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Linfomi cerebrali e gliomi: le terapie di oggi e di domani
Paola Sarno, N. 3 marzo 2007
Le neoplasie cerebrali
sono ancora oggi gravate da una prognosi severa. Ma quali sono, che localizzazione
e a che tipologia rispondono questi tumori? Per capirlo meglio ne abbiamo parlato
con il Professor Giulio Maira, ordinario di Neurochirurgia presso l'Università Cattolica
del Sacro Cuore di Roma. “Innanzitutto bisogna fare una netta distinzione
fra gliomi e linfomi”; ha detto il Prof. Maira.
I gliomi cerebrali
“ I gliomi cerebrali, tumori che hanno una incidenza annuale di 5,4 per
100.000 abitanti all'anno (40 mila ogni anno in tutta Europa), possono
nascere in qualunque parte all'interno dell'encefalo e si localizzano
nelle cellule gliali, che, a loro volta costituiscono il sostegno e il nutrimento
dei neuroni veri e propri”, ha spiegato il Prof. Maira. “I gliomi
hanno una straordinaria tendenza allo sviluppo, all'evoluzione neoplastica
e per questo motivo la prevalenza dei tumori che nascono dalla glia è enormemente
più alta di quella dei tumori delle cellule neurali vere e proprie”.
A seconda della loro gravità i glomi si distinguono per grado: glomi
di grado 1, di grado 2, 3 e 4, quest'ultimo detto anche glioblastoma,
il più infausto fra i tumori cerebrali e in assoluto uno dei più maligni
che si possano sviluppare nell'organismo umano. Alla progressione di
grado si associa, ovviamente, un accrescersi delle caratteristiche di malignità del
tumore. “Il glioma di grado 1 – il cosiddetto astrocitoma pilocitico
- è tipico dell'infanzia”, ha precisato il Prof. Maira. “Si
tratta dell'unico tumore fra quelli finora elencati veramente benigno,
cioè che , se correttamente asportato consente probabilità di
giungere a una cura, mentre per i glomi di grado 2, 3 e 4 sono genericamente
considerati tumori “infiltranti, con caratteristiche potenzialmente maligne.
Questa caratteristica di malignità deriva dal fatto che la loro asportazione
totale non è facile proprio a causa della loro localizzazione nel cervello
e il grado di difficoltà aumenta man mano che si passa da un grado più basso
a uno più elevato”.
In ogni caso ciò che cambia è la sopravvivenza media, perché di
questi tumori purtroppo non si guarisce. Il grado 2 consente una sopravvivenza
anche a 5 anni nel 50-70% dei casi, ma già per il grado 3 questa scende
al 20% e per il grado 4 le stime parlano dell'1-6%. “Anzi, “ha
specificato il Prof. Maira, “proprio nel glioblastoma la sopravvivenza
media non è in genere più di un anno”.
Oltretutto i gliomi costituiscono la stragrande maggioranza dei tumori
cerebrali e i gliomi maligni sono il 70-80% di tutte queste neoplasie del
cervello.
Ma quali sono i sintomi con cui si manifesta un glioma? “ I sintomi”,
ha affermato il Prof Maira, “si manifestano in relazione alla localizzazione
del tumore stesso all'interno del cervello. Poiché il glioma ha
una crescita abbastanza subdola, poiché si “infiltra” nel
tessuto cerebrale, in genere purtroppo alla diagnosi si arriva quando il tumore
ha già raggiunto delle dimensioni cospicue. A quel punto, se siamo di
fronte a un tumore di grado 2 con caratteristiche di benignità e con
una perfetta riuscita dell'asportazione della massa neoplastica, possiamo
dare una prognosi relativamente buona al paziente; se il tumore è, invece,
talmente grande da avere superato i limiti delle possibilità offerte
dalla chirurgia, le opportunità di fare una terapia sono limitate”.
