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Il tumore del rene: prevenzione,diagnosi e terapia
Paola Sarno, N. 11 novembre 2007
I reni sono organi pari, posti simmetricamente nella parte posteriore dell’addome, a livello lombare.
Hanno la forma di due fagioli e contengono formazioni tubulari che hanno il compito di filtrare il sangue per eliminare le sostanze
tossiche e i rifiuti prodotti dall’organismo in modo tale da espellerli con le urine, che rappresentano il prodotto finale
della filtrazione renale. In genere, il cancro del rene origina proprio dalla proliferazione incontrollata delle cellule che rivestono
l’interno di questi tubuli, anche se talvolta può svilupparsi anche da altri tessuti o dalla capsula che riveste esternamente
l’organo stesso.
L’epidemiologia
Il tumore del rene rappresenta il 2-3% di tutte le neoplasie maligne. Circa 30.000 nuovi casi vengono diagnosticati ogni anno negli
Usa e 27.000 in Europa; in Italia, il tumore del rene colpisce ogni anno 8.500 persone e circa la metà ne muoiono. Il cancro
del rene prevale nel sesso maschile (con un rapporto di 2 a 1 fra maschi e femmine) ed anche l’età sembra incidere,
dal momento che colpisce soprattutto le persone di età superiore a 40 anni. Inoltre sembra evidenziarsi più frequentemente
nelle aree urbane rispetto a quelle rurali. Negli ultimi decenni si è registrato un incremento di nuovi casi di tumori renali,
verosimilmente da attribuire al miglioramento della diagnostica, che consente un’identificazione della neoplasia in fase precoce
e una maggiore tempestività nel potere intervenire chirurgicamente.
La prevenzione
Anche oggi non è possibile prevenire direttamente il tumore del rene. Sono stati tuttavia identificati alcuni fattori di
rischio tra i quali uno dei più importanti è rappresentato dallo stile di vita. In primo luogo la forte abitudine
al fumo è considerata uno dei maggiori fattori di rischio. La sua eliminazione potrebbe ridurre dal 16 al 28 per cento i
casi di tumore del rene negli adulti. Anche l’obesità costituisce un fattore di rischio con una correlazione lineare
fra aumento di peso corporeo e aumento del rischio di contrarre il tumore. Inoltre diete ricche di vegetali possono avere un ruolo
protettivo, mentre il consumo regolare di carne rossa e di prodotti caseari può incrementare il rischio. Il consumo regolare
di tè nero e caffé non sembra, invece, influire, così come l’alcool.
I fattori di rischio
Gli agenti responsabili dell’insorgenza di questo tumore rimangono ancora oggi sconosciuti, anche se alcuni fattori sembrano
essere correlati con l’incremento del rischio di sviluppare il carcinoma renale. Tra questi vi sono i fattori genetici: i
parenti di primo grado di pazienti affetti dal carcinoma renale hanno infatti un rischio 4 volte maggiore di sviluppare questo tumore
rispetto alla popolazione generale. Tuttavia, raramente il tumore può essere ereditario: studi di genetica molecolare hanno
infatti identificato come evento responsabile dell’insorgenza di tale neoplasia un’alterazione cromosomica. Altro fattore
di rischio sono le malattie renali: i pazienti affetti da malattia renale cistica (sottoposti a dialisi per lungotempo) hanno un
rischio 30 volte maggiore di sviluppare il tumore. Altre patologie renali chiamate in causa sembrano essere la sclerosi tuberosa
e la nefropatia da analgesici, quest’ultima correlata soprattutto all’abuso di fenacetina (analgesico). Da non sottovalutare,
inoltre, sono i fattori occupazionali: l’esposizione a derivati del petrolio, zinco e cadmio si associa allo sviluppo di neoplasie
renali.
