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Terapie percutanee contro il cancro del fegato
Cristina Mazzantini, N. 5 maggio 2009
Durante l'annuale meeting multidisciplinare dell'Associazione europea per la gastroenterologia e l’endoscopia-EAGE tenutosi presso l'Università Cattolica di Roma, si sono confrontate competenze ed esperienze terapeutiche integrate per combattere le neoplasie che colpiscono gli organi dell'apparato digerente. In tale occasione gli esperti si sono soffermati sulla patologia del fegato. Sottolineando che l’arsenale terapeutico degli oncologi attualmente si arricchisce di due nuove armi in grado di tenere sotto controllo sempre più efficacemente il tumore del fegato. Si tratta di due tecniche di trattamento cosiddetto locoregionale, concentrato cioè sulla zona di organismo affetta dalla malattia che nel caso specifico è il fegato.
«I trattamenti più efficaci per l’epatocarcinoma che non possono essere indirizzati al trapianto di fegato sono sostanzialmente di due tipi», ha spiegato il Professor Gian Lodovico Rapaccini, gastroenterologo e Docente di medicina interna all’Università Cattolica di Roma presente al Metting «Il primo metodo è quello dell’inoculazione all’interno del tumore di alcol al 98 per cento, sotto guida ecografica per essere sicuri di centrare il bersaglio. Il che naturalmente suscita l’ilarità dei nostri pazienti, che sono tutti affetti da cirrosi epatica: da una parte gli vietiamo di bere, e dall’altra usiamo proprio dell’alcol quasi puro per curarli. Ma è proprio questo il punto: l’alcol uccide le cellule epatiche, ed è per questo che fa male e va sconsigliato ai nostri pazienti» ha precisato ancora il Professor Rapaccini. «Noi invece con questo metodo cerchiamo di uccidere solo le cellule malate in maniera molto mirata. Il secondo metodo per eliminare le cellule tumorali utilizza onde elettromagnetiche e prende il nome di termoablazione a radiofrequenza».
Di che si tratta?
«La termoablazione a radiofrequenza consiste nell’impiego di aghi che emettono onde radio a una particolare lunghezza d’onda che provoca la necrosi, cioè la morte, delle cellule interessate dal tumore. In altre parole, “brucia” le cellule tumorali», ha risposto il Professor Rapaccini. «Anche in questo caso per indirizzare l’ago ci si aiuta con tecniche ecografiche».
Entrambi i metodi hanno la caratteristica di essere percutanei: i medici cioè intervengono ad addome chiuso in anestesia locale, il che rappresenta un importante passo in avanti per il benessere dei pazienti.
«Questi trattamenti locoregionali rivestono particolare importanza perché determinano un rallentamento significativo della crescita tumorale nei pazienti che non possono essere sottoposti a trapianto, l’unico metodo che garantisce sia la guarigione dal cancro, sia della cirrosi che lo ha determinato», ha puntualizzato sempre il nostro esperto. «E non basta. Anche i pazienti in lista d’attesa per il trapianto, un’attesa che come sappiamo purtroppo può durare molti mesi, possono giovarsene. Se il tumore compare durante questa attesa, infatti, riusciamo a bloccarne la progressione e a non far peggiorare le condizioni del paziente, permettendo il suo mantenimento nella lista. E questo naturalmente aumenta le probabilità che il paziente possa guarire del tutto grazie al trapianto».
All’incontro dell'EAGE gli specialisti hanno concordato sulla necessità di formulare una diagnosi quanto più precoce possibile. «Come per tutte le neoplasie, anche sul tumore del fegato prima interveniamo, meglio è», ha sottolineato il Professor Rapaccini. Aggiungendo come «il confronto con i colleghi è importante proprio perché ci consente di ottimizzare le risorse, condividere le esperienze e imparare, grazie a una visione integrata, a minimizzare gli effetti collaterali che ovviamente sono associati a qualsiasi terapia efficace».
E ancora. Sempre a Roma si è discusso in maniera approfondita di prevenzione. A tal riguardo è intervenuto il Professor Antonio Gasbarrini, Docente di gastroenterologia all'Università Cattolica di Roma che ha dichiarato: «Le strategie di prevenzione dell’epatocarcinoma, che ormai colpisce circa diecimila persone ogni anno e l’incidenza di questo tipo di tumori è cresciuta esponenzialmente negli ultimi decenni perché anche il numero dei cirrotici sta sensibilmente aumentando».
Secondo le ultime statistiche più del 95 per cento dei malati di tumore al fegato è, infatti, cirrotico, e circa nel 5 per cento dei casi di cirrosi il decorso della malattia porta inevitabilmente al tumore. In più della metà dei casi la cirrosi si sviluppa a causa del virus dell’epatite B o dell’epatite C (il resto soprattutto per abuso di alcol). In Italia i portatori di virus dell’epatite B sono circa un milione, mentre sono circa un milione e mezzo quelli portatori di epatite C.
