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VIII Convegno di Primavera
Cristina Mazzantini, N. 8/9 agosto/settembre 2008
Negli ultimi anni sono diminuiti sensibilmente gli incidenti in sala operatoria, grazie soprattutto alla disponibilità di
strumenti altamente tecnologici che hanno azzerato gli incidenti dovuti a problemi tecnici. È quanto emerso recentemente
a Roma durante la presentazione dell'VIII Convegno di Primavera della Società Italiana di Chirurgia (SIC) che si è
tenuto a Torino il 9 e 10 maggio. In tale occasione è stato ricordato dai relatori presenti, come i professori Antonio Mussa
e Roberto Tersigni, che ogni anno in Italia si eseguono tre milioni di interventi chirurgici in mille strutture sanitarie pubbliche
e private e che il numero delle denunce per errori a carico dei medici sono stimate intorno a 15.000. Si tratta sicuramente di una
cifra importante. Che bisogna ridurre o, se possibile, azzerare. Come? Prendendo atto del problema e affrontandolo con tutti gli
strumenti disponibili. Pertanto la questione è stata posta al centro dell'incontro torinese dai massimi esperti nazionali.
"Oggi la percentuale di incidenti è da addebitare, nell'80 per cento dei casi, all'errore umano", ha sottolineato
il professor Antonio Mussa, direttore della S.C.D.U. Chirurgia Oncologica, direttore del Dipartimento di Oncologia e coordinatore
del Polo Oncologico presso l'Azienda Ospedaliera San Giovanni Battista di Torino, nonché presidente del Convegno. "La
cosiddetta malpractice emerge, secondo i dati del Tribunale per i Diritti del Malato, principalmente durante un intervento chirurgico
(66 per cento delle segnalazioni) piuttosto che in sede di diagnosi (28 per cento)".
In particolare, le cause da attribuire all'errore sono: la mancanza di controlli di vario genere come le garze, le pinze e i cateteri
dimenticati nell'addome del malato; la somministrazione sbagliata di farmaci (gas anestetici); le infezioni contratte durante l'intervento
o nella degenza ospedaliera. Questi eventi avversi, tutti prevedibili, sono riportati con enfasi dai media nazionali e locali. Va
ricordato che alla base degli errori sanitari c'è quasi sempre un problema organizzativo. Al primo posto, però, c'è
la mancanza di controllo dovuta ai ritmi sempre più incalzanti a cui è costretto il personale medico e paramedico,
poi ci sono le risorse (soprattutto umane) talvolta scarse e la mancanza di protocolli adeguati di monitoraggio della sicurezza,
in sala operatoria, che rendono possibile un errore umano talvolta prevedibile.
"Per calcolare quanti degli errori umani potrebbero essere prevenibili", ha precisato ancora il professor Mussa, "inizieranno
a breve, in autunno, presso l'Ospedale Molinette di Torino le sperimentazioni, finanziate dal MIUR, di un protocollo (denominato
Idea-Identificazione eventi avversi, ndr) di monitoraggio della sicurezza in sala operatoria e nei reparti. Dopo la prima fase sperimentale,
l'applicazione del protocollo potrebbe davvero garantire una drastica riduzione degli errori umani in ambito ospedaliero".
Di che si tratta?
"Attualmente il protocollo consiste nell'utilizzo di microtecnologie (etichette intelligenti) per il monitoraggio e la gestione
della somministrazione dei farmaci attraverso programmi dedicati che interagiscono con dati esistenti a livello ospedaliero",
ha risposto il professor Mussa. "In sintesi, si tratta non solo di controllare che il farmaco, la posologia e la somministrazione,
siano corretti per il paziente (controllo matching ovvero prescrizione paziente) ma anche che la preparazione sia conservata in
condizioni ottimali (controllo e registrazione eventi avversi come calore, luce e tempo della diluizione), oltre al controllo dell'appropriatezza
della prescrizione attraverso il controllo dei dati clinici (allergie o presenza di parametri chiave alterati). Tutto il sistema,
integrandosi con quelli già esistenti, potrà di fatto ridurre significativamente gli eventi avversi correlati alla
terapia. In futuro questo tipo di gestione potrà essere attuata, con le nanotecnologie, anche all'interno dei sistemi di
infusione venosa centrale, totalmente impiantabili con benefici impensabili per la sicurezza di pazienti e operatori".
