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Tumore al colon si può guarire con farmaci biotech e prevenzione

Minnie Luongo, N. 5 maggio 2009

Cresce tra gli italiani (79%) la consapevolezza che le condizioni ambientali sempre peggiori  sono corresponsabili dell’insorgenza di forme patologiche anche gravi. In particolare, il 64% ritiene il numero dei tumori in Italia sia cresciuto: nella classifica delle forme più gravi, spicca al primo posto quello al polmone (59%), seguito da quello al seno (20%), fegato (18%), pancreas (16%), colon (12%) e cervello (12%).  Tuttavia, sono ancora poco diffuse condotte incentrate ad una maggiore prevenzione. Questo, con riferimento proprio al tumore al colon, dove a fronte della diffusa consapevolezza della pericolosità vi è una sottostima della sua effettiva aggressività, soprattutto sugli over 50enni. Prevenzione che oggi viene svolta prevalentemente (58%) dai medici di famiglia, anche se la tv (40%) è una fonte autorevole e utile.
E’ quanto emerge da una ricerca condotta dall’Istituto Lexis Ricerche di Milano, sostenuta da Amgen Dompé, su un campione di 600 italiani, 50% uomini e 50% donne, di età compresa tra i 35 e 60 anni,  volta a misurare la consapevolezza e la conoscenza sull’evolversi dei casi di tumore in Italia, con particolare attenzione alla conoscenza e all’impegno nella prevenzione del tumore al colon.  Secondo quanto risultato dall’indagine Lexis Ricerche occorre insistere ancora molto sulla prevenzione: due persone su tre non fanno screening. E sebbene tra i 50enni, la fascia più a rischio, sia diffusa la consapevolezza della pericolosità di questo tipo di tumore, si continua a sottostimare l’aggressività. Non sorprende, inoltre, che gli intervistati chiedano, nella quasi totalità, che ai malati di cancro siano somministrate le terapie più innovative oltre che un’assistenza domiciliare di qualità, servizi di supporto informativi e accessi privilegiati per le urgenze.
In sintesi i dati della ricerca: per il 92% degli italiani, la qualità della vita è un valore fondamentale (56% fondamentale, 36% importante). Qualità della vita che per il 97% del campione ha un’influenza sulla salute delle persone. L’80% del campione collega lo scadimento della qualità della vita all’aumento di alcune patologie. Questo soprattutto tra i meno giovani  e per i residenti in centri medio-piccoli.
Le patologie maggiormente correlate al peggioramento della qualità della vita sono i tumori (36%), stress (18%), depressione (8,2%), cardiovascolare (7%).
Per il 64% i casi di tumore in Italia sono in crescita, 27,7% stabili, il 7% in calo. Il 66% degli intervistati ritiene che le malattie oncologiche oggi sono meglio curate che in passato. Il 19% sia come cure che come attese di vita, il 13,3% con più attese di vita ma non più curati.
Il 59% del campione ritiene il tumore al colon una della forme a più alto tasso di mortalità anche se ne è sottovalutata la pericolosità, soprattutto nella fascia di età a maggior rischio.
La prevenzione resta essenziale per il tumore al colon: il 57% degli italiani si considera attento anche se non così scrupoloso nelle azioni di prevenzione (in Toscana il 64%) e tra gli uomini (60% vs 53% delle donne).  Più prevenzione nelle regioni del Nord Italia (29% vs 19% del Centro Sud), tra le donne (28% vs 18% uomini) e tra i maggiori di 45 anni (26% vs 20% dei 35-45enni). Restano un po’ superficiali nella prevenzione il 20,2% degli italiani mentre sono molto attenti il 23,3%. La prevenzione nel tumore al colon per gli italiani è sostanzialmente: check-up completo ogni 2-3 anni, 95,3%; visite periodiche da specialista, 94,3%; esame del sangue una volta all’anno, 94,2%; controllo sull’alimentazione, 91,3%; esami periodici delle feci, 90,2%; controllo sugli alcolici, 89,7%, riduzione degli stress, 87,7%.
L’informazione e la prevenzione è delegato per il 58,2% degli italiani al medico di famiglia; seguono amici, parenti e conoscenti (27,7%), farmacista di fiducia (7,3%). 
Tirando le somme, dall’insieme dell’indagine emerge come siano stati compiuti dei progressi nella sensibilizzazione e nell’informazione dei pazienti sui rischi connessi al tumore al colon, anche se manca una traduzione pratica in comportamenti preventivi. Eppure oggi la medicina ha compiuto grandi progressi sia sulla diagnosi precoce, sa sull’origine genetica di questa patologia, e cure più efficaci sono disponibili grazie ai farmaci biotecnologici e alla genetica.
