di contrasti con Liebig, si trasferisce a Lovanio.
Mathias Jakob Schleiden, naturalista tedesco (1804 – 1881), dopo aver esercitato l’avvocatura studiò medicina e insegnò a Jena e a Dorpat. Nel 1838 pubblicò una memoria (Contributi alla fitogenesi) nella quale affermò essere la cellula l’elemento strutturale fondamentale delle piante. Utilizzando le conoscenze fino ad allora acquisite, formulò quindi per i vegetali la teoria cellulare, così come Schwann la formulò l’anno successivo per gli organismi animali. Avversario della teoria della generazione spontanea, dimostrò che le fermentazioni sono provocate da esseri viventi, che non si producono in assenza di tali esseri, e che sono arrestate dal calore e da determinati composti chimici. Divenuto professore all’Università di Lovanio e poi a quella di Liegi, Schleiden pubblicò le Ricerche microscopiche sulla concordanza nella struttura e nello sviluppo degli animali e delle piante (1839). Il suo nome è legato alla descrizione del nevrilemma.
Francesco Durante, chirurgo italiano (1844 – 1934), insegnò patologia chirurgica e clinica chirurgica all’Università di Roma; ideò vari metodi operatori particolarmente audaci e fu il primo a trattare chirurgicamente i tumori dell’ottavo paio di nervi cranici. Senatore del regno dal 1889, scrisse Trattato di chirurgia generale e speciale (1895- 1898) e diresse il Trattato di medicina operatoria generale e speciale (1907).
Giulio Bizzozero, patologo, (1846 – 1901) conseguì la laurea in medicina e chirurgia nel 1866 e ottenne nel 1873 la cattedra di patologia generale presso l’Università di Torino. Nel 1882 fondò l’Archivio Italiano per le Scienze Mediche, che acquistò presto un’importanza notevole nell’ambiente scientifico italiano. Nel 1885 divenne rettore dell’ateneo torinese e nel 1890 fu nominato senatore.
Il contributo di Bizzozero si rivelò di notevole rilievo nel campo dell’istologia normale e patologica: chiarì infatti taluni aspetti della funzione emopoietica del midollo osseo e individuò nelle piastrine gli elementi indispensabili all’emocoagulazione.
Scoprì anche l’esistenza delle cellule reticoloendoteliali e dei macrofagi contenenti i corpuscoli del pus. Nel 1872 scoprì la relazione citoplasmatica esistente fra cellule e fibre reticolari, dimostrando che le cellule non formano il reticolo, ma contraggono con questo un semplice contatto. Nello studio dei fenomeni di accrescimento e dei processi di riparazione dei tessuti degli organismi superiori, distinse i tessuti stessi, secondo la loro caratteristica di conservare o no la capacità riproduttiva, in labili, stabili e perenni.

Il secolo della scienza
Nel XIX secolo non si dubita di vivere nel “secolo della scienza”: dalla filosofia della scienza alla fantascienza – passando spesso e volentieri per la teologia – un’impressionante mole di testi e di riviste di divulgazione riccamente illustrate ribadisce il punto all’infinito.
Agli occhi dello storico l’Ottocento è il secolo delle macchine, mentre nel nostro tempo ci si inizia a interrogare sui limiti da fissare per lo sviluppo tecnologico e le macchine non sono sempre viste come sinonimo di benessere, quando invece la maggioranza dell’opinione pubblica del secolo scorso non dubita del carattere intrinsecamente progressivo delle innovazioni tecnologiche.
L’Ottocento è anche il secolo dell’ideologia della scienza e delle profezie scientifiche, dei tentativi (falliti) di definire cosa avessero in comune tutte quelle attività che ieri come oggi – con un nome collettivo e pieno di promesse – vengono chiamate “scienza”.
Se si volesse apprendere qualcosa sulla composizione umana della comunità scientifica internazionale del XIX secolo, il grande repertorio bio-bibliografico iniziato nel 1858 (e ancora in corso) dal tedesco Johann Christian Poggendorf (Biographisch-literarisches Handwörterbuch der exakten Naturwissenschaften) – che non si preoccupa affatto di censire solo i primi della classe, ma tutti coloro che hanno pubblicato articoli in riviste scientifiche – rivela la crescita costante del personale scientifico per tutto il corso del secolo.
Una carriera nella scienza sta ormai diventando un’alternativa all’ingresso nelle fila del clero o della manodopera industriale per molti giovani intraprendenti e dotati di qualche ambizione; verso fine secolo, solo lentamente e con estrema riluttanza, le porte della cittadella della meritocrazia scientifica si aprono alle donne.
A partire dalla Francia napoleonica, gli Stati più sviluppati, ma non solo – molti paesi balcanici, arabi, o le amministrazioni coloniali, offrono ricche consulenze a geologi, agronomi, ingegneri, chimici, matematici e fisici – aumentano il numero del personale scientifico presente a vario titolo nelle loro amministrazioni, così come molte industrie hanno bisogno di personale tecnico dotato di una buona istruzione scientifica di base.
Lo sfruttamento intensivo delle risorse minerarie in patria (si pensi al carbone in Inghilterra, in Belgio o in molti Stati tedeschi) o nelle colonie rende necessarie grandi e costose opere di rilevamento, come le carte geologiche del territorio nazionale o dei possedimenti, e molti Stati si dotano anche di carte idrologiche o agricole. Investimenti significativi si fanno anche nel settore dell’agricoltura e delle tecnologie, per la produzione di derrate alimentari.

Dal microscopio all’istologia
Nel 1800, in Francia, Xavier Bichat (1771-1802) aveva criticato l’uso del microscopio in quanto questo strumento, come era fatto allora, era assolutamente inutile. Egli diceva che occorreva tornare all’antico e cioè usare metodi artificiali come la bollitura e scomporre il corpo nelle sue unità fondamentali che, secondo lui, erano i tessuti. Bollendo la lingua, riusciva a spellarla, a notare sotto l’epitelio le papille, e ancora, poteva continuare a delaminarla; sosteneva che le lesioni bisognava cercarle nei tessuti. La curiosità sta nel fatto che Bichat, nel suo libro di anatomia generale, in cui viene negato l’uso del microscopio, coniò il termine di istologia.

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