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Si può prevenire il carcinoma dell’ovaio?

Lara Bettinzoli, N. 3 marzo 2007

Il carcinoma dell’ovaio rappresenta il 5 percento di tutti i tumori maligni nella donna. Più frequente dopo la menopausa, al momento della diagnosi è spesso già in stadio avanzato poiché la sua diagnosi può risultare difficile in uno stadio precoce, a causa della scarsità di sintomi. Raccomanda la Professoressa Rossella E. Nappi, ricercatore dell’Università degli Studi di Pavia presso l’Ambulatorio di Endocrinologia Ginecologica e della Menopausa, IRCCS Fondazione S. Maugeri: “Per la prevenzione di un tumore così insidioso è opportuno non soltanto eseguire visite periodiche, ma anche effettuare l’ecografia pelvica transvaginale, al fine di identificare modesti ingrossamenti dell’ovaio non facilmente palpabili. I protocolli attuali sono efficaci nel ridurre significativamente la mortalità per il tumore dell’ovaio, ma è importante che esso venga diagnosticato il più precocemente possibile”. Ma procediamo con ordine.

La frequenza del tumore dell’ovaio
Continua la Professoressa Nappi: “Il carcinoma dell'ovaio rappresenta il sesto tipo di tumore più comune nella donna in Europa ed è il secondo tumore maligno ginecologico. È più frequente nella popolazione caucasica, nei Paesi dell'Europa nord occidentale e negli USA, assai meno frequente nei Paesi asiatici, africani, sud americani. Stime europee suggeriscono che annualmente vengono diagnosticati circa 61.000 nuovi casi di carcinoma dell'ovaio e vi siano 39.000 morti legati ad esso. In Italia colpisce circa 4.000 donne all’anno. Più frequente dopo la menopausa, il tumore dell’ovaio ad origine epiteliale non è comune prima dei 40 anni a meno che non si tratti di forme ereditarie. Il tasso di incidenza aumenta ad ogni decade della vita ed è elevato nella donna tra i 50 e i 69 anni”.

I fattori di rischio
“I fattori di rischio più noti del tumore dell’ovaio sono rappresentati da una vita riproduttiva lunga, ossia da un menarca (prima mestruazione) precoce e da una menopausa (ultima mestruazione) tardiva, e dal non aver avuto figli: cioè, in buona sostanza, dall’aver avuto un elevato numero di ovulazioni. Tante gravidanze e tanti allattamenti, soprattutto se prolungati, hanno, invece, un ruolo protettivo proprio perché quando si aspetta un bambino non si ha l’ovulazione. E’ questo, infatti, un fenomeno di tipo infiammatorio che comporta mensilmente proliferazione cellulare e processi di riparazione che possono comportare un rischio maggiore di sviluppare patologie ovariche anche di tipo benigno. E’ per questo motivo che l’uso dei contraccettivi ormonali che bloccano l’ovulazione per un lungo periodo (5 anni e più) si associa a seconda delle casistiche ad un 30-50 percento in meno di rischio. Una donna fertile, quindi, assumendo la contraccezione ormonale può dimezzare il proprio rischio di sviluppare un tumore dell’ovaio in età più avanzata. Alcune patologie ovariche che possono essere curate dalla contraccezione ormonale (endometriosi, policistosi ovarica severa) sembrano associate ad un aumento di rischio di sviluppare tumore dell’ovaio, così come il soprappeso, soprattutto in età premenopausale.
Così come per altri tumori, una dieta sana, ricca di vegetali, unita ad un buono stile di vita rappresentano, invece, dei fattori di protezione generale”.
Precisa la professoressa Rossella E. Nappi: “Un discorso a parte meritano le forme cosiddette familiari, cioè correlate a specifiche alterazioni di geni. Si stima che una percentuale tra il 7 e 10 percento di tutti i casi di tumori ovarici sia il risultato di una alterazione genetica che si tramanda tra parenti stretti, più spesso di primo grado sulla linea materna, ma anche paterna. In presenza di difetti genetici consistenti in mutazione dei geni BRCA1 e BRCA2 può verificarsi la presenza contemporanea o in tempi diversi di carcinoma dell'ovaio e carcinoma della mammella. Altre forme genetiche possono associarsi a tumori intestinali (colon-retto) e uterini (endometrio). Tuttavia, l’esistenza in famiglia di un tumore dell’ovaio non deve costituire un fattore di paura eccessiva, ma deve orientare ad un programma di più stretta sorveglianza perché il rischio di malattia è più elevato rispetto alla popolazione generale. Nelle famiglie con alta presenza di tumore dell’ovaio o carcinoma della mammella può essere utile un esame genetico per stabilire il rischio, accompagnato da una consulenza specifica per massimizzare la sorveglianza e mettere in atto procedure preventive adeguate al singolo caso, tenendo conto degli importanti risvolti psicologici”.

