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Il prezioso contributo della biologia molecolare per la diagnosi corretta dei tumori

Paola Sarno, N. 5 maggio 2009

Nell’ambito del convengo “Applicazioni Diagnostiche della Biologia Molecolare e Clinica”, che si è tenuto recentemente alla Università  Cattolica di Roma si è svolta la prima riunione del Gruppo di studio della Società Italiana di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica (SIBioC), la principale società scientifica del settore di diagnostica di laboratorio, che riunisce molti esperti in campo nazionale ed internazionale. Il gruppo di studio è coordinato dal ricercatore dell’Ateneo del Sacro Cuore,  Ettore Domenico Capoluongo. Obiettivo del team di esperti è stato quello di impegnarsi a delineare e standardizzare le strategie diagnostiche del futuro in particolare nel campo delle neoplasie.
Per rendere più efficaci le cure è necessario, infatti, che le diagnosi siano quanto più possibile standardizzate e uniformi, in base a criteri condivisi in tutto il territorio nazionale. Quello sembrerebbe un assunto privo di originalità, ma individua invece una carenza di omogeneità nella definizione di diagnosi corrette.
Ed è proprio per questo che è tanto importante lo studio di Ettore Capoluongo che, oltre a coordinare il gruppo di lavoro del SIBioC,  “Applicazioni diagnostiche della biologia molecolare clinica”,  è anche dirigente responsabile del Settore di Biologia Molecolare Clinica del Dipartimento di Medicina di Laboratorio, dell’Università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma,  diretto dal Professor Bruno Giardina.
«Per l’85 per cento dei test molecolari da laboratorio» ha spiegato Capoluongo  nel corso della riunione, «non esistono kit standardizzati».
«Il nostro scopo», ha continuato  Capoluongo, «è quello di fornire a tutti i laboratori delle linee guida per mettere in grado chi effettua la diagnosi di arrivare ad un risultato diagnostico valido per tutto il territorio nazionale. In particolare questo è molto importante per ciò che riguarda malattie più complesse e multifattoriali come il cancro. È proprio in questo contesto»  ha affermato chiaramente «che abbiamo cercato di delineare le strategie e le piattaforme diagnostiche molecolari del futuro, individuando quali sono i marcatori molecolari più indicati per descrivere il rischio di essere colpiti da una forma  tumorale piuttosto che un’altra. Per questo», ha spiegato ancora Capoluongo «abbiamo fatto il punto sulle tecniche migliori per effettuare i test e abbiamo cercato di descrivere le caratteristiche delle figure professionali che più idonee a leggere e interpretare correttamente i risultati statistici dei test», ha concluso infine il coordinatore del nuovo gruppo di lavoro del SIBioC.
Allo stato attuale, anche per diagnosticare una malattia come il favismo, un difetto congenito di un enzima normalmente presente nei globuli rossi e che provoca una grave anemia quando si ingeriscono fave e piselli, ciascun laboratorio utilizza standard suoi propri. E se negli ultimi tre anni sono state annotate e caratterizzate tre nuove mutazioni genetiche solo per questa malattia, tutti i laboratori che avessero effettuato una diagnosi molecolare del favismo senza guardare tutto il gene responsabile, ma solo la parte coinvolta nella mutazione più comune, non sarebbero stati in grado di diagnosticarla nella sua complessità.
E, anche per altri ambiti diagnostici che richiedono analisi più approfondite, le mutazioni caratterizzate dal gruppo di ricerca di Capoluongo sono state una quindicina; pure in questo caso l’identificazione della malattia in assenza di standard comuni è ancora di fatto problematica.
Neanche  le industrie farmaceutiche sono finora state in grado di fornire altro che kit standardizzati esclusivamente per le malattie molto diffuse e frequenti, anche se gravi, come la fibrosi cistica o la distrofia muscolare. Per le altre patologie,  ciascun laboratorio si regola ancora in modo autoreferenziale, utilizzando gli standard ritenuti scientificamente più ragionevoli caso per caso. «E il risultato»  ha sottolineato ancora Capoluongo, «è che oggi mancano criteri uniformi a livello nazionale per la diagnosi di malattie importanti, come per l’appunto, i tumori».
La nomina di Ettore Domenico Capoluongo, ricercatore di soli 38 anni, premia il lavoro fatto in questi anni da un laboratorio molto giovane, nato nell’ambito del Servizio Analisi Ormonali e Biologia Molecolare Clinica dell’Università Cattolica, Policlinico Gemelli di Roma, diretto dalla Professoressa Cecilia Zuppi. Capoluongo, in particolare, ha imperniato il suo lavoro in tre aree scientifiche: lo studio dei meccanismi molecolari e biochimici della patologia polmonare cronica del neonato prematuro;lo studio dei polimorfismi genetici di citochine Th1/Th2 e fattori metabolici; i marcatori di diagnostica molecolare del melanoma. L’Istituto di Biochimica e Biochimica Clinica del noto Ateneo romano sarà, inoltre,  il centro di riferimento di tutte le attività di studio SIBioC.
La società scientifica fondata nel 1968 e membro ufficiale della Federazione Internazionale di Chimica Clinica e di Medicina di Laboratorio (IFCC) è presieduta, dal 2006, dal Professor Mario Plebani,  primario del Servizio di Medicina di Laboratorio
Azienda Ospedaliera di Padova.

