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Delitti senza castigo
Maela Officio, N. 3 marzo 2005
Dalla diossina di Seveso al Petrolkimiko di Marghera, dalla Good Year di Latina al pet-coke di Gela e alla S.I.A.P.A. di Pomezia che, per semplificare il problema, aveva addirittura cancellato gli operai deceduti dall’elenco dei lavoratori impiegati nell’azienda.
I profumi di Seveso
Il 10 luglio 1976, una nube attraversa il cielo di Seveso. Da un reattore degli stabilimenti dell’Icmesa - società controllata da Hofmann La Roche per la produzione ufficiale di esaclorofene, un prodotto relativamente innocuo usato nell’industria dei cosmetici – si verifica una fuoruscita accidentale di diossina, una sostanza chimica altamente tossica e cancerogena. Da inchieste successive, e mai smentite, sembrerebbe che all’Icmesa parte della produzione fosse dedicata al famigerato “agente orange”, una componente chimica usata a scopi militari e di cui ci si ricorda ancora bene in Vietnam!
La diossina si è sparsa su un vasto territorio densamente abitato, tra i comuni di Seveso, Meda, Desio e Cesano Maderno, causando subito i primi danni da esposizione critica, soprattutto al fegato con delle masse neoplastiche e alla pelle con cloracne, una malattia che crea pustole difficili da guarire.
La zona dell’incidente viene subito divisa in tre aree (A, molto inquinata, B, poco inquinata e C di rispetto) con criteri alquanto arbitrari. Quindi viene militarizzata, e solo dopo qualche giorno, quando ormai i danni erano palesi non solo alle persone ma anche agli animali, gli abitanti della zona A vengono evacuati in alberghi e residence.
Un po’ per ignoranza, un po’ per cercare di evitare che le donne incinte della zona ricorressero all’aborto terapeutico, per molto tempo la scienza ufficiale ha cercato di minimizzare i danni da diossina. Sono state eseguite decine di migliaia di analisi del sangue, delle orine, con metodologie così antiscientifiche da far urlare a Milano: “State facendo il possibile perché non si arrivi a nessun risultato!”.
A Seveso poi viene sacrificato un po’ di terreno, vengono dati risarcimenti con parsimonia, si costruisce un bel giardino sulla collinetta fatta con la terra di riporto e per anni non si conosce più nulla.
In realtà, analisi e studi epidemiologici non hanno mai dato risultati rilevanti. Una sentenza della Cassazione, risalente al 2002, ha riconosciuto il danno morale per i superstiti e per i familiari di quelli che subirono la devastazione da diossina, con la seguente motivazione: “Il turbamento psichico e lo stress vissuto dalla popolazione della zona colpita dalla più grande catastrofe della storia industriale italiana devono essere risarciti, perché gli abitanti hanno dovuto convivere con il terrore di ammalarsi.”
L’area, lo ricordiamo, è ancora sotto monitoraggio e ancora non è quantificabile il danno genetico e ambientale, non solo presente e passato, ma futuro.
Inoltre, le maggiori vittime della cloracne da tempo non abitano più a Seveso, e di molte non si sa più nulla.
Il Petrolkimiko di Marghera
Quella della Cassazione sul caso Seveso è stata una sentenza importante, soprattutto dopo la sconcertante assoluzione per i dirigenti del Petrolkimiko di Marghera, nel novembre del 2001.
Fra il 1962 e il 1990, a Marghera, vicino a Venezia, si è consumato un atroce “crimine di pace” ai danni di centinaia di persone, morte per cancro a causa del contatto con sostanze altamente tossiche: CVM e PVC, rispettivamente “cloruro di vinile monomero” e “policloruro di vinile”. Erano tutti lavoratori, tra operai e tecnici, delle fabbriche chimiche di Porto Marghera, di proprietà di Enichem e Montedison. Coloro che miracolosamente sono ancora in vita possono testimoniare quanto e cosa è stato scaricato nell’aria, nelle acque, sopra e sotto i terreni delle fabbriche.
Nel 1974 si sono alzate le prime voci di denuncia contro la fabbrica, perché venisse detta la verità sui rischi di decesso e malattia per chi vi lavorava. Gli operai sono stati i primi a rendersi conto che tantissimi compagni di lavoro, addetti alla produzione e movimentazione del CVM, erano morti o ammalati di cancro. Ci sono voluti 24 anni, dal 1974 al 1998, perché venisse aperto il processo a carico dei vertici nazionali e locali dell’industria chimica: nel frattempo sono morti tanti altri operai e si è formato un “Comitato familiari ed ex lavoratori esposti al CVM”. Molti sono i nomi dei lavoratori immolati nel “tempio” dell’industria chimica di Porto Marghera. Altrettante le storie di vita spezzate dalla malattia causata dai fumi velenosi di quell’aria contaminata. Storie di vita ordinarie, di chi amava la campagna, la vita all’aria aperta, la caccia, ma lavorava a contatto con il PVC in Montedison. Persone che un bel giorno scoprono di avere un tumore al cervello e a 40 o 50 anni muoiono senza capelli, con le cicatrici fresche che attraversano la fronte. Alla fine la sentenza della Cassazione non lascia dubbi: tutti quei morti non contano, sono storie mai esistite…
L’infausto destino dell’industria chimica di Porto Marghera non doveva però concludersi tanto presto. Il 28 novembre 2002, una nube di toluene-isocianato si diffonde nell’aria di Marghera e appesta i polmoni dei suoi abitanti.
Per capire quali ingiustizie e impunità sono derivate da questi “incidenti” facciamo un passo indietro.
