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Malpractice: se il medico sbaglia
Monica Melotti, N. 3 marzo 2005
Ogni giorno leggiamo i dati sul fenomeno di malasanità. L’ultimo è il caso del bambino di Lodi menomato da una vaccinazione impropriamente somministrata da un medico. Il Tribunale gli ha riconosciuto un risarcimento milionario per danni biologici, patrimoniali e morali. E casi come questi sono molto frequenti. Le stime sono allarmanti: in Italia ogni anno ci sono 15mila denunce per una cifra complessiva che sfiora i 300 milioni di euro. Le richieste di indennizzo hanno raggiunto cifre vertiginose: le medie si aggirano intorno ai 20mila euro, ma si parla di casi isolati di risarcimenti da 10-15 milioni di euro. Va però detto che due denunce su tre, alla fine del giudizio, risultano infondate. Ma il danno è ormai fatto poiché il procedimento giudiziario si trasforma in un incubo per il camice bianco e provoca spesso seri danni sul piano dell’immagine, sul piano economico e morale. Sono anche sempre meno le compagnie di assicurazione che assicurano i medici. Per porre un freno al contenzioso dilagante e offrire un aiuto concreto ai medici innocenti citati sul banco degli imputati è nata, nel dicembre 2002, l’Associazione per i medici accusati di malpractice ingiustamente (AMAMI), presieduta dal chirurgo ortopedico Maurizio Maggiorotti, che al fenomeno ha dedicato il suo primo Congresso nazionale, tenutosi a Roma nel marzo scorso.
Non solo danno economico
L’errore medico che causi malattia o menomazione, un dolore o un disagio, lede il benessere fisico e psichico che i giudici tutelano con crescente attenzione. La novità è che la Magistratura non tiene più conto solo del danno economico subito dal paziente, ma anche di quello morale (la sua sofferenza) e di quello biologico (le lesioni all’integrità psichico-fisica) e della sua vita di relazione. «Il danno morale (art. 2059 del Codice Civile) è il prezzo per il dolore patito in conseguenza di un evento lesivo», spiega il magistrato Alfonso Marra. «In passato i giudici avevano riconosciuto questo danno a vittime di reati causa di lesioni all’integrità psico-fisica, considerandolo quindi un danno conseguenza. Ora la Cassazione ha ampliato la risarcibilità anche a chi non sia stato vittima di un reato, ma abbia subito lesioni di un diritto costituzionalmente garantito. Il danno morale quindi è risarcibile di per sé; il danno biologico, invece, è una lesione del bene salute, inteso come bene psicofisico e benessere sociale. Il Codice Civile (art. 2043) stabilisce che qualunque fatto ingiusto, colposo o doloso, obbliga chi lo ha commesso al risarcimento. Il danno biologico, determinando una menomazione dell’integrità psicofisica della persona, è di per se stesso ingiusto, quindi va risarcito indipendentemente dalle ripercussioni che la menomazione subita può comportare sulle capacità di guadagno dell’interessato. La giurisprudenza ha fatto perciò rientrare in questo tipo di danno alla salute psicofisica anche il danno estetico, alla vita di relazione, alla sfera sessuale. Il danno biologico va provato con certificazioni mediche. Il risarcimento va stabilito caso per caso e segue una procedura piuttosto complessa che si articola in due fasi. Nella prima il giudice accerta quanto, in percentuale, la lesione incide sulla condizione della persona lesa e poi determina un ammontare base, seguendo precise modalità di calcolo. Nella seconda fase il giudice prende in considerazione le circostanze in cui la lesione del bene salute si è verificata e decide se e come personalizzare l’importo individuato».