 «I risultati della ricerca confermano che la prevenzione per questa forma di tumore è essenziale» ha commentato il Professor Roberto Labianca, Direttore Dipartimento di Oncologia ed Ematologia, Ospedali Riuniti di Bergamo. «I nostri concittadini devono sapere che alimentazione corretta ed esercizio fisico sono fondamentali deterrenti all’insorgere di questa aggressiva neoplasia. Occorre che gli sforzi delle amministrazioni locali volti al vaglio e all’analisi della  popolazione a rischio siano seguite dal maggior numero possibile di persone. Se diagnosticato e trattato chirurgicamente e farmacologicamente nelle sue prime fasi, il tumore del colon retto permette di raggiungere percentuali di guarigione insperate per altre malattie neoplastiche».
Che il tumore al colon retto possa essere curato, è una constatazione che, grazie alla sua vicenda personale, condivide anche Enzo Cattaneo, Presidente dell’Associazione Oncologica Bergamasca A.O.B. Onlus, che conta 160 iscritti fornendo assistenza e servizio di supporto ai pazienti e ai loro familiari e promuovendo l’umanizzazione e il miglioramento della qualità di vita dei pazienti neoplasici. «La ricerca e la medicina hanno compiuto importanti progressi, soprattutto negli ultimi anni. I nuovi trattamenti permettono ai pazienti colpiti da tumore del colon e ai loro familiari di avere nuove speranze in molti casi di una regressione completa della patologia e, comunque, di cure che migliorino la qualità  della vita mantenendo stabile le crescita del tumore».
Sul dato evidenziato dalla ricerca, secondo il quale si devono incrementare studi e ricerche per nuovi trattamenti sempre più innovativi ed efficaci, interviene il Professor  Salvatore Siena, Direttore della Divisione di Oncologia Falck dell’Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano, ricordando che «negli ultimi 5 anni l’armamentario terapeutico per il tumore del grosso intestino soprattutto del tumore del grosso intestino metastatico, si è arricchito di farmaci che sono il risultato delle scelta farmaceutica biotecnologica, soprattutto gli anticorpi monoclonali. I farmaci biotecnologici hanno permesso di aumentare la sopravvivenza complessiva e soprattutto la sopravvivenza senza progressione della malattia».
Secondo un recente studio i pazienti trattati chirurgicamente con metastasectomia e con farmaci di nuova generazione registrano anche una sopravvivenza media superiore ai 36 mesi e nel 20% dei casi fino a 5 anni.
«In particolare il panitumubab è risultato essere efficace in pazienti con un tumore al grosso intestino metastatico, risultato resistente a tutte le terapie precedentemente disponibili. In questi pazienti si è osservato un vantaggio di sopravvivenza senza progressione del tumore e un vantaggio di qualità di vita rispetto ai pazienti non trattati con lo stesso farmaco».
Anche per questa patologia si evidenzia una disparità nell’assistenza sanitaria tra il Nord e il Sud del Paese, ma a questo proposito, ha ricordato il Dottor Siena, «vi è una disparità tra Nord e Sud che riguarda proprio il tumore al colon». Gli ultimi dati, infatti, oltre a confermare che il tumore del grosso intestino è la terza causa di mortalità per tumore nell’uomo e nella donna, segnalano che è una neoplasia molto più frequente al nord che nelle regioni del sud con una situazione intermedia nelle regioni del centro.
Anche se il dato epidemiologico confermato in tutte le regioni del sud, nessuna esclusa, e confermato in tutte le regioni del nord, nessuna esclusa, è che mentre al nord l’incidenza aumenta perché probabilmente aumentano le diagnosi precoci, nel sud aumenta invece la mortalità, al contrario del nord dove la mortalità diminuisce. Questo sta a significare che la diagnosi viene fatta più tardivamente rispetto al nord. Questi dati dimostrano che il  tumore del grosso intestino è ancora una malattia che merita interesse epidemiologico e sanitario, è ancora una malattia che va governata anche da un punto di vista politico in termini di disponibilità di risorse.

