|
|
Al nastro di partenza la rete oncologica della regione Lazio
Paola Sarno, N. 6/7 giugno/luglio 2008
La rete oncologica del Lazio è un progetto nato all’inizio di
quest’anno con l’obiettivo di assicurare alle persone malate di
patologie neoplastiche e alle loro famiglie una migliore qualità di vita
durante tutte le fasi delle cure e dell’assistenza, valorizzando gli interventi
territoriali alla pari di quelli ospedalieri. Il coordinamento della Rete Oncologica,
gli indirizzi strategici e le verifiche periodiche sul grado di raggiungimento
degli obiettivi prefissati è stato affidato dalla Regione Lazio a Laziosanità
- Agenzia di Sanità Pubblica con il supporto dell’Istituto Nazionale
Tumori Regina Elena, Polo Oncologico Regionale per la realizzazione di sinergie
clinico-assistenziali, di formazione e di ricerca.
Un miglioramento dell’offerta assistenziale
A presentare il documento congiunto del Ministero della Salute, Laziosanità
Asp, Regione Lazio, Ifo e Iss, durrante un convegno che si è tenuto a
Roma presso l’Ifo (Istituti Fisioteriapici Ospitalieri), è stato
il prof. Francesco Cognetti, responsabile della Oncologia Medica A dell’Istituto
Nazionale Tumori Regina Elena Irccs di Roma e coordinatore della rete assistenziale
e di ricerca clinica.
“La Rete Oncologica Regionale”, ha detto il prof. Cognetti, “si
propone di realizzare il miglioramento dell’organizzazione dell’offerta
di servizi attraverso l’organizzazione in Dipartimenti Oncologici, suddivisi
territorialmente, in base a bacini di utenza mediamente di 500.000–1 milione
di abitanti, salvo aggregati minori per considerazioni di prossimità
in bacini con popolazione dispersa sul territorio”. Si parte, quindi,
dalla necessità di prendere in carico e indirizzare il paziente oncologico,
individuando il percorso di assistenza. “La struttura di accesso al Dipartimento
Oncologico”, ha continuato il professore, “è preferibilmente
collocata nel territorio ma è costituita da tutte le strutture (Presidi
ospedalieri, Aziende Ospedaliere, Aziende Universitarie, Irccs, Assistenza domiciliare,
Hospice) dell’area geografica di pertinenza coinvolte nel processo di
cura, assistenza e riabilitazione, nonché dai servizi di prevenzione
primaria e secondaria e con il collegamento con i mmg. L’istituzione del
Case Manager nuova figura professionale di coordinamento e indirizzo per il
paziente ”, ha sottolineato ancora il prof. Cognetti, ha proprio la finalità
di accompagnare e indirizzare il cittadino in tutte le fasi del percorso di
cura”.
Il modello organizzativo dipartimentale
Il Dipartimento Oncologico è dunque una struttura funzionale interaziendale
e transmurale che integra tutte le attività ospedaliere e territoriali
che assistono il paziente oncologico. Individua e garantisce l’implementazione
dei percorsi diagnostico-terapeutici per ogni paziente in accordo con le linee
guida regionali. I Dipartimenti Oncologici, inoltre, definiti in base al bacino
di utenza, si dividono in due livelli di complessità: I e II livello
a seconda delle potenzialità assistenziali che esprimono. I Dipartimenti
Oncologici di II livello, costituiti all’interno di singole aziende sanitarie
o attraverso le risorse messe a disposizione da più aziende, possiedono
al loro interno tutte le professionalità, le strutture e le apparecchiature
necessarie ad affrontare le necessità dei pazienti oncologici nelle varie
fasi della malattia. “Alcune funzioni specialistiche”, ha spiegato
il prof. Cognetti, “ potranno essere individuate in centri sovra dipartimentali
o anche in un unico centro regionale (Polo Oncologico o altri centri a elevata
specializzazione che potranno assumere funzioni di hub anche solo per una specifica
attività diagnostica o terapeutica).I Dipartimenti Oncologici di primo
livello, invece, si avvarranno dei Dipartimenti Oncologici di secondo livello
per gli interventi diagnostico-terapeutici che non riescono a garantire direttamente”.