Verso una nuova salute
Si calcola che ogni medico in vent’anni di carriera abbia l’80% di probabilità di ricevere un avviso di garanzia. Non c’è da meravigliarsi che gli sbagli in medicina causino più vittime di incidenti stradali, infarti e alcuni tipi di tumore. Questi danni potevano essere evitati? La risposta è difficile perché in medicina, come in qualsiasi attività umana, è impossibile azzerare il rischio di errore. Si può però cercare di ridurlo al minimo. Un dato è comunque chiaro: l’aumento quasi esponenziale delle cause ai medici negli ultimi anni. Come si spiega? «Sicuramente è aumentata la coscienza dei pazienti e la loro attenzione nei confronti del personale sanitario», spiega Amedeo Santosuosso, magistrato e autore del libro Libertà di cura e libertà di terapia (Ed. Pensiero scientifico). «Questo cambiamento è frutto di un’evoluzione della sentenza sociale: il paziente non si considera più oggetto di trattamenti terapeutici, ma soggetto titolare di tutti i diritti. Il malato vuole capire cosa può succedere e decidere di conseguenza. Oggi il cittadino che non viene informato in modo corretto, soprattutto sui possibili rischi, si sente tradito. Risultato: diventa aggressivo e denuncia facilmente il medico». Ma è la stessa concezione di salute che è cambiata. Siamo diventati più esigenti e spesso convinti che la medicina possa fare tutto, sia onnipotente. Lo sbaglio del medico non è più tollerato.
La gestione del rischio
Il Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanza Attiva, in collaborazione con alcune strutture ospedaliere, ha pubblicato la Carta della sicurezza nell’esercizio della pratica medica. Questo documento ha cercato di individuare degli elementi essenziali per la sperimentazione della registrazione degli errori e di tutte quelle attività che dovrebbero condurre all’introduzione e al miglioramento di un regime di governo dei rischi. In altre parole, si è puntato decisamente sulla sperimentazione di strumenti di prevenzione, da affinare via via nel tempo. La sperimentazione si è basata sull’esperienza già fatta da altri paesi, come Spagna, Danimarca, Svezia e, in particolare, Gran Bretagna dove, negli ultimi anni, si è passati dalla fase di sperimentazione di poche unità alla diffusione delle unità di gestione del rischio alla maggior parte delle strutture ospedaliere. L’istituzione delle unità di risk management è il primo passo da compiere perché consente di disporre di un gruppo di persone, con le necessarie competenze tecniche, in grado di istruire la sperimentazione stessa e, soprattutto, di lavorare in modo sistematico e con continuità sui temi della prevenzione dell’errore e di introdurre progressivamente un regime di controllo dei rischi. L’istituzione dell’Unità comporta a nomina di un risk manager che assuma su di sé la responsabilità primaria del raggiungimento dei compiti attribuiti alla stessa unità. «La registrazione degli errori rappresenta sicuramente uno degli obiettivi più significativi della sperimentazione», dice Stefano Inglese, presidente del Tribunale per i diritti del malato. «Si tratta della maniera più semplice e, al tempo stesso, efficace di avviare concretamente la sperimentazione. Tuttavia l’affinamento dei metodi di rilevazione e registrazione di eventi sentinella, errori, eventi avversi, ha bisogno di ulteriori elaborazioni e della costruzione di un consenso diffuso e più marcato di quello che, probabilmente, è a nostra disposizione a tutt’oggi. Si tratta, inoltre, di un’operazione ben più complessa, alla quale non ci si può che avvicinare per gradi. La rilevazione e registrazione degli eventi sentinella, su base anonima, anche attraverso l’utilizzazione degli strumenti tecnici allegati, ricavati sulla base delle indicazioni della Joint Commission americana, può rappresentare, invece, un buon avvio, alla portata di tutti». La Carta illustra, anche attraverso una serie di esempi, quanto una diversa e più efficace modalità di comunicazione delle informazioni tra gli operatori e l’accettazione del confronto sul tema dell’errore siano indispensabili a segnare effettivamente un punto di svolta.
