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Cure palliative: dire, non dire, mentire
Paola Sarno, N. 8/9 agosto/settembre 2005
Un tema forte quello scelto dal seminario promosso da Antea Formad e dall'Università "Tor
Vergata" di Roma: "Medicina legale e privacy nelle Cure Palliative: dire, non
dire, mentire nella fase avanzata della malattia". Su questo dubbio riguardo
a cosa sia bene fare per garantire al paziente in fase terminale della malattia,
un'accettazione dignitosa della propria situazione e su cosa sia bene fare
dal punto di vista medico-legale, psicologico, spirituale, giuridico e giurisprudenziale,
si sono interrogati numerosi esperti, convenuti a Roma nel mese di aprile scorso.
Gli onori di casa sono stati fatti da un volto noto operante in questo settore,
quello del dottor Giuseppe Casale, coordinatore sanitario dell'Unità Operativa
di Cure Palliative Antea di Roma. Ad aprire le danze è stato il dottor
Tonino Marsella, ricercatore di medicina legale dell'Università "La
Sapienza" di Roma.
Una situazione di "extraterritorialità"
«Le cure palliative sono un gioco di squadra, una coniugazione fra diritto
e biologia, in cui spesso si vive in una situazione di extraterritorialità»,
ha subito esordito il dottor Marsella. «Questo perché, se l'operatore
sanitario, da una parte non può mentire, dall'altra ha anche il dovere
di alleviare lo spirito del paziente e la sua realtà drammatica per
renderne dignitosa la sopravvivenza. Per di più nel gioco di squadra
entrano altri interlocutori, i familiari...In questo contesto», ha proseguito
il dottor Marsella, «ogni operatore sanitario dovrebbe mantenere la propria
serenità, la sicurezza e la motivazione, perché questo è fondamentale
in questo tipo di lavoro. Pensiamo, invece, che l'86% degli operatori sanitari
palliativisti abbiano un coinvolgimento psico-emozionale superiore a quello
degli altri operatori sanitari.
A fronte di ciò la medicina legale è ingabbiata dalle leggi.
Spesso, infatti, seppure siamo legittimati ad esercitare un atto medico, nella
quotidianità, siamo più portati a riflettere su ogni singola
situazione, a smussare gli angoli, di fatto a mentire. Per questo le leggi
a volte ingessano la nostra professione», ha voluto ribadire il giurista, «perché,
in questo ambito, al centro devono esserci le necessità del paziente
e il rapporto di fiducia che con lui si deve creare. Usare il buon senso, agire
in scienza e coscienza rimane fondamentale. Il malato terminale dovrebbe essere
messo in condizione di vivere la sua tragedia in una serenità di spirito,
che spesso la burocrazia non gli consente. La legge sulla privacy, poi»,
ha insistito il dottor Marsella toccando un altro punto spinoso, «blinda
ancora di più l'attività degli operatori... Tuttavia, paradossalmente,
questo non costituisce un problema perché chi lavora in questo campo
mai si sognerebbe di infrangere il segreto professionale».
Comunicare
nella società dell'informare
Il concetto di extraterritorialità è stato ripreso anche dalla
dottoressa Rosa Bruni, psicologa e psicoterapeuta presso l'Università "Campus
Bio-Medico" di Roma, che ha parlato di «terra di nessuno», concentrando
poi la sua relazione sul problema dell'informazione. «In una società dell'informazione
come quella di oggi, abbiamo bisogno di passare da una grammatica della superficie
a una grammatica più profonda: una grammatica che tenga conto della
complessità», ha sottolineato la dottoressa. «Ricevere un
annuncio di morte è, infatti, implicito nella stessa diagnosi di cancro. È un
momento in cui ci si confronta con ciò che Sigmund Freud ha definito
il "perturbante", il lato oscuro della vita, la negazione di ciò che è familiare.