Non ci sono solo i farmaci (30 per cento del totale): in base a un'indagine condotta all'Ospedale torinese San Giovanni Battista
dal dottor Marco Rapellino tra le cause di eventi avversi contano: i problemi strutturali nei reparti (20 per cento), gli incidenti
da letto (17 per cento) e i problemi legati all'intervento chirurgico (12 per cento). Se, da una parte, il controllo della sicurezza
in sala operatoria va avanti, dall'altra esiste la possibilità che in futuro a fare chirurgia saranno in pochi: tempo dieci
anni e i chirurghi in Italia si ridurranno drasticamente, come già avviene in altre nazioni europee, tanto che probabilmente
anche la sanità italiana importerà specialisti da Paesi emergenti come l'India. Sempre meno medici scelgono infatti
di specializzarsi in chirurgia. Le cause? La carriera lunga e faticosa del chirurgo, lo stipendio basso, la ridotta tolleranza al
sacrificio, il matrimonio e la maternità per le donne e soprattutto la paura delle denunce.
Il motivo?
Ormai è noto che dagli incidenti (spesso non prevedibili) alle denunce a carico dei medici il passo è breve, tanto
che nella Penisola sono aumentati i contenziosi medico-paziente. "Secondo i dati Ania (Agenzia di Assicurazioni)", come
ha fatto notare ancora il professor Antonio Mussa, "le denuncie per errori a carico dei medici sono passate da 3.154 nel 1994
a 11.932 nel 2004. Oggi questo numero potrebbe aggirarsi intorno a quota 15 mila l'anno e le denunce a carico dei chirurghi intorno
a 1.500. In altre parole, 4 chirurghi su 5 ricevono nella loro vita professionale almeno una richiesta di risarcimento/ indennizzo
o un avviso di garanzia per un presunto errore, mentre i medici italiani trascorrono almeno un terzo della loro vita lavorativa
sotto processo. L'80 per cento delle denunce e dei procedimenti finisce però di fatto archiviato, perché il fatto
non sussiste dopo procedimenti di circa 3-4 anni". Perciò, secondo la Società Italiana di Chirurgia e l'Associazione
Medici Accusati di Malpractice Ingiustamente (AMAMI), andrebbe creato un osservatorio del contenzioso dell'errore medico per raccogliere
le segnalazioni su contenziosi civili e penali, in modo da ottenere dati ufficiali sull'errore medico reale e percepito (ovvero
quello che il paziente considera un errore diagnostico o di trattamento ma che in effetti non è), sull'andamento del rapporto
tra richieste di risarcimento e sui risarcimenti effettivamente erogati, nonché sugli indennizzi concessi e i tempi dei processi.
Sull'argomento, appoggiando appieno la tesi del professor Mussa, è intervenuto il professor Roberto Tersigni, direttore dell'U.O.C
di Chirurgia Generale e Specialistica che, a sua volta, ha sottolineato: "Sempre più spesso i chirurghi devono fare
i conti con contenziosi medico-paziente, in quanto si è andata affermando la tendenza del risarcimento a tutti costi. Non
di rado questa situazione ingenera anche ripercussioni penali, per di più prive di fondamento; basti pensare che la maggior
parte delle denunce a carico di medici vengono archiviate perchè il fatto non sussiste. Per questo motivo abbiamo deciso
di dedicare il Convegno di primavera ai temi della sicurezza in chirurgia: dell'appropriatezza diagnostico-terapeutica delle nuove
tecnologie alle problematiche relative alla responsabilità professionale e al consenso informato, infine all'impatto sul
mondo giuridico ed etico delle nuove tecnologie". Il professor Tersigni ha poi puntualizzato: "Sarebbe ormai tempo di
colmare il vuoto nel nostro ordinamento giuridico, cioè la mancanza di norme specifiche che riguardano l'atto medico. In
assenza di norme specifiche per regolare il problema il problema degli errori medici, oggi l'atto medico, in atto di eventi avversi,
è considerato alla stregua delle aggressioni fisiche",
Quali sono le vostre proposte?