Questione di fiducia
La situazione è diventata più complessa in Italia, da quando è stato introdotto il sistema degli ospedali-aziende. Le strutture sanitarie devono far quadrare i bilanci. Come? Facendo talvolta interventi redditizi per l’ospedale, ma inutili per il paziente. Un esempio: la sindrome del tunnel carpale. È risaputo che i pazienti che non hanno bisogno dell’intervento possono stare peggio dopo l’operazione. Secondo alcuni medici l’aumento di denunce per malpractice va ricercato piuttosto nella mancanza di rapporto di fiducia tra medico e paziente. Se infatti lo specialista instaura con il malato un rapporto personale, se c’è un suo coinvolgimento emotivo nella sofferenza del paziente, che non consiste solo nell’esaminare i dati clinici, ma anche nel fermarsi a parlare con lui e con i familiari, è difficile che si inneschino meccanismi che portano alla denuncia. La denuncia è solo l’ultima goccia di una serie di disagi subiti dal paziente. Bisogna quindi ricostruire un rapporto di fiducia tra medico e paziente.
Malpractice nelle altre nazioni
Negli Usa i medici hanno speso, nel 1989, 5,6 miliardi di dollari in polizze assicurative. Per ogni bambino che fa nascere, lo specialsita paga un’assicurazione aggiuntiva di 500 dollari per un totale annuo di 200.000 dollari.. In Canada si è assistito a un imponente aumento delle denunce per malpractice: le richieste di risarcimento sono aumentate del 650% in meno di 20 anni; i premi assicurativi sono aumentati del 500% in 15 anni. In Gran Bretagna le richieste di risarcimento sono aumentate del 500% in 9 anni, con un incremento annuo dei premi del 29%. In Spagna (1970-1990): 576 denunce coinvolgevano il 28% dei medici, alcuni con più denunce. I più colpiti sono i medici generici (33%) contro il 13% dei traumatologi. In Francia il rischio medio annuale è dell’1,8% con preponderanza di chirurghi e anestesisti. Circa 4.000 processi civili l’anno. I medici generici, che rappresentano il 40% degli assicurati, raccolgono il 9% dei sinistri.
Intervista a Maurizio Maggiorotti, presidente Associazione per i medici accusati di malpractice ingiustamente (AMAMI)
È impossibile fornire i dati reali degli errori medici, infatti le denunce in oggetto finiscono fra tutte le lesioni e gli omicidi colposi del Paese, non divise per tipologia dell’autore, ma del delitto. L’AMAMI ha chiesto ufficialmente i dati ai Tribunali italiani, ma la risposta è stata univoca: è impossibile estrapolare i dati.
Tuttavia negli ultimi dieci anni le accuse di malpractice rivolte alla classe medica sono molto aumentate, come mai?
La causa dell’aumentata litigiosità non è da ricercarsi nel peggioramento del livello di assistenza sanitaria offerto dal nostro Paese. Infatti l’Oms assegna all’Italia il secondo posto nella graduatoria per la qualità delle prestazioni sanitarie erogate. Nonostante ciò, ogni giorno compaiono associazioni “a tutela dei diritti dei cittadini” che offrono assistenza legale gratuita per le cause intentate contro i medici. Prospera un sottobosco di consulenti medici raramente competenti.È noto che 2 medici su tre vengono assolti per non aver commesso il fatto, dopo un calvario processuale che ne condizionerà l’esistenza mentre le compagnie di assicurazione applicano una continua lievitazione dei premi forse con l’intento di raggiungere il mercato americano.
Perché tante denunce ingiuste?
I fattori in gioco sono molti. In primo luogo ci sono le aspettative eccessive da parte dei pazienti, ed è anche colpa dei media che spesso enfatizzano i risultati ottenuti con alcune cure generando false illusioni. In più c’è la denuncia facile a scopo di lucro. I medici, tutti assicurati, sono un facile bersaglio. E spesso a confertare il tutto è un altro medico: un collega che agisce come consulente di parte, convinto di poter scrivere nella propria perizia qualsiasi cosa per infangare l’accusato.
