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Con gli ultrasuoni si combatte il cancro della prostata

Cristina Mazzantini, N. 6/7 giugno/luglio 2008

Il tumore alla prostata rappresenta la seconda causa di morte per cancro nel maschio, dopo quello al polmone. Vista la sua correlazione diretta con l'età, la patologia è ormai destinata, secondo gli oncologi, a diventare la prima causa di morte nei prossimi vent'anni. E ancora. A preoccupare gli specialisti è soprattutto il fatto che questa neoplasia sia in costante aumento. Basti pensare all'Italia con i suoi 30.000 nuovi casi l'anno.
Peraltro il dato italiano è paragonabile a quello degli altri Paesi europei e americani. Da non molto tempo, però, per questo "esercito" di malati ci sono buone notizie. Stiamo parlando del recente impiego degli ultrasuoni (onde acustiche a frequenza superiore dei suoni) a elevata intensità. Essi promettono di fornire ai pazienti, affetti da neoplasia prostatica e non idonei all'intervento chirurgico, una ulteriore e efficace arma sulla strada della guarigione o del controllo della malattia. Il trattamento HIFU ¬ High Intensity Focused Ultrasound, ovvero Ultrasuoni Focalizzati a Elevata Energia ¬ messo a punto in Francia e perfezionato in Germania ha avuto una rilevante diffusione in tutta Europa, ed è oggi disponibile in oltre 20 centri urologici italiani.
L'argomento è stato illustrato a Roma, in un'affollata conferenza stampa, da un gruppo di esperti quali i professori Pierfrancesco Bassi, direttore della Clinica Urologica dell'Università Cattolica di Roma, Francesco Micali, professore Emerito di Urologia all'Università di Tor Vergata di Roma e Giuseppe Vespasiani, direttore della Clinica Urologica dell'Università Tor Vergata di Roma.

Per saperne di più abbiamo chiesto al professor Bassi in cosa consista la tecnica con ultrasuoni.
«È una terapia innovativa che, senza bisturi, consente di affrontare anche i casi una volta ritenuti impossibili con ottimi risultati», ha spiegato il professor Bassi. Che ha poi chiarito: «L'uso degli ultrasuoni risulta particolarmente indicato nei pazienti non candidati all'intervento chirurgico, dopo il fallimento della radioterapia, in caso di recidive chirurgiche locali, e come palliativo negli stadi di malattia localmente avanzata. Il vantaggio , tra l'altro, di questa metodica è di essere un intervento miniinvasivo, effettuabile con l'introduzione di una particolare sonda transrettale computerizzata che, tramite emissione di impulsi di ultrasuoni di alta energia, genera una necrosi coagulativa nella zona tumorale definita dal medico operatore».

Professor Bassi, potrebbe essere più preciso per quanto riguarda l'esecuzione?
«Gli ultrasuoni, emessi da una sonda inserita all'interno del retto del paziente, attraversano la parete del retto senza produrre alcun danno e convergono a livello della prostata ove determinano una distruzione del tessuto neoplastico, raggiungendo una temperatura di circa 85 °C.» ha poi puntualizzato il nostro urologo. «L'estensione dell'area da trattare viene demarcata con notevole precisione dall'operatore, grazie al costante monitoraggio ecografico della prostata e all'elaborazione eseguita da un sofisticato software incluso nell'apparecchiatura. La precisione nella pianificazione del trattamento è essenziale per evitare lesioni indesiderate a livello delle strutture anatomiche circostanti alla prostata, quali lo sfintere urinario, il retto, la vescica e i nervi dell'erezione, e consente di ridurre in modo significativo il rischio di complicanze o eventi indesiderati dopo l'intervento. Il trattamento viene eseguito in anestesia spinale, in unica seduta, e ha una durata di circa 90-120 minuti». Il nostro esperto ha poi specificato: «Non richiedendo incisioni chirurgiche, il paziente può essere dimesso già il giorno successivo e può rapidamente tornare alle sue attività lavorative. L'unico limite è legato alla necessità di tenere in sede un catetere vescicale per i primi 7-10 giorni dopo il trattamento. Inoltre, in caso di necessità, il trattamento può essere ripetuto. Cosa questa non fattibile con le altre tecniche normalmente utilizzate, quali la chirurgia e la radioterapia». Non solo. Gli esiti del trattamento, monitorabile attraverso una semplice analisi del sangue e il dosaggio del Psa (Antigene prostatico specifico), sono rapidamente disponibili. La riduzione massima dei valori di Psa si raggiunge infatti in circa 8 settimane. I dati, confermati dalla letteratura e dagli abstract pubblicati per i più importanti congressi (Società Europea di urologia, Società Americana di Urologia, Società Internazionale di Urologia, Società Italiana di Urologia), mostrano risultati estremamente soddisfacenti (compatibili alla radioterapia e molto vicini alla chirurgia), e con un lunghi follow-up, rappresentati dalla riconduzione entro i limiti fisiologici dei principali markers della malattia neoplastica (Psa, biopsia), nonché dalla quasi immediata riabilitazione del paziente che potrà riprendere la normale attività entro pochi giorni.

