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Infertilità e tumori
Cristina Mazzantini, n. 3 marzo 2009
In Italia un bambino su 100 nasce dopo essere concepito con tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA), mentre in alcune nazioni del NordEuropa questo accade per un bambino su 30. Considerando le percentuali di gravidanze ottenute attraverso la PMA rispetto al numero di prelievi ovicitari effettuati, gli USA si attestano al 40 per cento, l'Europa al 27 per cento e l'Italia al 21 per cento: in pratica, siamo il fanalino di coda. Questi dati sono stati presentati a Roma al convegno su "Legge 40 e turismo riproduttivo: vale ancora la pena?", organizzato dall'Italia dei Valori e dalla Società Italiana di Fertilità e Sterilità. Si è trattato di un incontro-dibattito a cui hanno partecipato ginecologi, andrologi, biologi, politici, opinionisti e uomini di cultura. Questi hanno cercato di rispondere a una serie di interrogativi. Il congelamento di ovociti offre le stesse possibilità del congelamento di embrioni? I tassi di successo delle due metodiche, in termini di gravidanza, sono sovrapponibili? Le donne italiane hanno le stesse chance di quelle degli altri Paesi europei? E soprattutto, il turismo riproduttivo ha ancora ragione di esistere? Tutte queste domande sembrano in apparenza non aver niente a che spartire con le problematiche oncologiche. Eppure un'intera sessione è stata dedicata alla preservazione della fertilità sia nella donna che nell'uomo con tumore.
Sulla questione femminile è intervenuto il professor Pasquale Patrizio, direttore del Fertility Center dell'Università di Yale. «È importante per una giovane donna, a cui è stato appena diagnosticato un tumore, sapere, qualora lo desideri, di poter avere un figlio grazie alla riproduzione medicalmente assistita», ha precisato il professor Patrizio. Ma come è possibile mantenere intatta la possibilità di diventare madri? Sapendo peraltro, come confermato dalle ultime autorevoli statistiche internazionali, che il 100 per cento delle donne ultratrentenni diventa sterile e va in menopausa precoce dopo aver subìto interventi chirurgici altamente invasivi, per asportazione completa della massa tumorale e abbinati a radiochemioterapia. «Questa è una domanda legittima. Vorrei chiarire un punto importante, a volte sottovalutato dai colleghi ginecologi. Il ruolo dello specialista, quando visita una donna con neoplasia, è quello di fornirle, anche se non richiesto (perché la paziente è traumatizzata dalla diagnosi, ndr), il maggior numero possibile di informazioni a proposito dell'elevato rischio di diventare sterile, dopo aver eseguito le cure chirurgiche o farmacologiche per debellare il cancro. È infatti nostro dovere suggerire alla signora, qualora lo ritenesse opportuno, di sottoporsi a tecniche salva fertilità prima di intraprendere ogni cura neoplastica», ha puntualizzato il ginecologo.
Professor Patrizio, si parla di tecniche. Quindi ce ne più d'una? «Ovviamente sì. La più gettonata, anche perché quella più praticata, è la stimolazione per la produzione degli ovociti da congelare. Si tratta, però, di una metodica non sempre proponibile. Per esempio, in casi in cui le donne che si rivolgono ai nostri centri hanno poco tempo o, magari, sono adolescenti. A costoro i ginecologi consigliano la tecnica del congelamento del tessuto ovarico. Metodica, questa, ancora in fase sperimentale ma che sta dando buoni risultati: con la nascita di sei bambini nel mondo (una cifra irrisoria, ma scientificamente molto importante). Inoltre stiamo lavorando per l'asportazione dell'ovaio intero da poter reimpiantare nella donna dopo le cure delle neoplasie e una diagnosi di guarigione. Questa tecnica è ancora tutta da sperimentare perché attualmente essa ha dato esiti positivi sugli animali, specialmente topi, e si è in attesa per quanto riguarda gli uomini. Siamo fiduciosi: è questo il prossimo futuro», ha risposto il nostro esperto.
Parliamo del congelamento del tessuto ovarico? «La tecnina consiste nel prelevare il tessuto delle ovaie prima che la donna cominci la chemioterapia (che comprometterebbe la fertilità), conservarlo a temperature bassissime». Dunque il messaggio positivo da dare alle nostre lettrici è: tutte le donne che hanno vinto la battaglia contro il cancro oggi, se lo vogliono hanno la possibilità di diventare madri. Quest'opportunità sembra avere un effetto psicologico benefico sulla prognosi e sulla guarigione dalla malattia neoplastica. L'argomento sta suscitando grande interesse nel mondo scientifico. Sono partiti infatti diversi studi, ancora però in fase iniziale, che richiederano del tempo per avere risultati significativi. Anche se si dice che le indagini non porteranno grandi sorprese, quanto piuttosto importanti conferme sull'effetto positivo dell'importanza della genitorietà nella lotta al cancro.