Gene KRAS
Il gene KRAS, quando mutato, favorisce la replicazione incontrollata delle cellule tumorali, le aiuta a diventare insensibili al trattamento terapeutico, legandosi in tal modo ad una prognosi peggiore della malattia. La ricerca ha dimostrato come la presenza del gene KRAS mutato influisca sull’efficacia di specifiche terapie biologiche, come quella a base di panitumumab e, di conseguenza, permetta di selezionare i pazienti nei quali la terapia sia davvero vantaggiosa. Una mutazione del gene KRAS  è strettamente legata all’evoluzione di diversi tumori, come quello del pancreas, del polmone e del colon-retto. Si stanno conducendo ricerche per comprendere quanto la presenza del gene KRAS mutato possa consentire di selezionare il “giusto paziente” al quale somministrare nuove opportunità terapeutiche. In quest’ottica il test genetico per le mutazioni del gene KRAS appare di estrema importanza pratica. Infatti, la presenza della mutazione consente di individuare con precisione quali pazienti risponderanno alla terapia con un nuovo anticorpo monoclonale, il panitumumab, e quindi permetterà di somministrare cure mirate esclusivamente ai malati che potranno averne giovamento, con un impiego migliore delle risorse del sistema sanitario.

Tumore del colon
Ogni giorno in Italia 120 persone ricevono una diagnosi di tumore del colon retto e 40 muoiono a causa di questa malattia. Il tumore del colon-retto è il terzo tumore maligno per frequenza e mortalità nei Paesi occidentali, e registra in Italia, ogni anno, circa 20 mila nuovi casi tra gli uomini e 17 mila nelle donne. La malattia, abbastanza rara prima dei 40 anni, è sempre più frequente a partire dai 60 raggiungendo il picco massimo verso gli 80 anni. Tra i fattori di rischio si registrano la familiarità, per cui persone con parenti colpiti dalla malattia risultano più esposte, ma anche alterazioni del Dna, con malattie geneticamente determinate quali la poliposi familiare che determinano maggiori pericoli. Nella stragrande maggioranza dei casi, però, la comparsa è del tutto sporadica. Si presume legata a una dieta ad alto contenuto di grassi e basso contenuto di fibre o a una maggiore esposizione all’inquinamento di aria e acqua.
Gran parte dei decessi causati da questa patologia potrebbero essere evitati: a differenza di altri tipi di tumore, oltre il 90% dei pazienti, con carcinoma colorettale, grazie a una diagnosi precoce e un trattamento tempestivo potrebbe andare incontro a remissione. In Europa solo pochi Paesi hanno programmi di screening formale: l'Italia, con un tasso di partecipazione che va dal 15% al 70%, la Francia, con un 40-55% e l'Inghilterra che conta la massima adesione con un 50-70%. Questo lo scenario presentato dal rapporto "Il tumore del colon retto in Europa e Australia: sfide e opportunita' per il futuro", realizzato dalla London School of Economics. Il primo studio internazionale sulla gestione di questo tipo di tumore, che ha coinvolto 17 Paesi. In questo panorama l'Italia non fa eccezione: programmi di screening con partecipazione a "macchia di leopardo" sul territorio nazionale e differenze a livello regionale nell'accesso alle nuove terapie. In Italia gli screening di popolazione per questo tipo di tumore sono cominciati da pochi anni e quindi la penetrazione e' ancora bassa. C'è ancora molto da fare: dal punto di vista informativo-educazionale, organizzativo e come dato nazionale, solo il 30-40% degli "eleggibili" aderisce allo screening, questo dato sale fino al 70% circa al nord. Regioni di eccellenza sono la Lombardia (con 15 programmi attivati), l'Emilia Romagna (con 11 programmi attivati) e il Veneto (con 17 programmi attivati)". Secondo gli esperti è quindi indispensabile agire velocemente per aumentare la cultura della prevenzione, favorire la diagnosi precoce e sfruttare il potenziale delle terapie più innovative, in particolare per i farmaci biotecnologici. L'angiogenesi è la capacità da parte del tumore di promuovere la formazione e la crescita di nuovi vasi sanguigni che gli consentono di alimentarsi e di accrescere gli anticorpi monoclonali, come bevacizumab, che sono in grado di bloccare lo sviluppo dei vasi sanguigni all'interno della massa tumorale e quindi impediscono al tumore di svilupparsi. I pazienti con metastasi trattati con bevacizumab in prima linea presentavano benefici significativi in termini di sopravvivenza e di risposta al farmaco (consistente riduzione della massa tumorale) con un buon profilo di safety. Bevacizumab può essere utilizzato anche in combinazione con capecitabina, un chemioterapico innovativo e molto efficace, che colpisce principalmente le cellule tumorali, riconosciute attraverso una iper-espressione di un enzima specifico presente al loro interno. La capecitabina si è dimostrata efficace in tutti gli stadi di malattia e per ogni tipo di paziente, sia in monoterapia che in combinazione questo farmaco colpisce in maniera selettiva le cellule tumorali attraverso la sua trasformazione nel metabolita attivo, 5-fluorouracile, che ne attacca il DNA. Inoltre ha dimostrato in monochemioterapia di avere ottimi risultati nella terapia adiuvante (terapia post-chirurgia) dei soggetti che non possono ricevere terapie piu' aggressive per fattori clinici (eta', altre patologie concomitanti,ecc). Lo studio di confronto verso 5-FU+Leucovorin, in terapia adiuvante ha dimostrato una maggiore attività della capecitabina. In particolare, la capecitabina garantisce un migliore profilo di tollerabilità: meno effetti collaterali, soprattutto per quanto riguarda perdita di capelli, nausea, vomito e astenia. Senza dimenticare poi la semplificazione della terapia: grazie alla formulazione in compresse, capecitabina può essere facilmente assunta dai pazienti a domicilio, con un evidente beneficio in termini di qualità della vita.

