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I tumori professionali

Monica Melotti, N. 11 novembre 2004

Si deve lavorare per vivere e quindi suona distorto morire a causa del lavoro. Eppure di lavoro si può anche morire e non solo per infortuni: un ambiente produttivo malsano o il contatto con sostanze dannose possono provocare, anche a distanza di molti anni, l’insorgere di gravi patologie, come il cancro, che portano addirittura alla morte. Quanti dei tumori che vengono diagnosticati ogni anno sono attribuibili ad agenti o sostanze cancerogene presenti nei luoghi di lavoro? L’esistenza di neoplasie occupazionali è un’acquisizione degli albori dell’oncologia e la loro scoperta è stata circondata da una colorita aneddotica, come nel caso dei tumori allo scroto degli spazzacamino londinesi segnalati dall’epidemiologo Pott nel 1800, o dei tumori al seno nelle suore riportati da Bernardino Ramazzini, nel 1713, nel suo De Morbis Artificum. Ma con il progredire della industrializzazione e della sintesi di nuove sostanze chimiche adoperate ancor prima di conoscerne gli effetti sull’uomo, il problema è diventato di drammatica attualità, tanto da spingere il governo degli Stati Uniti a sponsorizzare pubblicazioni che suggeriscono come le cause occupazionali delle neoplasie negli uomini possono essere responsabili persino del 20% delle morti per cancro, anche se secondo una revisione degli esperti, negli USA solo il 4% delle morti per tumore sarebbe attribuibile a cause professionali.
Il registro dei tumori professionali
È da diversi anni che, in Italia, è aumentata l’attenzione verso i tumori causati dal lavoro, e non è da molto che sono state emanate delle nuove leggi per il controllo delle esposizioni lavorative a cancerogeni, una nuova lista di malattie professionali, un registro nazionale di mesoteliomi correlabili con l’esposizione lavorativa ad amianto. “I tumori professionali, cioè dovuti all’esposizione a sostanze cancerogene presenti nell’ambiente di lavoro, nei paesi industrializzati, non sono eventi sporadici ma rappresentano certamente una quota significativa di tutti i casi di malattia”, dice il professor Paolo Crosignani, direttore dell’Unità di Epidemiologia Ambientale dell’Istituto dei Tumori di Milano, che, nel 1997, ha messo a punto un sistema informativo per identificare e quantificare le associazioni più significative tra ambiente di lavoro e cancro, un vero e proprio Registro dei Tumori Professionali (RPT), realizzato per conto dell’Ispesl (Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro) che rappresenta un elenco affidabile dei casi di tumori attribuibili all’ambiente di lavoro.
“Una stima esatta dei casi di cancro attribuibili alle esposizioni professionali non l’abbiamo ancora fatta: ma dalle indicazioni raccolte finora è probabile che nelle regioni industrializzate essi siano compresi tra il 10 e il 15% del totale. Se questa ipotesi verrà confermata, la stima del 4% che alla fine degli anni ’70 era stata fatta dagli epidemiologi inglesi Peto e Doll e che per molti anni è stata considerata internazionalmente come l’indicazione più autorevole della quota dei tumori professionali, sarebbe dunque da rivedere, almeno per alcune aree del paese”.
Attivare un sistema di monitoraggio in grado di quantificare il rischio del cancro nell’ambiente di lavoro è sempre stata considerata un’impresa di grande difficoltà. Dal punto di vista clinico e biologico, infatti, i tumori professionali non presentano caratteristiche che li distinguano dai tumori con origine diversa oppure sconosciuta e non sono dunque riconoscibili. Neppure per l’indagine statistica è facile stabilire il rischio oncologico legato ai singoli cicli produttivi. Bisogna fare i conti, prima di tutto, con il periodo di latenza che passa tra l’esposizione alle sostanze nocive e la comparsa del tumore: per accertare la pericolosità dell’ambiente è necessaria, di conseguenza, un’osservazione di anni. Ancora più arduo è identificare la sostanza che, tra le tante utilizzate all’interno di ogni ciclo di lavorazione, è responsabile del tumore e precisare i tempi e le dosi dell’esposizione che possono favorire nei lavoratori il cancro.
La IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) ha inoltre fornito negli ultimi decenni, grazie soprattutto all’opera perseverante di un altro italiano, Lorenzo Tomatis, un lungo elenco di sostanze e lavorazioni in grado di produrre tumori maligni negli esposti, come l’amianto e il benzene.
La normativa italiana
I tumori professionali sono un tema spinoso per le implicazioni di carattere sociale, economico e anche penale, in quanto il nostro sistema giuridico prevede l’obbligo per il medico di riferire all’autorità giudiziaria le lesioni che possono essere state provocate dal lavoro. “E proprio dalla mancanza di incisività degli strumenti a nostra disposizione che è nata l’idea di creare un sistema informativo”, precisa Crosignani. “La legge quadro 626 del 1994, infatti, prevede all’articolo 71 che, presso l’Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro (ISPESL), sia tenuto un registro nominativo dei tumori di certa o sospetta origine professionale: i casi di malattia dovrebbero essere segnalati all’ISPESL da medici, strutture pubbliche e private nonché dagli istituti previdenziali. Ma con questo metodo il Registro è semplicemente inattuabile. Infatti soltanto pochi casi di malattia sono classificabili a priori come “professionali”. Questo avviene, per esempio, per il mesotelioma della pleura associato a esposizione ad amianto, per l’angiosarcoma epatico associato a esposizione a cloruro di vinile e per pochi altri tumori. Dunque il registro auspicato dalla 626 elencherebbe al massimo alcune decine di casi all’anno: mentre, anche tenendo per buona l’ipotesi del 4% come quota-parte dei tumori imputabili all’ambiente di lavoro, in Italia si dovrebbero contare tra i maschi almeno 5400 casi di tumori professionali all’anno. Per rendere concretamente fattibile il Registro dei Tumori Professionali, il sistema informativo messo a punto dall’Istituto dei Tumori di Milano ha scelto di partire dai dati dei cosiddetti Registri Tumori, una memoria accurata dei casi di cancro che si verificano in una certa zona geografica. I Registri Tumori coprono attualmente il 15% del territorio nazionale. Questi dati vengono incrociati con quelli che possono essere rintracciati negli archivi dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (INPS): in questo incrocio sta il segreto e l’efficacia del nuovo sistema informativo. Dai registri dell’INPS è infatti possibile ricavare, attraverso i contributi versati, la storia professionale di ogni malato di cancro: l’azienda o le aziende presso cui ha lavorato, il tempo trascorso in ogni ditta e la sua qualifica professionale (impiegato o operaio). A partire dal 1974 queste informazioni sono attendibili su tutto il territorio nazionale”. Tra gli obiettivi futuri, è già pronto un Decreto della Presidenza del Consiglio per rendere sistematica l’applicazione del metodo e il “ritorno” dei dati raccolti all’ISPESL. Ci sono dunque tutte le premesse affinché il sistema informativo messo a punto a Milano diventi il metodo di monitoraggio ufficiale del Ministero della Sanità e di quello del Lavoro per il controllo, su tutto il territorio nazionale, del rischio occupazionale relativo al cancro.
