Esegui una ricerca

Informativa privacy

L'ISPESL per gli ex esposti

Paola Sarno, N. 12 dicembre 2004

Pur non essendo disponibile una stima esatta dell’incidenza dei fattori occupazionali sulla genesi dei tumori, è opinione diffusa all’interno della comunità scientifica, fin dagli anni Sessanta, che una percentuale non trascurabile, e comunque non inferiore al 6 percento, delle circa 160 mila morti per anno dovute a cancro siano correlabili a esposizioni lavorative.
Lo studio Carex
In tale contesto, è opportuno segnalare che secondo lo studio multicentrico europeo Carex, la stima di lavoratori esposti potenzialmente nel nostro Paese a sostanze cancerogene sia pari al 24 per cento degli occupati, un quarto circa dei lavoratori (4,2 milioni di persone). Appare evidente, quindi che l’identificazione dei gruppi a rischio e la rimozione delle cause attraverso interventi di prevenzione primaria consentirebbe di evitare alcune migliaia di morti per tumore ogni anno. Tuttavia esistono attività lavorative che, per peculiarità intrinseche, non consentono l’attuazione di tali misure o la rendono estremamente complessa, con relative importanti ripercussioni di sanità pubblica.
Il D.Lgs 626/94
Di queste tematiche abbiamo parlato con Daniele Iavicoli, ricercatore del Centro Ricerche ISPESL (Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza sul Lavoro) di Monteporzio Catone (Rm).
“Negli ultimi anni, l’implementazione di normative specifiche in tema di protezione da agenti cancerogeni ha introdotto importanti principi di prevenzione.
In particolare, con l’entrata in vigore del D.Lgs 626/94, e successive modifiche ed integrazioni, è stato introdotto il principio di sostituzione e riduzione di sostanze cancerogene e mutagene e, ove ciò non fosse tecnicamente fattibile, quello di adottare un sistema chiuso per l’utilizzo dell’agente stesso. Rimane, in ogni caso, obbligo del datore di lavoro”, ha specificato Iavicoli, “adottare misure affinché il livello di esposizione a tali sostanze sia ridotto al più basso valore tecnicamente possibile”. Certo ci sono dei ma e dei se. Infatti il capitolo relativo agli agenti cancerogeni della 626/94 è già di per sé di difficile applicazione. Il rischio, poi, che il dettato legislativo venga disatteso, aumenta nella piccola e media impresa e nei settori dell’agricoltura e dell’artigianato, dove i controlli sono meno stringenti. “Nel complesso la 626 ha fatto fare numerosi passi avanti e l’impatto è sicuramente positivo, anche se la norma consente ampi margini di miglioramento per far sì che lavorare con sostanze cancerogene sia sempre meno pericoloso”.
Gli agenti cancerogeni
Ma quali sono queste sostanze così temibili per la salute umana?
“Per il mesotelioma pleurico, l’edenocarcinoma dei seniparanasali e l’angiosarcoma apatico oggi è certa la correlazione eziologica con l’esposizione lavorativa, rispettivamente ad amianto, polvere di legno e cloruro di vinile monomero, non essendo noti fattori extraprofessionali o essendo questi di scarsa rilevanza. Per le altre neoplasie, numericamente più consistenti, quali, per esempio, quelle a carico del polmone, della vescica e del sistema emolinfopoietico, di certo risulta più elaborata la ricerca del nesso causale con l’esposizione lavorativa. È pur vero comunque”, ha insistito Iavicoli, “che circa il 50 per cento degli “agenti” riconosciuti cancerogeni sono agenti chimici di impiego industriale”.
Nel caso specifico dell’esposizione ad asbesto, poi, i dati di mortalità evidenziano ogni anno circa 1000 casi di tumore maligno alla pleura e circa 1200 casi di tumore al polmone attribuibile ad amianto. Per quanto riguarda i casi incidenti, la stima tratta dal Registro nazionale dei mesoteliomi dell’ISPESL evidenzia in Italia 2,46 casi ogni 100 mila abitanti sul totale della popolazione italiana.
Il fumo passivo
“Tuttavia il principale agente chimico responsabile della formazione di tumori professionali può sicuramente essere considerato il fumo passivo alla cui esposizione sono sottoposti ancora oggi moltissimi lavoratori”, ha voluto specificare Iavicoli. “Sui luoghi di lavoro, infatti, in Italia, ancora non c’è una normativa chiara sul controllo del fumo da sigaretta. Sappiamo tutti che la legge vieta di fumare nei luoghi pubblici, ma non c’è ancora stato un pronunciamento definitivo per quanto riguarda tutti i luoghi di lavoro. Gli strumenti normativi, peraltro, sono ancora insufficienti per permettere al datore di lavoro di applicare un divieto rigoroso. Questa situazione fa sì che il numero di persone sottoposte all’esposizione a fumo passivo sia molto alto”.
Non bisogna poi dimenticare gli idrocarburi policiclici aromatici, quelli per intenderci presenti anche nell’inquinamento urbano, che provocano danni ancora superiori. “Chi lavora in un ambiente cittadino, dai vigili urbani agli operatori del traffico, ai guidatori di autobus e taxi, è sottoposto a livelli molto elevati di esposizione ad agenti cancerogeni”.
Gli ex esposti: un problema nazionale
Ma il grande killer era e resta l’amianto. Ci sono state infatti intere popolazioni decimate dall’esposizione a questo agente cancerogeno. “Adesso è stato bandito”, rassicura Iavicoli, “ma le attese lunghissime e le morti dovute ad amianto sono ancora tali, che noi ci aspettiamo il picco massimo intorno al 2020, poiché gli effetti di questo potente agente cancerogeno si vedono sul lungo periodo. Se consideriamo quindi che la legge è arrivata negli anni Novanta e che il periodo di latenza per la formazione di un tumore maligno è di circa trent’anni, si fa presto a fare il conto di quante persone sono ancora a rischio di mesotelioma polmonare, una neoplasia dalla diagnosi infausta. La curva attesa prevista dagli epidemiologi parla di alcune migliaia di persone sulle quali dovrebbe iniziare da subito un lavoro particolare di prevenzione secondaria, volto alla diagnosi precoce proprio negli individui ex esposti”.
Questo screening, se risulta piuttosto complesso nel caso dei mesoteliomi può, tuttavia, essere compiuto con maggiore facilità sugli ex esposti a fumo passivo, e quindi su tutte quelle persone a rischio di aver contratto una neoplasia polmonare.
Il progetto ISPESL per gli ex esposti
E del resto è proprio su questo fronte che si sta rivolgendo l’attività del Centro Ricerche dell’ISPESL. “Il legislatore prevede che alla cessazione del rapporto di lavoro sia data al lavoratore un’informativa sulla necessità/opportunità di sottoporsi ad accertamenti sanitari anche dopo la fine dell’attività lavorativa. Pertanto, la tutela della salute dell’ex-lavoratore/ex-esposto passa dal medico del lavoro al medico di famiglia/medico curante che si fa carico del paziente e della prevenzione di tutte le malattie, ivi comprese quelle lavoro-correlate. Perciò”, ha spiegato il ricercatore dell’ISPESL, “utilizzando la rete dei medici di base è possibile pensare a dei programmi di screening della popolazione per tutte quelle persone che sono state esposte ad agenti cancerogeni occupazionali, tanto più se fumatori, nei quali il rischio è moltiplicativo e non semplicemente sommato. Esistono già dei protocolli che valutano compliance e impatto di sanità pubblica, e numerosi altri fattori, proprio in questi giorni”, ha annunciato in conclusione Iavicoli, “l’ISPESL ha presentato un progetto, nell’ambito di un Accordo di collaborazione con il Ministero della Salute, e avviato uno studio di fattibilità per la creazione di una rete destinata all’adozione di misure di prevenzione per gli ex-esposti a cancerogeni occupazionali con il coinvolgimento dei medici di medicina generale. A tal fine è stato approntato uno specifico questionario costituito da domande finalizzate a testare la sensibilità, le conoscenze e la percezione del rischio dei medici di medicina generale sul tema cancerogenesi occupazionale. I risultati preliminari, su un campione di più di 700 medici di base del Nord Italia, hanno evidenziato un grande interesse per la problematica specifica da parte dei medici di base nonostante si sia evidenziata la necessità di aggiornamento in merito agli aspetti epidemiologici, normativi e procedurali. Inoltre, è stata attribuita da parte degli intervistati una grande importanza all’anamnesi lavorativa, a fronte di una riconosciuta mancanza di tempo per approfondirla in modo adeguato”.

