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Il paziente smarrito
Monica Melotti, N. 1/2 gennaio/febbraio 2008
La malattia non si verifica solo nel corpo, ma anche nella mente. Dietro a un sintomo ci sono le angosce, le paure, i timori di
un individuo. Ma secondo una ricerca europea pubblicato dalla rivista “Annals of Internal Medicine” il dottore, dopo
18 secondi dall’inizio della visita medica, comincia a porre domande chiuse al paziente, senza dargli il tempo di spiegare
la sua storia personale. Basterebbero invece due minuti di un silenzio attento, sostengono i ricercatori, per raccogliere un numero
assai maggiore di informazioni. Non solo, spesso i medici non parlano lo stesso linguaggio dei loro pazienti. Termini incomprensibili
su cui il paziente, magari perché anziano o con poca cultura o in soggezione, non chiede chiarimenti. Il risultato? "Se
il paziente non ha il tempo di esprimere in modo completo le sue sensazioni e le sue preoccupazioni, è possibile che si dimentichi
qualche dato fondamentale della malattia", dice il professor Egidio Moja ordinario di psicologia alla Facoltà di medicina
e direttore del Centro Cura di Milano, il primo centro italiano che si occupa di migliorare la comunicazione e la relazione in medicina
(vedi box). "Pochi minuti possono essere sufficienti, ma devono essere spesi bene: è un problema di qualità non
di quantità. Il medico deve esplorare diverse aree del paziente: quella delle interpretazioni di malattia, quella emotiva
e l’area delle aspettative. Deve lasciare spazio alla persona, al suo vissuto emotivo per capire come vive la malattia. Faccio
un semplice esempio: il paziente chiede un esame che il medico ritiene assolutamente inutile. La risposta corretta non è
un “assolutamente no!” ma il clinico deve innanzi tutto capire le ragioni che stanno alle spalle della richiesta. Attenzione:
capire non significa assecondare".
Un altro aspetto importante è la comunicazione non verbale, tema affrontato durante la recente “Conferenza sulla comunicazione
per la salute” che si è tenuta presso l’Università di Milano. "Quando la salute è minacciata
seriamente, il malato vive una situazione di sudditanza psicologica verso il medico", continua il professore. "Anche in
questi casi la comunicazione gioca un ruolo estremamente importante. Molti dati sono addirittura ovvi: è chiaro che se il
medico sbadiglia il suo livello di attenzione verso il paziente è per lo meno modesto. Ma recenti dati sottolineano l’importanza
di aspetti non verbali assai più difficili da controllare: ad esempio sembra che il timbro della voce del medico possa essere
uno degli elementi che rassicurano o meno il paziente". Ma un buon medico come dovrebbe interagire con il proprio paziente?
Non c’è una ricetta precisa ma forse c’è un consiglio generale che può essere dato: prima di indicare
un percorso in campo diagnostico o in campo terapeutico, prima insomma di esporre il proprio parere, il clinico cerchi non solo
di raccogliere i dati biomedici ma anche la prospettiva che il paziente ha su di essi". Si tratta insomma di trovare il modo
per reintrodurre nella figura del medico di oggi qualcosa che lo riavvicini all'ideale del "medicus amicus" di Seneca:
dotato di virtù come affabilità e misericordia, disinteressato al denaro, sinceramente preoccupato per il suo paziente,
presente nei momenti critici. E certamente un po' filosofo, come ebbe a dire secoli dopo, Augusto Murri, tra i maggiori clinici
dell'Ottocento.
Il doctor shopping
Se manca il dialogo si verifica il cosiddetto doctor shopping, un fenomeno in costante crescita nella nostra società. In
pratica i pazienti insoddisfatti cambiamo frequentemente il medico alla ricerca di trovare qualcuno capace di ascoltarli.
Con il rischio di trovare personaggi spregiudicati e di affrontare terapie inutili a volte invasive. Diverse ricerche hanno anche
evidenziato che quando il medico parla lo stesso linguaggio dei pazienti è molto più probabile che questi ultimi non
solo seguano in modo accurato le istruzioni ricevute, ma escano dall’ambulatorio più contenti e sollevati dalle proprie
preoccupazioni. I medici di famiglia , fra i loro tanti compiti, hanno anche quello di aiutare le persone a muoversi nel complesso
universo della medicina contemporanea. E il problema non è da sottovalutare. Negli Usa è stato stimato che ci sono
circa 90 milioni di persone la cui salute è a rischio perché non sono in grado di comprendere adeguatamente importanti
informazioni e di seguire in modo corretto la terapia.
Cosa succede dopo un tumore?