I sintomi e i segni
La sintomatologia classica di questo tumore è rappresentata da tre aspetti ben chiari: ematuria (perdita di sangue con le
urine), dolore e massa palpabile. Talvolta, però, questi sintomi sono presenti solo nella fase avanzata della malattia. Spesso
la malattia può esordire con un quadro molto più complesso: anemia, febbricola, ipercalcemia (aumento dei livelli
di calcio nel sangue), configurando quella che viene definita la sindrome paraneoplastica. Inoltre nell’uomo, soprattutto
nei casi localmente avanzati, un reperto caratteristico può essere l’insorgenza acuta del varicocele (dilatazione delle
vene spermatiche) per compressione o trombosi della vena spermatica sinistra. Il carcinoma renale può diffondersi direttamente
a tessuti e organi vicini, sia per via linfatica che per via ematica. Le sedi più frequenti di metastasi sono i linfonodi,
polmoni, fegato, ossa, rene controlaterale, cervello, milza, grosso intestino e cute.
La patologia
La classificazione istopatologica attualmente utilizzata è quella di Mainz, che distingue
l’adenocarcinoma a cellule chiare, a cellule cromofile, a cellule cromofobe, il carcinoma dei dotti collettori e l’oncocitoma;
quest’ultimo, essendo quasi sempre di natura benigna, può essere
sottoposto a chirurgia conservativa, ovvero all’asportazione del solo tumore, con conservazione del rene.
La diagnosi
Oltre ad un corretto esame clinico, assume importanza rilevante la diagnostica strumentale che viene compiuta attraverso l’ecografia,
che è in grado di discriminare una massa solida (sospetta per neoplasia) da una massa cistica, e la Tomografia Assiale Computerizzata
(Tac), che risulta fondamentale per valutare la presenza di masse di piccole dimensioni, e che permette di valutare l’estensione
della malattia. Altre indagini utilizzate per una corretta stadiazione della malattia (presenza di metastasi a distanza) sono: Radiografia
del torace, Scintigrafia ossea, Urografia (radiografia dell’apparato urinario visualizzato attraverso la somministrazione
di mezzo di contrasto), Risonanza Magnetica (Rmn). Quest’ultima, se associata alla Tac, può fornire immagini tridimensionali
della massa neoplastica al fine di una ottimale programmazione chirurgica.
Gli esami di laboratorio
Tra questi, possono subire delle modificazioni l’azotemia, la clearance della creatinina e la calcemia. Inoltre, tipico è
il rilievo dell’incremento della fosfatasi alcalina e dell’enzima latticodeidrogenasi (LDH). L’agobiopsia della
lesione renale sospetta talvolta viene sconsigliata per il rischio di disseminazione della neoplasia.
La strategia terapeutica
La chirurgia rappresenta l’intervento di prima istanza per il trattamento delle forme localizzate e di quelle localmente avanzate
di questa neoplasia. In base all’estensione della malattia e alla situazione clinica del paziente, può essere effettuata
secondo diverse modalità: nefrectomia radicale classica (asportazione del rene, del surrene, del grasso perirenale e della
capsula di Gerota, parte dell’uretere e dei linfonodi locoregionali), nefrectomia semplice (asportazione solo del rene), nefrectomia
parziale o enucleazione (nei tumori di piccole dimensioni), nefrectomia per via laparoscopica, resezione del tumore esteso alla
vena cava. Anche nella fase metastatica della malattia il trattamento chirurgico potrebbe essere considerato una valida opzione
terapeutica: alcuni studi hanno infatti dimostrato che l’asportazione del tumore primitivo migliora le risposte che si ottengono
con la terapia medica. Tale indicazione oggi si addice soprattutto per i pazienti con una lunga aspettativa di vita e in buone condizioni
generali. La chirurgia rimane quindi l’intervento di prima istanza.
Il ruolo della chirurgia
La chirurgia rappresenta ancora oggi uno dei trattamenti più efficaci per poter ottenere un miglioramento della sopravvivenza
a 5 anni. Al momento della diagnosi, circa i due terzi delle neoplasie sono confinate al rene e in tal caso la sopravvivenza a 10
anni dopo l’intervento chirurgico si aggira intorno al 70%. In un terzo dei casi la malattia si presenta in fase localmente
avanzata: se vi è solo interessamento dei linfonodi, la sopravvivenza a 5 anni è del 30%, ma si riduce al 15-20% nella
malattia metastatica o avanzata, con il 50% dei pazienti che non sopravvive oltre a 6 mesi.