Da quel momento niente è più lo stesso: gli altri sono il mondo
dei sani, io sono condannato all'esilio, allo spaesamento, all'extraterritorialità,
appunto. Chi si avvicina alla morte parla della morte, benché il suo
inconscio si rifiuti di accettare quell'idea. Per questo», ha insistito
la dottoressa Bruni, «è necessario passare da una prospettiva
di informazione a una di relazione con il paziente. Bisogna imparare a distinguere
quando il paziente chiede con la ragione calcolante, che può accettare
l'idea della morte e quando chiede con l'inconscio che non può far altro
che rifiutarla. Per questo le risposte non possono che essere, a volte, anche
prive di parole, ma definite da una comunicazione autentica, che tenda a considerare
l'altro nella sua asimmetria esistenziale sano/malato».
Ritrovare un senso nella speranza
Rosa Bruni a questo
proposito ha portato degli esempi concreti: «Lo
sguardo sfuggente del medico che sembra eludere il paziente mentre lo rassicura
verbalmente, non fa altro che generare angoscia. Perciò il medico deve
accettare di andare in questo territorio "altro", di andare anche lui "in esilio".
Lì si può trovare un terreno comune di comunicazione vera e avere
la sorpresa che la persona sa già e che non c'è più bisogno
di informare, lì si può ritrovare la speranza non tanto in una
guarigione miracolosa, quanto nel fatto che anche quell'evento abbia comunque
un senso, un significato».
Un significato, che, secondo Don Victor Tambone,
del Dipartimento di Antropologia ed Etica applicata dell'Università "Campus Bio-Medico" di Roma e assistente
spirituale presso la Antea, può essere ritrovato nella fede cristiana. «L'impreparazione
ad affrontare un discorso di morte», secondo Don Tambone, «deriva
dal fatto che nessuno di noi fa i conti con la propria morte. Quando, invece,
questa diventa un fatto ineludibile lo scontro diventa obbligato. Allora ciò che
distrugge è la morte senza Dio. Infatti, anche se la morte con Dio resta
il momento più duro dell'esistenza umana, questa acquista tutto un altro
significato. Personalmente, comunque, in tanti anni che svolgo questo "mestiere" non
ho mai trovato una morte senza Dio».
Diritto: i punti deboli
Passando dall'etica ai problemi
pratici legati alla professione medica e visti nell'ottica di un magistrato,
la dottoressa Anna Mori, giudice presso il tribunale di Ravenna, le tematiche
del convegno hanno assunto un aspetto più dichiaratamente
operativo. Il magistrato infatti ha affrontato, punto per punto, tutti i temi
spinosi che affliggono gli operatori offrendo risposte su come agire legalmente
secondo il diritto e la più recente giurisprudenza.
Punto primo: l'infermiere
spesso è oggetto di domande da parte del
paziente, anche se, secondo la legge, il titolare dell'informazione è il
medico. Secondo la dottoressa Mori, tuttavia, «nell'ambito di un accordo
preventivo di équipe, anche l'infermiere può agire sotto una
delega precisa, anche se», ha tenuto a precisare il giudice, «siamo
sempre in un territorio di frontiera dove ogni caso fa caso a sé».
I
punti fermi, infatti, dal punto di vista del diritto, sono pochi e riguardano
l'Istituto del Consenso Informato. Questo comprende anche la prognosi. «A
tale riguardo», ha spiegato ancora il giudice di Ravenna, «esiste
una recente sentenza che ammette che il consenso informato sia adeguato alla
natura della gravità della patologia, alla condizione psicologica in
cui versa il malato, al suo livello culturale. Credo», ha dichiarato, «che
ci sia un obbligo anche deontologico a questo riguardo. Il vero problema sorge,
piuttosto, quando il paziente non vuole sapere. Ciò non è giuridicamente
scorretto, perché informare non significa imporre un dato conoscitivo
che il paziente rifiuta».
Punto secondo: i familiari. «Con tutte le cautele del caso», ha
chiarito la dottoressa Mori, «andrebbe informato prima il paziente e
poi, eventualmente, i familiari, perché un paziente, adulto e cosciente,
ha tutto il diritto di non voler angosciare i familiari circa la sua sorte.
Oltretutto informare prima i familiari determinerebbe una serie di complicazioni:
pensiamo, per esempio, quando i congiunti più prossimi sono più di
uno con lo stesso grado di parentela e non si trovano d'accordo nelle decisioni
da prendere. Ciò determinerebbe uno stato di empasse , che provocherebbe
a sua volta altri problemi.