Sono tante le persone che hanno sofferto e che soffrono a causa di un cancro. La prima sensazione quando si apprende di essere ammalati
è quella della paura. La prima domande che ci si pone è “ce la farò?”, “ci sarà ancora
un domani per me?”.
Chi è passato attraverso questa esperienza, ma anche i familiari, sanno quanto è difficile affrontare un tumore, ma
la cosa più importante è non perdere la speranza, perchè oggi di cancro si può anche guarire. Ma come
vive una donna dopo un intervento di tumore al seno? Un’indagine condotta da Astra Ricerce per Europa Donna ha intervistato
più di 500 donne, operate al seno presso nove centri oncologici italiani. Obiettivo fondamentale dell’indagine era
quello di analizzare l’impatto sul lavoro delle donne operate al seno. A questo proposito, il 52% delle intervistate non ha
segnalato alcuna modifica conseguente all’intervento, ma il 21% delle già lavoratrici ha visto peggiorare significativamente
la sua condizione. All’opposto, un quarto delle donne che già lavoravano ha raccontato di avere avuto dei miglioramenti
in ambito lavorativo. Ad una domanda diretta, il 65% risponde negando qualunque penalizzazione professionale, ma il 32% sostiene
di averne sofferto. Dall’indagine emerge che solo il 30 per cento delle donne considera l’operazione molto disturbante.
Il disagio emerge nel tempo, frutto dell’insieme di esperienze: dalla paura della morte ai problemi della terapia (il 59%
vive male la chemioterapia, il 20% la radioterapia e la terapia ormonale). In ultima analisi la ricerca stimola una riflessione
sul significato più profondo di guarigione, che va oltre il superamento con successo di un intervento al seno abbracciando
le relazioni affettive, il riconoscersi in una nuova immagine del corpo e del sé più profondo e, non da ultimo, nell’essere
riconosciuta dalla società come un individuo con tutti i diritti.
Nasce “CENTRO CURA” a Milano
Pazienti insoddisfatti escono da uno studio medico e si infilano in un altro. Tempi ristrettissimi per una visita anche quando si
è alle prese con i mali dei bambini piccoli che non sanno descrivere i sintomi e con gli anziani che cercano anche un sostegno
psicologico ai loro acciacchi. E’ la scarsità delle attenzioni in una sanità ormai ridotta a una catena di montaggio
che crea sfiducia verso le terapie e porta i pazienti a una prassi ormai diffusa e pericolosa del “fai-da-te” che spinge
ognuno a variare dosi e tempi delle prescrizioni. Per cercare di porre un freno a queste situazioni è nato il Centro Cura
dell’Università degli Studi di Milano, che ha come scopo interventi di ricerca e formazione per migliorare la comunicazione
e la relazione in medicina. Direttore del centro è lo psicologo Egidio Moja, autore, con la dottoressa Elena Vegni, de “La
visita medica centrata sul paziente” (Cortina Editore) libro che ha avuto una notevole diffusione e di cui è prevista
a breve una nuova edizione.
Info: Centro Cura - Dipartimento di Medicina, Chirurgia e Odontoiatria dell’Università di Milano,
Ospedale San Paolo-Polo Universitario di Milano
tel. 02 50323129
fax 02 50323015
email centrocura@unimi.it - www.centrocura.info
La Testimonianza
Cosa succede quando è un medico ad ammalarsi? Renato Musumeci, radiologo dell’Istituto Nazionale dei t umori di Milano
racconta.
"Sono un radiologo, ora in pensione. Ho passato la vita all’Int di Milano: dal 1962, studente del quinto anno di medicina,
fino ai giorni nostri (primario e direttore di Dipartimento). Ho sempre auvuto una grande stima di me stesso, accompagnata ad una
discreta dose di arroganza, il mio fisico più che imponente me lo consentiva. Tutto sembrava procedere sulle ali di un incondizionato
successo, magari anche superiore ai reali meriti. Un giorno, però, il mio mondo si è fermato, per un rovinoso inciampare
su due banalissimi esami di laboratorio alterati ad un controllo annuale di routine. Un breve momento di smarrimento e incertezza
e poi i primi contatti con gli amici specialisti, i primi esami e l’autodiagnosi di doppio tumore renale di grandi dimensioni,
al limite della chirurgia. E tutto senza avvertire alcun sintomo. Nello spazio di un week-end, in pieno e totale benessere, mi sono
trovato nella più difficile situazione: dover accettare un futuro incerto, colmo di sofferenza e soprattutto di paura. La
malattia contro la quale avevo lottato per tutta la vita e che speravo forse di avere così esorcizzata mi si era rivoltata
contro, colpendomi proprio con un ultimo ulteriore sberleffo, nell’apparato corporeo nello studio del quale mi ero maggiormente
applicato durante la mia vita professionale: l’apparato urinario. Di colpo in un breve week-end ho dovuto affrontare la prova
più difficile della mia vita, con un grande rispetto per me stesso, ma anche e specialmente per la mia famiglia, mia moglie,
i miei figli, il mio lavoro e tutti coloro che da anni o anche da soli pochi mesi lavoravano assieme a me. Un impegno totale e senza
compromessi, esclusivo e non derogabile, una battaglia con un nemico che non conoscevo così da vicino, ma che volevo cercare
di vincere. Una battaglia crudele, una situazione mai sperimentata che, superato il primo smarrimento, mi ha dato invece forza.
