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Libro bianco sulla salute della donna
Cristina Mazzantini, N. 10 ottobre 2007
Le donne italiane vivono più degli uomini ma vivono peggio; sono colpite da più malattie;
si curano di meno anche perché sono sempre più sopraffatte dal lavoro, dalla famiglia
e dall'assistenza agli anziani, in particolare per quelli con Alzheimer o neoplasie in fase terminali.
Questo impegno di caregiver (accudimento dei familiari ammalati) in alcuni casi arriva persino a
occupare l'80 per cento del tempo libero. Non stupisce, allora, che si possa verificare in talune
donne un abbassamento dell'attenzione verso se stesse. Quindi verso la considerazione per la propria
salute e, conseguentemente, con riduzione del tempo da dedicare a prevenzione e alimentazione. A
tutto ciò si aggiunge ancora la grande disparità tra Nord e Sud, soprattutto nella
disponibilità di accesso alle terapie e alle metodiche diagnostiche.
Sono questi alcuni dei dati più significativi riportati nel primo Libro bianco realizzato
dall'Osservatorio Nazionale sulla Salute delle Donne (O.N.Da.) e presentato recentemente al Senato
dall'autore, il professor Walter Ricciardi (Direttore dell'Istituto di Igiene dell'Università
Cattolica di Roma), dalla presidente di O.N.Da., la dottoressa Francesca Merzagora e, in rappresentanza
del ministro della Salute, dalla senatrice Maura Cossutta, vicepresidente della Commissione ministeriale
sulla salute delle donne. All'incontro con la stampa hanno partecipato le parlamentari che fanno
parte della rete costituita con le istituzioni da O.N.Da., Laura Bianconi e Dorina Bianchi, nonché
il presidente di Farmindustria, Sergio Dompè. L'occasione è stata quella di promuovere
il volume "La salute della donna-Stato di salute e assistenza nelle regioni italiane",
curato dall'Osservatorio e pubblicato da Franco Angeli Editore, già nelle librerie da settembre.
Nell'introdurre i vari relatori, la dottoressa Merzagora ha così rilevato: "Come l'aspettativa
di vita media delle donne è di quasi cinque anni superiore a quella degli uomini, le loro
condizioni di salute non sono migliori, soprattutto con l'avanzare dell'età. Per vari problemi
come l'abbandono della dieta mediterranea, che ha portato a un aumento dell'obesità, soprattutto
nel Sud, dove si ha il 13,53 per cento di donne in sovrappeso in Puglia, il 10,94 per cento in Sicilia
contro il 6,51 per cento di Lombardia e Val d'Aosta. Ciò ha provocato un conseguente aumento
delle malattie cardiovascolari, il cui tasso di mortalità è diventato simile a quello
registrato nel Nord".
Gli specialisti sono allarmati dalla rinuncia della dieta mediterranea per una cucina più
rapida fatta di cibi "precotti" o surgelati (con ingredienti meno genuini e ricchi di
grassi animali), perché così non solo si incrementa il rischio di patologie cardiache
ma si favorisce anche l'insorgenza di alcune forme tumorali. Infatti è ormai noto, e da decenni
riportato dalla migliore letteratura scientifica, che nel 25-30 per cento fino ad arrivare al 40
per cento dei casi l'alimentazione scorretta, priva soprattutto di frutta e verdura, quindi ricca
di carne, favorisce lo sviluppo di alcune forme tumorali. Ma non è solo l'alimentazione a
essere presa in considerazione nel Libro bianco. Pure la prevenzione ha i suoi punti deboli. Infatti,
analizzando i dati emersi regione per regione, il professor Ricciardi ha commentato: "La prevenzione
oncologica è indicativa di una situazione territoriale sbilanciata al Centro Nord dove la
donna, che ha una buona istruzione scolastica, si sottopone regolarmente agli screening per il tumore
al seno e all'utero. Screening che ormai coprono quasi il 100 per cento della popolazione (soprattutto
nel Centro Italia dove si trovano le regioni più virtuose, ndr). Al Sud, invece, solo il
30 per cento della popolazione femminile riesce a effettuare controlli preventivi, pur non mancando
il desiderio di riscatto e un grande impegno". Bisogna ricordare che, secondo le migliori statistiche
internazionali, con una buona adesione agli screening della mammella, della cervice uterina e del
colon retto, è possibile ridurre sensibilmente la mortalità, anche se non si azzerra.