La Rete Oncologica Regionale si basa su un modello di organizzazione hub e spoke
in cui i dipartimenti svolgono tendenzialmente entrambe le funzioni attraverso
strutture di primo livello e centri specializzati e garantiscono la prossimità
delle cure, e, ove necessario, assicurano funzioni diagnostiche e terapeutiche
di alto livello. “In particolare”, ha evidenziato l’oncologo
del Regina Elena, “ le strutture spoke eseguono una serie di prestazioni
diagnostiche e terapeutiche assicurando la totalità e l’integrazione
del percorso diagnostico-terapeutico nei casi per i quali è possibile
fornire le prestazioni richieste e inviando i pazienti al Centro hub nei casi
in cui siano necessari interventi richiedenti la concentrazione di professionalità
e tecnologie adeguate. Il centro hub cura i casi in cui l’inquadramento
diagnostico e il piano assistenziale siano complessi e/o richiedano maggiore
esperienza ed effettua le prestazioni di alta specializzazione”.
Il sistema informativo: utile innanzitutto per l’epidemiologia
La Rete Oncologica Regionale dovrà avvalersi di un Sistema Informativo
in grado di mettere in rete i dati relativi ai percorsi clinici-assistenziali
dei singoli pazienti.
“Dovrà essere creata una rete delle strutture di Anatomia Patologica
con due funzioni principali: quella di stimare l’incidenza delle neoplasie
e quindi essere il supporto del registro tumori regionale - questa funzione
è fondamentale e ormai irrinunciabile per l’esigenza di conoscere
l’incidenza delle patologie tumorali -, quella di collegare le anatomie
patologiche regionali agevolando i recuperi di informazione sulla natura di
un tumore o su precedenti diagnosi. Obiettivo centrale sarà lo sviluppo
del sistema informativo oncologico ospedaliero e territoriale e la sperimentazione
della cartella oncologica informatizzata”, ha spiegato ancora il Prof.
Cognetti. Allo stesso modo, il Dott. Piero Borgia, direttore scientifico di
Laziosanità-Asp si è innanzitutto augurato che nell’implementazione
del sistema informativo “non si cominci dalla fine” e che , cioè
“si faccia prima la rete e solo successivamente il sistema informativo”.
Tre a suo avviso comunque le priorità: il sistema informativo delle strutture
di Anatomia Patologica, quello della diagnostica per immagini e quello delle
cartelle cliniche di rete. “Nel primo caso”, ha detto il Dott. Borgia,
“si tratta di realizzare un indispensabile strumento epidemiologico perché
oggi come oggi non ci sono dati appropriati sull’incidenza reale delle
patologie tumorali nel Lazio. Inoltre il collegamento fra le strutture di Anatomia
Patologica servirà alla condivisione dei file utile per una rapida ricostruzione
dell’iter diagnostico del paziente”.
La ricerca: puntare sulle industrie biotech
“Per quanto riguarda poi il potenziamento della rete di ricerca clinica
obiettivo della Rete Oncologica Regionale sarà l’ottimizzazione
delle risorse presenti, per offrire un’attraente prospettiva all’industria
farmaceutica per la sua attività di ricerca preclinica e clinica”,
ha aggiunto il Prof. Cognetti. Il Lazio parte infatti da un contesto economico
di primaria importanza in questo settore. Il 90% delle 340 imprese farmaceutiche
che lavorano in Italia è concentrato in cinque regioni: Lombardia (46%),
Lazio (24%), Veneto (12%), Toscana (11%), Emilia Romagna (6%). L’11% è
diffuso in altre regioni. Il Lazio è la seconda regione farmaceutica
italiana per produzione, numero di addetti e investimenti in ricerca e sviluppo.