La tematica della paternità nei pazienti con diagnosi di tumore è stata affrontata dal professor Andrea Lenzi, Ordinario di Endocrinologia e andrologo dell'Università "La Sapienza" di Roma. «Per l'uomo è molto più facile preservare la fertilità rispetto alla donna. Nell'uomo, infatti, parliamo di cellule ovvero gli spermatozoi che svolgono un'azione extracorporea. Però, normalmente, il problema paternità è meno sentito dai nostri pazienti, spesso troppo giovani, per cui sono preoccupati nel risolvere al meglio il problema cancro», ha chiarito il professor Lenzi. «Spesso tocca a noi andrologi-oncologi spiegare che, sottoponendosi alle terapie neoplasiche, c'è un elevato rischio di rimanere sterile».
In che modo aiutate i pazienti giovani, ovvero al di sotto dei trent'anni, colpiti soprattutto dal cancro al testicolo sapendo, dalla migliore letteratura, che si tratta di una patologia oggi al primo posto in Europa e in Italia? «Visto che i nostri pazienti sono così giovani li stressiamo, avvertendoli che la chemioterapia può deprimere la spermatogenesi e non tutti i pazienti recuperano autonomamente la funzione procreativa. Perciò evidenziamo l'importanza di sottoporsi allo "sperm-banking" ossia al "deposito del seme"», ha risposto il nostro andrologo. «Si tratta di un modo concreto, reale, per affrontare a tutto tondo l'argomento tumori in questa fascia d'età. Significa entrare in problematiche non solo cliniche e scientifiche ma anche psicologiche, sociali, esistenziali, che coinvolgono pesantemente i pazienti proprio mentre essi cercano nuovi equilibri negli studi, nel lavoro, negli affetti e nella famiglia». Quindi anche per l'uomo è importante preservare la propria fertilità, così da potersi godere, qualora lo voglia, una paternità grazie alla riproduzione medicalmente assistita. Dopo due intense giornate di lavoro, a Roma, relatori e pubblico presenti sono giunti alla stessa conclusione: la legge 40, seppur utile a suo tempo, dovrebbe essere migliorata.
Laser e noduli tiroidei
Una donna su due dopo i 50 anni ha noduli tiroidei benigni, che, di solito, non necessitano di cure mediche. Quando però i noduli causano fastidi per grandi dimensioni o localizzazioni ostruttive, essi vanno eliminati. Finora l'unica soluzione era la chirurgia, spesso demolitiva, con l'asportazione della tiroide o di una parte di essa. Da alcuni anni esiste un'ottima alternativa: l'ablazione laser percutanea ecoguidata o PLA (Percutaneous Laser Ablation). In Italia la tecnica è eseguita solo a Reggio Emilia, Pisa, Napoli, Perugia e Albano Laziale. Di PLA si è discusso a Palermo durante il I° Congresso PanMediterraneo di Endocrinologia e Metabolismo. Roberto Valcavi, direttore del Centro Malattie della Tiroide dell'Ospedale S. Maria Nuova a Reggio Emilia, ha spiegato: «È una metodica ambulatoriale e indolore che, senza incisioni chirurgiche, riduce di oltre il 50-60 per cento il volume dei noduli». In che modo? «In anestesia locale, con aghi ecoguidati, si inseriscono nel nodulo al massimo 4 sottili fibre ottiche. Queste indirizzano un raggio laser Nd:YAG nel tessuto da eliminare. Il tutto dura circa 45 minuti. Quindi il paziente, dopo 2 ore di osservazione e relax, può tornare a casa», chiarisce l'esperto. L'intervento è indicato per noduli benigni di forma ovalare (simile a un uovo), inferiori agli 8 cm e singoli. «Esistono degli effetti collaterali moderati come indolenzimento, stati febbrili, gonfiori risolvibili in breve tempo con terapie cortisoniche. In casi rarissimi si sono avuti danni permanenti al nervo laringeo», conclude il professor Valcavi.