La terapia medica
Diversi approcci sono stati utilizzati nel trattamento del carcinoma renale metastatico: ormonoterapia (ormai del tutto abbandonata),
chemioterapia e immunoterapia. L’immunoterapia consiste nella somministrazione sottocutanea di farmaci che stimolano il sistema
immunitario contro le cellule estranee come quelle tumorali. L’utilizzo di alfa-interferone ricombinante e/o di interleuchina-2
(da soli o in associazione a farmaci citotossici come ad esempio 5-fluorouracile) sono stati in grado di determinare regressioni
parziali della malattia della durata di circa 4-6 mesi; l’effetto collaterale più frequente del trattamento immunoterapico
è rappresentato dalla sindrome simil-influenzale caratterizzata da febbre, astenia, dolori muscolari. I regimi di chemio-immunoterapia,
pur determinando un aumento delle percentuali di risposte e della sopravvivenza libera da malattia a un anno, non hanno modificato
sostanzialmente la sopravvivenza globale dei pazienti. Fino a un passato recentissimo tutte queste terapie non hanno inciso in modo
determinante sull’esito del carcinoma renale avanzato o metastatico. Oggi, grazie all’introduzione di nuove terapie
più specifiche e mirate, è possibile affermare che la prognosi di questa patologia ha subito sostanziali miglioramenti.
Le terapie molecolari
A differenza dei farmaci antitumorali convenzionali, che sulla base del loro meccanismo di azione colpiscono indistintamente sia
le cellule tumorali che quelle normali, causando gravi e numerosi effetti collaterali nocivi per il paziente, oggi sono state identificate
e selezionate nuove molecole in grado di colpire selettivamente particolari processi della cellula tumorale, chiamate terapie molecolari
mirate.
I continui progressi della scienza hanno messo in evidenza una serie di processi estremamente complessi, responsabili della formazione
dei tumori (cancerogenesi), sui quali è possibile intervenire bloccando sia lo sviluppo diretto del tumore sia la formazione
di nuovi vasi sanguigni (angiogenesi) che portano le sostanze nutritive necessarie alla crescita e alla sopravvivenza del tumore
stesso.
In generale si può affermare che queste nuove terapie rappresentino una rivoluzione nel trattamento dei tumori: si sta passando
infatti, per la valutazione dell’efficacia di un trattamento, dal concetto di riduzione della massa tumorale a quello di stabilizzazione
e controllo della malattia.
Tra le terapie molecolari mirate attualmente in fase avanzata di sviluppo ci sono: sorafenib, sunitinib e bevacizumab. Il sorafenib
è un composto somministrabile per via orale in grado di esercitare sia un effetto contro l’angiogenesi sia un effetto
diretto sulla crescita della cellula tumorale. Per verificare l’efficacia di sorafenib, a seguito di studi di fase II che
hanno dato risultati molto promettenti, è stato pianificato e realizzato il più grosso studio di fase III nel tumore
del rene avanzato. Da un’analisi non ancora definitiva di questo studio, in cui sono stati arruolati 903 pazienti (di cui
metà trattati con il farmaco e metà trattati con placebo) è emerso che sorafenib ha raddoppiato il tempo libero
da progressione di malattia. Alla luce di questi risultati l’FDA (Food and Drug Administration, l’ente americano che
approva i farmaci) ha stabilito che non fosse etico continuare a trattare i pazienti con placebo, e ha quindi permesso loro di assumere
sorafenib. Gli ultimi risultati (non ancora definitivi) indicano che i pazienti trattati con sorafenib hanno una sopravvivenza media
di 19,3 mesi mentre la sopravvivenza mediana dei pazienti trattati soltanto con placebo è stata di 14,3 mesi. In tutti gli
studi sino ad oggi condotti con sorafenib si è riscontrata una stabilizzazione di malattia in circa l’80% dei casi
La tollerabilità del farmaco è stata buona e le reazioni avverse di rilievo si sono limitate ad un 6% di reazioni
cutanee mano-piede e 4% di ipertensione. Una valutazione della qualità della vita condotta su questi pazienti ha evidenziato
che sorafenib non influenza negativamente la qualità di vita dei pazienti correlata allo stato di salute. Il farmaco sta
ottenendo l’approvazione in Europa (EMEA) per il trattamento di pazienti con carcinoma renale metastatico in progressione
di malattia dopo immunoterapia e in quei pazienti che non possono essere trattati con immunoterapia.