Centro Studi e Ricerche ISPESL a Parma
Il Centro Studi e Ricerche dell’ISPESL presso l’Università di Parma nasce dall’impegno dell’Istituto Superiore per la Prevenzione E la Sicurezza del Lavoro di costituire centri di eccellenza nel settore della salute e sicurezza occupazionale, altamente qualificati da un punto di vista scientifico ma fortemente radicati sul territorio. Le diverse necessità territoriali del nostro paese, caratterizzate da una diversificazione del mercato del lavoro e dei rischi correlati, hanno portato alla realizzazione di nuovi centri di ricerca ISPESL sul territorio nazionale caratterizzati da un’alta qualificazione scientifica, specializzazione ma anche dalla contestualizzazione nelle realtà produttive territoriali.
La struttura del Centro di Parma è impostata per favorire la realizzazione di programmi di ricerca a carattere interdisciplinare, integrando diverse professionalità (medici, chimici, biologi, fisici). Il Centro è a sua volta integrato in una fitta rete di collaborazioni scientifiche internazionali sia relative a progetti europei che a iniziative bilaterali.
Il laboratorio, organizzato nelle sezioni di tossicologia industriale e medicina del lavoro, si articola oggi in cinque settori strategici:

  • biologia cellulare e immunochimica,
  • biologia molecolare,
  • tossicologia occupazionale,
  • spettrometria di massa,
  • trasferimento delle conoscenze.

