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Diagnosi precoce, unica arma contro il melanoma

Cristina Mazzantini, N. 4 aprile 2009

Nel corso delle 24.000 visite effettuate nel 2008 presso il Dipartimento di Dermatologia Oncologica dell’Istituto Dermatologico San Gallicano – IFO di Roma, diretto dalla professoressa Caterina Catricalà, sono stati diagnosticati 359 nuovi casi di melanomi e 1.500 carcinomi. Il melanoma, pur essendo un tumore raro, registra un’incidenza in continua crescita: è la quarta neoplasia in Australia e Nuova Zelanda, la sesta negli USA e la dodicesima in Italia. La media in Italia è di 12 persone colpite ogni centomila abitanti all’anno, con età compresa tra i 35 e i 65 anni. È molto raro nei bambini. Il melanoma colpisce entrambi i sessi, ma per quello maschile la diagnosi è più tardiva. Perché gli uomini di solito sono meno sensibili alla prevenzione.
«L’unica arma vincente contro il melanoma», afferma la professoressa Caterina Catricalà, «resta ancora la diagnosi precoce effettuata da dermatologi esperti ed adeguatamente formati all’uso delle diagnostiche non invasive e, in particolare, alla demoscopia». Per divulgare conoscenze ed esperienze in materia di prevenzione, diagnostica e terapia dei Tumori della pelle, maturate presso l’Istituto San Gallicano è nato il progetto “Accademia di Formazione Dermato–Oncologica”. L’obiettivo è far conoscere nuove tecnologie e metodiche che vanno dall’uso del dermoscopio alla vdeomicroscopia digitale, dalla mcroscopia confocale alla termografia. A tal fine saranno organizzati corsi accreditati ECM di vario livello per migliorare le competenze specialistiche dei dermatologi e per informare i medici di medicina generale. Il progetto prevede anche la formazione a distanza dei medici e l’utilizzo del web per campagne di prevenzione e informazione rivolte ai cittadini.
Nei Paesi che negli ultimi 40 anni hanno effettuato campagne di educazione e prevenzione la mortalità si è ridotta o stabilizzata ma, a differenza della altre neoplasie e in particolare dei big killer, negli ultimi 10 anni nessuna procedura chirurgica o di terapia sistemica ha fornito un vantaggio considerevole per la cura e la sopravvivenza nei casi di melanoma. La sopravvivenza è direttamente collegata allo spessore istologico del melanoma: più essa è superficiale e migliore è la prognosi. Ecco quindi l’importanza della diagnosi precoce.
«Il primo passo per la corretta diagnosi è individuare la popolazione a rischio, rappresentata da chi ha la carnagione chiara, si scotta facilmente e non si abbronza, presenta un elevato numero di nei, ha già avuto un melanoma o ha avuto almeno un altro caso in famiglia. Il secondo passo è procedere all’esame clinico completo sia della cute che delle mucose visibili poiché il melanoma può insorgere ovunque sull’epidermide. Infine occorre individuare le lesioni sospette con l’utilizzo della dermoscopia», spiega ancora la professoressa Catricalà. Il dermoscopio manuale consente infatti di ingrandire le lesioni e di veder bene la distribuzione della melanina. L’evoluzione tecnologica è nella videomicroscopia digitale che permette al clinico di osservare su monitor immagini che si possono ingrandire in modo significativo, permettendo lo studio di tutti i parametri utili alla diagnosi di malignità. «Nel mondo scientifico si è sviluppato un grande interesse per questa metodica diagnostica e se fino al 2000 erano un centinaio le pubblicazioni in materia, dal 2001 a oggi abbiamo oltre 1.000 lavori pubblicati sulle riviste specializzate, relativi anche allo studio di altri tumori cutanei e alla possibilità di monitorare l’efficacia della terapia in molte malattie infiammatorie o parassitarie della pelle». sottolinea il professor Aldo Di Carlo, direttore Scientifico del San Gallicano.
«La dermoscopia è il più importante procedimento diagnostico non invasivo per la diagnosi precoce, che consente di aumentare del 35 per cento la sensibilità diagnostica del melanoma rispetto alla visita ad occhio nudo del clinico», prosegue la Catricalà. «Tale capacità si può ottenere solo se l’operatore ha una buona esperienza nell’applicazione della dermoscopia, ed è in grado di interpretare i parametri dermoscopici correttamente. Altrimenti il rischio è l’aumento delle asportazioni inutili». Per questi motivi si è dato vita al primo corso base dell’Accademia di Formazione Dermato-Oncologica, dal titolo “Lo screening delle lesioni pigmentate cutanee”, con l’obiettivo di formare il medico all’analisi della pelle attraverso le immagini: ovvero riconoscere le diverse lesioni cutanee e identificare le strutture che la metodica può mettere in evidenza in ciascuna lesione melanocitaria e non, pigmentata e non, benigna o maligna.
I corsi proseguiranno a livello intermedio e avanzato per consentire un miglioramento dell’appropriatezza delle prestazioni richieste con minore spesa a carico del Sistema Sanitario Nazionale e dell’appropriatezza diagnostica con migliore prognosi per i pazienti. L'impiego della digitalizzazione e dell'informatica permette la registrazione delle immagini, facilitando il follow up delle lesioni pigmentate nei soggetti a rischio. Ma requisiti fondamentali sono l’acquisizione dell’immagine di alta qualità, la riproducibilità, la semplicità d’uso e un software dedicato, aggiornato e aggiornabile.