Dal punto di vista del neurochirurgo, il Prof. Maira ha tenuto a sottolineare
come, operando in una sede così delicata come l'area cerebrale,
questi tumori debbano essere rimossi preservando quella che è l'integrità dell'organo-sede,
perché “se da una parte andiamo ad attaccare la malattia,
dobbiamo pur sempre considerare di conservare al massimo la qualità della
vita della persona ammalata e quindi anche tutte quelle funzioni (cognitive,
emotive, ecc.) che nel cervello hanno il loro “motore””.
Sempre nell'ambito
dei glomi di grado 2, è inoltre necessario dire che se in una prima
fase possono avere carattere di benignità, possono purtroppo evolvere
in un secondo momento in tumori infiltranti maligni.
I linfomi cerebrali
“Si tratta di tumori molto meno frequenti”, ha tenuto a precisare
il neurochirurgo della Cattolica di Roma, “che nascono dal tessuto ematopoietico
e che negli ultimi tempi si manifestano , tuttavia, con una maggiore frequenza.” Vediamo
di capire il perché. “Si tratta, a mio avviso, “, ha spiegato
il Prof. Maira, “ della maggiore incidenza di fattori che nulla hanno a
che vedere con la biologia del tumore. Sicuramente bisogna tenere in considerazione
l'incremento dell'età media delle persone e il miglioramento
dei mezzi diagnostici. Tuttavia, al di là di questi elementi, noi notiamo
un aumento progressivo dell'incidenza di tutti i tumori cerebrali. Constatiamo
la presenza di neoplasie in persone giovani, per esempio, mentre un tempo questi
tumori erano caratteristici dell'età anziana. E' probabile
che il mondo in cui viviamo con un aumento generale dei fattori di rischio, “ha
ipotizzato il Prof. Maira, “l'inquinamento, i telefonini, i campi
e le onde elettromagnetiche sempre più persistenti intorno a noi, non
siano completamente innocui per il nostro organismo. Anche se al riguardo non
esistono ancora dati scientifici – perché si tratterebbe di dimostrare
attraverso studi estremamente complicati e lunghi l'esposizione che ogni
singola persona ha a questi fattori - ci sono tuttavia già dei dati di
fatto sull'incidenza aumentata delle patologie, almeno di quelle tumorali
del cervello”.
Esaminando le caratteristiche di questa forma di neoplasia è necessario
dire che i linfomi cerebrali “non si inseriscono in una alterazione sistemica
di tipo linfomatoso. Nella grande maggioranza dei casi”; ha spiegato
il Prof. Maira, “sono, infatti tumori primitivi che possono localizzarsi,
anche loro, in qualunque parte del cervello, anche se prediligono delle sedi
un po' specifiche come i ventricoli.
Dal punto di vista della sintomatologia presentano gli stessi problemi
e le stesse caratteristiche dei gliomi, perchè le funzioni che vengono
ad essere intaccate dalla crescita del tumore sono da mettere in relazione alla
sua localizzazione piuttosto che alla sua tipologia.
Diagnosi e terapia
delle neoplasie cerebrali
“Per quanto riguarda la diagnosi, poi, i linfomi cerebrali hanno delle
caratteristiche radiologiche che per molti versi assomigliano ai gliomi cerebrali.
Quindi, molto spesso per tutti questi tipi di tumori intracerebrali il problema
che si pone è quello della diagnosi corretta, per poter poi impostare
una terapia ad hoc. Da questo punto di vista, infatti, i linfomi cerebrali sono
più sensibili alle chemioterapie e alla radioterapia e non necessitano
di un intervento chirurgico, a meno che non abbaino raggiunto delle dimensioni
particolarmente cospicue o effetti di compressione pericolosi.
Al contrario”, ha sottolineato nuovamente il Prof. Maira, “ i gliomi
cerebrali devono in ogni caso essere operati e la prima linea terapeutica consiste
nell'intervento chirurgico”.
