|
|
Esmo: buone news per il tumore al colon-retto
Minnie Luongo, N. 11 novembre 2008
Come ben sanno gli addetti ai lavori, l’ESMO (“European Society for Medical Oncology”) rappresenta il più importante congresso di oncologia in ambito europeo. Durante la trentatreesima edizione, che quest’anno si è svolta a Stoccolma (Svezia), si è fatto il punto sui più recenti progressi nel settore e si è anche parlato in dettaglio di quelle che sono le prossime sfide per quanto riguarda diversi tipi di tumore: al polmone, alla mammella, al rene, al colon-retto. In particolare, circa quest’ultimo tumore è emerso che nel panorama attuale compaiono buone news, oltre ad ampie prospettive di trattamenti e terapie. Come ha ben spiegato a Stoccolma il professor Alberto Sobrero, Primario di Oncologia Medica all’Ospedale San Martino di Genova.
E, proprio grazie all’aiuto del professor Sobrero, vediamo di approfondire quali sono i recenti progressi della ricerca circa un tumore la cui diagnosi, almeno fino ad ora, ha sempre spaventato non poco i pazienti e i loro familiari. Ma per farlo cominciamo dall’”inizio”.
Un momento cruciale per la lotta ai tumori
“Siamo in una fase davvero cruciale- premette Sobrero-: infatti, gli enormi passi avanti compiuti dalla ricerca hanno portato ad una sempre maggiore comprensione dei meccanismi che stanno alla base del cancro, fornendo nuovi strumenti per la prevenzione, la diagnosi e il trattamento di molte tipologie di tumori. Mai come ora, possiamo affermarlo con sicurezza, il cammino verso un sempre maggiore controllo della malattia è giunto a progressi senza precedenti, e le prospettive per i pazienti sono radicalmente cambiate in meglio”.
Il cancro del colon-retto
Iniziamo col domandare al professor Sobrero quanti sono in Italia i pazienti colpiti da questo tumore e quali i sintomi con cui esso, in genere, si manifesta. “In Italia si verificano circa 30.000 nuovi casi ogni anno, e possiamo considerare un numero totale di pazienti di circa il doppio. Per quanto riguarda i segnali principali, essi sono tre: la presenza di sangue nelle feci, un’alterazione nelle abitudini ad andare di corpo e la comparsa di dolori addominali molto più intensi di altri eventuali dolori avuti in passato”.
Una questione importante riguarda, pertanto, la diagnosi precoce e la possibilità di effettuare una colonscopia. Conferma l’esperto: “ Questo esame è fondamentale, tanto che consiglio a tutte le persone tra i 50 e i 60 anni di sottoporsi ad una colonscopia. Si tratta di un messaggio fondamentale: infatti, si calcola che se tutti seguissero tale indicazione, avremmo una riduzione della mortalità per tumore del colon-retto di almeno il 30 percento. “.
La colonscopia non è però un esame da ripetere periodicamente, a meno che non emergano elementi problematici. Si tratta infatti di una metodica invasiva e certamente poco piacevole: pertanto, nel caso in cui i risultati siano positivi, si può evitare di ripeterla ogni anno, poiché basterà un nuovo controllo anche dopo dieci anni (sempre che non insorgano sintomi). Ovviamente, qualora emergano dall’esame elementi di attenzione, sarà il medico a prevedere ulteriori controlli.
A questo punto chiediamo al professor Sobrero quali sono le terapie oggi a disposizione per questo tipo di tumore. “Chirurgia, radioterapia, chemioterapia, terapie biologiche e terapie locoregionali per le metastasi epatiche. Sicuramente la parola giusta per definire che cosa è successo nelle terapie è “rivoluzione”. Il trattamento del tumore del colon-retto è quello che più di ogni altra neoplasia ha avuto un impatto positivo dalle nuove scoperte nella pratica clinica. Le innovazioni hanno infatti portato ad un progressivo miglioramento della prognosi. Possiamo individuare tre tappe fondamentali in questo processo: l’impatto della chemioterapia adiuvante, ovvero precauzionale dopo l’intervento chirurgico per scongiurare il rischio di ricadute; la guaribilità della malattia anche metastatica attraverso la chirurgia; i successi delle terapie biologiche”.
Per chiarire meglio, esaminiamo alcuni dati, che da soli danno un’idea dei progressi terapeutici in termini di sopravvivenza. Il paziente con un cancro del colon-retto avanzato non trattato, ancora fino a non moltissimi anni fa, aveva una sopravvivenza di 4-5 mesi; negli anni Novanta con le prime chemioterapie a base di fluoro (5FU) la sopravvivenza è salita a 10 mesi; i regimi chemioterapici con la combinazione di due farmaci- le cosiddette “doppiette” (FOLFOX, ovvero fluoro + oxaliplatino, e FOLFIRI, ovvero fluoro + irinotecan) - hanno portato ad una sopravvivenza di 15-16 mesi. Con l’avvento dei farmaci biologici ora è possibile arrivare a 20-30 mesi.