L’epatite C accresce il rischio di cancro al fegato
Il virus dell’epatite C (HCV) accresce in modo rilevante il rischio di una forma rara di cancro al fegato, localizzata nei dotti biliari: il colangiocarcinoma intraepatico. È quanto emerge da un largo studio condotto allo Houston VA Medical Center su 146.394 pazienti affetti da HCV, comparati con 572.293 adulti sani e seguiti per un periodo di due anni, i cui risultati sono stati pubblicati sull’ultimo numero di Hepatology. Il cancro al fegato rappresenta nel mondo la terza causa di morte per tumore.
Secondo gli scienziati americani, gli individui affetti da HCV avrebbero un rischio maggiore anche di sviluppare un altro tipo di cancro al fegato, denominato carcinoma epatocellulare. Comparando gli individui con HCV con quelli sani, è emerso un rischio di carcinoma epatocellulare 15 volte maggiore nei primi mentre il rischio di colangiocarcinoma intraepatico è risultato 2,5 volte più alto. Anche il rischio di cancro al pancreas si è dimostrato maggiore del 23 per cento Le analisi, aggiustate tenendo conto di altre variabili quali consumo di alcol e infiammazioni pancreatiche, confermano la stretta associazione tra l’infezione da HCV e le due forme di cancro al fegato.
«Da un punto di vista clinico», afferma il dottor Hashem B. El-Serag, coordinatore dello studio, «strategie di intervento precoce, incluso un precoce o più rigoroso screening degli individui HCV-positivi, possono migliorare l’esito sia nel caso di carcinoma epatocellulare sia nel caso di colangiocarcinoma intraepatico».

Il virus del morbillo contro il cancro alla prostata
Uno studio condotto alla Clinica Mayo (Usa) e pubblicato sulla rivista The Prostate ha permesso di scoprire che certe specie di vaccino contro il virus del morbillo, inclusa la specie nota come MV-CEA, possono rappresentare un trattamento efficace per la cura del cancro alla prostata in fase avanzata. La scoperta americana mette in evidenza come questa viroterapia possa effettivamente infettare, riprodursi per replicazioni e uccidere le cellule del cancro alla prostata, una delle più diffuse cause di morte degli uomini nel mondo occidentale.
«Queste specie oncolitiche di virus del morbillo», spiega la dottoressa Evanthia Galanis, autrice senior dello studio, «rappresentano una nuova classe di agenti terapeutici contro il cancro che non evidenza una cross-resistenza con gli approcci terapeutici esistenti e che può quindi essere combinata con i metodi convenzionali». L’agente viroterapico può essere applicato con facilità direttamente sul tumore della prostata attraverso aghi guidati via ultrasuoni, mentre uno stretto monitoraggio della terapia può essere realizzato attraverso tecniche non invasive come ultrasuoni e imaging a risonanza magnetica (MRI).