Gli esperti, presenti a Roma, hanno voluto sottolineare le indicazioni e i vantaggi di questa nuova terapia in quanto: "valido trattamento di prima scelta nei pazienti ultrasettantenni e in quelli non operabili; "può essere ripetuto in caso di recidiva locale della malattia; "efficace strumento come terapia di salvataggio nel caso di fallimento della radioterapia e nelle recidive locali dopo prostatectomia (intervento chirurgico radicale); "con interessanti possibilità di applicazione come trattamento palliativo nelle forme localmente avanzate; "presenta un tasso molto basso di effetti collaterali rispetto alle altre terapie; "richiede un breve ricovero: in genere il paziente è dimesso in seconda giornata; "ha un costo globale molto inferiore rispetto a tutte le altre terapie.

E i risultati finora ottenuti?
Un dato su tutti: oltre 17mila pazienti in Europa (di cui 1.700 in Italia) hanno già beneficiato di questo trattamento.
L'80 per cento dei malati, sottoposti alla tecnica con ultrasuoni per neoplasia della prostata confinata alla ghiandola, non presenta una ripresa di malattia dopo 8 anni dall'esecuzione della terapia, mentre solo il 2 per cento è deceduto per la progressione della patologia. Inoltre l'accurata modalità di definizione dell'area di trattamento consente una buona preservazione dello sfintere urinario, con percentuali di pazienti continenti dopo il trattamento superiori al 95 per cento dei casi, anche dopo 5 anni dalla fine del trattamento. Per quanto riguarda il recupero della potenza erettile, i soggetti con meno di 65 anni con normale funzione erettile pre-operatoria possono recuperare dopo l'intervento una valida attività sessuale nel 60 per cento dei casi circa.
Negli ultimi anni è in atto una tendenza, abbracciata anche dalle linee guida dell'OMS, di ridurre il numero di interventi chirurgici nel tentativo di esplorare nuove vie meno traumatiche per il paziente. Sono strategie, queste, che possono comunque garantire un accettabile livello di successo con effetti collaterali minori. In tale ottica sono stati introdotti nuove forme terapeutiche, tra cui la terapia HIFU, che sembra avere tutti i requisiti per vincere l'annosa battaglia contro il cancro.

Cellule staminali e immunoterapia
Le cellule staminali del cancro possono essere tenute sotto controllo dall'immunoterapia: è quanto emerge da una ricerca, la prima al mondo su questo tema, condotta dall'Istituto di immunoterapia oncologica di Siena, diretto dal dottor Michele Maio, in collaborazione con l'équipe del Centro di riferimento oncologico di Aviano, il Regina Elena di Roma e il Wistar Institute di Philadelphia, e pubblicata sul Journal of Cellular Physiology.
Lo studio, finanziato da Airc e Lega italiana tumori, è stato condotto sulle cellule staminali tumorali del melanoma.
«In laboratorio è stata identificata una popolazione di cellule tumorali con caratteristiche diverse dalle altre cellule neoplastiche», ha spiegato il dottor Michele Maio. «Questa popolazione sembra rappresentare le cellule staminali del melanoma ed è presente in percentuale minore rispetto alle altre cellule neoplastiche, pur essendo di importanza strategica in quanto rappresenta il serbatoio che nutre il cancro», ha aggiunto l'esperto. «La vaccinoterapia consiste nello stimolare il sistema immunitario del paziente verso bersagli terapeutici che devono essere espressi da tutte le cellule tumorali, staminali e non, di un determinato malato Ci siamo quindi posti la domanda se le cellule staminali posseggano anch'esse i bersagli terapeutici che utilizziamo in clinica già da tempo Nei laboratori di Philadelphia queste cellule staminali di melanoma sono state isolate e arricchite per essere studiate in maniera più approfondita.
È stato dimostrato che queste staminali presentano sulla loro superficie gli stessi bersagli terapeutici delle cellule tumorali normali. Pertanto esse possono essere sensibili alla vaccinoterapia diretta contro alcuni antigeni tumorali che già oggi utilizziamo per il trattamento dei nostri pazienti.» «L'Istituto Toscano Tumori ha finanziato la fase successiva delle nostre ricerche», ha concluso il dottor Maio, «sia per approfondire i meccanismi molecolari, che sono alla base dell'espressione di differenti bersagli terapeutici sulle cellule staminali di melanoma, sia per avviare trattamenti immunologici sempre più efficaci per questa neoplasia. Se riusciremo a eliminare con questi trattamenti, oltre alle cellule tumorali, anche le cellule staminali, potremo eliminare il problema cancro sempre più alla radice».

