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Uranio impoverito: l’allarme continua

Paola Sarno, N. 1/2 gennaio/febbraio 2008

Torna alla ribalta l'allarme uranio impoverito. Ed è subito polemica, e guerra di cifre, sui dati forniti dal ministro della Difesa, Arturo Parisi alla Commissione d’inchiesta del Senato. E qui la questione diventa spinosa. Perché, oltre alle malattie dei militari impegnati in operazioni all'estero, ci sono casi di interi paesi, come l'Iraq, esposti - secondo alcuni con risultati gravissimi - all'impiego di proiettili e armi contenenti l'uranio impoverito. In Italia la commissione scientifica istituita in Italia nel 2001 e guidata dal famoso ematologo, Franco Mandelli, aveva stabilito che " una correlazione tra tumori ed esposizione all’uranio impoverito non è dimostrata". La commissione aveva preso in esame 28 casi di neoplasie maligne insorte nei militari che avevano partecipato alle missioni nei Balcani, e le aveva confrontate con i dati dei registri dei tumori italiani. In realtà, da studi successivi, è emersa una maggiore incidenza di linfomi di Hodgkin, ma senza poter stabilire un legame diretto con l'uranio. Naturalmente, tutti i numeri, i dati e le ricerche, forniscono certezze parziali, date con beneficio d'inventario: basta ricordare quanto tempo ci è voluto prima che venisse riconosciuta la pericolosità dell'amianto. E quando questo è avvenuto, ci si è accorti che l'amianto era ovunque, dai tetti alle tubature. Sarà così anche per l'uranio impoverito?

Le ultime vittime
Poco più di un anno fa mi è stato diagnosticato un tumore, "molto probabilmente" per una contaminazione da uranio impoverito subita in Iraq forse, o in Afghanistan, o in Somalia o in un altro dannato posto di guerra. Sono storie spesso taciute, ma reali e diffuse. Come quella di Paolo Floris, il ragazzo di 29 anni di Guspini, in provincia di Cagliari che il 21 ottobre scorso ha dichiarato all’Agenzia Italia attraverso il sito Vittimeuranio.com di essere l'ultimo militare italiano vittima da possibile contaminazione da uranio impoverito "Paolo”, ha spiegato Francesco Palese, curatore del sito, “ha effettuato il servizio di leva nel 1999 nel Poligono nazionale di Teulada dove era addetto al magazzino del Reggimento con compiti di guardia nella Polveriera. A settembre del 2006 gli e' stato diagnosticato un 'linfoma di Hodgkin 4° stadio b' che sta curando con dei cicli chemioterapici in un ospedale civile di Cagliari. Paolo”, ha continuato Palese, “e' stato anche licenziato lo scorso 11 settembre dall'impresa per cui lavorava dopo un anno di malattia e si ritrova adesso senza nessun aiuto e senza lavoro a combattere con una malattia all'ultimo stadio. Bisognerebbe sapere se i casi come il suo compaiono nelle liste ufficiali di cui si parla in questi giorni. I familiari del ragazzo chiedono il riconoscimento della causa di servizio".

Le cifre del ministero della difesa
Il ministro della Difesa, Arturo Parisi, ha detto l’8 novembre scorso a "Radio anch’io" che il governo è “determinato a sostenere ogni azione d’indagine... Se individuassimo anche un solo caso come riconducibile a fatti che sono nell’ambito della nostra responsabilità, dovremmo intervenire”. Parlava di “qualche decina” di soldati italiani morti e di “qualche centinaio che al momento risultano affetti da patologie tumorali”, forse dovute all’uranio impoverito. Lo stesso ministro della Difesa, già i primi del mese di ottobre scorso aveva parlato, invece di cifre, dicendo, davanti alla commissione d'inchiesta sull'uranio impoverito del Senato che erano 255 i militari italiani che hanno contratto malattie tumorali in dieci anni di missioni all'estero in Afghanistan, Iraq, Libano e Balcani nel periodo 1996-2006. Di questi, 37 sono morti, ossia il 14,5%. Nello stesso periodo i militari malati per tumore ma non impiegati all'estero sono stati 1.427.
Dei 255 militari malati di tumore in missione all'estero, 161 appartengono all'Esercito, 47 alla Marina, 26 all'Aeronautica e 21 ai Carabinieri. Dei 37 morti, 29 erano dell'Esercito, uno dell'Aeronautica e sette dei Carabinieri. “La Direzione generale di sanità militare non è al momento in grado di verificare quanti dei militari estranei alle missioni all'estero abbiano operato in poligoni di tiro nazionali”, ha detto aggiunto Parisi. Il ministro ha affermato inoltre che “non esiste alcun segreto di Stato sull'argomento”, ma “vari fattori hanno impedito sinora di raggiungere una solida base informativa. Queste sono le cifre che risultano dalla raccolta dei dati in possesso del sistema sanitario nazionale, che possono variare di qualche unità dopo le ulteriori verifiche di dati clinici e libretti personali”. Per avere un quadro completo vanno aggiunti i dati che si stanno raccogliendo presso i disciolti ex distretti militari. “Restano tuttavia fuori i casi di militari che si sono congedati da anni e che non hanno chiesto riconoscimento della causa di servizio. La loro malattia quindi potrebbe essere nota solo al Sistema sanitario nazionale e non anche a quello militare”. Ci sono inoltre 170 milioni di euro a finanziamento del decreto legge del 28 settembre scorso per il riconoscimento della causa di servizio ai militari che hanno contratto malattie durante il servizio, ha illustrato Parisi. Il ministero della Difesa, inoltre, vuole creare un Centro che operi e analizzi il fenomeno dell'uranio impoverito formato dai maggiori esperti della materia, in quanto “l'individuazione del nesso causa-effetto è ancora oggetto di verifica”. Il Centro “potrebbe ricevere le direttive da un Comitato scientifico formato dai maggiori esperti della materia” e, per la sua attività, può già contare su 10 milioni di euro stanziati in Finanziaria. “In questo quadro sarà possibile avviare un monitoraggio sistematico del poligono di Salto di Quirra”, ha detto il ministro, aggiungendo che “l’Italia non ha mai fatto uso di armamento ad uranio impoverito, né risulta che nel nostro poligono possa essere stato utilizzato da altri”.

