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Patologie gastrointestinali

Cristina Mazzantini, N. 8/9 agosto/settembre 2005

Ricovero ospedaliero appropriato, prevenzione primaria, screening precoce dei tumori digestivi: queste le priorità per i massimi gastroenterologi italiani riuniti a Roma nel convegno su "Malattie dell'apparato digerente in costante crescita", organizzato dalla Federazione Italiana Malattie Apparato Digerente (FIMAD).
Molte le problematiche discusse. In particolare si è sottolineato come il ruolo della Gastroenterologia, nell'attuale organizzazione sanitaria, sia di gran lunga inferiore alle necessità del Paese. E come le sue esigenze non siano coperte in termini numerici dalle altre realtà sanitarie, quali le divisioni mediche e chirurgiche.
È emerso poi che solo un terzo dei pazienti è ricoverato in ambiente specifico dove opera uno specialista di emergenza per le patologie gastroenteriche. Perciò è indispensabile che si effettui una riorganizzazione nazionale dell'ambiente ospedaliero, con settori dedicati alla gastroenterologia che negli ultimi trent'anni si è enormemente evoluta grazie alle nuove metodiche. Queste hanno avuto grande importanza nel trattamento delle patologie con efficaci programmi di prevenzione e risolutivi interventi endoscopici d'urgenza (95% dei casi nelle emorragie gastroenteriche).
«Oggi è necessario creare nuove Unità Operative di gastroenterologia ed endoscopia digestiva e adeguare il numero di queste strutture a quello degli ammalati», ha dichiarato il professor Alessandro Zambelli, presidente FIMAD. «La dimensione epidemiologica delle patologie dell'apparato digerente è, infatti, in forte sviluppo e la ricerca deve poter contare su importanti e continui programmi di sostegno finanziario (come, per esempio, nella terapia della malattia ulcerosa, nella conoscenza e nel trattamento della calcolosi, nella conoscenza dei processi degenerativi del fegato, nella cura precoce di molte lesioni neoplastiche del tubo digerente, ndr)». L'esperto ha aggiunto: «Diventa quindi necessario creare, in tempi brevi, una rete di servizi gastroenterologici ed endoscopici diffusi su tutto il territorio nazionale, con compiti non solo diagnostico-terapeutici ma anche di prevenzione primaria e secondaria».
Infatti la diffusione delle malattie dell'apparato digerente riguarda un numero sempre crescente di italiani. Oggi sono quasi dieci milioni i connazionali che ne risultano affetti. Non solo. Sul piano epidemiologico le malattie dell'apparato digerente (comprendendo tutte le patologie, come le malformazioni, le degenerazioni, le infiammazioni e i tumori interessanti l'apparato digerente e gli organi annessi, come fegato, vie biliari e pancreas) rappresentano la seconda causa di morte.
Ogni anno, inoltre, sono 1.604.055 gli italiani ricoverati per malattie dell'apparato digerente: dato, questo, che colloca tali patologie al primo posto tra le cause di ricovero nel Paese. «Le malattie gastroenteriche, sebbene siano ai primi posti in termini di mortalità, incidenza, prevalenza e ospedalizzazione, rappresentano tuttavia una tipologia di problemi che può essere considerata ideale per il successo di una lotta basata su interventi preventivi primari e secondari», ha spiegato il professor Mario Rizzetto, presidente della Società Italiana di Gastroenterologi e Endoscopisti (SIGE). «Allo stato attuale, si conoscono infatti quasi tutti i fattori di rischio legati alla loro insorgenza, in molti casi connessi ad abitudini e stili di vita errati. Come l'abuso di alcool e di tabacco, le diete ricche di grassi, condizioni reiterate di stress fisico ed emotivo, e altro ancora. È necessario quindi, non più differibile, programmare interventi estesi e mirati al fine di prevenire in maniera efficace e di diagnosticare in modo precoce, tutte le diverse patologie dell'apparato digerente».
Tra quelle di grande impatto sociale vi sono sicuramente le neoplasie del colon, i tumori dello stomaco e dell'esofago, le epatiti croniche, virali, alcoliche e metaboliche. Ma vi sono anche la cirrosi e l'ulcera gastroduodenale, con le frequenti complicanze emorragiche, le pancreatiti e le pancreopatie in genere; le calcolosi biliari; le gastriti croniche e, più in generale, le malattie infiammatorie croniche intestinali. La sindrome dell'intestino o colon irritabile è, per esempio, il disordine più frequente dell'apparato digerente e, in Italia, interessa allo stato attuale, il 25% circa della popolazione.
Molte di queste patologie sono trattate con l'endoscopia digestiva terapeutica. La più eseguita è l'asportazione di lesioni polipoidi del retto-colon (57.888 polipectomie) che, con la nuovissima tecnica della mucosectomia, si attua anche su tumori superficiali, fino a qualche anno fa operati con interventi chirurgici demolitivi. E ancora: l'endoscopia bilio-pancreatica più frequentemente effettuata è quella per la rimozione dei calcoli biliari, in alternativa o in associazione alla colecistectomia chirurgica, seguita dal posizionamento di stent biliari o pancreatici con finalità palliativa; anche in questo caso, più in alternativa che in preparazione a un intervento chirurgico.