L'EMEA è il nuovo uso della capecitabina nel tumore del colon-retto metastatico
La Commissione Europea ha approvato l'utilizzo del chemioterapico orale capecitabina (Roche) per il trattamento del tumore metastatico del colon-retto, in combinazione con qualsiasi tipo di chemioterapia e in tutte le linee di trattamento, con o senza il farmaco anti-angiogenesi bevacizumab. Questa ampia approvazione significa che molti più pazienti con tumore del colon-retto metastatico potranno beneficiare di un trattamento efficace e innovativo, con dimostrati benefici per il paziente.
L'approvazione si è basata su due studi che hanno dimostrato i seguenti dati: "La formulazione orale di capecitabina dà ai pazienti un'opzione terapeutica più flessibile che consente di trascorrere meno tempo in ospedale per la somministrazione del farmaco, assicurando gli stessi risultati in termini di efficacia e sicurezza del precedente standard chemioterapico infusionale 5-FU.
"Il farmaco anti-angiogenesi bevacizumab in combinazione con la chemioterapia permette ai pazienti di vivere significativamente più a lungo senza che la loro malattia progredisca.
«Il carcinoma colorettale è una malattia devastante e le opzioni terapeutiche per i pazienti sono state finora limitate», ha dichiarato il professor Jim Cassidy del Cancer Research UK. «Finora capecitabina è stata disponibile solo per pochi pazienti con tumore del colon-retto metastatico.
Diversi studi hanno ora dimostrato che quasi tutti i pazienti possono trarre beneficio da capecitabina in qualsiasi fase della malattia e in combinazione con qualsiasi trattamento chemioterapico». Si tratta di una chemioterapia orale altamente efficace che riduce i tempi di ospedalizzazione fino a 160 ore in meno rispetto alla vecchia chemioterapia standard, consentendo, così, ai pazienti di vivere una vita più normale possibile..
«Questa approvazione dimostra che le autorità regolatorie europee hanno avallato il fatto che capecitabina orale può sostituire il 5-FU in infusione endovenosa in tutti i regimi terapeutici per il tumore del colon-retto, rendendo i trattamenti oncologici più semplici per i pazienti», ha concluso il professor Cassidy.
Si stima che in Europa più di 400.000 persone ogni anno riceveranno una diagnosi di tumore del colon-retto metastatico. Il vecchio standard terapeutico, il 5-FU per infusione, era particolarmente gravoso per i pazienti. Oggi, capecitabina orale offre una migliore alternativa che può essere utilizzata da sola o in combinazione con oxaliplatino o irinotecan, per una terapia altamente efficace, sicura e flessibile.