La diagnosi
Il tumore dell’ovaio al momento della diagnosi è spesso già in uno stadio avanzato perché la scarsità di sintomi rende difficile il precoce riconoscimento della malattia. Come sottolinea Nappi, purtroppo la diagnosi tardiva di carcinoma dell’ovaio comporta un tasso di sopravvivenza a 5 anni compreso tra il 20 e il 30 percento. L’elemento chiave è quindi la diagnosi precoce perché se il tumore dell’ovaio è curato nei primi stadi di malattia, quando è localizzato soltanto all’ovaio e non ha interessato altri organi, la sopravvivenza sale al 90 percento. Non è facile attuare dei veri e propri programmi di screening per una patologia con una così bassa prevalenza (0.04 percento) e non ci sono dati di certezza sul fatto che lo screening possa davvero ridurre la mortalità. Sono in corso molti studi randomizzati per rispondere a questa domanda; è certo però che per la prevenzione di un tumore cosi’insidioso è opportuno non solo fare visite ginecologiche periodiche con esplorazioni pelviche e palpazione addominale( in media una volta all’anno), ma effettuare anche l’ecografia pelvica transvaginale al fine di identificare modesti ingrossamenti dell’ovaio non facilmente palpabili, e/o asimmetrie nelle dimensioni delle ovaie. Precisa l’esperta: “E’ opportuno ricordare che le ovaie normali in età fertile misurano circa 3,5 cm di lunghezza ciascuna, mentre in menopausa le ovaie vanno incontro ad un processo di atrofia e si rimpiccioliscono fino a misurare anche meno di 2 cm. Quando un ovaio è facilmente palpabile in menopausa ed ha una consistenza solida si deve accendere una luce rossa di allarme e occorre fare accertamenti più accurati per escludere in modo tassativo la presenza di un tumore”.

Che cosa si può fare per la prevenzione
Il dosaggio su sangue di un marcatore come il cosiddetto CA125 può essere proposto nella diagnosi precoce del carcinoma ovarico, anche se una gran serie di malattie ginecologiche e non ginecologiche non sempre di natura tumorale sono in grado di determinare un rialzo dei livelli di CA125. Occorre, pertanto, sempre consultare lo specialista per interpretare tale esame, al fine di evitare paure inutili ed accertamenti invasivi non realmente necessari.
“Un recentissimo studio caso-controllo pubblicato su Cancer dal gruppo di Barbara Goff dell’Università di Washington a Seattle ha identificato una serie di sintomi che possono rappresentare dei marker clinici precoci di tumore ovario- rivela Nappi-. Se sono presenti per almeno 12 volte al mese dolori addominali e pelvici, aumento delle dimensioni dell’addome e senso di gonfiore, e una sensazione di sazietà ingiustificata per un periodo inferiore a dodici mesi, sulla base dei dati di questo studio, la possibilità di riscontrare un tumore ovarico è estremamente elevata, fino al 90 percento. Spesso però le pazienti lamentano sintomi aspecifici, quali senso di peso vescicale, voglia di urinare frequentemente, modificazioni del transito intestinale e costipazione, e giungono all’attenzione dello specialista quando la malattia è in stadio più avanzato ed ha già coinvolto gli organi vicini, quali per esempio l’intestino”.
Le donne colpite da un cancro dell’ovaio vengono sottoposte ad un intervento di chirurgia addomino-pelvica la cui entità varia a seconda dello stadio di malattia. Dopo l’intervento, nonostante l’asportazione degli organi interessati dalla malattia possa essere radicale, è importante eseguire dei cicli di chemioterapia in Centri specializzati, mentre la radioterapia viene impiegata soltanto a scopo palliativo su sedi metastatiche.