La diagnosi differenziale è quindi estremamente importante. “Talvolta”,
ha aggiunto il Professore, “gli esami radiologici di cui noi ci avvaliamo
cioè la Tac e la risonanza magnetica nucleare – anche se nelle
forme più sofisticate, con la spettroscopia, con gli studi di flusso
- non riescono a darci una definizione diagnostica precisa. Molto spesso quando
c'è il sospetto di avere un linfoma può essere utile una
biopsia per essere certi della caratterizzazione istologica e quindi del programma
terapeutico da effettuare.
Tuttavia non per tutti i gliomi, per i quali la chirurgia costituisce
da sempre la prima linea di intervento, l'intervento chirurgico riesce a risolvere
il problema. “Soprattutto nel grado 3 e nel grado 4”, ha chiarito
il docente della Cattolica, “ dobbiamo sempre pensare che al di là di
quello che possiamo vedere con la risonanza magnetica ci sono sempre delle
cellule tumorali infiltranti che non vediamo e che non possiamo eliminare chirurgicamente,
senza fare ampie asportazioni che costituirebbero delle vere e proprie lesioni
del tessuto cerebrale che porterebbero a una menomazione psichica o fisiologica
del malato”. Servono quindi terapie di supporto alla chirurgia. E ce
ne sono molte: quella codificata oggi è la radioterapia in particolare
con un farmaco denominato temodal.
Terapie nuove, queste già applicate in Italia, sono l'applicazione
di sostanze chiemioterapiche direttamente sul letto chirurgico. “Dopo
aver asportato il tumore possiamo lasciare delle cialde imbevute di sostanze
antiblastiche, che di solito, nell'arco di qualche settimana liberano
chemioterapici localmente, andando a colpire le cellule residue.
“Un'altra terapia nuova, ma già impiegata al Gemelli in collaborazione
con lo IEO di Milano è la radioterapia monoclinale, che consiste nel lasciare
un piccolo catetere all'interno del cavo chirurgico, nel quale vengono
poi iniettate delle sostanze, degli anticorpi che vanno a “cercare” le
cellule tumorali, si fissano su di loro e veicolano una molecola radioattiva
sulle singole cellule tumorali. Vanno a fare, insomma, una specie di radioterapia “cellulare”.
Ad oggi, tuttavia, tutto quello che c'è di applicabile serve purtroppo
soltanto ad aumentare la sopravvivenza del malato di tumore cerebrale severo
di uno o due mesi.
Le terapie di domani: verso una speranza di cura?
“Accanto alla terapia codificata e a quelle “nuove”, “avverte
il Prof. Maira, “ esistono i modelli sperimentali. In tutto il mondo, e
anche qui da noi al Policlinico A. Gemelli, ci sono progetti di ricerca per approfondire
gli aspetti legati alla terapia genica, sull'azione sui geni che inducono
la creazione dei tumori, agendo sui fattori di crescita vascolari, sulle alterazioni
degli oncogeni e degli oncosoppressori. Stiamo in fase di sperimentazione avanzata
con il Cnr, in particolare, su una particolare sostanza che si chiama tenomerasi
e per agire sui tumori cerebrali con le cellule staminali. Abbiamo a questo proposito
pubblicato di recente anche un lavoro sul New England Journal of Medicine proprio
sul rapporto fra cellule staminali e cellule tumorali neuronali.
Si è capito infatti”, ha spiegato ancora il Prof. Maira, “che
i glioblastomi contengono al loro interno cellule staminali tumorali
maligne. La ricerca sta cercando di capire se queste cellule siano esse stesse
la causa dello sviluppo dei tumori, perché se questa ipotesi venisse
confermata noi potremmo immaginare e ideare delle terapie che vanno a colpire
le cellule staminali tumorali. Finora, infatti, la terapia è stata mirata
sulle cellule gliali tumorali e questo potrebbe spiegare il perché la
terapia non è efficace. La vera speranza di una cura per questi ammalati
oggi” ha
voluto ripetere, in conclusione, il Prof. Maira “risiede soprattutto
nella ricerca genica e, forse, in quella sulle cellule staminali”.