L'analisi della spesa farmacologica pone poi in evidenza, il forte impatto non solo sociale, ma anche economico, delle malattie dell'apparato digerente. Nel 2003, la percentuale di persone che ha consumato almeno una confezione di farmaci gastroenterologici ha raggiunto un valore pari al 16,1% della popolazione totale. «Se consideriamo il numero di pezzi venduti», ha messo in evidenza il professor Enrico Roda, presidente dell'Associazione Gastropatologia, «il gruppo di farmaci per le malattie dell'apparato digerente incide per il 7,8% sulla vendita delle confezioni, preceduto solamente dai farmaci per il sistema cardiovascolare (40,3%) e dagli antimicrobici a uso sistemico (11,8%)».
Gli esami ambulatoriali per gli italiani affetti da malattie gastrointestinali mostrano, infine, valori elevatissimi. Il dato più rilevante riguarda le endoscopie: oltre 1.600.000 all'anno (di cui 1.444.414 diagnostiche e 156.065 terapeutiche). I pazienti ambulatoriali sottoposti a endoscopia digestiva sono stati il 61,6% del totale. Proprio per questo, nella maggior parte dei casi, è stato possibile effettuare diagnosi e terapia senza dover ricorrere a un ricovero ospedaliero. Le pancolonscopie raggiungono il numero di 320.645 e hanno permesso il riscontro di tumori in fase iniziale, ma soprattutto il trattamento diretto di lesioni che, nel giro di qualche anno, sarebbero diventate tumori maligni invasivi. Seguono le ecografie e le biopsie epatiche, rispettivamente pari a 90.240 e 30.480 esami effettuati. Le visite ambulatoriali raggiungono il numero di 426.800 all'anno. La sindrome dell'intestino irritabile, in particolare, presenta un impatto particolarmente rilevante per quanto riguarda l'attività ambulatoriale specialistica. Anche se, solo il 20% dei pazienti affetti da colon irritabile si rivolge al medico di famiglia e una quota ancora più bassa allo specialista gastroenterologo, l'alta prevalenza e la caratteristica natura cronica di questo disturbo collocano la patologia al primo posto tra le richieste di visita specialistica gastroenterologica.
«In base a tali dati», ha sostenuto il presidente FIMAD, «appare dunque evidente la fortissima pressione in termini di richiesta - ricoveri, visite ambulatoriali, esami specialistici - che contraddistingue i servizi di gastroenterologia rispetto agli ambienti non specialistici: allo stato attuale, i servizi di gastroenterologia ed endoscopia digestiva lavorano tutti al livello massimo delle possibilità di utilizzo dei letti di ricovero e delle strutture diagnostico-terapeutiche».
Come già detto, tra gli obiettivi principali della Federazione Italiana delle Malattie Apparato Digerente vi è quello di mettere in atto strategie per ridurre la crescente diffusione delle patologie. A tal proposito la FIMAD chiede un intervento concreto al governo per proporre un piano di azione che preveda la messa in campo di differenti strumenti, quali la prevenzione primaria, la diagnosi precoce e l'importanza del ricovero ospedaliero, nel quale trovino spazio le strutture di assistenza subintensiva indispensabili per ottenere i risultati potenzialmente raggiungibili.
«La prevenzione primaria si basa su interventi di informazione e di educazione sanitaria», ha ricordato il professor Zambelli. «Gran parte delle malattie gastroenterologiche (in particolare il cancro dell'apparato gastroenterico, ndr ) presentano come principali fattori di rischio cause di natura ambientale. Proprio per questo, l'incentivazione e il consolidamento della conoscenza di tali fattori rappresenta lo strumento principe per ridurre la diffusione delle patologie gastroenteriche, in primo luogo di quelle alimentari (alcool correlate o virus correlate, ndr )». Zambelli ha poi precisato: «La prevenzione secondaria passa, invece, attraverso l'organizzazione di programmi di screening, ai fini di una diagnosi precoce di queste malattie, con conseguente aumento della possibilità di successo del trattamento. Questi interventi appaiono del tutto necessari per quanto riguarda, in particolare, le neoplasie dell'apparato digerente e le grandi malattie sociali gastroenterologiche. I dati degli ultimi dieci anni dimostrano come la prevenzione secondaria (diagnosi precoce) sia fattibile. E come, in alcuni settori, possa risultare così importante da rendere possibile l'eradicazione del tumore da quel contesto sociale dove si prospetta l'intervento medico».
Infine, il ricovero ospedaliero appropriato punta allo sviluppo e al miglioramento della gastroenterologia nell'ambito dell'organizzazione sanitaria attuale, come bleeding unit, terapie intensive, ridisposizione dei posti letto, riqualificazione delle attività di endoscopia digestiva. Oggi è possibile ridurre l'incidenza, quindi la mortalità e la morbilità delle malattie gastroenterologiche modificando errati stili di vita. «La sedentarietà e l'aumento ponderale», ha concluso il professor Zambelli, «sono quelli che hanno particolarmente focalizzato l'attenzione degli studiosi negli ultimi mesi, in quanto è ormai acclarato che l'obesità è il principale fattore di rischio oltre che delle malattie cardiovascolari, di quasi tutti i tumori umani, specialmente di quelli del tubo gastroenterico, il cui costo sociale nei Paesi occidentali è enorme (il cancro dell'apparato gastroenterico è tra le prime cause di morte nel mondo occidentale, ndr ). È ovvio pertanto, che un progetto globale di cambiamento degli stili di vita, dei modi di produrre gli alimenti, dei modelli di diagnosi precoce di massa, dovrà trovare risorse e sussidiarietà presso tutte le forze sociali ed economiche».