Il settore rappresenta, in ambito industriale regionale, il primo esportatore
col 27% del totale di tutte le industrie.
In Italia, socondo dati Aifa del 2007, si sono svolti, tra il 2000 e il 2006,
4300 studi clinici (52,3% in fase III). Gli studi di fase I e II sono passati
dal 28,7% nel 2000, al 41,8% nel 2006. Tuttavia per quanto riguarda la numerosità
di studi clinici il primo posto è occupato dalla Lombardia (58,6%), seguita
da Emilia Romagna (40,1%), Lazio (36,6%), Toscana (32,6%), Veneto (27,4%).
Secondo il Prof. Vincenzo Ziparo, preside della II Facoltà di Medicina
e Chirurgia della “Sapienza” di Roma, nell’ottica di valorizzare
la ricerca traslazionale e a causa del fatto che il Lazio esprime il 10% delle
patologie neoplastiche in Italia, “non andrebbero trascurate le tecnologie
biomediche, il biotech, sul quale l’industria punta moltissimo e ha fatto
grossi investimenti”. Il Prof. Ziparo al riguardo ha fatto una “proposta
pratica”: secondo lui la Rete oncologica “deve poter essere disponibile
per studi clinici che possono dare un ritorno economico offrendo uno sportello
unico a cui le industrie possano fare richiesta per iniziare le ricerche. Lo
sportello si impegnerebbe ad esprimere un parere entro 30 giorni indicando anche
il potenziale numero di pazienti reclutabili e indicandone la potenziale qualità”.
La formazione: un nuovo master per il Case Manager
Sul versante della formazione sono oggi invece totalmente assenti percorsi destinati
a formare specifiche figure sanitarie in grado di farsi carico del paziente
e condurlo negli spazi della rete oncologica garantendo tempestività
e appropriatezza unitamente ad un’assistenza di qualità e una particolare
attenzione all’ottimizzazione delle risorse e degli interventi.
“Verrà quindi riordinata la rete formativa (oggi articolata in
5 Facoltà di Medicina e Chirurgia con relativi Corsi di Laurea in Medicina
e Professioni Sanitarie, 6 Scuole di Specializzazione in Oncologia medica, per
un totale di 24 iscritti per anno, 5 Scuole di Specializzazione in Radioterapia
con 19 iscritti per anno e 10 Scuole di Specializzazione in Chirurgia generale
con 42 iscritti per anno) in maniera coerente con la Rete Oncologica, cercando
di far coincidere territorialmente la rete formativa con i Dipartimenti Oncologici
di II livello di riferimento”, ha ribadito il Prof. Cognetti.
Perciò, ci si propone la creazione di un vero e proprio master, da realizzare
attraverso sinergie tra i soggetti istituzionali che operano nella rete oncologica
regionale, teso a formare un operatore (case manager) che partendo dalla valutazione
dei bisogni del paziente dovrà: coordinare e avviare le attività,
organizzare piani operativi, avviare e migliorare i percorsi assistenziali,
svolgere funzioni di collegamento e di monitoraggio, farsi carico di mettere
in contatto il paziente con il servizio infermieristico domiciliare, programmare
e gestire l’ingresso e le dimissioni.
Le criticità di oggi
Secondo il Prof. Cognetti, per implementare la Rete, è necessario superare
una serie di problemi che ancora non sono stati risolti e che gravano sull’assistenza
oncologica della Regione Lazio. “Innanzitutto numerosi Atti Aziendali
non prevedono il rinnovo dei Dipartimenti Oncologici Aziendali. Poi, il Piano
di Rientro della Regione provoca una carenza di infermieri e il blocco del turn
over dei medici, penalizzando l’ingresso dei giovani. Ancora: l’accorpamento
dei posti letto di Oncologia presso le Uoc di Medicina Interna e di Chirurgia
fa sì che venga erogata una assistenza di qualità inferiore”,
ha detto il Prof. Cognetti, E, infine, secondo il coordinatore della Rete assistenziale
e di Ricerca Clinica per l’Oncologia un altro neo è costituito
dal fatto che “esiste una carenza di strutture di degenza ordinaria in
molti ospedali pubblici, mentre in strutture del privato accreditato ci sono
dotazioni di degenza molto superiori”.