I dati dell’Osservatorio Militare e dell’Anavafaf
Secondo l'Osservatorio Militare, però, i numeri forniti dal ministro della Difesa, Arturo Parisi, al Senato, sono di gran lunga “inferiori a quelli in possesso dello stesso Stato maggiore della Difesa”. Evidentemente, ha spiegato Domenico Leggiero, dell'Osservatorio “ci sono interessi che vanno ben oltre quello che potevamo supporre”. Leggiero sostiene che i dati sono “inferiori sia rispetto a quelli denunciati nella scorsa legislatura, sia rispetto ad un documento della sanità militare dello Stato maggiore della Difesa, di cui l'Osservatorio è in possesso”, in cui si parla di “2.536 militari affetti da patologie tumorali, di cui 164 deceduti”. L’Anavafaf, l’Associazione che tutela le vittime in uniforme, dice per bocca del suo portavoce, Falco Accame che “il trattamento ufficiale del problema dell’uranio impoverito è indecente, abbiamo avuto morti e malati di tumore nella guerra del Golfo, nel ’91, poi in Somalia nel ’93, poi in Bosnia nel ’94”. Molto dipende, con ogni probabilità, da metodi di rilevazione diversi. Ma, anche immaginando di poter, con ulteriori ricerche, arrivare a dati concordanti e completi, resta l'incertezza. Perché, malgrado anche qui si incrocino ricerche e controricerche, il nesso causa-effetto fra esposizione a uranio impoverito e malattie tumorali “è ancora oggetto di verifica”, secondo Parisi. Le divergenze con i dati della Difesa comunque ci sono ''e i nostri stessi esperti”, ha sottolineato Lidia Menapace, presidente della Commissione d’inchiesta senatoriale, “sono preoccupati da questo divario. Per questo stanno chiedendo di confrontare i criteri con cui i dati sono raccolti, perché le variazioni possono essere determinate da questo”. Ma anche se il numero fosse quello attualmente conosciuto, “sarebbe comunque una cosa drammatica”.