Per esempio, per i tumori del seno, se scoperti precocemente, si ottiene una sopravvivenza tra il
75 e il 98 per cento dei casi.
Dalla fotografia degli specialisti emerge inoltre una donna sempre più simile all'uomo per
quanto riguarda le cattivi abitudini, come il vizio del fumo. A tal proposito il professor Ricciardi
ha dichiarato: "L'altra forma tumorale per la quale è necessario alzare la guardia è
il cancro di trachea-bronchi-polmoni. Negli ultimi anni infatti si è registrato un sensibile
aumento della neoplasia polmonaria tra le donne". Per gli uomini invece, come dimostrano le
recenti statistiche italiane che non si discostano da quelle internazionali, si assiste a un costante
decremento dell_incidenza di questi tumori, con un passaggio da 9,2 ogni 10 mila maschi nel 2001
a 8,7 nel 2004. Al contrario delle donne che sono passate da 1,6 a 1,8. La causa principale? Il
vizio del fumo che sta trovando sempre più "fan" tra la popolazione femminile.
"La lotta al tabagismo- - è intervenuta la presidente dell'O.N.Da - dovrà diventare
uno degli obiettivi prioritari di politica sanitaria. Attualmente fuma il 16,38 per cento della
popolazione femminile. Ma sono dati in aumento, soprattutto tra le adolescenti".
Gli esperti medici e i parlamentari presenti all'incontro romano hanno accolto positivamente
l'invito della Merzagora a incentivare la lotta contro il fumo, alla ricerca di possibili soluzioni.
L'allarme della presidente dell'O.N.Da è sostenuta anche da un'allarmante previsione inglese
secondo cui nel 2010 i casi di neoplasia polmonare nelle donne supereranno quelli di tumore al seno.
Questa forma tumorale attualmente in Italia rappresenta la prima causa di morte femminile per malattia
oncologica. Quindi i sudditi di Sua Maestà britannica suggeriscono di correre al più
presto ai ripari con pressanti e "terrorizzanti" campagne antifumo rivolte alle donne,
in particolare alle adolescenti. Occorre per queste ultime trovare slogan in grado di dissuadere
ad accendere la prima sigaretta.
Presente al convegno romano il dottor Dompè, presidente di Farmindustria, che ha sottolineato
come in futuro ci saranno sempre più farmaci mirati alle donne e alle loro peculiarità:
"Le imprese del farmaco, infatti, porranno più attenzione sulla sperimentazione clinica
dei farmaci per le donne, concentrandosi sulle condizioni peculiari del corpo femminile. Cosa che
si potrebbe ottenere prevedendo delle forme di incentivi - ha proseguito il dottor Dompè
-. Finora la ricerca clinica ha prediletto gli uomini per tutelare anche la salute riproduttiva
delle donne, ma ciò non significa che non si debba fare uno sforzo per migliorare tale situazione,
facendo più sperimentazione come sta succedendo in campo pediatrico".
Dompè ha inoltre ricordato come nel mondo ci siano circa 350-400 farmaci in sperimentazione
dedicati alle donne, di cui 77 per le patologie tumorali, 55 per le malattie muscolo-scheletriche,
48 per quelle ginecologiche, 45 per le autoimmuni, 41 per il diabete, 33 per le neurologiche e 21
per le respiratorie. Qualche centinaio sono in sperimentazione in Italia e circa il 50 per cento
sono a livello di fase I e II. "A livello di incentivi" - ha concluso il presidente di
Farmindustria - si potrebbe pensare a una norma che, così come è stato fatto per la
sperimentazione sui farmaci pediatrici, prolunghi il certificato complementare anche nel caso della
sperimentazione sulle donne".