Nella notte fra il 2 e il 3 dicembre 1984, a Bhopal, in India, si consuma il più grande disastro nella storia dell’industria chimica. Quaranta tonnellate di una miscela di gas letali fuoriescono dall’impianto di produzione di pesticidi della Union Carbide, una società acquisita dalla Dow Chemical nel 2001. Oggi si contano 20.000 morti e 500.000 sopravvissuti che sopportano le conseguenze di quel disastro. Il suolo e le risorse idriche sono fortemente contaminate da sostanze tossiche, e la popolazione è costretta a usare acqua contaminata.
L’incidente è stato solo l’inizio di una tragedia che, a distanza di 20 anni, continua ancora a pesare sui sopravvissuti al disastro e sulla popolazione residente. Per esempio, un recente studio condotto a Bhopal sui modelli di crescita degli adolescenti ha riscontrato un ritardo selettivo nella crescita e uno sviluppo anormale nei bambini nati da genitori esposti alla miscela gassosa emessa a seguito dell’incidente.
La Union Carbide abbandona precipitosamente il sito industriale senza garantire alcun risanamento dell’area, lasciando sul posto enormi quantità di composti inquinanti. Dow Chemical rifiuta a tutt’oggi di bonificare la zona inquinata e di disporre tutele alle vittime di Bhopal.
Torniamo in Italia, nel 2001. Alcuni mesi prima della sentenza a favore degli ex-dirigenti del Petrolchimico veneto, esattamente il 9 febbraio 2001, Enichem (controllata di Eni) vende la sua divisione poliuretani a una società americana, la Dow Chemical!, proprietaria quindi dell’impianto del Petrolkimiko all’epoca dell’esplosione a Marghera nel 2002.
A questo punto, è lecito pensare che non sia un caso che il nome “Dow Chemical company” si leghi a fatti tanto gravi. Si tratta infatti di una tra le aziende protagoniste dell’occultamento delle risultanze sperimentali della cancerogenicità del cloruro di vinile monomero, la sostanza responsabile delle morti a Porto Marghera. Lo stesso nome è noto in tutto il mondo per aver inventato “l’agente orange”, un’arma chimica basata sulla diossina (la stessa che ha invaso Seveso). Usata ufficialmente in funzione di defoliante per le operazioni militari in Vietnam dal 1962 al 1971, quest’arma ha dimostrato il suo effetto geneticamente devastante su decine di migliaia di bambini vietnamiti che, ancora oggi, nascono malformati. E qui si cade addirittura nel paradosso: la Dow Plastic, settore plastico della Dow Chemical, ha ricevuto riconoscimenti internazionali per il suo aiuto al piano VNAH (Assistenza agli handicappati vietnamiti)! Qualcuno si era probabilmente dimenticato che quegli handicaps erano stati provocati da alcune delle invenzioni belliche della stessa multinazionale, che ora può andar fiera di tanto generoso aiuto.
Nel momento in cui le istituzioni europee mettono in atto la riforma della chimica in Europa - il sistema REACH - con l’obiettivo di promuovere una chimica sicura, che sia in grado di tutelare l’uomo e l’ambiente dalle produzioni pericolose, quanto accaduto 20 anni fa deve costituire una lezione da non dimenticare. Nel futuro di noi tutti non ci deve essere posto per la chimica dei disastri, per la chimica che uccide, sia dentro che fuori dalle fabbriche.
Ultime notizie sulla Dow Chemical
La multinazionale Dow Chemical fa causa alle sue vittime: questa incredibile vicenda viene denunciata da Greenpeace e sta accadendo in India. La Dow, che nel 2001 si è fusa con la Union Carbide, ha chiesto 10 mila dollari ai sopravvissuti della tragedia di Bhopal. Questi si sarebbero resi colpevoli di aver interrotto il lavoro della Compagnia a Bombay, avendo promosso una manifestazione di due ore davanti alla sua sede.
Si tratta dell’ultimo tassello di una tragedia che da oltre 20 anni colpisce gli abitanti di Bhopal, dopo la catastrofe ambientale avvenuta nella notte fra il 2 e il 3 dicembre del 1984, per l’esplosione dell’industria della fabbrica di pesticidi, dovuta ai tagli sulle misure di sicurezza: dopo la fuoriuscita di 40 mila tonnellate di gas letali, tra cui isocianato di metile e acido cianidrico, il bilancio fu di 8 mila morti nei primi tre giorni, con mezzo milione di persone seriamente intossicate.
Nel corso degli anni si calcola che siano deceduti almeno 20 mila abitanti, e che ancora oggi ne muoia uno al giorno per le conseguenze di quel disastro. Il numero immediato delle vittime fu altissimo, ma le conseguenze della tragedia furono sicuramente peggiori. A tutt’oggi l’area del disastro non è stata bonificata e l’impianto è rimasto nelle condizioni di allora, con i prodotti letali ancora stoccati in bidoni che fanno fuoriuscire il loro contenuto tossico. Di conseguenza vengono inquinate le falde acquifere e i campi coltivati: altissimo è ancora adesso il numero di tumori, aborti e malformazioni neonatali.
Indirizzi utili
www.panna.org
www.corpwatchindia.org/issues/PRT.jsp?articleid=64
www.zadig.it
www.corpwatchindia.org/action/PRTA.jsp?articleid=1143
www.eni.it/italiano/notizie/comunicati/comunicati01/cs_09_02.html
http://contropiani2000.org/bsf/cs/kontroverso_glisolfato.htm
www.repubblica.it/online/cronaca/marghera/marghera/marghera.html
www.greenpeace.it/bhopal
www.modplas.com/humanitarian_1102
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