Punto terzo: che succede quando il paziente non è in grado di elaborare
il suo consenso? «La questione è controversa», ha spiegato
il giudice. «Infatti, nel caso di paziente incapace, si nomina un tutore.
Tuttavia può esistere il caso in cui la persona sia capace, ma provvisoriamente
incosciente; oggi si sono risolti innumerevoli problemi con l'istituzione dell'amministratore
di sostegno, un curatore che può dare il consenso al posto del paziente
in caso di incapacità transitoria, ma non in caso di necessità,
nella cui fattispecie si interviene direttamente d'ufficio».
A conclusione
del suo intervento il giudice Anna Mori ha tenuto a raccomandare agli operatori
sanitari l'importanza del recupero della comunicazione medico-paziente. «Molti
processi penali, infatti, sono ispirati soltanto da finalità ritorsive
dovute a sgarberie subite da medici, comunicazioni frettolose e sbrigative,
maltrattamenti, giochi di potere, ecc. », ha messo in guardia il magistrato. «Nel
99% dei casi le denunce al Tribunale dei Diritti del Malato riguardano proprio
questo aspetto», ha poi voluto confermare il dottor Giuseppe Casale.
Una regia dell'informazione
Il dottor Leonardo Terzoli,
responsabile dei medici dell'Unità Operativa
di Cure Palliative Antea, ha però posto un'altra questione: «Perché le
persone che arrivano da noi nel 46% non sono informate correttamente su cosa
hanno e il 10% addirittura non sa cosa potrà succedergli? Perché il
paziente è così disinformato? Tocca a noi, alla fine del percorso,
dirgli la verità? Ciò che veramente manca è una regia,
una seria presa in carico del paziente sin dalla prima diagnosi. Come dire,
quando dire, dove dire sono più importanti che dire».
L'avventura di Antea, gli antesignani nelle cure palliative
«L'avventura di Antea», racconta il dottor Giuseppe Casale, che
ne è il coordinatore sanitario, scientifico e della formazione, «è iniziata,
quando da giovane medico, nel 1987, ho iniziato a visitare a casa pazienti
in fase terminale che vivevano praticamente nell'abbandono, senza sapere a
chi rivolgersi, spesso in grosse difficoltà economiche, sempre dentro
e fuori dagli ospedali in una situazione di sbando completo».
«Ho trovato in me la forza di combattere quest'ingiustizia. Creammo
Antea solo con 10 milioni di lire, ricevuti da una fondazione. Lentamente alcuni
medici e infermieri si sono avvicinati al nostro progetto e abbiamo incominciato
a sviluppare l'assistenza domiciliare nell'ambito delle cure palliative, che
l'OMS ha definito essere il mezzo più idoneo per affrontare questo tipo
di situazioni. La maggiore difficoltà è sorta nel reperire fondi
per assistere persone che stavano morendo, ma lentamente abbiamo trovato ascolto
anche presso le istituzioni, a tutti i livelli.
Oggi ci interessiamo dei pazienti
residenti a Roma, ma i malati terminali sono oltre 150.000 in Italia, fra bambini,
adulti e anziani. All'interno dell'associazione è nata
anche la spinta a strutturarci sempre di più anche dal punto di vista
formativo: poter crescere, poter offrire un'assistenza sempre più qualificata
in un settore che viene ancora ignorato dall'Università e dalla Scuola
per Infermieri. Per questo, siamo diventati punto di riferimento nazionale
e chiamati "i vigili del fuoco", perché entriamo laddove tutti gli altri
scappano. Negli anni siamo diventati più di cento. Ci siamo resi conto,
con il tempo, che era più difficile assistere le persone completamente
sole, che non avevano una famiglia strutturata alle spalle; così nel
1995, prima della Legge Bindi, abbiamo ipotizzato la realizzazione dei primi
hospice, case che appunto potessero offrire ospitalità». «Nel
1999», continua il dottor Casale, «presentammo le prime idee alla
Regione, che promosse un progetto sperimentale, non tanto un "moribondaio",
ma qualcosa di dinamico in cui la nostra équipe potesse lavorare con
i pazienti sia all'esterno, sia all'interno. Più che ad aprire altri
centri in giro per l'Italia, abbiamo pensato ancora una volta alla formazione,
alla preparazione dei professionisti, che devono essere abituati al lavoro
di gruppo, alla condivisione delle problematiche. Per questo è nata
una scuola, l'Antea Formad che ha trovato subito riscontro in molte Università,
riuscendo ad attivare molti master, anche per i medici di base.