Anche il sunitinib è un composto somministrabile per via orale, in grado di esercitare effetti diretti sia contro l’angiogenesi
che sulla crescita della cellula tumorale. Sunitinib è stato valutato in due studi di fase II non comparativi (cioè,
senza alcun confronto con altri farmaci o con placebo) condotti su un totale di 168 pazienti con carcinoma renale metastatico ricaduti
dopo trattamento con immunoterapie. L’analisi globale ha indicato che il 61,3% dei pazienti ha ottenuto riduzioni più
o meno evidenti della massa tumorale mentre il 29,1% non ha avuto una progressione della malattia. Il 50% dei pazienti è
rimasto libero da progressione della malattia per un periodo di 8,2 mesi. Ad oggi solo uno dei due studi ha fornito delle informazioni
sulla sopravvivenza media che è stata di 16,4 mesi. La maggior parte degli eventi avversi di grado moderato o serio era rappresentata
da senso di stanchezza (11%), diarrea (3%), ipertensione (6%) e mucositi. Questi dati hanno giustificato l’attivazione di
uno studio di fase III che ha confrontato sunitinib con una immunoterapia in pazienti con carcinoma renale metastatico non precedentemente
trattati. I dati recentemente presentati seppur non definitivi sono incoraggianti. Il farmaco sta ottenendo l’approvazione
in Europa (EMEA) per il trattamento di pazienti con carcinoma renale metastatico in progressione di malattia dopo immunoterapia.
Bevacizumab è, invece, un anticorpo monoclonale somministrabile attraverso iniezione che si lega e neutralizza il VEGF circolante
(uno dei fattori di crescita responsabile dell’angiogenesi). Approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) nel febbraio
2004 per il trattamento del carcinoma del colon retto, è attualmente in fase di studio in altri tipi di tumori tra cui il
carcinoma renale metastatico.
In questa patologia è stato condotto uno studio di fase II in 116 pazienti in cui sono stati saggiati due diversi dosaggi
di bevacizumab verso placebo. In entrambi i gruppi di pazienti trattati con bevacizumab si è osservato un prolungamento del
tempo alla progressione di malattia rispetto al gruppo di pazienti trattati con placebo. Tuttavia, tale prolungamento è risultato
significativamente maggiore nei pazienti trattati con la dose più alta di bevacizumab. La tollerabilità del prodotto
è stata nel complesso buona con comparsa di episodi di ipertensione e proteinuria asintomatica, in particolare nei pazienti
trattati con la dose più alta di bevacizumab. Attualmente è in corso l’analisi dei risultati di uno studio di
fase III a conferma dei primi dati sopra esposti.
Il trattamento in base allo stadio
Nello stadio I della malattia le opzioni terapeutiche standard sono: nefrectomia radicale, nefrectomia semplice o nefrectomia parziale;
radioterapia palliativa per alleviare i sintomi nei pazienti inoperabili; embolizzazione arteriosa come terapia palliativa.
Se il paziente ha già raggiunto il secondo stadio le opzioni terapeutiche standard sono: nefrectomia radicale o parziale,
nefrectomia prima o dopo la radioterapia; radioterapia palliativa per alleviare i sintomi nei pazienti non operabili, embolizzazione
arteriosa come terapia palliativa.