Il silenzio degli USA
L’uranio impoverito: s’era cominciato a parlarne nei primi anni ‘90, al tempo della guerra lanciata dall’Onu contro Saddam, per scacciarlo dal Kuwait. Anche se, gli Usa, sul banco degli imputati per il loro massiccio uso di uranio impoverito, hanno ammesso più volte di aver utilizzato plutonio nelle munizioni impiegate in varie operazioni militari, ad esempio nei Balcani, hanno sempre minimizzato i rischi dei prodotti dell’uranio impoverito, date le minime quantità impiegate.
Secondo Ramsey Clark, ex-ministro della Giustizia Usa, invece, gli aerei americani “in quel mese e mezzo letteralmente ricoprirono l’Iraq di polvere d’uranio”: vennero sparati 940 mila proiettili ‘speciali’, una montagna d’uranio impoverito secondo un rapporto Nato, quasi 300 tonnellate. Da quel 16 ottobre ’91, primo giorno di guerra, Arthur Bernlau, direttore della Veterans for Constitutional Law Society, dice che a morire d’uranio impoverito sono stati 11.000 soldati americani. Ne muoiono ancora oggi. Undicimila soldati americani sono morti di tumore solo per quella guerra ormai lontana. Altri soldati (americani e no) sono morti di tumore nelle altre guerre che ne sono seguite. Poi ci sono i soldati contaminati e tuttavia ancora (per quanto?) vivi, e magari c’è anche qualcuno - un soldato, un reporter - che ha potuto scamparla con un danno relativamente accettabile. Sì, è la guerra. Ma, delle decine di migliaia di civili senza nome, senza divisa, senza storia, che in quei territori contaminati, in Iraq, in Afghanistan, nel Kosovo o in Bosnia o in Somalia, ha continuato a vivere inconsapevole la propria quotidianità, della loro sorte, dei loro tumori, chi mai si è interessato? Chi ha cercato di raccontarne la cronaca, le sofferenze, la fine tragica? Il reporter ha un giornale per scriverne, i soldati hanno le associazioni che li tutelano; ma restano quegli iracheni, quegli afghani, quei bosniaci o kosovari senza nome né uniforme di cui on si conosce neanche la sorte.
L’uranio impoverito è un argomento molto difficile da far uscire dai recessi delle inchieste militari riservate. Il suo uso appare oggi prezioso agli alti comandi operativi: è il materiale con il più alto peso specifico, e dunque la sua capacità di penetrazione sotto qualsiasi difesa, o qualsiasi corazza, non ha possibilità alcuna di comparazione con tutti gli altri metalli che diventano bombe o proiettili. Ma nell’atto dell’esplosione questi proiettili "speciali" irradiano polveri sottili altamente contaminanti, e chiunque ne venga a contatto, o ne inali i residui, pare destinato ad accrescere di molto la probabilità di un’affezione tumorale, del morbo di Hodkin, della leucemia. La cornice di segreto attorno a questa storia amara è legata al dubbio (ancora non è certezza scientifica) della relazione causa-effetto tra contatto e malattia.

Utilizzo dell’ uranio impoverito in ambito civile e militare

In ambito civile
Gli impieghi dell’uranio impoverito sono di solito collegati alla sua alta densità e al costo comparativamente basso. I suoi usi più importanti sono in medicina come materiale per la schermatura dalle radiazioni, in mineralogia nei pozzi petroliferi nei pesi usati per fare affondare strumenti nei pozzi pieni di fango, in ambito aerospaziale come contrappeso e per le superfici di controllo degli aerei (Ogni Boeing 747 contiene 1500 kg di uranio impoverito). E' stato usato anche in rotori giroscopici ad alte prestazioni (come quello di alcuni elicotteri), nei veicoli di rientro dei missili balistici e negli yacht da competizione. Non sembra esserci alcun pericolo derivante da questi usi, poiché in questi casi l'uranio (le cui radiazioni hanno un basso potere penetrante) è custodito in appositi spazi che non permettono alle radiazioni di contaminare l'ambiente circostante; in particolar modo, l'uranio non è pericoloso in questi ambiti perchè, non è soggetto ad esplosione.

In ambito militare
I ambito militare il DU (depleted uranioum) è usato specialmente nelle munizioni anticarro degli USA. Se adeguatamente legato e trattato col calore in combinazione con la sua grande densità questo processo lo rende molto efficace contro le corazzature, decisamente superiore al relativamente più costoso tungsteno monocristallino, il suo principale competitore. Il processo di penetrazione polverizza la maggior parte dell'uranio che esplode in frammenti incandescenti quando colpisce l'aria dall'altra parte della corazzatura perforata aumentandone l'effetto distruttivo. L'uranio impoverito viene anche usato nelle corazzature avanzate, come quelle usate dal carro armato M-1 Abrams.Negli anni '60, l'esercito US iniziò ad interessarsi all'uso dell'uranio impoverito perché è estremamente denso, piroforico (capace di accendersi spontaneamente) e facile da reperire a basso costo e in grandi quantità. I penetratori ad energia cinetica sono dense barre metalliche che possono perforare una corazza quando sono sparate contro di essa ad alta velocità. Il tungsteno e l'uranio impoverito sono i due metalli pesanti più adatti a questo uso. L'uranio impoverito è disponibile in quantità maggiori e a costo inferiore del tungsteno, ed è anche lievemente superiore in efficacia. Esso, tuttavia, è radioattivo e più tossico del tungsteno. Entrambi vengono usati negli arsenali americani e delle altre forze armate nel mondo. Una ragione non secondaria della preferenza per l'uranio al tungsteno è politica: gli USA, infatti, importano circa la metà del loro fabbisogno di tungsteno dalla Cina, considerata un "alleato poco affidabile" in caso di guerra.

