Esegui una ricerca

Informativa privacy

Nella professione medica il burnout è il vero nemico da cui guardarsi

Monica Melotti, N. 11 novembre 2007

Il disturbo del burnout, come dimostra un’ampia letteratura, è molto diffuso tra il personale sanitario, con un impatto rilevante sui singoli operatori, sull’efficienza delle strutture stesse e infine sul paziente. Per burnout si intende una reazione allo stress cronico da lavoro. L’espressione anglosassone, traslata prima dalla terminologia tecnica (cortocircuito da sovraccarico elettrico) e poi da quella sportiva (l’atleta che non riesce più a riprodurre i risultati di un tempo nonostante sia in perfetta forma fisica), è approdata al linguaggio della sociologia grazie a Cristina Maslach, psicologa dell’Università di Berkeley, che ha definito in questo modo una sindrome emotiva che colpisce soprattutto le professioni sanitarie, in particolare i medici. "Il burnout è riconosciuto anche dal Piano Sanitario Nazionale tre le “patologie da rischi emergenti” legate a fattori psico-sociali associati a stress", spiega Ferdinando Pellegrino, direttore dell’Unità Operativa di salute mentale dell’Asl Salerno1 – Costa d’Amalfi. "Di più, con il decreto del 27 aprile 2004 (G.U. 134 del 10 giugno) il ministero del Welfare, aggiornando l’elenco delle patologie per le quali è obbligatoria la denuncia del medico all’Inail, ha inserito tra i nuovi agenti patogeni le disfunzioni dell’organizzazione del lavoro e le malattie connesse. Non è cosa da poco e le aziende (non solo quelle sanitarie) sono sempre più attente al problema: se il dipendente sta male, l’insieme ne risente".

Medico, una professione logorante
Tutti i giorni il medico deve confrontarsi con il dolore e la sofferenza e proprio in questo contesto trova spazio il burnout. Ne possono soffrire tutti coloro che svolgono le cosiddette “professioni di aiuto”, il cui tratto distintivo consiste nel prendesi cura di altre persone in una relazione caratterizzata da forte coinvolgimento emotivo. In particolare accusano questo disturbo medici, infermieri, assistenti sociali, ma anche insegnanti, funzionari pubblici e religiosi. "I soggetti colpiti da burnout soffrono di numerosi sintomi psicosomatici, come affaticamento fisico ed esaurimento mentale, incapacità a concentrarsi, depressione, ansietà, insonnia, irritabilità, cinismo e possono incorrere più facilmente nell’alcolismo e nella tossicodipendenza", continua Pellegrino. "Ma il tratto distintivo è la perdita di interesse per la propria vita lavorativa. In alcuni casi il disturbo può progredire fino a manifestarsi in patologie psichiatriche riconosciuta del DSM IV, quali disturbi dell’umore, della sfera narcisistica e dell’immagine di sé".
Per valutare il burnout del personale che opera nei servizi sanitari viene utilizzato il Maslach Burnout Inventory (MBI). Sviluppato dalla psicologa americana, si tratta di un test psicometrico che consiste in ventidue affermazioni relative a sentimenti o valutazioni personale (ad esempio: “mi sento emotivamente prosciugato dal mio lavoro”, “sono preoccupato che questo lavoro mi stia rendendo emotivamente più duro”. Ma anche frasi di segno opposto: “io posso creare facilmente una situazione rilassata con i miei assistiti), alle quali il soggetto esaminato risponde indicando la frequenza con cui sperimenta tali sensazioni nella sua vita lavorativa. Il punteggio ottenuto misura, in modo indipendente, esaurimento emotivo, depersonalizzazione e percezione di insufficiente realizzazione personale. Gli esperti sottolineano che fatale non è tanto lo stress in sé ma lo stress cronico, in particolare se associato a insoddisfazione personale, perdita di prestigio, ruolo frustrante, burocrazia assillante o sistema di regole opprimenti. In sostanza, l’elemento scatenante non sarebbe solo il peso della professione quanto la rigidità del sistema in cui si lavora. Ma un altro elemento pesa come un macigno: il medico ha perso creatività, è prigioniero della routine.