Linfomi e glomi cerebrali. Cellini: necessario integrare le
terapie
Oncoematologia e tumori cerebrali sono stati oggetto di una giornata di studio
di recente tenutosi al Policlinico A. Gemelli e promossa dal Dipartimento di
Bioimmagini e Scienze Radiologiche dell'Università Cattolica del
Sacro Cuore di Roma con l'obiettivo di focalizzare l'attenzione
sull'importanza dell'integrazione delle principali terapie antitumorali
(chirurgia, radioterapia e, più recentemente chemioterapia antiblastica)
e fare il punto su quanto c'è di nuovo nel trattamento dei linfomi
cerebrali primitivi e dei gliomi di alto grado. “Proprio la severità della
prognosi, che accomuna questi due tumori, di per sé diversissimi, richiede
l'impegno di tutte le competenze”, ha spiegato il Prof. Numa Cellini,
docente di Radioterapia alla Cattolica di Roma. Anche considerando solo l'incidenza,
infatti, il 70% dei gliomi sono glioblastomi, forme cioè di grado più alto
e maligno, mentre i linfomi cerebrali primitivi rappresentano una realtà molto
rara, pari all'1-2% dei linfomi. “Mentre quindi nella relativa
rarità dei tumori cerebrali i glioblastomi rappresentano la maggioranza,
nell'ambito dei linfomi, quelli cerebrali sono un'assoluta minoranza”,
ha chiarito il Prof. Cellini.
E se l'unico scopo della terapia è ancora oggi purtroppo solo
il tentativo di prolungare la sopravvivenza (8-12 mesi per i glioblastomi e
18-24 mesi per i linfomi cerebrali primitivi) l'unico mezzo per contrastare
efficacemente queste forme neoplastiche è l'integrazione delle
terapie e delle competenze dei diversi specialisti che ruotano intorno al letto
del paziente. “L'integrazione potrebbe sembrare una cosa nota e
scontata, ma in questo caso è decisiva e parte già nel momento
diagnostico istologico attraverso la biologia molecolare, per vedere se nell'abito
di questa famiglia tumorale si possano identificare dei sottogruppi “meno
gravi”. E, non solo per poter fare un giudizio prognostico preciso, quanto
per vedere di adattare la terapia sulla base di questi risultati. Questa”,
ha affermato il Prof. Cellini, “ è però la medicina del
futuro, perché oggi, ancora i risultati pratici su questo punto sono
discutibili”.
Cosa quindi si può fare oggi e che ruolo gioca in particolare la radioterapia
nel trattamento dei glioblastomi? “Fino a qualche tempo fa le due risorse
fondamentali erano chirurgia e radioterapia, che complessivamente non davano
poi risultati brillanti, di recente si è affacciata anche la chemioterapia,
che ha portato qualche risultato migliore. Certo non si tratta di guarigioni,
ma di sopravvivenze con una migliore qualità di vita. La radioterapia
ha anch'essa la sua novità nel fatto che sempre di più viene
consentito di somministrare in maniera molto precisa a un bersaglio sempre
meglio identificato attraverso l'imaging nella sua estensione volumetrica
e attraverso l'imaging funzionale nelle sue zone più o meno aggressive.
Con un bersaglio sempre più preciso, visibile tridimensionalmente, la
radioterapia oggi può anche addirittura diversificare l'intensità di
dose sullo stesso bersaglio. Si tratta”, ha specificato il docente di
radioterapia della Cattolica, “ di un processo ancora non applicato in
modo routinario per quanto riguarda i “sottobersagli”, ma che consente
tuttavia di trattare in maniera molto precisa i bersagli principali, soprattutto
risparmiando l'integrità di organi critici”. Per quanto
riguarda, invece, i linfomi cerebrali, l'integrazione, che si risolve
fra chemioterapia (da sempre utilizzata con risultati ragguardevoli in questo
campo) e radioterapia, dotata sempre di maggiore precisione di intervento,
ha già dato risultati apprezzabili. In questo caso la chirurgia trova
infatti un ruolo marginale.