"L'unica soluzione è arrivare a norme specifiche che riguardano l'atto medico o perlomeno dar luogo a modifiche del
Codice Penale, quel Codice Rocco datato al 1930, e del Codice Civile. Bisognerebbe inoltre modificare il consenso informato che
non tutela il medico, ma solo il paziente. Oggi il consenso informato non ha valore di fronte al giudice e, quando non è
dimostrabile che il paziente lo ha firmato, l'atto medico che abbia conseguenze impreviste può venir considerato dal magistrato
come un reato doloso. Per questo motivo, nel corso del nostro Convegno, sono state presentate alcune proposte di modifica delle
leggi attualmente vigenti in tema di responsabilità professionale medica. elaborate da due insigni magistrati incaricati
dal Consiglio Direttivo della SIC. Le proposte di modifica normativa verranno presentate a personalità rappresentative della
magistratura, della politica, del giornalismo, perché vengano portate in futuro all'attenzione del Parlamento".
Il lucida labbra incrementa il rischio di cancro alla pelle
Rossetti e lucida labbra attraggono i raggi ultravioletti e incrementano il rischio di sviluppare un cancro della pelle. È
l’allarme lanciato da un gruppo di dermatologi del Baylor University Medical Center di Dallas.
Secondo Christine Brown, una delle autrici dello studio condotto dall’ateneo texano, proteggere le proprie labbra dai raggi
solari è importante quanto utilizzare un filtro solare per proteggere la pelle. Una recente indagine mostra però che
solo meno del 25 per cento degli americani ne è consapevole.
"Le labbra – sostiene la dottoressa Brown – sono più suscettibili della pelle all’invecchiamento dovuto
ai danni cronici provocati dal sole e più propense a sviluppare tumori". Quando un cancro arriva al labbro inferiore,
esso assume un potenziale molto più aggressivo, dando avvio a metastasi nei linfonodi.
"Chiunque trascorra oltre venti minuti al sole – avverte la ricercatrice americana – deve fare uso di una crema
protettiva per le labbra, da applicare al mattino anche sotto i classici rossetti e lucidi labbra".
Scoperto un possibile legame tra due virus e il cancro al polmone
Sebbene sia ormai fermamente dimostrato che il fumo di sigaretta costituisce un fattore indipendente di rischio di cancro al polmone,
due nuovi studi finanziati dall’American Cancer Society suggeriscono che due differenti infezioni virali aumentano tale rischio
nei fumatori. Si tratta del Papilloma virus umano (HPV) e del virus del morbillo, i quali non sono causa diretta di cancro al polmone
ma aggravano l’impatto negativo del tabacco.
"Per quanto concerne l’HPV – sostiene il professor Arash Rezazadeh dell’Università di Louisville (Kentucky)
– la nostra scoperta è controversa. Siamo solo all’inizio della strada ma è importante sapere che essere
infettati da questo virus sembra accrescere il rischio di sviluppare un cancro al polmone".
"Il virus del morbillo, invece – aggiunge il dottor Samuel Ariad del Soroka Medical Center (Israele) – persino
nei casi di infezione asintomatica, sembra essere associato con circa la metà dei casi di cancro al polmone trattati. Di
per sé non si tratta di un virus cancerogeno ma probabilmente va a modificare il Dna in precedenza danneggiato dal fumo di
sigaretta".
Nasce la Clinica dei Tumori Ereditari del Nord Est
Si chiamerà Clinica dei Tumori Ereditari, o secondo gli standard internazionali Familiar Cancer Clinic, la nuova struttura
creata dall’Istituto Oncologico Veneto al fine di riunire tutte le competenze presenti nel territorio nell’ambito dell’oncogenetica
clinica.
La nuova frontiera della lotta contro il cancro è infatti proprio quella che studia e combatte i tumori con una base eredo-familiare
che rappresenta nel Nord Est, come in tutta Italia, una quota stimabile tra il 5 ed il 10 per cento dei casi che hanno contratto
la malattia.