Di colpo mi sono dovuto abituare ad essere dall’altra parte, a sperare, a combattere, non da solo però, ma dalla parte
di tutte quelle migliaia di persone alle quali, nel corso della mia vita professionale, avevo cercato di dare un aiuto sia tangibile,
risolvendo dei problemi, che psicologico spiegando, parlando per esorcizzare con loro la solitudine e la paura.
Un mondo di certezze che crolla di colpo, lo sbigottimento, la paura, la necessità (o solo la velleità?) di dimostrarsi
uomo forte, superiore a tutto ed a tutti, anche alla malattia. L’incredulità e la disperazione di tutta la mia famiglia,
la loro amorosa presenza, la forza del sentirli vicini, il desiderio e la speranza di non voler mollare, da loro aiutato e supportato.
Ma non solo. L’affetto e la disponibilità di tutti i miei amici e colleghi dell’Istituto o di altre strutture
sanitarie che si sono mossi professionalmente e umanamente per aiutarmi, senza inutili parole, senza nascondermi nulla delle loro
difficoltà e spronandomi esattamente come per tanti anni avevamo fatto assieme per i nostri pazienti. E questa volta ero
io che mi fidavo e speravo!Neppure un minimo dubbio sulla scelta del mio Istituto come sede ottimale per recuperare la salute perduta.
Ho voluto anche muovermi ed agire proprio come un paziente normale: mi sono imposto di collaborare al massimo con tutti, senza pregiudizio
e senza discussioni. Fiducia totale, ho demandato, consapevole della qualità della mia scelta, agli specialisti la gestione
della mia malattia, cercando di collaborare al massimo con loro. Ho visto con occhi diversi persone splendide nella competenza,
nella dedizione, nella disponibilità che ho visto anche non formale e dedicata a me, in quanto membro autorevole di un gruppo,
di una famiglia, bensì aperte a tutto quel mondo di sofferenza, di smarrimento, di paura che sono bagaglio di qualsiasi persona
abbia nel corso della sua vita l’avventura di doversi ricoverare all’Istituto Tumori di Milano. Tornato a casa, con
tutti i problemi di una convalescenza non certo semplice e scevra di difficoltà, ho avuto tanto tempo per rivedere tutta
la storia della mia vita, della mia malattia, di tutti coloro che per affetto, amicizia o anche solo grande professionalità
si erano adoperati per me. E finalmente si sono squarciate le nubi ed ho capito la realtà dell’Istituto. Ho capito
la sua eccellenza, negli anni e al di là e al di sopra delle persone che vi lavorano, al di là della politica, dei
governi, della dirigenza, della burocrazia".
Consigli Pratici
Come migliorare la comunicazione tra dottore e paziente e alleviare la sofferenza? Ecco i suggerimenti di Marisa Dal Maso, segretario
dell'Associazione Progetto Salute Valle dell'Agno Onlus.
- Da parte delle facoltà di Medicina: fornire agli studenti un'adeguata preparazione psicologica, attraverso esami obbligatori
per il conseguimento della laurea.
- Da parte dei media: rendere l'informazione ai cittadini meno spettacolarizzata e miracolistica (i medici di base riferiscono
un aumento di determinati sintomi dopo che certe trasmissioni televisive ne hanno parlato).
- Da parte delle associazioni: formare i volontari su come avvicinare il malato in fase terminale, sostenere i parenti nella fase
di lutto e così via; incoraggiare i contatti tra i diversi specialisti che curano una stessa persona.
- Da parte dei medici: essere consapevoli che chiarezza, attenzione, corretta informazione non sono un plus ma un dovere e un'abitudine
mentale; che il paziente è una persona, con debolezze, ansie e timori; che l'aspetto emotivo può alleviare o aggravare
la malattia.
- Da parte dei pazienti: chiedere qualsiasi chiarimento che si ritiene necessario e leggere bene i foglietti illustrativi dei
medicinali.
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