Prevenire il burnout
I tentativi di soccorrere il medico ammalato si moltiplicano. Tuttavia non c’è ancora una soluzione specifica e ci si limita a sperimentare, a ipotizzare strategie o collaudare percorsi terapeutici multidisciplinari. Per cui si va dal team di autoaiuto agli incontri di gruppo, fino ai trattamenti antidepressivi classici."L’obiettivo di ogni medico e struttura sanitaria dovrebbe essere quello di ottenere per sé una situazione di engagement professionale, cioè la partecipazione motivata, e con soddisfazione, al proprio lavoro", spiega l’esperto. "L’antico monito “Cura te ipsum, medice” rischia di passare ancora una volta inascoltato. Spesso infatti il medico non è consapevole di quello stress professionale, incessante e insidioso che gli avvelena la vita. Al medico di oggi la società chiede qualcosa di più che in passato, ma spesso non gli fornisce gli strumenti per aggiornarsi e adeguarsi alle nuove necessità".
Per combattere il burnout, gli studiosi ritengono utile attuare una strategia di prevenzione e trattamento a livello individuale, che si fonda sulle capacità di:

  • comprendere i propri limiti e imparare a prendersi cura di se stessi, adottando uno stile di vita che promuova il benessere (riposo adeguato, alimentazione corretta, esercizio fisico, tempo per la famiglia e gli amici).
  • cercare il sostegno e la solidarietà dei propri colleghi, migliorando la propria capacità di comunicazione.
  • evitare di cadere nel cinismo.
  • coltivare il proprio lato spirituale e dedicarsi a interessi e letture al di fuori del lavoro.

A livello dell’ambiente di lavoro vengono, invece, considerati utili gli interventi per:

  • guadagnare controllo sull’ambiente lavorativo, ottenendo la possibilità di regolare il carico di lavoro e adeguati sistemi di supporto amministrativo.
  • interagire con la struttura lavorativa allo scopo di consentire la partecipazione dei medici ai processi decisionali, promuovere il lavoro di squadra.
  • ottenere dalla struttura lavorativa una collaborazione per limitare i disagi dovuti all’interferenza tra lavoro e famiglia (la disponibilità di asili nido interni e di orari flessibili o di part-time contribuisce a costruire la fedeltà dei dipendenti verso la struttura).

Il problema è ubiquitario
Alcuni anni fa un’indagine dell’Ordine dei medici di Torino su 250 iscritti di tutte le specializzazioni aveva fatto emergere che il 45% degli intervistati conviveva con livelli rilevanti o altissimi di stress. E le cose non vanno meglio in Liguria. Nel 2004 la Federazione delle associazioni territoriali dei medici di medicina generale che fa capo a Massimo Blondett, lavorando con l’Ordine di Genova e la Fondazione Smith Kline, ha ulteriormente definito i contorni del disagio. Oltre ai rapporti non sereni con le Asl e talvolta pure con i colleghi, i medici genovesi (soprattutto generalisti) trovano assillanti e deprimenti gli adempimenti burocratici, la pressione ricatto dei pazienti, la sensazione di essere usati dalle istituzioni. Da qui la perdita di entusiasmo, il disagio e le frustrazioni, che si trasformano in distacco dai malati (32%), ansia (34), disturbi del sonno (32), conflitti in famiglia (26), per finire con la conseguenza più privata di tutte: i disturbi sessuali (8 per cento). Lo scenario delineato dalla ricerca è inquietante. Sulla base dei parametri del burnout circa la metà dei medici di famiglia europei presenta sintomi di esaurimento emotivo. Gli Italiani si collocano nella fascia di rischio alta, nettamente sopra la media (stanno meglio gli svedesi, peggio i bulgari). Un’indagine condotta in un ospedale del centro Italia ha fotografato le categorie a rischio di burnout: 56% medici ospedalieri, 50% generalisti, 70% infermieri. In Germania ed in Ungheria si rileva una tendenza doppia al suicidio nelle donne medico rispetto alla popolazione femminile di controllo.
"Bisogna mettere i medici a confronto", conclude Pellegrino. "Farli parlare perchè facciano emergere anche i problemi inconfessati. E poi si può intervenire sui sistemi organizzativi all’interno delle strutture per distribuire la responsabilità senza sovraccaricare il singolo. Ma un aspetto non si può negare: il medico è fondamentalmente pessimista, ha perso la capacità di motivarsi e di rinnovare il proprio entusiasmo. A qualsiasi età"