L’AMAMI, per porre un freno a questo fenomeno, nei casi di evidente errore di consulenza, assiste gratuitamente gli associati che hanno manifestato l’intenzione di rivalersi nei confronti di sanitari che, attraverso il loro elaborato privo di verità scientifica, hanno fatto incardinare un processo terminato con l’assoluzione dopo un inutile e dannoso processo.
Le conseguenze?
L’insieme di questi fattori ha generato lo stravolgimento del rapporto medico-paziente ora pervaso da reciproca diffidenza, tanto da sembrare ormai diffuso il convincimento che la salute dei cittadini debba essere salvaguardata più da un controllo assiduo della magistratura che dalla professionalità del medico. Questo va a scapito del cittadino che rischia di divenire oggetto della cosiddetta medicina difensiva, permeata da scelte terapeutiche dettate più da cautela che da effettivo convincimento scientifico. Questo meccanismo ha già prodotto un aumento dei costi del sistema sanitario e, se non arginato, un peggioramento della qualità dell’assistenza.
AMAMI Via G. Antonelli, 47 Roma
Tel 06.8082454
www.associazioneamami.it - info@associazioneamami.it
L’iter per difendersi
Ecco i passi da seguire se si sospetta un errore da parte di un medico:
fatevi rilasciare dalla struttura sanitaria la copia della cartella clinica;
rivolgetevi a un avvocato o a un’associazione di tutela (come il Tribunale per i diritti del malato) che, dopo aver esaminato la documentazione, stabilisce se c’è qualche dato concreto su cui basare la richiesta dei danni;
il primo passo è un tentativo di risoluzione extragiudiziale: l’avvocato con una lettera chiede il risarcimento del danno al medico o all’ospedale. In risposta dovrebbe arrivare l’invito a una visita medico-legale e dovrebbe aprirsi una pratica con l’assicurazione;
il cittadino può scegliere di ricorrere alla magistratura civile o penale per far valere le sue ragioni, i tempi dei processi sono in entrambi i casi lunghi (diversi anni);
nel processo civile il paziente può chiedere direttamente il risarcimento del danno. Il giudice valuterà le ragioni del cittadino e del medico;
il processo penale è più temuto dai medici, perché in caso di condanna, il medico può anche essere oggetto di iniziative disciplinari da parte dell’ospedale o dell’ordine dei medici. Nel caso di morte del paziente la magistratura apre automaticamente un’indagine. Negli altri casi bisogna sporgere una querela alla magistratura entro tre mesi dalla scoperta dell’eventuale errore medico. In sede penale il risarcimento danni può essere richiesto solo dopo le indagini, quando inizia il vero e proprio processo, cioè il paziente si costituisce parte civile.
Info: Centralino Pit Salute del
Tribunale per i diritti del malato
Tel. 06.36718444
Identikit delle specialità più a rischio
Sugli errori medici non esistono cifre ufficiali. Ma almeno 1300 casi denunciati (che hanno concluso l’iter processuale) sono stati monitorati dall’Osservatorio nazionale sulla malpractice, centro finanziato dal ministero dell’Università e della ricerca. I medici che hanno ricevuto più denunce sono i chirurghi (181 casi) e ben 105 di loro sono stati condannati. Occupano il secondo posto i ginecologi, ma per loro il rischio di essere considerati responsabili dell’errore è ancora più alto (su 162 citati in giudizio il 76% viene condannato). Anche gli ortopedici sono spesso coinvolti in cause legali (146 denunce e 95 responsabilità accertate). Sono spesso gli oncologici, i medici che pur essendo trascinati in Tribunale (119 casi), ottengono più facilmente l’assoluzione (solo il 16% è stato condannato). Tuttavia la categoria più a rischio è quella dei chirurghi plastici: più di 3 denunciati su 4 sono stati poi condannati.
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