«Per fermare questa endemia di cirrosi», ha sottolineato sempre il Professor Gasbarrini «che poi inevitabilmente porta al cancro del fegato, non c’è alcun dubbio: bisogna soprattutto agire sul fronte della prevenzione. In sostanza, dunque, dobbiamo agire a monte e bloccare lo sviluppo della cirrosi».
Per fare questo i medici hanno sviluppato nuovi farmaci antivirali i cui risultati terapeutici sono stati presentati alla stampa proprio all’incontro romano. In tale occasione, infatti, è stato ricordato che fino a pochi anni fa contro il virus dell’epatite B si era praticamente impotenti. Oggi invece la situazione è cambiata, grazie a farmaci simili a quelli che si usano contro il virus dell’Hiv. Infatti si riesce a bloccare la replicazione del virus in più del 95 per cento dei casi. Il caso del virus C è più complicato, e solo una particolare associazione di due farmaci riesce a bloccare la replicazione del virus in circa il 60 per cento dei casi.
«Nel caso dell’epatite C, oltre ai trattamenti tradizionali» , ha puntualizzato sempre il Professor Gasbarrini «che sono l’interferone peghilato e la ribavirina, esistono nuovi farmaci antivirali promettenti che possono riassumere in tre gruppi di farmaci: gli inibitori delle proteasi, della Hcv-polimerasi, della ciclofilina».
Agendo in questo modo è possibile dunque bloccare la cirrosi sul nascere e prevenire dunque anche il cancro al fegato. Naturalmente, un ulteriore approccio preventivo molto efficace è quello della vaccinazione di massa per il virus dell’epatite B, una pratica che in Italia è obbligatoria dal 1991. «Un’altra possibilità è la prevenzione secondaria», ha concluso il nostro gastroenterologo, «che si attua controllando ogni sei mesi il sangue dei cirrotici e con l’ecografia epatica. In questo modo si possono individuare precocemente i tumori del fegato».
Ace-inibitori contro il cancro
Se i risultati dello studio dell'University of Vermont di Burlington (USA) venissero confermati, si profilerebbe un nuovo utilizzo per gli ACE-inibitori: la prevenzione di alcune forme tumorali nei pazienti affetti da diabete di tipo 2. La ricerca, infatti, condotta su oltre mille diabetici e pubblicata recentemente sulla prestigiosa rivista BMC-Endocrine Disorders, ha rilevato che la prevalenza di cancro sia nettamente inferiore (10 per cento) in un campione in terapia con ACE-inibitori rispetto al gruppo di controllo (15 per cento).
Analoga differenza nell'impatto dell'ulcera peptica: 12 per cento contro il 16 per cento.
«Consideriamo questi risultati un'ipotesi su cui continuare a indagare e non una conclusione che giustifichi un cambiamento nella pratica clinica», ha commentato il Professor Benjamin Littenberg, coordinatore dello studio americano. «Perciò né medici né pazienti dovranno cambiare le loro strategie terapeutiche come risposta ai risultati di questa ricerca»
Cancro orale: basta una tazzina di caffè
Buone notizie per tutte quegli Stati dove il caffè è una bevanda assai consumata. Infatti, uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista l'American Journal of Epidemiology e condotto da un gruppo di ricercatori della Tohoku University School of Medicine di Sendai in Giappone ha evidenziato che basterebbe una tazzina di caffè per scongiurare il cancro alla bocca. Confrontando l'incidenza di questa forma di tumore e la dieta di oltre 38 mila persone, gli studiosi sono arrivati alla conclusione che il consumo di una o più tazzine di caffè al giorno dimezza la probabilità di ricorrere in cancro alla bocca, alla faringe e all'esofago.
«Benché l'astenersi da alcol e fumo rimanga il modo migliore per ridurre il rischio di sviluppare queste tipologie di cancro», hanno scritto gli scienziati giapponesi «il caffè potrebbe essere una strategia utile nella popolazione sia ad alto rischio di sviluppare questo tipo di tumore che per i soggetti a basso rischio»
Tumori: presto prima causa di morte
La smentita, delle previsioni ottimistiche che vedrebbero la sconfitta del cancro nel volgere di pochi anni, è arrivata nelle scorse settimane dalla pubblicazione del 2008 Word Cancer Report, realizzato dall'International Agency for Research on Cancer. Secondo tale rapporto il cancro, non solo non verrà battuto da qui a breve ma diventerà la prima causa di morte entro due anni. Superando così il triste primato detenuto dalle malattie cardiovascolari. E ancora, preoccupati gli scienziati hanno annunciato che nell'arco di vent'anni raddoppieranno i decessi dovuti alle neoplasie. La responsabilità maggiore di questo trend è attribuita dagli analisti dalla diffusione del fumo soprattutto nelle donne e dagli scorretti stili di vita nei Paesi in via di sviluppo. Rischia quindi di profilarsi una situazione simile a quella già vista con le malattie infettive: debellate o quasi nel Nord del mondo ma vive e vegete altrove.