La senatrice Maura Cossutta ha commentato: "Questa iniziativa di O.N.Da è un contributo
prezioso per il lavoro comune che abbiamo di fronte. L'approccio di "genere" al tema della
salute della donne è infatti un elemento fortemente innovativo per il miglioramento del nostro
sistema sanitario, per la sua qualità ed equità. L'identità di genere deve
essere considerata tra i determinanti della salute. Riconoscere le differenze non solo biologiche,
ma anche relative alla dimensione sociale e culturale del genere, è essenziale per delineare
programmi e azioni, per organizzare l'offerta dei servizi, per indirizzare la ricerca. Proprio in
questo senso il ministero della Salute ha istituito l'8 giugno scorso la Commissione sulla salute
delle donne".
Suggeriamo infine la lettura del volume rifacendoci all'introduzione del professor Ricciardi:"il
Libro bianco, focalizzato sulla salute delle donne, utilizza una metodologia estremamente rigorosa
dal punto di vista scientifico per la raccolta, l'elaborazione e analisi dei dati, ma tenta di comunicare
i risultati in modo quanto più possibile immediato e di facile comprensione, utile auspichiamo,
sia per chi ha la responsabilità decisionali nelle diverse articolazioni organizzative interessate
alla salute delle donne, sia per i lettori e i cittadini desiderosi di capire". E ancora: "Infine,
viene rivolto uno sguardo fuori dall'Italia, con l'analisi dei principali indicatori demografici
ed epidemiologici della popolazione femminile europea, con l'auspicio che la collaborazione a livello
continentale possa, come suggerito nella Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo,
contribuire a eliminare il divario che ancora esiste, spesso drammaticamente, tra uomini e donne
nelle condizioni di vita e di lavoro e, conseguentemente, nei determinanti di salute e malattia".
CM
La dieta riduce il tumore del seno
L'interazione tra alimentazione e predisposizione genetica nell'insorgenza del tumore al seno in
donne giovani è stata osservata nel corso dello studio C.O.S. (Case Only Study), a cui hanno
partecipato 3.123 donne europee con una diagnosi di tumore al seno entro i 40 anni, di cui oltre
1.600 in Italia.
I risultati di questo studio, coordinato dal professor Franco Berrino, direttore dell'Unità
di Epidemiologia della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano, hanno dimostrato che
nelle donne con una predisposizione familiare al tumore al seno, e non nella popolazione sana in
generale, il consumo di latte aumenterebbe il rischio, mentre il consumo di verdure appartenenti
alla famiglia delle crocifere è risultato un fattore di protezione.
"Alla luce di questi risultati - ha affermato il professor Berrino - abbiamo avviato sempre
presso la nostra Unità di Epidemiologia, un nuovo studio, "Riduzione del rischio familiare
di tumore al seno attraverso la dieta" (COS2), attraverso il quale vogliamo aiutare le donne,
con una importante storia familiare per tumore al seno, a modificare attraverso la dieta il sistema
ormonale che regola la crescita cellulare. Lo scopo dello studio è di valutare se in questo
modo è possibile ridurre il rischio di ammalarsi o di riammalarsi".
Lo studio implica la partecipazione a una giornata di incontro informativo durante la quale si forniranno
indicazioni nutrizionali di prevenzione. Le partecipanti saranno sottoposte a una visita medica
(rilevazione di peso, altezza, circonferenza vita e fianchi, pressione arteriosa) e, a due ore da
un pasto (offerto dalla nostra Unità), a un prelievo di sangue per valutare alcuni fattori
ormonali e metabolici di rischio.