Gli oncologi e il burnout
Avere a che fare tutti i giorni con la sofferenza connessa a un tumore è molto difficile. Non solo per chi lo vive in prima persona o come parente di un malato, ma anche per chi sta dall’altra parte, e cioè per i medici, gli infermieri e tutti coloro che lavorano negli staff oncologici. Non a caso lo stress, la depressione e un insieme di varie manifestazioni di disagio psicologico noto come sindrome da burnout rappresentano, per gli oncologi e per gli infermieri dei reparti in cui si curano i tumori, più che per altri specialisti, una vera e propria malattia professionale. Lo ha dimostrato ancora una volta uno studio condotto in Gran Bretagna, presso la University School of Nursing e il Midwifery and Social Work and Christie Hospital di Manchester, da Chris Todd, e pubblicato sulla rivista Royal College of Physicians - Clinical Medicine. Nell’ambito della ricerca, circa 400 oncologi e specializzandi sono stati invitati a compilare un questionario studiato apposta per verificare il livello di stress e depressione. Alla fine è emerso che circa un quarto aveva sintomi riferibili a entrambe le condizioni, uno su dieci mostrava sintomi clinici di una grave depressione e 15 medici pensavano spesso al suicidio. Tra i motivi più frequentemente collegati al disagio sono emersi il troppo lavoro e la mancanza di tempo per svolgerlo al meglio, la paura di fare errori, la necessità di parlare e avere a che fare con i parenti dei malati, a loro volta vittime di depressioni più o meno gravi, e la scarsità di supporti psicologici adeguati.
Manuel Katz, psicologo della società Suono e Silenzio e coordinatore del servizio di psiconcologia del Centro per lo Studio e la Prevenzione Oncologica di Firenze, da diversi anni lavora con gli oncologi italiani. Di recente ha analizzato i dati di un’importante indagine svolta a livello nazionale su più di 350 operatori tra specialisti, infermieri e altri membri degli staff oncologici; dati che sono stati presentati al congresso dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom). "Quella che si va delineando" spiega Katz "è una situazione a macchia di leopardo, con punte di eccellenza e centri invece dove il livello di stress è molto alto. Non c’è una caratterizzazione geografica, ma molto dipende dai dirigenti, in primo luogo dai primari. Laddove il primario capisce quanto sia importante avere medici e infermieri in grado di fare i conti con una realtà spesso dura, di trovare momenti adeguati per ricaricarsi, di lasciare che le emozioni facciano parte del loro modo di essere e di lavorare in maniera costruttiva, i risultati si vedono. Nelle realtà in cui, invece, quella che io chiamo la “manutenzione emotiva” viene considerata una perdita di tempo, le conseguenze non tardano a manifestarsi. In un certo senso" continua Katz " è come considerare inutile il tagliando dell’automobile, salvo poi dover riparare danni ben peggiori. E’ davvero importante (e i numeri lo dimostrano) trovare gli spazi, gli investimenti (ma le aziende volentieri finanziano iniziative in questo senso) e il tempo per prevenire il burn out e per fornire agli operatori tutti gli strumenti necessari per lavorare al meglio. Solo così potranno prendersi cura delle persone e non cercare di curare solo la malattia, evitando di trasformarsi essi stessi in pazienti".

I soggetti a rischio

  • I giovani, soprattutto durante gli anni di tirocinio, quando le esigenze dell’apprendimento sottraggono tempo ed energie alla costruzione della vita famigliare ed affettiva.
  • Chi è sovraccaricato di lavoro non può esercitare un controllo sui tempi e modalità del suo servizio (eccessive incombenze amministrative, lavoro notturno e festivo, necessità di mantenersi aggiornato, lavoro condizionato da inadeguate risorse economiche).
  • Chi, a causa del lavoro, non trova il tempo per occuparsi della famiglia: in particolare le donne medico con figlie e chi non ha un coniuge che lo supporti nell’attività.
  • Chi non vede riconosciuto il suo lavoro da parte dei pazienti e delle strutture per cui lavora.
  • Chi non trova il modo di proseguire un cammino di crescita personale e professionale.
  • Chi ha un esagerato senso di responsabilità e non riesce a mantenersi all’altezza dei suoi riferimenti ideali di professionalità.

Torna ai risultati della ricerca