Speranze per la terapia del tumore in fase avanzata
Intanto, confortanti risultati sono emersi da uno studio su un nuovo approccio terapeutico, che hanno dimostrato un’aumentata sopravvivenza delle pazienti colpite da tumore dell’ovaio. Un tumore con cui, nel corso della vita, deve “fare i conti” almeno una donna su cento.
Nel corso del congresso “Therapeutic Progresses and Perspectives in Ovarian Cancer”, tenutosi di recente a Bologna sotto la presidenza del professor Andrea A. Martoni, si sono riportati gli ottimi risultati ottenuti da uno studio di fase 2 di una nuova formulazione di un farmaco antitumorale contro le recidive tardive del cancro dell’ovaio in fase avanzata. Secondo i risultati di uno studio pubblicato su “Annals of Oncology”, la doxorubicina liposomiale pegilata (DLP) ha prolungato di 32 mesi la sopravvivenza delle donne affette da questa patologia. Anche se quest’ultima mantiene un’incidenza complessiva stabile nella popolazione femminile italiana, nel 70 percento dei casi la malattia continua ad essere diagnosticata in fase avanzata: da qui l’importanza dello sviluppo di nuove e più efficaci terapie.
Dice il professor Andrea A. Martoni dell’U. O. di Oncologia Medica del S. Orsola-Malpighi di Bologna: “L’approccio più moderno al cancro dell’ovaio è quello multidisciplinare, che prevede l’integrazione delle diverse competenze di diagnostica strumentale e di laboratorio (istologia, biologia molecolare) con quelle di terapia chirurgica e farmacologica. Oggi al Policlinico del S. Orsola opera un team multidisciplinare che vede lavorare fianco a fianco: ginecologo oncologo, biologo molecolare, radiologo e medico nucleare”. Qui il team si incontra una volta la settimana per discutere collegialmente i casi clinici di pazienti con neoplasie ginecologiche e per definire il più opportuno approccio diagnostico e terapeutico, con la possibilità, anche, di offrire un supporto psicologico”.

La ricerca
Il Policlinico di Bologna è attualmente impegnato in progetti di ricerca sulle neoplasie ginecologiche e, in particolare, sui tumori dell’ovaio. Inoltre, il “Progetto Arianna 2” studia le più innovative caratteristiche cito-istologiche e biomolecolari (compreso il profilo genico) in pazienti sottoposte a chemioterapia per cancro ovarico, allo scopo di individuare nuovi bersagli molecolari per le terapie del futuro.
Le novità nella terapia
La chemioterapia a base di platino è considerata il trattamento standard di seconda linea delle pazienti con cancro dell’ovaio in fase avanzata recidivato tardivamente. In tale ambito la doxorubicina libosomiale pegilata risulta molto attiva: “per questo motivo- spiega Martoni- abbiamo valutato l’impiego della DLP più carboplatino in questa popolazione di pazienti. La DLP al dosaggio di 30 mg al mq di superficie corporea seguita da carboplatino è stata somministrata ogni 28 giorni per un massimo di 9 cicli a 104 donne con carcinoma dell’ovaio recidivato dopo oltre 6 mesi dal completamento di un ciclo di terapia di prima o seconda linea, con regimi a base di platino e taxani.
A questa terapia hanno risposto complessivamente il 63 percento delle donne, con una risposta completa nel 38 percento dei casi. Per quanto riguarda gli effetti collaterali, si è verificata- nella metà delle pazienti- una neutropenia di grado 3-4, ma solo nel 3 percento si è riscontrata una grave neutropenia febbrile. Gli effetti collaterali non ematologici sono stati di entità ridotta, con basse percentuali di alopecia e di neurotossicità. La formulazione di doxorubicina pegilata liposomiale rimane in circolo più a lungo della doxorubicina standard, e raggiunge elevate concentrazioni plasmatiche nel sito tumorale. In particolare, le concentrazioni nel tessuto tumorale della doxorubicina sono da 4 a 11 volte superiori con la forma pegilata rispetto a quella standard, e con una minore incidenza degli effetti collaterali come alopecia, nausea, vomito, abbassamento dei globuli bianchi.

Indirizzi utili
IRCCS – Casa sollievo della sofferenza
Viale Cappuccini - 71013 San Giovanni Rotondo - Fo
Centralino: 0882 4101
Prenotazioni – Informazioni: 0882 416888
www.padrepio.it
Ostetricia e ginecologia: dott. Giovanni di Vagno – 0882 4101

IRCCS – Policlinico S.Matteo
Viale Golgi, 19 - 27100 Pavia
Centralino: 0382 5011
Prenotazioni – informazioni: 0382 503878-879-151
www.sanmatteo.it
Ostetricia e ginecologia: dott.ssa Nappi - tel. 0382 501215

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