Le competenze specialistiche di ciascun settore sono inoltre impegnate in attività trasversali:

  • monitoraggio biologico (indicatori di dose, di effetto e di suscettibilità),
  • tossicologia d’organo (nefro-neuro-pneumo-tossicologia),
  • tossicologia in vitro,
  • tossicologia ed epidemiologia molecolare.

La linea di ricerca fondamentale corrente del laboratorio è rappresentata dallo sviluppo e dall’applicazione di indicatori biologici di esposizione, di suscettibilità e di effetto precoce degli agenti chimici presenti nei luoghi di lavoro e di vita, con lo scopo di valutare il rischio per la salute umana, con particolare riferimento agli effetti non cancerogeni a carico del rene, sistema nervoso, del sistema neuroendocrino e del sistema immunitario. Caratteristica comune agli studi epidemiologici è la valutazione delle relazioni dose-effetto e dose-risposta, fondata sull’impiego di indicatori biologici. Gli studi su modelli in vitro sono effettuati per ricavare informazioni complementari relative al meccanismo d’azione, essenziali per la corretta interpretazione dei dati epidemiologici ottenuti in popolazioni esposte.

Emergenza amianto
È in qualche modo il coronamento di dieci anni di ricerche condotte dal Cnr il Decreto Ministeriale n. 248, che determina e disciplina le attività di recupero dei prodotti e beni di amianto e contenenti amianto. Un indubbio passo avanti nel cammino verso una maggiore sicurezza e garanzia di salute per i cittadini. Il Decreto Ministeriale n. 248 del 29 luglio 2004, pubblicato lo scorso 5 ottobre sulla Gazzetta Ufficiale, che disciplina le attività di recupero dei prodotti e beni contenenti amianto o fabbricati con questo materiale, è decisivo per compiere un passo avanti nella riduzione della pericolosità di questo temutissimo agente cancerogeno. D’ora in poi, infatti, per valutare la pericolosità dei materiali con amianto si ricorrerà proprio alla metodica basata sull’Indice di rilascio, ideata nel 1996 da Paolo Plescia dell’Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati (Ismn) del Cnr.
“Il metodo, che è stato sviluppato su incarico del Ministero della Salute, consente di determinare in maniera oggettiva il rischio. Esso, infatti, si fonda sulla determinazione del cosiddetto indice di rilascio, ossia di un parametro che considera lo stato di aggregazione del materiale che contiene l’amianto rilevando, conseguentemente, la maggiore o minore facilità con cui viene rilasciato”, spiega Anna Marabini, rappresentante del Cnr presso la Commissione Nazionale Amianto, ex art. 4 Legge 257/92. “Un materiale con amianto in buono stato”, prosegue Marabini, “può, infatti, non essere dannoso, mentre lo è sicuramente quello in cui è disaggregato e libero di disperdersi”. Tuttavia non si limita a questo il contributo del Cnr al Decreto. Nei 10 anni in cui si è occupato del problema della nocività di questo materiale cancerogeno, utilizzato in più di 3.000 prodotti (dalle condutture di acqua potabile alle coperture dei tetti, dalle pasticche dei freni ai tessuti), il team dei ricercatori dell’Ente ha studiato anche i possibili sistemi di recupero della sostanza. “Attualmente, i rifiuti di amianto si incapsulano per renderli meno pericolosi, impedendo loro di rilasciare fibre in aria. Questa soluzione però”, spiega Plescia, “non elimina il problema poiché il prodotto così ottenuto richiede comunque uno smaltimento in discarica. I processi da noi brevettati, invece, sono in grado di modificare completamente le fibre di amianto, sia dal punto di vista chimico sia da quello morfologico, trasformandole in sostanze inerti, non tossiche e riutilizzabili mediante procedimenti di tipo termico, chimico o meccanochimico”.
Un passo avanti non da poco, che arricchisce la normativa italiana di uno strumento di valutazione più moderno di quelli adottati dagli altri paesi, rendendo finalmente i metodi del Cnr trasferibili, a tutti gli effetti, nella realtà industriale.

Torna ai risultati della ricerca