In usa è il boom dei chirurghi itineranti
La nuova tendenza della chirurgia generale negli Usa è quella dei medici itineranti. Negli Stati Uniti sta aumentando esponenzialmente il numero degli specialisti del bisturi che rinuncia ad una pratica privata vicino a casa, a causa dei crescenti costi, e accetta invece posizioni “a tempo” in giro per le cliniche d'America. Secondo gli ultimi dati, 1 chirurgo su 20 negli Stati Uniti lavorerebbe in questo modo, tramite “incarichi temporanei” che stanno cambiando il volto della medicina statunitense dove i chirurghi “generali” (ossia quelli che svolgono le operazioni più comuni di appendicite, ernie, cistifellea) sono in netta diminuzione. Negli ultimi 25 anni questi specialisti sono scesi del 25%. Il motivo starebbe nei costi smisurati che i chirurghi di questa categoria si trovano ad affrontare per riuscire farsi pagare dalle assicurazioni sanitarie o dai pazienti che non posseggono nessuna assicurazione. Oggi dunque i chirurghi generali “itineranti” sono la categoria in più alto aumento. Tra i giovani medici Usa che stanno specializzandosi in chirurgia solo un quarto si orienta a seguire la strada della chirurgia generale, tutti gli altri vanno verso specializzazioni ben più remunerative. Ma la tendenza preoccupa alcuni esperti che denunciano il rischio per i pazienti dei chirurghi “di passaggio”: i malati vengono difatti seguiti nel decorso post-operatorio da altri medici.

Anche la corte dei conti contro le truffe in sanità
È necessaria una normativa di una razionalizzazione e contenimento della spesa sanitaria, ma occorrono anche provvedimenti per fermare le truffe e i casi di malasanità. Lo ha evidenziato il procuratore generale della Corte dei Conti, Furio Pasqualucci, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2009, aggiungendo che la Corte «ha messo in atto numerose iniziative di controllo potendo così delineare 11 tipologie di condotte anti giuridiche nelle quali si è manifestata nel corso del 2008 l'attività illecita in ambito sanitario». Si tratta, in particolare, di incarichi illegittimi conferiti al personale estraneo alle aziende sanitarie; acquisti non autorizzati di apparecchiature o mancata utilizzazione e inadeguate ristrutturazioni di strutture ospedaliere, oltre a  irregolarità nella spesa causate dalla iperprescrizione di farmaci, da doppia e/o fraudolenta fatturazione; indebite acquisizioni di risorse pubbliche per corsi di formazione mai espletati, indebiti compensi percepiti dai medici di base, irregolari gestioni di case di cura convenzionate o sulle esenzioni dei ticket, illegittime nomine fiduciarie di dirigenti apicali e infine corresponsioni di indennità non dovute.
Infine, recenti casi hanno proposto all'attenzione fattispecie di comportamenti illeciti consistenti nella rappresentazione all'interno di cartelle cliniche di patologie che, ove correttamente diagnosticate, avrebbero determinato un rimborso considerevolmente inferiore o addirittura non dovuto. Parlare dell'Italia come un Paese di corruttori e corrotti è, secondo il Presidente della Corte dei Conti, Tullio Lazzaro, “esagerato”. Ma «la corruzione» ha affermato Lazzaro «per agire ha bisogno di zone d'ombra. Quando c'è luce la corruzione è molto più difficile».