La chirurgia estrema: convegno a Roma
Oggi è disponibile una nuova metodica per trattare la carcinosi peritoneale che rappresenta il 25-35% delle recidive e la seconda causa di morte per metastasi di carcinoma del colon retto. Fino a pochi decenni fa, i pazienti erano condannati.
È stato questo il tema centrale del XXIX Congresso Internazionale della SICO (Società Italiana di Oncologia Medica) su "Chirurgia oncologica oggi: dalla miniinvasiva alla maxiinvasiva", presieduto dal professor Alfredo Garofalo, direttore della U.O. di Chirurgia Generale Oncologica presso l'Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma. Tra i partecipanti, eccellenti chirurghi stranieri come Paul Sugarbaker dagli USA, Takeshi Sano, Yutaka Yonemura e Hiroshi Imamura dal Giappone, Walley Temple dal Canada, Francois Gilly, Olivier Glehen e Abe Fingerhut dalla Francia, Marvin Rees dall'Inghilterra, e molti altri.
Aprendo i lavori, il professor Garofalo dichiara: «È necessario sottolineare come il chirurgo oncologo si relazioni quotidianamente con il patologo, l'oncologo medico, il radioterapista e il biologo molecolare, nel continuo sforzo di un fine comune: il controllo della crescita neoplastica». Poi chiarisce: «Da questo continuo confronto è nata l'esigenza di un linguaggio condiviso che ha reso possibile, in questi anni, la definizione degli standard minimi della chirurgia oncologica appropriata».
Al convegno romano gli esperti si sono confrontati su tematiche come la chirurgia dei tumori localmente avanzati, le recidive e le metastasi. La ragione? Sono proprio questi i settori nei quali attualmente ci si interroga, a proposito della valenza delle demolizioni estese, associate a chemio e radioterapia, sino ad arrivare al trattamento integrato delle carcinosi peritoneali con interventi chirurgici associati alla chemio-ipertermia-intraperitoneale intraoperatoria (CIIP). Queste moderne tecniche, utilizzate per la prima volta nel 1995 dal professor Sugarbaker, hanno portato la chirurgia oncologica in territori considerati impraticabili fino a pochi anni fa.
«La metodica della peritonectomia, intesa come procedura chirurgica tesa a ottenere l'asportazione a intento curativo di una neoplasia viscerale invadente il peritoneo (ovvero quella struttura anatomica che riveste la parete dell'addome e gli organi contenuti in essa, ndr ), è oggi pienamente consolidata», spiega il professor Sugarbaker, che puntua lizza: «Dopo aver tolto la massa neoplastica, la cavità addominale viene inondata con una soluzione liquida riscaldata (42°- 45°), contenente una molecola con azione antitumorale come la mitomicina C o il cisplatino e, recentemente, l'oxaliplatino. Quindi, durante la CIIP, il chirurgo distribuisce il liquido in tutta la cavità addominale per permettere al farmaco di raggiungere tutte le superfici. Nella fase successiva, l'intestino che rimane in cavità viene ricostruito».
Chiunque può essere trattato con la nuova metodica? «Direi di no», risponde il professor Sugarbaker, «poiché è fondamentale fare un'accurata selezione dei pazienti da sottoporre alla procedura che dovrebbe essere riservata a malati giovani - fino a 65 anni - senza patologie cardiovascolari o insufficienza renale». Sugarbaker, alla luce di numerosi studi internazionali che riportano dati come il 5% di mortalità e un 25-30% di gravi effetti collaterali nei pazienti con carcinosi peritoneale trattati, considera la peritonectomia, associata alla CIIP, una procedura standard. Per gli italiani e gli europei, invece, poiché non è stata ancora validata, essa è da ritenere una metodica sperimentale, soprattutto per le carcinosi peritoneali originate da tumori del colon retto, dell'ovaio e dello stomaco. Si tenga inoltre conto che tale tecnica deve essere eseguita in centri ben attrezzati - in Italia purtroppo sono ancora pochi - e da un'équipe ben preparata.  