Tumore al seno: i progressi più innovativi in terapia
«La diagnosi di tumore al seno deve essere condotta da un'équipe di esperti e non dal singolo specialista», ha affermato Gabriel N. Hortobagyi, presidente eletto dell'American Society of Clinical Oncology (ASCO), Hortobagyi, che è anche direttore del Dipartimento di Breast Medical Oncology e del Breast Cancer Research Program dell'Università del Texas, è intervenuto a Roma in un incontro organizzato da AstraZeneca per fare il punto sulla malattia.
«Numerosi studi condotti sui tumori alla mammella», ha sottolineato Hortobagyi, «hanno infatti dimostrato che quando si va da un singolo specialista spesso si ricevono raccomandazioni diverse rispetto a quelle che si otterrebbero da un team di esperti, dove ognuno apporta il proprio contributo personale alla diagnosi, alla valutazione e, conseguentemente, alle opzioni di trattamento del paziente». Così ha proseguito il nostro esperto: «Il team può fornire al paziente due o più soluzioni terapeutiche che possono portare comunque a un buon risultato. Questa impostazione ha però, in più, il pregio di mettere il malato nella condizione di poter intervenire, condividere e partecipare alla formulazione della terapia a lui più congeniale. Tutto ciò fa sì che il paziente sia anche più predisposto psicologicamente a un tipo di cura piuttosto che a un altro. È quindi importante non solo la collaborazione tra i membri dell'équipe ma anche tra l'équipe stessa e il malato che diventa, così, soggetto attivo nella scelta della terapia».
Per esempio, in Francia nessuna paziente affetta da tumore alla mammella può effettuare alcuna terapia se non è stata visitata prima da un team. Quindi la cura deve essere stabilita non dal singolo oncologo, chirurgo, radioterapista, anatomopatologo o senologo, ma deve essere valutata collegialmente.
Questa scelta, già attuata da alcune strutture italiane, dovrebbe diventare la regola anche nel nostro Paese, perché rimane ancora troppo frequente il ricorso della paziente al singolo chirurgo come primo controllo di un nodulo riscontrato dopo la mammografia. Essere indirizzati in una strada piuttosto che in un'altra comporta differenti risultati in termini di efficacia terapeutica. Tutti i passi avanti compiuti dalla ricerca in termini di sopravvivenza, di migliore controllo della malattia, di riduzione della tossicità della terapia, sono possibili solo quando c1è questa integrazione tra più persone coinvolte nel fornire una soluzione comune.
Ma allora qual è il team ideale per fornire alla paziente la migliore diagnosi e terapia? «Il 3minimo sindacale2 è un'équipe composta almeno da: chirurgo, oncologo, radioterapista. Ma una figura aggiuntiva, a nostro avviso fondamentale», ha sottolineato Paolo Marchetti, professore Ordinario di Oncologia Medica presso il Policlinico Sant1Andrea di Roma, « è anche quella dello psicologo. Infatti, non caso, in collaborazione con il professor Hortobagy, è in corso presso la nostra struttura ospedaliera un progetto di ricerca, coordinato da Anna Costantini, che si chiama 3Onco-talk2. La sperimentazione nasce con lo scopo di insegnare agli oncologi come parlare ai pazienti, perché recenti studi hanno dimostrato come l'impatto della comunicazione al momento della diagnosi determini l'intensità degli effetti collaterali alla terapia. Tutto l'impegno della ricerca per ridurre gli effetti avversi delle cure ai malati oncologici rischia, così, molto spesso di essere, ad esempio, vanificato a causa di una comunicazione inadeguata a livello del primo ingresso al pronto soccorso o in chirurgia».
Il tumore alla mammella rappresenta un problema mondiale e resta di gran lunga la forma di cancro più diffusa: si stima che ogni anno oltre un milione di donne si ammalino e che più di 500.000 muoiano.
Il trattamento del cancro alla mammella, in tutte le fasi della malattia, si avvale quotidianamente dei risultati ottenuti dalla ricerca scientifica che ha dato vita a nuove strategie terapeutiche, in grado di offrire aspettative di vita fino a pochi anni fa inimmaginabili.
«Oggi, con l'introduzione di principi attivi con innovativi meccanismi d1azione», ha sottolineato ancora Hortobagyi, «diventa possibile utilizzare in modo strategico le diverse opzioni terapeutiche a seconda della fase in cui si trova la malattia, per aumentare al massimo le speranze di sopravvivenza. Ma migliorando, al tempo stesso, la qualità di vita delle donne, anche nella fase avanzata e metastatica della malattia».
Il professor Hortobagyi si è soffermato anche sui fattori di rischio primari nella prevenzione del tumore al seno. Alcuni, però, sono di fatto inevitabili. L'efficacia della prevenzione primaria, basata sull'adozione di comportamenti che evitino l'esposizione a certi fattori di rischio quali il fumo di sigaretta o l'obesità, non è stata ancora dimostrata. Tuttavia le evidenze epidemiologiche mostrano un più alto numero di casi nel mondo occidentale rispetto a quello orientale (almeno di 6 volte).
«Il problema è che, per esempio, in Occidente si fanno pochi figli e molto tardi, mentre avere gravidanze da giovani rappresenta un fattore protettivo», ha rivelato Hortobagyi. Che ha così proseguito: «Discorso simile per l'alimentazione: una cucina abbondante e con molti grassi ha incrementato le possibilità di sviluppare un cancro. A influire negativamente sarebbe anche l'alcol che determina un aumento del 30 per cento di insorgenza della neoplasia al seno, abitudine molto radicata nei Paesi occidentali a differenza di quello che si riscontra in altre culture, dove le donne non bevono affatto o poco per via della loro posizione sociale». L'esperto ha poi concluso: «Numerosi studi sottolineano come l'attività fisica intensa in giovane età produca un sensibile abbassamento del livello degli estrogeni nelle bambine e nelle adolescenti. È una condizione che si riflette nel tempo in una minore incidenza del cancro al seno».

Indirizzi utili

Policlinico Universitario Agostino Gemelli
Largo Agostino Gemelli, 8 - 00168 Roma
Centralino: 06 30151
Prenotazioni/informazioni: 06 3551033.0-2
www.policlinicogemelli.it
Chirurgia urologica - Prof. Pier Francesco Bassi - tel. 06 30151

Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico Tor Vergata
Viale Oxford, 81 - 00133 Roma
Centralino: 06 20901
Prenotazioni/informazioni: 800 986868
www.ptvonline.it
Urologia - Prof. Giuseppe Vespasiani – tel. 06 20902977

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