Il ruolo delle istituzioni
Al convegno di presentazione della Rete Oncologica Regionale hanno preso parte,
tra gli altri, il Senatore Ignazio Marino, Presidente della Commissione Sanità
del Senato, il Senatore Cesare Cursi, Vice Presidente della Commissione Sanità
del Senato, il Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Enrico
Garaci, il Capo Dipartimento dell’Innovazione, Direttore Generale della
Ricerca Scientifica e Tecnologica del Ministero della Salute, Giovanni Zotta,
l’Assessore alla Sanità della Regione Lazio, Augusto Battaglia,
il Presidente di Laziosanità-Asp, Lucio D’Ubaldo, il Presidente
degli Ifo, Giuseppe Petrella, il Direttore Generale di Laziosanità-Asp,
Claudio Clini. Proprio il Dott. Clini ha rammentato che “a fronte di una
sempre più incisiva innovazione tecnologica il rischio oggi è
quello che intere fette di popolazione siano escluse dalle terapie appropriate
sia per diseguaglianze territoriali che socioeconomiche”. Quanto alle
criticità dell’assistenza oncologica nel Lazio, il Dott. Clini
ha sottolineato “l’eccesso di offerta e la sua dispersione, nonché
il prevalere di un approccio chirurgico su quello diagnostico e di un inquadramento
complessivo della patologia”.
Il Governatore del Lazio, Piero Marrazzo, ha proseguito, ricordando che nel
Lazio ogni anno a oltre 30 mila persone viene diagnosticato un tumore. “Si
tratta”, ha detto, “ di una città del dolore. E una persona
malata quando entra nel pianeta cancro ha una sola idea, quella di guarire e
una sola speranza, quella di sapere dov’è la migliore cura e dove
si potrà salvare. Il rischio, quindi, è quello di acuire le disuguaglianze,
di costruire delle ‘caste’, con un effetto classista di ritorno”.
Fondamentale quindi secondo il governatore Marrazzo, non solo l’accesso
alle cure, ma innanzitutto l’accesso all’informazione, che non consente
di raggiungere l’equità. “Non c’è solo un problema
di mobilità ma anche di un’offerta che non si intercetta sul territorio.
Per questo è indispensabile che i problemi di Roma Capitale, come la
gestione dei 5 Policlinici Universitari, vengano governati dalla Regione in
modo univoco”. Il presidente della Regione Lazio ha poi rassicurato circa
il debito della sanità. “Si tratta di 6,2 mld di euro che sono
stati messi sul mercato e trentennalizzati. Basta quindi”, ha insistito
Marrazzo, rivolgendosi agli operatori sanitari” con la maglia nera perché
non abbiamo più problemi con le risorse. Indossiamo invece la maglia
rosa quando incontriamo un bambino o un anziano che hanno bisogno”. Per
la rete, infine, secondo il presidente Marrazzo, “ è necessario
costruire dei link, cioè parlarsi di più, raggiungere una politica
dell’offerta, migliorare le liste di attesa, avvicinare la comunicazione
ai cittadini e consentire loro di vivere anche la malattia con decoro e dignità.
E’, insomma, necessario iniziare e partire con un’unica centralità,
quella del cittadino e del malato”.
L’impegno del Ministero della Salute per l’oncologia
Anche il ministro della Salute, Livia Turco, ha mandato un indirizzo di saluto
nel quale ha ricordato le attuali difficoltà dei cittadini che spesso
danno luogo a fenomeni migratori, in particolare da Sud verso il Nord, la mancanza
di posti letto negli hospice, la necessità di dare attenzione maggiore
alla domiciliarità, “vero elemento di debolezza del sistema”.