I tumori al polmone nel Lazio
Nel Lazio, ogni giorno, nove persone si ammalano di tumore al polmone. È un killer che non perdona. E che sempre più colpisce le donne, per colpa di una sigaretta sempre accesa. Tra gli uomini invece si registra un calo. È quanto rivelano le ultime stime dell'Istituto Superiore di Sanità secondo cui i nuovi casi di tumore al polmone tra le donne laziali nel 1990 sono stati 530, per balzare a 1.017 nel 2008. Per gli uomini si è verificata un'inversione di tendenza: dai 2.481 nuovi casi nel 1990, si è passati ai 2.397 di quest'anno. Le cifre sono state fornite in occasione della I Conferenza Italiana di Oncologia Toracica, coordinata dal professor Cesare Gridelli. Per la prima volta è stata presentata al mondo scientifico e alla stampa l'Associazione Italiana di Oncologia Toracica, presieduta dal professor Filippo de Marinis.
A preoccupare gli esperti non c'è solo l'incremento delle neoplasie polmonari tra le fumatrici, quanto «la sorpresa di diagnosticare il tumore anche in donne che non hanno mai fumato», come spiega il professor De Marinis del Dipartimento Malattie Polmonari, direttore della I° Unità Operativa di Pneumologia Oncologica al San Camillo-Forlanini di Roma. L'oncologo romano sottolinea:_ _«Si pensa che possa trattarsi di una debolezza genica, di un'interazione fra meccanismi ormonali e ambientali. È una forma tumorale molto aggressiva ma che, fortunatamente, risponde bene ai farmaci di ultima generazione. Ricordo che il cancro nei non fumatori, uomini e donne, rappresenta la settima causa di morte per tumore e il 10 per cento di tutte le neoplasie polmonari».
Fra stelle e tumori
Gli astronomi montano filtri a banda stretta sul telescopio per cercare nuove stelle e nebulose. Ora gli stessi filtri servono ai gastroenterologi-endoscopisti per dare la caccia a tumori e malattie dell'apparato digerente. È l'"endoscopia con immagini a banda stretta" (narrow-band imaging) e sfrutta le tecnologie digitali permettendo di migliorare del 50 per cento la capacità diagnostica. Se ne è discusso a Napoli al Congresso Nazionale delle Malattie Digestive. La tecnica è considerata uno degli strumenti più promettenti per aumentare l'accuratezza della diagnosi precoce di numerose patologie gastrointestinali.
«Si tratta di una normale endoscopia in grado, però, di vedere con estrema precisione i dettagli del rivestimento del tubo digerente», ha spiegato il professor Livio Cipolletta, presidente del Congresso. «Il narrow-band imaging è capace di riconoscere una lesione precancerosa, distinguendo 4,5 millimetri di mucosa poco più biancastra o più rugosa rispetto al resto del tessuto sano». Il risultato? Interventi tempestivi, sempre più mirati e risolutivi. Il telescopio, che si sta diffondendo in Italia, appare come un normale endoscopio: unica differenza è la presenza di filtri a banda stretta nei colori rosso, blu e verde. Questi illuminano la parte del corpo da analizzare e rilevano immagini distinte per i diversi livelli di mucosa. Le immagini, ottenute in tempo reale, facilitano la diagnosi precoce delle lesioni tumorali superficiali dell'esofago, dello stomaco, dell'intestino e del colon.
L'aspartame non è pericoloso
Un recente studio epidemiologico, redatto dal National Cancer Institute (Nci) americano, ha confermato le conclusioni di ricerche precedenti secondo cui non esistono legami tra consumo di aspartame e leucemie, linfomi e tumori del cervello.
La ricerca, finanziata dal governo e presentata all'annuale Congresso dall'American Association of Cancer Research di Washington, raccoglie le valutazioni effettuate su oltre 500mila persone, uomini e donne, di età compresa tra i 50 e i 69 anni, per un periodo di 5 anni. Infatti gli scienziati d'oltreoceano con la loro accurata indagine non hanno trovato alcuna prova scientifica che indichi un maggiore rischio di neoplasie maligne del sistema ematopoietico (sanguigno) o di quello cerebrale.
Perciò l'indagine non fa altro che confermare gli esiti di tre studi, realizzati su modelli animali dal National Toxicology Program statunitense, per valutare l'aspartame come possibile causa di tumori. Per queste indagini, finanziate e gestite dal governo, e condotte secondo le cosiddette "Good Laboratory Practices" (specifiche metodiche), i ricercatori hanno fatto consumare aspartame a topi geneticamente modificati. Ovvero animali allevati con il preciso scopo di essere particolarmente sensibili agli agenti cancerogeni. I risultati, come speravano gli scienziati, hanno indicato in modo univoco che non c'è evidenza di attività tumorale della sostanza chimica più usata nei dolcificanti.