La radioterapia
Una radioterapia "intelligente" e selettiva per curare i tumori con il metodo dell'irraggiamento neutronico. Delle nuove opportunità terapeutiche offerte da questa metodica si è discusso a Firenze al 13° Congresso organizzato dall'International Society for Neutron Capture Therapy, insieme all'Università di Pavia e alla Fondazione Policlinico "San Matteo" di Pavia. «Si tratta di una radioterapia basata sull'uso dei neutroni, particelle nucleari prive di carica elettrica che quando incontrano un atomo di boro producono una reazione distruttiva solo sulle cellule ricche di questo elemento», precisa il professor Aris Zonta del "San Matteo" di Pavia, presidente del Congresso. «Arricchendo le cellule tumorali di boro è dunque possibile distruggerle, lasciando però intatte quelle sane, anche adiacenti a quelle neoplastiche. È quindi una modalità di cura dei tumori che realizza un antico sogno: una cura selettiva e specifica, che va a "scovare" le cellule tumorali e le distrugge una a una».

Geni contro il tumore al colon
La poliposi adenomatosa familiare e la Sindrome di Lynch rappresentano circa il 5-10 per cento del totale dei tumori al colon retto. Entrambe sono determinate da fattori genetici e trasmesse con carattere autosomatico dominante: ciò significa che senza efficaci programmi di soggetti a rischio, il 50 per cento dei discendenti da un individuo affetto svilupperà il cancro colorettale. Tuttavia simili programmi sono molto costosi e creano forti disagi psicologici al paziente che nel corso della vita deve sottoporsi a numerosi esami. Questo è stato il principale argomento del VII Congresso Nazionale dei tumori colorettali ereditari, promosso dall'Associazione Italiana per lo studio della familiarità ed ereditarietà dei tumori gastrointestinali (Aifeg). Tuttavia esiste una via percorribile: il test genetico che, identificando le mutazioni responsabili di queste malattie, consente di escludere i soggetti non portatori delle mutazioni, con evidente risparmio di risorse e una maggiore motivazione ad aderire ai programmi di sorveglianza da parte dei portatori di mutazione.

Pelle sotto osservazione
La popolazione italiana è ormai conscia del pericolo melanoma e dell'importanza del controllo dei nei, ma non è a conoscenza del fatto che le macchie rossastre che talvolta compaiono su varie parti del corpo possono trasformarsi in tumore. Si tratta della cheratosi attinica, una lesione precancerosa della pelle che colpisce oltre il 3 per cento degli italiani sopra i 50 anni. «A differenza del melanoma non è provocata da ripetute scottature, ma dalla prolungata esposizione nel tempo ai raggi UV negli anni», sottolinea il professor Andrea Peserico, direttore della clinica dermatologica presso l'Università di Padova. Che ha poi precisato: «Per evitare il passaggio alla fase tumorale basta in realtà un gel a base di diclofenac sodico al 3 per cento in acido ialuronico che, in pochi mesi, riduce o elimina le lesioni cheratosi attinica e contiene il rischio di tumore. Per questo rivolgersi al dermatologo è necessario. «Tuttavia, anche se non tutte le cheratosi attiniche si trasformano in tumore, il dermatologo deve comunque curarle tutte, perché oggi non si è ancora in grado di prevedere quali di queste lo faranno», avvertito il professor Peserico.

Indirizzi utili

I.R.C.C.S. POLICLINICO SAN MATTEO
Viale Golgi, 19 - 27100 Pavia
Centralino: 0382 5011
Prenotazioni/informazioni: 0382 503.878-879-151
www.sanmatteo.org
Radioterapia - Dott. Pietro Franchini – tel. 0382 503131

ISTITUTO DERMATOLOGICO SAN GALLICANO IRCCS - IFO
Elio Chianesi 53 - 00144 Roma
Centralino: 06 52661
Prenotazioni/informazioni: 06 52662727 - 800 986868
www.ifo.it
Dermatologia oncologica - Dott.ssa Caterina Catricalà – tel. 06 52665221

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