Il ministro Turco ha anche ricordato tuttavia che durante il suo mandato è
stata istituita la Commissione sulla Terapia del Dolore, Cure Palliative e Dignità
di fina vita e che, in un’ottica di prevenzione, sono stati assegnati
più di cento milioni euro per la ricerca in ambito oncologico.
Dal suo canto il Dott. Giovanni Zotta, capo dipartimento dell’Innovazione
e direttore generale Ricerca Scientifica e Tecnologica del Ministero, ha fatto
presente come l’idea di organizzare l’oncologia in rete si stia
diffondendo in tutte le Regioni Italiane, tanto che Piemonte , Lombardia ed
Emilia- Romagna l’hanno già realizzata. “Il ministero della
Salute per incentivare queste iniziative ha cercato di costruire una rete nazionale
per la ricerca con ricadute assistenziali promuovendo nel 2003 la nascita di
“Alleanza contro il Cancro”, network di cui fanno parte gli 8 Irccs
oncologici, compreso Rionero di Vulture in Basilicata”, ha ricordato il
Dott. Zotta. “Inoltre il ministero nel 2007 ha finanziato il Progetto
Tevere di Ire e Ieo per la chemioprevenzione del tumore della mammella e la
ricerca dello stesso Ieo in medicina molecolare (10 milioni di euro). Nel corso
di quest’anno”, ha concluso il Dott. Zotta con una nota positiva,
“nonostante i tagli finanziari, l’oncologia ha continuato e mi auguro
continuerà ad essere leader negli investimenti con risultati evidenti
in termini di aumento della sopravvivenza dei malati”.
Tumori: tutti i numeri del Lazio
Ogni anno nel Lazio vengono diagnosticati circa 35.000 nuovi casi di tumore
maligno, 8 ogni 1.000 maschi (soprattutto cute, prostata, polmone, vescica e
colon) e 6 ogni 1.000 femmine (soprattutto mammella, cute, colon, polmone e
stomaco). La patologia oncologica ha causato nel 2004 14.600 decessi, 3,3 per
1.000 abitanti tra i maschi (dove la sopravvivenza a 5 anni è in media
del 38%) e 2,4 ogni 1.000 abitanti tra le femmine (dove la sopravvivenza media
a 5 anni è del 53%).
Le persone viventi con una diagnosi di tumore maligno posta negli ultimi 5 anni
(senza considerare quelle affette solo da tumori cutanei non melanomatosi) sono
circa 95.000, poco meno del 2% della popolazione sia tra i maschi che tra le
femmine. Nel 2004 i 2/3 di queste persone hanno avuto almeno un ricovero ospedaliero
ordinario in cui il tumore è stato indicato come diagnosi principale,
per un totale di circa 80.000 episodi di ricovero a cui si devono aggiungere
altri 40.000 ricoveri per chemio o radioterapia. Il ricorso al ricovero è
più frequente tra le donne che tra gli uomini.
L’assistenza ospedaliera ai malati oncologici nella nostra regione è
molto dispersa con circa 60 istituti con più di 200 ricoveri anno. Fa
eccezione l’assistenza ai pazienti in età pediatrica dove 3 soli
istituti coprono più del 95% dei ricoveri e i tumori del sangue dove
8 istituti romani accentrano quasi il 65% dei casi. Al 31/12/2005 i posti letto
dedicati a vario titolo espressamente all’oncologia, all’ematologia,
alla radioterapia o alla medicina nucleare nel Lazio sono 798 ordinari e 419
in day hospital. Solo il 13% dei posti letto ordinari è fuori dalla città
di Roma. Dall’esiguità dei posti letto espressamente dedicati all’oncologia
a vario titolo nella nostra regione rispetto al volume di ricoveri, risulta
chiaro che gran parte dei ricoveri dei pazienti oncologici non avviene nei reparti
espressamente oncologici, ma principalmente nei reparti di chirurgia e in minor
misura di medicina generale e geriatria.
Torna ai risultati della ricerca
|