Una sana dieta riduce di 1/3 l’incidenza dei tumori
Alimentazione corretta ed esercizio fisico sono ritenuti fondamentali deterrenti all’insorgere del tumore del colon. E più in generale, possiamo dire che bastano poche e semplici regole di buona alimentazione, a partire dalla rinuncia alle carni rosse e all’alcol da sostituire con frutta e verdura, per tagliare in maniera drastica l'incidenza dei tumori nel mondo, che sarebbero ridotti di un terzo. E' quanto accertato da un grande studio del World Cancer Research Fund (WCRF), secondo cui il 39 per cento dei 12 principali tumori potrebbe essere evitato attraverso l'adozione di uno stile di vita sano. Mangiare bene, dicono i ricercatori, ridurrebbe notevolmente i tumori intestinali (43 per cento) e il cancro al seno (42 per cento). Con più ortaggi e frutta fresca nella dieta e il taglio dell'alcol verrebbero prevenuti addirittura nel 67 per cento dei casi i tumori a bocca, faringe e laringe. Solo in Gran Bretagna, questo equivarrebbe a piu' di 3300 casi ogni anno. Per il cancro del esofago, il 75 per cento dei casi potrebbero essere evitati con una maggiore assunzione di frutta e ortaggi, meno alcol e il mantenimento di un peso sano. Quasi la metà (45 per cento) dei casi di cancro allo stomaco potrebbe essere ridotto con meno
sale e più frutta e ortaggi. Tenere sotto controllo il peso eviterebbe il 41 per cento dei casi di carcinoma pancreatico, mangiando verdure, riso e cereali a colazione. Eliminare la carne rossa e scegliere le fibre eliminerebbe il 43% dei casi di cancro intestinale, così come tenere il peso sotto controllo eviterebbe uno cancro al rene su cinque, mentre il 42 per cento dei casi di cancro al seno potrebbe essere impedito da un taglio netto all'alcol, più esercizio fisico e mantenere il peso
sotto controllo. La relazione è stata redatta da 23 esperti provenienti da tutto il mondo, che fanno poche raccomandazioni: chi vuole prevenire il cancro deve restare magro, mangiare cinque porzioni di frutta e verdura ogni giorno, fare esercizio fisico per almeno 30 minuti ogni giorno. E poi evitare bevande zuccherine e abbattere gli alimenti ad alto contenuto di zuccheri o grassi e a basso contenuto di fibre. Fondamentale limitare le carni rosse (come la carne bovina, di maiale e di agnello): il limite massimo suggerito è mezzo chilo alla settimana. No anche alle carni "processate": pancetta e prosciutti, salsicce e hamburger. Gli uomini dovrebbero bere non più di due unità di alcol al giorno, mentre le donne non più di una. Il sale deve essere limitato e sono sconsigliati gli integratori vitaminici. Questa relazione mostra che, facendo modifiche relativamente semplici, si potrebbe ridurre in maniera significativa il numero di casi di cancro in tutto il mondo. E' importante che a combattere contro i tumori siano le istituzioni, ma anche chi fa la spesa la mattina. A livello globale ogni anno ci sono milioni di casi di cancro che si possono evitare e questo e' il motivo per cui dobbiamo agire ora, prima che la situazione peggiori.

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