L'assistenza al
malato terminale, infatti, non è mai statica, necessita
di una gestione complessa delle problematiche: di ora in ora bisogna saper
gestire una terapia del dolore, una terapia dei sintomi, l'aspetto relazionale
con il paziente e la sua famiglia, saper rispondere a tutte le domande che
il paziente pone e che i suoi familiari impongono. Servono capacità di
mediazione, di indirizzo, di counceling .
Abbiamo anche attivato una rete
di volontari che, dopo una formazione adeguata, danno un supporto sociale alle
persone in fase terminale, facendo sì che
non si sentano mai sole.
Nell'Antea Formad abbiamo anche attivato un centro di
ricerche che vuole analizzare ciò che facciamo in ambito clinico, sociale, psicologico e burocratico,
per cercare di creare linee guida e protocolli che possano essere utilizzati
anche da altri. Il nostro modello, quello che è già stato definito "il
sistema Antea" deve essere qualcosa di replicabile e sostenibile: dobbiamo
cioè dare la possibilità ad altre persone di realizzare la stessa
identica cosa. Tuttavia la forza di Antea», spiega ancora Giuseppe Casale, «sta
nel fatto che ogni operatore, da colui che risponde al telefono, all'infermiere,
al medico, al volontario, lavora in una squadra come se facesse parte di un
corpo unico, tant'è che abbiamo abolito la cosiddetta organizzazione
verticale. Da noi si condivide continuamente. Al centro di questa condivisione
c'è il paziente e la sua famiglia». Inoltre Antea ha cominciato
a parlare con gli ospedali per attivare una sorta di "trasferimento tutelato",
una dimissione protetta. «Sono già state realizzate delle forme
sperimentali in cui la nostra équipe va a trovare il paziente in ospedale,
concorda con lui il piano di intervento, prima che venga dimesso, affinché pazienti,
medici ospedalieri e operatori di cure palliative «si "guardino in faccia",
in modo che il paziente non si senta mandato via perché non c'è più nulla
da fare, ma percepisca che c'è un prolungamento dell'assistenza».
Eppure
il modello Antea che all'atto pratico, fra cure in assistenza domiciliare alternate
all'hospice, costerebbe un quarto dell'assistenza ospedaliera, non ha ancora
preso piede su tutto il territorio nazionale in maniera uniforme. Perché? «Prima di tutto perché ci vuole molto sacrificio
e poi perché bisogna partire con umiltà, nella consapevolezza
di non sapere e nel continuo tentativo di migliorarsi giorno per giorno. Invece
in Italia si stanno creando delle situazioni in cui si aprono hospice, dopo
aver seguito un convegno. È come se io partecipassi a un convegno di
cardiochirurgia e mi improvvisassi primario. È altrettanto paradossale
perché se ci si trova di fronte a un ragazzo di quindici anni che sta
morendo e non si sa dove mettere le mani, c'è il rischio di fare accanimento
terapeutico o di lasciare tutto così com'è e ricorrere a una
forma di eutanasia passiva. Questo purtroppo è il grande rischio italiano»,
precisa il dottor Casale. Ad Antea, invece, un grande riconoscimento è arrivato nei mesi scorsi
dal Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi: la medaglia d'oro per
la sanità pubblica proprio a un gruppo che si occupa di cure palliative.
Per
informazioni:
ANTEA Associazione Onlus
p.zza Santa Maria della Pietą, 5 - Padiglione XXII 00135 ROMA
Tel. 06.303321 - fax 06.30332555
www.antea.net
info@antea.net
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