La giornata di studio che ha fatto il punto su “Imaging e terapie integrate
in tema di linfomi cerebrali primitivi e glomi di alto grado” ha avuto
come occasione di incontro il decimo anniversario dell'implementazione
della radioterapia stereotassica al Policlinico Gemelli. “Si tratta”,
ha spiegato il Dott. Mario Balducci, “ di una tecnica nata negli anni
Cinquanta e ormai impiegata da parecchi decenni. La novità è rappresentata
dal fatto che oggi non viene più solo impiegata per trattare piccole
lesioni o bersagli di patologia benigna, ma anche per tumori molto maligni
come i glomi di alto grado e per masse neoplastiche di dimensioni ragguardevoli
al fine di somministrare in una zona una dose elevata al target con il massimo
risparmio dei tessuti sani circostanti. Ciò evidentemente migliora i
risultati dal punto di vista terapeutico perché consente un maggior
controllo della malattia senza inficiare i risultati attraverso le tossicità dei
farmaci. Proprio dal bilanciamento fra effetti positivi e tossicità che
comunque possono essere presenti, ma che devono essere contenute, risiede il
vantaggio di ogni terapia oncologica”. (P.S.)
Tumori oculari: la brachiterapia
arriva nel Lazio
È il trattamento applicato per la prima volta nella Regione Lazio a un
paziente affetto dall'importante patologia oculare perfettamente riuscito
eseguito alcune settimane fa presso la Clinica oculistica del Policlinico universitario "Agostino
Gemelli" di Roma diretta dal professor Emilio Balestrazzi, uno dei massimi
esperti a livello mondiale nel campo dell'oncologia oculare.
L'intervento è stato possibile grazie alla collaborazione di una
equipe multidisciplinare che ha coinvolto - accanto agli oculisti - le Unità operative
di Radioterapia (Prof. N. Cellini, Dott.ssa M. Smaniotto) e di Fisica sanitaria
(Prof. Arcovito, Dott. Cichocki).
Per i malati di tumori intraoculari è così finalmente disponibile
a Roma e nel Lazio il trattamento conservativo più efficace e diffuso
nei Paesi occidentali.
La terapia con placche episclerali viene infatti impiegata nei più importanti
centri di oncologia oculare del mondo per il trattamento di tumori intraoculari
benigni e maligni, come il melanoma uveale e il retinoblastoma.
Il melanoma dell'uvea è la neoplasia maligna primitiva intraoculare
più frequente, con una elevata tendenza a metastatizzare ed è la
sola patologia intraoculare primaria che, negli adulti, può essere fatale.
Infatti è responsabile del 90% delle morti dovute a tumore oculare.
Mostra una incidenza annuale di circa 7-8 casi per milione di popolazione di
razza bianca, con una grande differenza in rapporto all’età: tre
casi per milione al di sotto dei 50 anni, 21 casi al di sopra. La sopravvivenza
media a tale neoplasia è pari al 50% a 10 anni dalla diagnosi.
Tutte le modalità terapeutiche precedentemente descritte sono dunque
oggi disponibili presso il Centro di Oncologia oculare della Clinica oculistica
del Policlinico Gemelli e sono affidate a personale altamente specializzato.
Indirizzi utili
Policlinico Universitario Agostino Gemelli
Largo Agostino Gemelli, 8 - 00168 Roma
Centralino: 06 30151
Prentazione - Informazioni: 06 35511033.0.2
www.policlinogemelli.it
Neurochirurgia: prof. Giulio Maira tel. 06 30151
Radioterapia: prof.
Numa Cellini tel. 06 30151
Istituto Nazionale Neurologico Carlo Besta
Via Caloria, 11 - 20133 Milano
Centralino: 02 23941
www.istituto-besta.it
Neurochirurgia III: prof. Giovanni Broggi: tel. 02 23942 411-412
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