Il messaggio principale che contiamo di trasmettere è costituito da indicazioni alimentari
del tutto sostenibili:
- evitare il consumo di latte e di tutti i prodotti che lo contengono;
- introdurre nell'alimentazione abituale verdure della famiglia delle crocifere, del tipo di quelle
tradizionalmente consumate nel nostro Paese, come cavoli, verze, cavolfiori, cavolini di Bruxelles,
cime di rapa, rape, ravanelli e crescione (i risultati dello studio COS suggeriscono almeno una
porzione di crocifere alla settimana).
"Pertanto, chiediamo la collaborazione delle donne portatrici di una mutazione
dei geni di predisposizione al tumore al seno (BRCA) sia sane che malate, a partecipare a questo
nuovo progetto. Possono inoltre contattarci le donne che si sono ammalate entro i 40 anni di età
e che abbiano nella famiglia almeno altre due parenti di primo grado con un tumore al seno o dell'ovaio,
anche in assenza di test genetico", ha concluso il professor Berrino.
Leucemie: dopo i successi nelle forme pediatriche in arrivo
nuovi farmaci per gli adulti
Potrebbero presto arrivare nuovi farmaci mirati, oggi in sperimentazione, anche per le leucemie
acute degli adulti, che sono le più insidiose con sopravvivenza bassa (30 per cento) e per
le quali ancor oggi non si hanno trattamenti adeguati. È quanto dichiarato dal professor
Franco Mandelli, presidente dell'Associazione Italiana Leucemie (AIL) in occasione della presentazione
della 2a Giornata Nazionale per la lotta contro leucemie, linfomi e mielosa, svoltasi a Roma e realizzata
sotto l'Alto Patronato della Presidenza della Repubblica.
"Ogni anno in Italia 15 mila persone si ammalano di neoplasie del sangue - ha sottolineato
Mandelli -. La ricerca ha fatto passi da gigante; per tumori come mielomi e leucemie croniche si
producono farmaci ogni 3-4 mesi. I progressi sono straordinari. Purtroppo ancora si riesce a far
poco contro le leucemie acute dell'adulto che nei bambini hanno raggiunto un tasso di guarigione
dell'80 per cento. I continui avanzamenti della ricerca lasciano intravedere per i tumori del sangue
un futuro senza trapianto di midollo, in cui la cura si fa con farmaci mirati, come avviene già
per alcuni tipi di tumore".
La Giornata ha avuto l'obiettivo di promuovere l'informazione sulle malattie del sangue, ancora
scarsa per 8 italiani su 10, come emerso da un sondaggio DOXA presentato nel corso dell'incontro
svoltosi in Campidoglio.
La ricerca ha anche evidenziato come si tratti di una conoscenza superficiale e in molti casi forzata.
Infatti, alla sollecitazione provocatoria relativa all'anemia, per la quale si chiede se si tratta
di tumore del sangue, risulta che nel complesso il 32 per cento degli italiani ritiene tale patologia
un tumore del sangue. Al di là dunque di una quota di italiani (pari a poco più di
un terzo) più informati sull'argomento, la popolazione mostra una certa dose di confusione,
e una non elevata capacità di riconoscere e distinguere i tumori rispetto alle più
comuni malattie del sangue.
Quasi 8 italiani su 10 ritengono di non essere sufficientemente informati sui tumori del sangue,
le attività di prevenzione e le cure disponibili. Rispetto alle possibilità di guarigione,
oltre la metà (56 per cento) degli intervistati ritiene che dai tumori del sangue si possa
guarire completamente, un quarto (24 per cento) che non si guarisca mai e un quinto (20 per cento)
non sa esprimersi a riguardo.