Allo stadio III si interviene con la nefrectomia radicale e nella stessa sede il chirurgo potrebbe decidere di rimuovere anche i
vasi sanguigni del rene e alcuni linfonodi. Vengono utilizzate anche l’embolizzazione arteriosa, seguita da nefrectomia radicale,
e la radioterapia palliativa per alleviare i sintomi e migliorare la qualità di vita nonché l’embolizzazione
arteriosa come terapia palliativa.
Sempre a scopo palliativo si utilizza anche la nefrectomia, così come la radioterapia prima o dopo nefrectomia radicale.
Non è stata ancora confermata l’efficacia della terapia biologica in questo stadio.
Se la neoplasia ha già raggiunto lo stadio IV, le opzioni terapeutiche standard saranno le seguenti: terapia biologica; radioterapia
palliativa; nefrectomia a scopo palliativo; nefrectomia radicale, con o senza exeresi delle metastasi in altri organi.
Il cancro del rene recidivante
Le opzioni terapeutiche standard saranno le seguenti: terapia biologica, radioterapia palliativa, per alleviare i sintomi e migliorare
la qualità di vita, e chemioterapia.
L’insostenibile pesantezza della malattia
Per anni la sua stessa esistenza è stata messa in discussione o interpretata come mero effetto psicologico, ma oggi la fatigue
che affligge i malati di cancro viene considerata a tutti gli effetti una delle componenti che più contribuiscono a rendere
difficile la vita della stragrande maggioranza dei pazienti. Ciò nonostante, e forse anche a causa delle reticenze del passato,
non c’è ancora un accordo univoco sulla sua definizione né, tantomeno, sul suo trattamento. Anche per questo
se ne sono occupate diverse relazioni all’ultimo congresso dell’American Society for Clinical Oncology (Asco), mentre
un team di oncologi dello University of Rochester Medical Center ha stilato una pubblicazione molto dettagliata e l’ha inviata
a migliaia di specialisti del paese, nell’intento di fare chiarezza sullo stato dell’arte. "Vivere con la fatigue"
ha premesso Joseph Roscoe, coautore della pubblicazione, docente allo University James Wilmot Cancer Centre ed ex malato di cancro
"è come vivere in uno stato di perenne jet lag e, ciò che è più grave, porta molti pazienti a decidere
di interrompere le terapie per cercare di sentirsi meglio; in diversi studi, la fatigue da cancro, che non passa con il riposo o
con il sonno, dura per mesi e viene considerata dai malati più stressante della nausea, del dolore o della depressione. Per
questi motivi è indispensabile intensificare gli sforzi per identificare strategie e cure per contrastarla in maniera più
efficace".
Lo stato dell’arte compilato dagli specialisti di Rochester, e pubblicato sulla rivista The Oncologist, è articolato
su sei punti fondamentali:
Dimensioni del problema. Degli 1,3 milioni di americani che hanno avuto una diagnosi di tumore nel 2005, il 95 per cento
ha ricevuto una chemio o una radioterapia che con ogni probabilità hanno causato fatigue: diverse rilevazioni mostrano che
la percentuale di persone colpite dalla sindrome è compresa tra il 70 e il 100 per cento di coloro che vengono trattati con
una chemioterapia e il 90 per cento dei pazienti sottoposti a radioterapia. Il 40 per cento dei malati, del resto, riferisce un
inusuale indebolimento già al momento della diagnosi, fatto che dimostra che la fatigue può essere considerata a tutti
gli effetti tanto una manifestazione precoce della malattia quanto una conseguenza dei trattamenti ricevuti.
Cause. La fatigue intacca l’integrità di molti sistemi interconnessi: quello biochimico, quello fisiologico
e quello psicologico. Le conseguenze variano da individuo a individuo e durante le diverse fasi del trattamento. Probabilmente coinvolge
il sistema endocrino, i ritmi circadiani, il metabolismo, il rilascio di citochine e la produzione di serotonina. E’ necessario
identificare con maggiore precisione i fattori predisponenti, al fine di sviluppare strategie di prevenzione e di cura più
efficaci.