I tumori professionali più frequenti
I primi risultati emersi dal Registro, che sono stati pubblicati, indicano i tipi di tumore che si sono presentati con rischio relativo significativamente più elevato nei diversi settori produttivi. La relazione sui primi tre anni di attività del progetto Occam (Occupational Cancer Monitoring) ha evidenziato i lavori a rischio. Accanto ad associazioni note (tumori al polmone nella siderurgia, tumori della vescica nel settore della lavorazione del cuoio) lo studio ha rilevato anche nuove associazioni, ipotizzate in precedenza, come le leucemie nel comparto tessile, che necessitano attualmente di conferme e approfondimenti. Un’altra esperienza condotta nel settore giudiziario è quella dell’Osservatorio tumori professionali, istituito a Torino dal Procuratore Raffaele Guariniello che, dal 1991, ha preteso la notifica di tutti i tumori dello scroto (lavoratori esposti ad anilina e olii minerali), degli angiosarcomi epatici (lavoratori del CVM, cloruro di vinile monomero), dei tumori della pleura (lavoratori amianto), della vescica e dei seni paranasali (per i lavoratori del legno e della calzature). In dieci anni gli sono stati notificati circa undicimila casi, di questi novemila erano tumori della vescica e sulla metà di questi è stato aperto un procedimento penale ricorrendo, a giudizio dei periti, un nesso di causalità con l’attività lavorativa. “Riconoscere un tumore professionale, a parte i casi conclamati, è reso difficile dalla lunga latenza tra l’esposizione e la malattia, dall’ignoranza da parte delle strutture di cura dei rischi oncogeni in campo occupazionale, dall’impossibilità pratica di ottenere una dettagliata anamnesi professionale per una quota rilevante di malati di tumore”, continua Crosignani. “È necessario che cresca la sensibilità di lavoratori e medici su questo tema, affinché sia il supporto alle azioni risarcitorie che il rafforzamento dell’azione di controllo degli SPSAL (Servizi di Prevenzione e Sicurezza sugli Ambienti di Lavoro delle AUSL) portino, nei prossimi decenni, a un decremento di questo fenomeno così sottostimato”. È stata valutata con successo anche la possibilità di utilizzare le dimissioni ospedaliere per la ricerca dei tumori professionali. È un sistema che, non richiedendo la presenza di un Registro Tumori, è potenzialmente utilizzabile in quasi tutte le regioni italiane.
Inquinamento, un pericoloso nemico
Killer invisibili possono mettere a rischio il sistema ormonale e immunitario. In molti oggetti di uso quotidiano, così come negli insetticidi, erbicidi o alimenti trattati, possono nascondersi questi veleni, i cosiddetti “distruttori endocrini”. Queste sostanze possono alterare pesantemente la funzionalità del sistema endocrino, del sistema immunitario e di quello nervoso centrale, con possibili conseguenze che saranno evidenti, alcune alla nascita, altre nell’infanzia e adolescenza oppure soltanto nell’età adulta. “I distruttori endocrini sono i nemici emergenti della nostra fertilità”, spiega Alberto Mantovani, ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità. “Queste sostanze sono in grado di squilibrare il nostro sistema ormonale fino ad aumentare di 12 volte il rischio di aborto spontaneo nelle donne, di inibire lo sviluppo sessuale dei bambini e di danneggiare il funzionamento della tiroide”. In molti paesi i distruttori endocrini sono stati presi in considerazione come sostanze pericolose, da tenere sotto stretto controllo. In Italia, non esiste ancora una normativa precisa in merito. L’allarme arriva da alcuni studi incrociati condotti sulle partner dei lavoratori delle serre e degli addetti alle disinfestazioni, realizzati dall’Istituto Superiore di Sanità nell’ambito di un progetto pilota. “La nostra indagine ha dimostrato che le coppie in cui il compagno lavora in serra impiegano il doppio del tempo a concepire un figlio. Non solo, le compagne dei disinfestatori rischiano di abortire nel 27% dei casi, quattro volte più delle donne non esposte a questi killer invisibili. Questo si verifica perché l’esposizione a certi pesticidi, con molta probabilità, altera la qualità dello sperma.
Un’altra ipotesi è che siano stati inavvertitamente introdotti in casa i residui degli anticrittogamici usati dall’uomo, così da danneggiare la fertilità della donna”. Purtroppo questi nemici invisibili non possono essere quantificati Quello che sappiamo con certezza è che interagiscono negativamente col nostro sistema endocrino, scatenando malattie croniche. Alcune sostanze sono già state vietate da tempo, ad esempio gli alchifenoli presenti nei detersivi domestici e gli ftalati in giocattoli e tettarelle, ma c’è anche il rischio di ritrovarli in prodotti importati da paesi extracomunitari che non hanno ancora adottato i requisiti di sicurezza europea. Altre sostanze a rischio sono i frutti esotici e la frutta non di stagione: tutti prodotti trattati sicuramente con pesticidi. Come difendersi da questi nemici? “Semplice strategie da attuare tutti i giorni”, risponde Mantovani. “Per esempio in cucina non bisogna versare sostanze calde in contenitori di plastica e poi inserirli nel forno a microonde, ma usare solo recipienti adatti a questo scopo. Non abusare di deodoranti ambientali, come lacche, smalti e spray. Evitare di comprare nei mercati detersivi privi di etichetta che ne attestino la sicurezza. E quando si fa la lavatrice, prevedere un bucato separato per gli abiti da lavoro esposti a inquinanti. Infine dobbiamo cominciare ad avere una coscienza ambientalista: i vecchi apparecchi elettronici non vanno lasciati in strada come se fossero pattumiera ordinaria, ma vanno considerati rifiuti speciali da portare al deposito”. I distruttori endocrini si combattono anche a tavola evitando il consumo eccessivo di latticini, carni rosse (soprattutto quella suina), i pesci di grossa pezzatura, nel cui grasso possono accumularsi questi killer invisibili. È importante lavare bene molluschi e crostacei, che filtrano i sedimenti del fondo, dove possono addensarsi sostanze inquinanti. La frutta va sbucciata, o in alternativa, sciacquata bene. Infine cuocere bene le verdure, senza dimenticare di lavarle in modo accurato prima della cottura.