Identificare la mutazione genetica che ha causato la trasmissione ereditaria di un tumore è molto importante. Consente non
solo di adottare le misure diagnostico terapeutiche più idonee per quel particolare paziente con tumore ereditario, ma anche
di fare una diagnosi precoce nei portatori “sani” della mutazione, riducendo e talora portando a zero il rischio di
tumore.
"Grazie a questo progetto – sottolinea il dottor Pier Carlo Muzzio, commissario straordinario dell’Istituto Oncologico
Veneto – la Clinica dei Tumori Ereditari riunirà in un unico centro uno staff medico di alto livello che, seguendo
un approccio multidisciplinare, potrà dedicarsi contemporaneamente alla diagnosi e alla cura delle neoplasie ereditarie endocrine,
del colon, della mammella e dell’ovaio. In molti centri di oncologia sono già sorte strutture specifiche in grado di
diagnosticare e assistere casi di neoplasia eredo-familiare, tuttavia nessuna di queste è in grado di fornire l’assistenza
a vasto raggio che noi possiamo garantire da ora. Il nostro scopo è creare una rete di sinergie non solo all’interno
della nostra struttura ma anche con i centri già attivi in tutto il Nord Est".
L’obbiettivo dell’Istituto Oncologico Veneto è quello di poter garantire ai pazienti, con un investimento di
circa 1 milione di euro in 5 anni, un’assistenza completa, grazie al coordinamento e alla collaborazione tra staff medici
e all’integrazione costante tra attività di laboratorio e attività clinica.
"La Clinica dei Tumori Ereditari – mette in evidenza il professor Giuseppe Opocher, in qualità di direttore della
nuova struttura – seguirà passo per passo il paziente, dalla consulenza genetica all’analisi del DNA fino all’identificazione
dell’alterazione genetica responsabile, alla messa in atto di procedure diagnostiche e terapeutiche personalizzate e alla
predisposizione di un programma di prevenzione specifico. In questa prima fase ci dedicheremo ai tumori del colon-retto, della mammella,
dell’ovaio e a quelli endocrini, che rappresentano la casistica più significativa e presentano fra loro una serie complessa
di correlazioni. Tuttavia abbiamo già avviato nuove partnership e a breve avvieremo un ambulatorio per le forme familiari
di melanoma".
Nuova luce sul processo di formazione del cancro al colon
Uno studio condotto all’Università di Helsinki getta una nuova luce sul processo di formazione del cancro al colon
e, in prospettiva, può aiutare a sviluppare trattamenti più efficaci per questa malattia, una delle cause di morte
per tumore più diffuse nei Paesi occidentali sia tra le donne sia tra gli uomini. Studi epidemiologici hanno mostrato come
diversi fattori possono contribuire all’insorgere di un cancro nell’area colorettale: obesità, dieta ricca di
carne rossa e povera di verdura e fibre.
La maggioranza dei tumori maligni del colon-retto insorge a partire da lesioni, spesso inizialmente del tutto benigne, dette polipi
adenomatosi. Il fatto che i polipi adenomatosi possano essere i precursori del tumore ha una notevole importanza pratica, poiché
l'asportazione endoscopica dei polipi è in grado di prevenire lo sviluppo di un tumore maligno.
Lo studio finlandese, anticipato nell’edizione online di "Cancer Cell", descrive un meccanismo tramite il quale
i polipi benigni nel colon acquistano l’abilità di formare tumori maligni: PROX1, una proteina che nell’embrione
controlla la formazione normale degli organi, quali il fegato o gli occhi, diventa in modo abnorme sovraprodotta nelle fasi precoci
di sviluppo del carcinoma. PROX1 consente alle cellule del tumore di crescere persino in assenza di segnali di stimolazione dai
tessuti normali circostanti. La rimozione di PROX1 dalle cellule cancerogene può rendere reversibile il loro comportamento
maligno. La proteina può quindi essere un promettente target per lo sviluppo di nuove terapie.
Indirizzi utili
Azienda Sanitaria Ospedaliera San Giovanni Battista (Molinette)
Corso Bramante 88/90 - 10126 Torino
Centralino: 011 6331633
Prenotazioni/informazioni: 011 633.2220-5906
www.molinette.piemonte.it
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