Misurazione dei sintomi soggettivi. Sono stati messi a punto più di 20 diversi metodi di quantificazione, che vanno
dal questionario a domande uniche alle valutazioni multidimensionali delle funzioni fisiche, psicologiche ed emozionali dei pazienti.
La maggior parte dei malati è in grado di attribuire un punteggio da uno a dieci al proprio malessere; in ogni caso, l’elemento
cruciale è la distinzione della fatigue dai sintomi che hanno origine diverse come la depressione, e il trattamento adeguato.
Disturbi del sonno riconducibili al tumore e alla fatigue. Il 25-30 per cento di tutte le prescrizioni dei medici collegate
alla fatigue riguarda disturbi del sonno e farmaci ipnotici o ipnoinducenti per combatterli. Alcuni studi dimostrano che la gravità
dei disturbi del sonno è proporzionale a quella della fatigue, suggerendo l’esistenza di una rapporto molto stretto
tra le due cose.
Rimedi farmacologici. Il primo provvedimento da assumere per combattere la fatigue è quello di contrastarne le cause
note come l’anemia, il dolore o la depressione. Diversi studi mostrano che i farmaci usati per l’anemia alleviano i
sintomi della fatigue; altri farmaci attivi sono gli psicostimolanti, ma è indispensabile condurre ulteriori ricerche.
Rimedi non farmacologici. Un numero crescente di pubblicazioni pone l’accento sui rimedi non farmacologici quali l’esercizio
fisico, le tecniche di meditazione e di riduzione dello stress, lo yoga, le terapie nutrizionali, quelle comportamentali e molto
altro; molti pazienti, del resto, vi ricorrono, spesso senza parlarne al proprio medico curante. E’ importante intensificare
le ricerche nel settore.
E proprio in questa direzione va uno degli studi presentati all’Asco, che aveva come oggetto il ginseng, tonico naturale molto
utilizzato dai pazienti oncologici. Debra Barton e il suo gruppo della Mayo Clinic di Rochester hanno infatti randomizzato quasi
300 pazienti di età diverse e con neoplasie differenti per tipo e gravità, ma tutti colpiti da fatigue per almeno
un mese precendente il trattamento, a ricevere un placebo oppure capsule di ginseng per un dosaggio complessivo di 705, 1.000 o
2.000 milligrammi al giorno per almeno sei mesi. Alla fine la fatigue è stata studiata con valutazioni di vario tipo e tenendo
anche presente il fatto che i malati, durante la sperimentazione, stessero o meno seguendo una radio o una chemioterapia. Il risultato
è stato che i due dosaggi più alti (1 e 2 grammi giornalieri) alleviano sensibilmente i sintomi principali: il 25
per cento dei malati che avevano assunto un grammo e il 27 per cento di quelli che avevano assunto due grammi di ginseng si sentivano
“discretamente meglio” o “molto meglio”, contro solo il dieci per cento di coloro cui erano stati destinati
750 milligrammi della radice o del placebo.
Lo studio è stato condotto utilizzando un’unica preparazione di ginseng, e non sono state fatte indagini per capire
quale dei ginsenosidi (sostanze ad attività steroidea) sia il responsabile dell’effetto rilevato. "Anche se non
possiamo ancora consigliare a tutti coloro che sono colpiti da fatigue l’assunzione di ginseng" ha commentato all’Asco
Debra Barton "questi risultati sono promettenti e dimostrano l’utilità di studi ancora più approfonditi,
che definiscano qual’è il componente attivo e aiutino a identificare le caratteristiche dei pazienti che più
ne possono trarre giovamento. Al tempo stesso è necessario che i malati siano estremamente cauti nell’acquistare preparazioni
non standardizzate e delle quali non è nota la composizione nel dettaglio, dal momento che la legislazione attuale è
ancora estremamente carente quanto a sicurezza e qualità".
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