“Il tutto- sottolinea sempre Sobrero- va di pari passo con la qualità di vita, un parametro assolutamente fondamentale. Grazie ai progressi terapeutici si riesce sempre di più a rallentare l’avanzamento della malattia, prevenendone gli effetti fisici sul paziente e i danni alla sua qualità di vita. Ma non solo. le stesse terapie oggi sono contraddistinte da un numero minore di effetti collaterali. Ne sono un esempio le tossicità limitate dei farmaci biologici rispetto alla chemioterapia classica oppure, confrontando i diversi regimi chemioterapici, la possibilità di somministrare il 5FU non per infusione endovenosa ma per via orale utilizzando la capecitabina, con conseguente diminuzione per il paziente degli effetti collaterali derivanti dal catetere venoso centrale (infezioni, trombosi, ecc).
Capecitabina e bevacizumab
Professore, farmaci come bevacizumab e capecitabina che cosa hanno aggiunto nell'armamentario terapeutico dell'oncologo?
“Partiamo dalla capecitabina. L’importanza di questo farmaco deriva dall’essere riuscito a rendere possibile la somministrazione per via orale del 5FU o fluorouracile, il chemioterapico più utilizzato, e che ha portato i primi importanti risultati nella terapia del cancro del colon-retto. La capecitabina presenta un innovativo meccanismo d’azione: la molecola, infatti, comincia ad agire solo quando giunta all’interno delle cellule tumorali, si trasforma in 5-fluorouracile grazie ad un enzima presente in quantità molto più elevate nelle cellule tumorali rispetto a quelle sane. Mediante questo innovativo meccanismo d’azione, il farmaco ha la possibilità di agire prevalentemente dove serve, colpendo soprattutto le cellule malate.
Grazie alla capecitabina l’oncologo ha a disposizione un’arma per migliorare la qualità della vita del paziente: a parità di efficacia con il 5FU, infatti, la capecitabina ha un migliore profilo di tollerabilità (meno effetti collaterali, soprattutto per quanto riguarda perdita di capelli, nausea, vomito e astenia) e, grazie alla formulazione in compresse, evita gli inconvenienti legati alla tradizionale terapia endovenosa (ospedalizzazione, rischio di infezioni, ecc).
Per quanto riguarda bevacizumab, questo anticorpo monoclonale che agisce sull’angiogenesi ha portato dal punto di vista della sopravvivenza due importanti risultati ed una grandissima speranza.
Il primo elemento fondamentale è che tale farmaco ha creato un paradigma innovativo, quella che possiamo definire una filosofia diversa del trattamento: usare un farmaco che non distrugge le cellule sane, ma agisce sul meccanismo che consente al tumore di crescere e diffondersi. Si tratta di una strada completamente differente rispetto all’approccio tradizionale.
Il secondo elemento è racchiuso nel fatto che si tratta di un farmaco realmente efficace: per la prima volta si sono dimostrati dei vantaggi significativi in termini di sopravvivenza in tutte le linee di trattamento ed in combinazione con tutti i farmaci chemioterapici disponibili (5-FU, capecitabina, ed i regimi FOLFOX/XELOX e FOLFIRI/XELIRI).
La grande speranza è quella che riponiamo negli effetti del bevacizumab nelle fasi iniziali della malattia, ovvero nella terapia adiuvante, quella effettuata dopo l’intervento chirurgico per scongiurare il rischio di recidive. È questa la fase in cui si può parlare non solo di estensione della sopravvivenza e miglioramento della qualità della vita, parametri certo importanti, ma di vera e propria guarigione.
È attualmente in corso un importante trial internazionale chiamato “AVANT”, che sta esaminando gli effetti dell’uso di bevacizumab come trattamento preventivo dopo l’intervento chirurgico. I risultati sono attesi tra due anni, ma ci aspettiamo che questo farmaco possa dimostrare che la sua azione specifica ed innovativa volta ad impedire che il tumore cresca e si diffonda nell’organismo, possa portare dei concreti benefici in termini di guarigioni, prevenendo le ricadute della malattia.
Il senso è quello di un grande riconoscimento per i benefici che questi due farmaci hanno portato per i pazienti. Oggi le prospettive per un paziente con tumore del colon-retto sono completamente diverse rispetto a solo pochi anni fa, proprio grazie a queste nuove terapie”.