L’uranio impoverito nel Kosovo e nel Golfo

La guerra del Kosovo
Il 24 marzo 1999 scoppiò la "guerra del Kosovo". Le forze della NATO, specialmente gli USA hanno utilizzato anche in questa guerra molta tecnologia. I mezzi utilizzati furono molteplici. Per distruggere carri armati e per offrire un supporto diretto alle truppe di terra vennero quindi utilizzati gli a-10 e gli elicotteri "apache", entrambi dotati, fra l'altro, di proiettili all'uranio impoverito. La NATO ha dichiarato di aver sparato circa 31.000 proiettili all'uranio impoverito per un totale di circa 10 tonnellate di DU sparse in Kosovo, anche se le fonti non ufficiali parlano di un numero più elevato. Per fortuna, rispetto alla guerra del Golfo, i bombardamenti sono stati effettuati per la maggior parte prima dell'arrivo delle truppe, che quindi hanno rischiato e tuttora rischiano "di meno". Oggi ai contingenti militari precedono gruppi speciali che si occupano di "bonificare" la zona, controllando preliminarmente la presenza di radioattività. Sembra però che comunque un certo rischio di contaminazione possa esistere legato al pulviscolo disperso nell'aria e all'ambiente (acqua e terra) contaminati. Tra i soldati, anche italiani, che hanno partecipato alla guerra, sono stati riscontrati alcuni casi sospetti di leucemia. Esistono statistiche che ricordano che il numero di malati di leucemia tra i militari in Kosovo dovrebbe essere ricondotto al normale numero di casi di leucemie tra giovani in un anno, tuttavia il governo e la NATO non hanno ancora fornito una risposta ufficiale e soddisfacente. Quando tragicamente morì il militare italiano che "Striscia la notizia" aveva intervistato perché colpito da leucemia riconosciuta dal governo italiano come causa di servizio (anche se non se ne specificano i motivi), scoppiò in Italia il caso "Uranio Impoverito". Non dimentichiamo però, che oltre all'uranio impoverito, sono accusate di nuocere ai militari anche altre sostanze, come i vaccini sperimentali e derivati del benzene, che i media, spesso, hanno dimenticato. E' necessario, inoltre, ricordare che nono solo i militari delle forze internazionali ma anche e soprattutto la popolazione dei Balcani è stata colpita.

La guerra del Golfo
Ancora prima, nel 1990 l'Iraq (reduce dalla guerra svolta contro l'Iran per il possesso di alcuni territori di confine ricchissimi di petrolio, 1980-1988) invase il Kuwait per prendere il controllo dei suoi giacimenti petroliferi e per ottenere uno sbocco sul Golfo Persico, dando inizio alla guerra del Golfo. Il 16 gennaio del 1991 l'Onu autorizzò l'operazione Desert Storm per la quale gli USA e gli altri stati della NATO schierarono quasi un milione di soldati e migliaia di mezzi, terrestri, aerei e navali. La guerra fu estremamente dura e sebbene non documentato o non documentato correttamente, si ipotizza che siano state usate armi chimiche e batteriologiche da entrambi le parti, oltre ai proiettili all'uranio impoverito. Il problema principale di questa guerra, legato all'uranio impoverito è che i proiettili furono sparati mentre i soldati erano in azione (magari per distruggere il nemico a poca distanza o per fornire copertura) e quindi i soldati si trovarono anche a dover respirare il pulviscolo di carri o siti distrutti da pochissimo o breve distanza. Alcuni militari alleati vennero addirittura bombardati per errore da quello che viene definito fuoco amico (e cioè dai loro stessi compagni) con proiettili all'uranio impoverito. Oltre a ciò in questo caso il rischio è quello della contaminazione ambientale. E’ stato stimato che, alla fine della guerra del 1991, siano rimasti in Medio Oriente fra le 40 e le 400 tonnellate di uranio impoverito, sotto forma di proiettili. Gli USA mandarono il maggior numero di uomini in guerra e proprio tra i reduci si sviluppò una misteriosa sindrome denominata GWS (Golf War Syndrome) riconosciuta dal Pentagono. Dei 697.000 soldati U.S. che hanno combattuto nel Golfo, più di 90.000 hanno accusato gravi problemi medici. I sintomi comprendono disfunzioni respiratorie, epatiche e renali, perdita di memoria, cefalee, febbre, bassa pressione sanguigna. Sono stati riportati difetti neonatali nei loro figli nuovi nati e l'uranio impoverito fa parte della lista dei sospetti per questi disturbi (insieme alle armi chimico-batteriologiche e ai vaccini sperimentali forniti ai soldati). Gli effetti sulla popolazione residente in Iraq sono, purtroppo, molto più gravi.

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