Aspirina e prevenzione: un futuro promettente
Dopo oltre cento anni di storia la molecola dell'acido acetilsalicilico continua a essere uno strumento di cura e prevenzione insostituibile: per il dolore, per le malattie da raffreddamento e l'influenza; per ridurre il rischio di ictus e infarti.
Ma non solo. Da anni viene esaminata con attenzione anche da parte degli oncologi per la prevenzione dei tumori. Numerose ricerche indicano, infatti, che il suo utilizzo costante, anche in basse dosi, riduce il rischio di sviluppare diverse forme di cancro, in primo luogo quello del colon-retto. Oggi l'Aspirina è ritenuta uno dei farmaci più promettenti nella farmacoprevenzione dei tumori. «Il cancro è una malattia con meccanismi complessi, e di conseguenza complesso è l'argomento della prevenzione», chiarisce il professor Andrea Decensi, direttore della Divisione di Farmacoprevenzione dell'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano. «La farmacoprevenzione di alcuni tumori con Aspirina è una possibilità molto interessante ma non si sostituisce alla regola di evitare gli stili di vita scorretti». Perché un farmaco antinfiammatorio nato per curare febbre, dolore e raffreddori, può avere un effetto di prevenzione così importante? «Esiste uno stretto legame tra infiammazione e carcinogenesi», spiega ancora il professor Decensi, «già noto da tempo agli oncologi. L'Aspirina ha finalmente attirato l'attenzione su questo legame e ha fornito le prove cliniche della sua importanza: riducendo l'infiammazione, si diminuisce il rischio di tumore».
Non ci sono più dubbi, dunque, sulle possibilità di prevenire il cancro dell'intestino (colon-retto) con l'Aspirina a basse dosi. «È stato dimostrato che l'Aspirina previene la formazione di nuovi polipi», precisa sempre il professor Decensi, «che a volte possono degenerare in tumore maligno. Probabilmente entro dieci anni, la prevenzione del cancro del colon retto con l'Aspirina sarà diventata una prassi abituale, proprio come quella degli infarti e degli ictus. Sarà riservata alle persone a rischio, come quelle che hanno già avuto un cancro del colon retto o un polipo, oppure quelle con precedenti in famiglia. Secondo gli studi già completati, l'assunzione riduce di almeno il 30% la probabilità che si formino nuovi polipi».
Per altre forme di cancro, come quello della mammella, della prostata, dell'esofago e dello stomaco, esistono dati incoraggianti secondo i quali, chi consuma abitualmente Aspirina (almeno una volta a settimana) è più protetto verso la malattia. «Ma non ci sono studi così importanti», precisa ancora il nostro esperto, «come quelli che abbiamo sul colon-retto. Per dire qualcosa di certo sugli altri tumori ci vorranno almeno altri cinque anni».
Fare prevenzione dei tumori con l'Aspirina significa assumerla in modo costante per lunghi periodi, anche anni? «Ci sono tutte le premesse per pensare», sostiene Decensi, «che questo sarà possibile in tutta sicurezza, dal momento che sono sufficienti basse dosi giornaliere. Per i polipi intestinali, ad esempio, l'effetto di protezione compare a dosi di 80-100 mg al giorno, come quelle prescritte per la prevenzione cardiovascolare».

Indirizzi utili

POLICLINICO UNIVERSITARIO AGOSTINO GEMELLI - ROMA
Largo A. Gemelli, 8 - 00168   Roma
Tel. 06.35504660 - 06.3551033.0-2

AZIENDA SANITARIA OSPEDALIERA SAN GIOVANNI BATTISTA  
Corso Bramante, 88/90 - 10126   Torino

FONDAZIONE SALVATORE MAUGERI - PAVIA
Via Ferrata, 8 - 27100   Pavia
Tel. 0382.592292

I.R.C.C.S. POLICLINICO SAN MATTEO - PAVIA
Viale Golgi, 19 - 27100   Pavia
Tel. 0382.502530

ISTITUTO EUROPEO DI ONCOLOGIA - IEO - MILANO
Via Ripamonti, 435 - 20141 Milano
Tel. 02.574891 - 02.5748900.1-2-3
http://www.ieo.it

Per approfondimenti
www.fimad.net
www.sigeitalia.org
www.gastroenterologia.net
www.gastronet.it

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