Agli intervistati è stato chiesto di esprimere il proprio livello di accordo/disaccordo per
due aspetti: i progressi compiuti per la guarigione dai tumori del sangue e la fiducia nella ricerca
medica. Si è osservato un atteggiamento di cauto ottimismo. Si rilevano poi la consapevolezza
che la ricerca medica abbia lavorato molto e la fiducia che ancora molto si possa fare per sconfiggere
i tumori del sangue.
Il dottor Marco Vignetti ha poi illustrato il ruolo svolto dal GIMEMA, gruppo cooperativo nazionale
no profit che opera con l'obiettivo di identificare e diffondere i migliori standard diagnostici
e terapeutici per le malattie ematologiche, al fine di aumentare le probabilità di guarigione
e di migliorare la qualità di vita dei pazienti.
I ricercatori, riunendosi e collaborando, si pongono come obiettivo finale la creazione di un deposito
comune di esperienza da condividere e mettere a disposizione di quelli che verranno. L'AIL, comprendendo
l'importanza di fare tesoro delle tante informazioni disponibili nei centri GIMEMA, è fra
i principali finanziatori delle sue attività.
Cancro gastrico e nuove mutazioni genetiche
Un gruppo di scienziati della BC Cancer Agency di Vancouver (Canada) ha individuato nuove mutazioni
genetiche che sono collegate a una forma di cancro gastrico ereditario, considerata la seconda più
frequente causa di morte nel mondo. I risultati dello studio saranno presentati nei prossimi giorni
al convegno annuale della Società Americana di Oncologia Clinica.
Esistono due varianti principali della malattia: una forma intestinale e una diffusa. Quest'ultima,
più popolare e pericolosa, nota con l'acronimo CGED, è causata da mutazioni che occorrono
sul gene CDH1. Identificare le possibili mutazioni pericolose può offrire la possibilità
di individuare i fattori di rischio e studiare strategie di prevenzione. Pardeep Kaurah e i suoi
colleghi della BC Cancer Agency hanno condotto uno studio per verificare il tipo e la frequenza
di tali mutazioni in 38 famiglie in cui erano stati diagnosticati casi di CGED. Sono così
state individuate 13 nuove mutazioni ricorrenti.
I risultati confermano che una percentuale che arriva fino al 50 per cento nelle famiglie con casi
multipli di malattia è portatrice di una mutazione del gene CDH1 nelle cellule germinali,
che la rendono quindi trasmissibile alle generazioni successive.
Cancro del colon e fegato: dalla Spagna un trattamento che
ne rallenta la crescita
Leire Garcia Navarro, una ricercatrice della School of Pharmacy dell'Università di Navarra
(Spagna), ha messo a punto un trattamento che rallenta la crescita del cancro del colon e del fegato.
Grazie a uno studio finanziato dal governo basco la terapia genica è stata usata per trasferire
materiale genetico nelle cellule tumorali, attraverso un vettore non virale. Questa tecnica facilita
l'attività terapeutica dei farmaci in una vasta gamma di tessuti. E il trattamento può
essere utilizzato ripetutamente, in quanto non genera problemi immunitari come nel caso dell'utilizzo
di vettori virali.
La scienziata ha ottimizzato e verificato in vitro e in vivo una nuova struttura farmacologica,
chiamata "lipopolyplex". Tale composto facilita la penetrazione del materiale genetico
nelle cellule malate e permette il rilascio dei farmaci negli organi che hanno sviluppato un tumore.
Le sperimentazioni animali hanno confermato che il nuovo farmaco è in grado di rallentare
la crescita del cancro, grazie alla stimolazione del sistema immunitario, il quale si attiverebbe
contro le cellule malate. Il cancro del colon causa più di 500mila morti ogni anno nei paesi
occidentali. E non esiste ad oggi un trattamento efficace. Per questo motivo i ricercatori ripongono
enormi speranze nella terapia genica.
Indirizzi utili
O.N.Da - Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna
Via Fatebenefratelli 17, 20121 Milano
Tel. 02 29015286 - Fax: 02 29004729
e-mail: info@ondaosservatorio.it
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