Per il futuro
“In sintesi, sono tre gli obiettivi che noi oncologi perseguiamo: efficacia, riduzione il più possibile della tossicità, miglioramento della convenienza per il paziente e della sua qualità di vita. A parità di efficacia con il 5FU, la capecitabina ha portato dei miglioramenti tangibili per gli altri due parametri, con benefici concreti per i pazienti. Recentemente l’EMEA ha approvato un’indicazione molto ampia sia di bevacizumab sia di capecitabina, i quali ora possono essere utilizzati in combinazione con tutti i chemioterapici tradizionali. Questa estensione di indicazione è stata recepita nel giugno scorso anche in Italia con l’indicazione per l’utilizzo nel carcinoma mammario metastatico, nel tumore polmonare a cellule non piccole metastatico, e per il carcinoma renale Si tratta del riconoscimento dei risultati che questi farmaci hanno portato e che, si prevede con certezza, continueranno a portare in maniera ancora più ampia e diffusa. Per i pazienti e gli oncologi si apre un nuovo importante scenario”.
Età, familiarità, fattori di rischio
- Quando si parla di questo tumore, sono tante le domande che esigono una risposta precisa. La prima: esiste un'età a rischio, e c’è una differenza di incidenza tra uomini e donne? Sicuramente il rischio di ammalarsi di tumore del colon-retto aumenta con l’aumentare dell’età. Per quanto riguarda invece le differenze tra uomini e donne, si riscontra una leggera preponderanza negli uomini
- Spesso le persone che hanno (o hanno avuto) in casa un malato di tumore al colon-retto temono di essere “a rischio”. Esiste davvero una familiarità per questa forma di tumore e, più in generale, quali sono i principali fattori di rischio? Sicuramente una familiarità esiste: figli, fratelli o genitori di una persona che abbia sviluppato un tumore del colon-retto presentano una probabilità di ammalarsi più alta rispetto alla popolazione generale. Tuttavia, questa predisposizione non va confusa con l’ereditarietà, che interessa un numero molto limitato di casi. Più precisamente: la familiarità è responsabile di circa il 20 percento dei casi, ed assume un ruolo fondamentale in circa il 2-5 percento dei casi.
- Per quanto riguarda i fattori di rischio, il primo è certamente l’alimentazione. Senza dubbio frutta e verdura hanno un ruolo protettivo nei confronti di questa malattia, e pertanto la tradizionale dieta mediterranea risulta l’alimentazione migliore per prevenire il tumore del colon-retto. Altri fattori di rischio sono costituiti dal fumo e dall’obesità, anche se con un impatto inferiore all’alimentazione.
ESMO
Presente in oltre 100 Paesi, ESMO- organizzazione “not-for-profit” che comprende attualmente più di 5.000 specialisti di oncologia- si pone come obiettivo principale quello di PREVENIRE IL CANCRO e di offrire a tutti i malati il modo “giusto” per combatterlo, assieme al trattamento e alle cure ottimali per ogni specifico caso.
Per la precisione, la sua “mission” comprende numerose finalità. Queste le principali:
- migliorare la qualità della prevenzione, nonché quella di diagnosi, cura, sostegno e anche cure palliative, così come del follow-up;
- diffondere il più possibile le conoscenze in campo oncologico tra la popolazione;
- promuovere l’“istruzione” in oncologia, allo scopo di garantire un elevato livello di qualificazione dei medici oncologi in team che lavorino in maniera multidisciplinare;
- sollecitare e sostenere i contatti fra tutte le diverse specialità di oncologia, coinvolgendo università, associazioni di pazienti e, quando si rende necessario, anche industrie farmaceutiche. www.esmo.org
Nel 2004 (durante il Convegno annuale, tenutosi quell’anno a Vienna, in Austria) si è costituita anche la FONDAZIONE ESMO, nata dalla necessità di raccogliere fondi per avere una possibilità sempre maggiore di offrire a tutti i malati il miglior trattamento e le migliori cure possibili oggi a disposizione. Come per l’Organizzazione, così anche per la Fondazione ESMO i pazienti rappresentano la forza motrice e l’ispirazione per ogni evento o iniziativa di oncologia.
Indirizzi utili
AZIENDA OSPEDALIERA UNIVERSITARIA "SAN MARTINO"
L.go Rosanna Benzi, 10 - 16132 Genova
Direttore sanitario: Dott. Paolo Elia Capra
Centralino: 010 5551
Prenotazioni/informazioni: 010 555.2740-2741
www.hsanmartino.liguria.it
Oncologia medica - Prof. Alberto Sobrero - 010 5551
AZIENDA SANITARIA OSPEDALIERA SAN GIOVANNI BATTISTA
Corso Bramante 88/90 - 10126 Torino
Centralino: 011 6331633
Prenotazioni/informazioni: 011 633.2220-5906
www.molinette.piemonte.it
POLICLINICO UNIVERSITARIO FEDERICO II
Via Sergio Pansini, 5 - 80131 Napoli
Centralino: 081 7461111
Prenotazioni/informazioni: 081 7461111
www.policlinico.unina.it
Torna ai risultati della ricerca
|