Cronicità: difficoltà di accesso per circa 23 milioni di italiani
Quasi il 57% delle associazioni dei malati cronici afferma che il diritto all'accesso ai servizi sociosanitari è per nulla o poco rispettato, il 40% dice che lo è parzialmente e soltanto il 3% afferma che esso è totalmente rispettato. Le conseguenze? Disastrose sui portafogli e sulla salute: ben l'83% dice che la conseguenza è l'aumento dei costi privati, per l'80% aumentano le complicanze della malattia e ben il 70% denuncia un conseguente peggioramento dello stato di salute. Ogni mese, infatti, i malati cronici spendono oltre 1700 euro, fra badante, farmaci, protesi. È quanto emerge dal VIII Rapporto sulle politiche della cronicità "Il prezzo dei diritti", del Coordinamento nazionale delle associazioni dei malati cronici-Cittadinanzattiva, al quale aderiscono 140 organizzazioni..
Circa il 77% delle associazioni ha evidenziato che la burocrazia rappresenta la principale criticità, incidendo nell'accesso ai farmaci e alle prestazioni sanitarie  nonché sul rilascio e rinnovo della invalidità, presidi protesi e ausili. Circa il 57%, inoltre,  ha rilevato difficoltà ad ottenere i benefici socioeconomici previsti dalla legge e  in particolare ha denunciato il mancato accesso a: indennità di accompagnamento (il 47% delle associazioni), riconoscimento dell'invalidità civile e dell'handicap (37%), criteri di esenzione limitati (33%), mancato riconoscimento del codice esenzione (30%) e del contrassegno ed esenzione bollo auto (30%). Ad essere inadeguata, per il 57% delle associazioni, è anche  l'offerta di servizi sanitari territoriali (residenze sanitarie assistenziali, assistenza domiciliare, lungodegenza, riabilitazione)  Nella stessa percentuale denunciano l'assenza di figure socio-assistenziali, nel 46% dei casi la carenza di Centri di riferimento specializzati. Una vera e propria chimera, inoltre, l'assistenza psicologica: ben il 77% delle associazioni ne ha segnalato la totale mancanza.

La marijuana  raddoppia il  rischio di  cancro ai  testicoli
Uno studio pubblicato su “Cancer” ha scoperto un legame tra uso frequente o prolungato di marijuana e aumento del pericolo di tumore ai testicoli. La ricerca, condotta su 369 uomini dai 18 ai 44 anni, rileva che fra i consumatori abituali di questa sostanza il rischio raddoppia rispetto ai coetanei che non hanno mai fumato uno spinello. La ricerca è stata condotta al Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle (Usa), e per la prima volta indaga sul legame tra marijuana e questo tipo di tumore. Il campione, composto da pazienti con cancro ai testicoli, è stato sottoposto a un questionario e le risposte sono state poi confrontane con quelle di mille coetanei apparentemente sani. Anche tenendo conto di altri fattori di rischio, sembra proprio che il fatto di consumare marijuana comporti circa un 70% di pericolo in più, mentre per chi la fuma regolarmente o fin da giovanissimo pare che il rischio di ammalarsi di cancro ai testicoli sia ben il doppio rispetto a chi non l'ha mai provata. Secondo Janet Daling, fra gli autori della ricerca, la pubertà potrebbe essere una “finestra” nel corso della quale i ragazzi sono più vulnerabili a fattori ambientali, come le sostanze chimiche presenti nella marijuana.

Un test delle urine per cancro alla prostata
Nuove speranze contro il tumore alla prostata: in un futuro prossimo potrebbe essere disponibile un test delle urine in grado di individuare le forme maligne di cancro, e quindi di intervenire molto prima di quanto si faccia ora. Uno studio dell'Università del Michigan, pubblicato su Nature, si dice infatti "a un passo" dal rivoluzionario test: gli scienziati americani hanno infatti scoperto un gruppo di piccole molecole, riscontrabili nell'urina, prodotte dal corpo in presenza della forma aggressiva di tumore alla prostata. Per i ricercatori del Michigan, il test sarà realtà in pochi anni, massimo cinque. «Una delle più grandi sfide che abbiamo di fronte nel carcinoma della prostata» ha spiegato il capo dei ricercatori, il Prof. Arul Chinnaiyan «è determinare se il cancro è aggressivo. Spesso trattiamo in maniera troppo pesante i pazienti, perché non siamo sicuri se sono affetti da una forma maligna o a crescita lenta. Con questa ricerca, abbiamo individuato un potenziale marker per il tumore aggressivo». I ricercatori hanno esaminato 1.126 molecole prodotte dal corpo in un totale di 262 campioni di tessuto, di sangue o urina, individuando le  circa 10 molecole che sono state più spesso presenti nei campioni prelevati da pazienti con cancro avanzato. Un metabolita in particolare, la sarcosina, è stato trovato spesso a livelli elevati in campioni prelevati da pazienti con tumore avanzato, o con metastasi, ma non in tutti in campioni prelevati da tessuto sano. La sarcosina si è rivelata così un indicatore migliore del progredire della malattia rispetto al tradizionale marcatore. Inoltre secondo gli scienziati la stessa sarcosina può essere un potenziale bersaglio per nuovi farmaci.

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