I settori a rischio
Industria meccanica. Costruzione e riparazione di autoveicoli, cicli e motocicli, costruzione e installazione di macchine tessili, per l’ufficio, per la lavorazione del legno, carpenteria e utensileria metallica. In questo settore produttivo gli operai di sesso maschile avrebbero un rischio maggiore del 67% per i tumori del polmone e quasi tre volte superiore per quello del pancreas.
Aumento delle leucemie per entrambi i sessi. Nelle fabbriche di apparecchiature elettriche (produzione di generatori, trasformatori e motori elettrici, cavi, televisori, elettrodomestici), il rischio per i tumori del fegato appare doppio rispetto a quello della popolazione generale e per i tumori cerebrali il rischio aumento di sette volte.
Questi dati coincidono con quelli riportati in altri studi sul rischio-tumori del settore metallurgico.
Industria tessile. Lanifici, cotonifici, setifici, maglifici e calzifici, confezioni e altro. Aumento delle leucemie e del tumore ai polmoni in ambedue i sessi e per i tumori del fegato nel sesso maschile.

Per saperne di più

Le elaborazioni prodotte dal progetto OCCAM si possono trovare sul sito www.istitutotumori.mi.it. L’indirizzo di posta elettronica è occam@istitutotumori.mi.it.
A breve, sempre realizzato per conto dell’ISPESL, sarà disponibile un sistema per la valutazione automatica della possibilità che un tumore sia di origine professionale.

L’Istituto Superiore di Sanità è il più importante organo tecnico-scientifico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Svolge funzioni di Ricerca, Sperimentazione, Controllo, Consulenza, Documentazione e Formazione in materia di salute pubblica.
Istituto Superiore di Sanità
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