Un antibiotico, la siomicina A, è un potenziale agente antitumorale
Dall'America buone notizie per la cura dei tumori. Sembra che la siomicina A, un antibiotico, relativamente poco noto anche alla classe medica, si è rivelato un potenziale agente antitumorale assai promettente. L'importante scoperta si deve a un gruppo di ricercatori dell'Università dell'Illinois di Chicago, i quali hanno utilizzato un nuovo sistema di screening molecolare, basato sulla luciferasi, una proteina naturalmente luminescente. Grazie ad essa gli studiosi americani hanno potuto controllare un gran numero di composti per poi verificarne la capacità di inibire il gene FoxM1, responsabile dell'attivazione dei geni coinvolti nella proliferazione cellulare, largamente presente in molte neoplasie.
Rispetto ad altre metodiche finora adoperate, la nuova tecnica consente di effettuare in tempi molto più brevi il primo di una lunga serie di controlli di efficacia. Proprio da uno di questi test è emerso che la siomicina A può interferire con l'espressione del gene FoxM1. Testato in colture cellulari, è stato in grado di indurre l'apoptosi, la morte cellulare nelle cellule cancerogene, senza intromettersi sulla funzionalità delle cellule sane. Prima di pensare a possibili applicazioni terapeutiche sarà necessario superare una serie di test in vitro su animali da laboratorio. Tuttavia, secondo i ricercatori, che illustrano la ricerca in un articolo pubblicato sulla rivista Cancer Research, le prospettive sono rosee.
Nanotubi al carbonio rilevano il cancro al polmone nel respiro
Utilizzando una serie di dispositivi di nanotubi, ciascuno dei quali ricoperto con differente materiale organico, gli scienziati dell’Israel Institute of Technology hanno sviluppato un sistema in grado di diagnosticare il cancro al polmone attraverso l’analisi del semplice respiro del paziente. I risultati dello studio, coordinato da Hossam Haick, sono stati pubblicati su Nano Letters. Il dottor Haick e colleghi hanno creato, dapprima, dispositivi singoli costituiti da reti casuali di nanotubi di carbonio circondati da una singola parete e ricoperti con una decina di differenti materiali organici isolanti non polimerici.
Per creare i sensori, gli scienziati hanno impiegato tecniche standard di fabbricazione di microprocessori. Grazie al differente materiale organico, ciascun dispositivo sensoriale fornisce un’unica risposta quando viene esposto all’ampia varietà di oltre 200 composti chimici organici volatili presenti nel respiro umano. Per calibrare i dispositivi, gli scienziati hanno catturato il respiro di 15 pazienti sani non fumatori e 15 individui a 4 diversi stadi di sviluppo di cancro al polmone. In seguito, i ricercatori hanno concentrato i composti organici in ogni campione di respiro, utilizzando un metodo noto come microestrazione in fase solida, e svolto un’analisi attraverso la gas cromatografia spettrometria di massa.
Pesci e frutti mare fanno aumentare il tasso di sopravvivenza nel tumore della prostata
Un elevato consumo di pesce e di frutti di mare ricchi di omega-3 migliora le possibilità di sopravvivenza per il tumore alla prostata del 38 per cento. È quanto emerge da uno studio condotto su oltre 20mila uomini all’Harvard School of Publich Health e pubblicato sull’ultimo numero dell’American Journal of Clinical Nutrition. L’analisi, coordinata dal dottor Jorge Chavarro, ha permesso di scoprire che gli uomini che mangiavano cinque porzioni di pesce alla settimana presentavano un tasso di sopravvivenza maggiore del 48 per cento rispetto a coloro che ne consumavano una sola porzione. Lo studio fornisce così un’ulteriore prova del legame esistente tra il consumo di pesce e omega-3 e i benefici potenziali per il trattamento del cancro.
Nel mondo ogni anno vengono diagnosticati circa mezzo milione di nuovi casi di cancro alla prostata, causa diretta della morte di oltre 200mila uomini. L’incidenza di questa malattia è cresciuta negli ultimi 15 anni dell’1,7 per cento. «I risultati del nostro studio suggeriscono che il consumo di pesce non è correlato all’incidenza del cancro alla prostata ma può migliorare la sopravvivenza delle persone che sono affette da questa malattia», ha precisato il dottor Chavarro.
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