Oncologici innovativi: il peso del costo
Il sottosegretario al Welfare Ferruccio Fazio ha lanciato l'allarme nel corso del Convegno "Sviluppo della rete nazionale per il progresso della ricerca sanitaria" tenutosi all'Istituto Superiore di Sanità. «Nel 2009 si prevede uno sforamento di 240 milioni di euro sui farmaci oncologici innovativi». Però ha aggiunto che «queste sono le previsioni se non si farà nulla» E le misure proposte dal sottosegretario vanno verso la razionalizzazione. «I medicinali oncologici a bersaglio molecolare hanno una scarsa specificità, intorno al 20 per cento», ha puntualizzato sempre il Dottor Fazio «Questo vuol dire che per molti pazienti sono inutili. Occorrono perciò ricerche ad hoc per capire quali malati ricavano davvero benefici da quello specifico medicinale»
Dello stesso avviso il Professor Francesco Cognetti oncologo presso dell'Istituto Tumori Regina Elena di Roma che ha precisato: «C'è la necessità d'implimentare anche in Italia studi per scoprire marker più specifici nel caso dei farmaci oncologici molecolari. Per alcuni prodotti questi elementi già ci sono, ma per lo più riguardano tumori rari». Questo non basta: «Occorre sapere di più, e dunque fare più ricerca»
Progetto Arianna: primi importanti risultati per la ricerca sui tumori dell’ovaio
Sono stati presentati alla Stampa i primi risultati ottenuti nell’ambito del Progetto di Ricerca internazionale “Arianna” sui tumori dell’ovaio. La Ricerca, coordinata dal Dottor Andrea Martoni e dal Dottor Claudio Zamagni dell’Unità Operativa di Oncologia del Policlinico S.Orsola Malpighi insieme al Dottor Ralph Wirtz, biologo molecolare di Leverkusen (Germania), ha portato alla messa a punto di un nuovo test diagnostico (mRNA ESR1 con metodica PCR su tessuto paraffinato), che consentirà di intraprendere una nuova generazione di studi sulla terapia dei tumori dell’ovaio.
Attraverso la somministrazione del test alle donne malate di tumore dell’ovaio è possibile conoscere il futuro andamento della patologia e definire la terapia più appropriata in tempo utile per garantire risultati di cura più efficaci.
L’importante risultato è stato possibile grazie alla collaborazione multidisciplinare delle équipe di Oncologia, Ginecologia (Professor Giuseppe Pelusi, Dottor Pierandrea De Iaco) e Anatomia Patologica (Professor Franco Walter Grigioni, Professor Giuseppe Nicola Martinelli) del Policlinico con i colleghi patologi dell’Ospedale Charitè di Berlino.
Per il Progetto di ricerca “Arianna” la città di Colonia (Germania) ha conferito il Premio “Nicolaus August Otto” come migliore innovazione dell’anno in campo scientifico-tecnologico al dottor Ralph Wirtz e al dottor Claudio Zamagni. Anche grazie a questo importante riconoscimento diversi Centri italiani e tedeschi potranno collaborare, già dal 2009, per condurre ulteriori studi innovativi sulla terapia delle donne con tumore dell’ovaio.
Il cambiamento del metabolismo cellulare si oppone alla tumorigenicità: il ruolo di Oct1
Lo studio delle cellule tumorali si è focalizzato su tematiche chiave, tra cui la divisione cellulare e la soppressione della apoptosi. Negli ultimi anni è stato dimostrato anche il ruolo del cambiamento del metabolismo cellulare nella formazione dei tumori. La diminuzione della capacità aerobica e l’aumento della glicolisi sono considerate infatti, quasi universalmente, caratteristiche di neoplasie primarie metastatiche.
L’interferenza in questo cambiamento metabolico può prevenire l’insorgenza dei tumori e ridurne quindi la crescita. Oct 1, un fattore di trascrizione, è stato dimostrato essere pro-tumorigeno, tanto è vero che i suoi livelli sono particolarmente alti nelle cellule cancerose.
Il gruppo guidato da Arvind Shakya, del Dipartimento di Patologia dell’Università dello Utah di Salt Lake City (USA), ha recentemente dimostrato che la totale assenza del gene Oct1 induce infatti alterazioni specifiche nel metabolismo che si oppongono alla trasformazione oncogenica in vitro e alla tumorigenicità in vivo.
Usando cellule embrionali o adulte di modelli animali, è stato dimostrato che la perdita dell’espressione di Oct1 induce un cambiamento metabolico altamente coordinato, caratterizzato da un forte aumento dell’attività mitocondriale e dell’ossidazione aminoacidica, e una parallela forte diminuzione del metabolismo del glucosio. Questi cambiamenti metabolici si oppongono fortemente ai processi di trasformazione tumorale.
Le scoperte del team di ricerca sottolineano che il programma metabolico cellulare mediato da Oct1 fornisce una serie di target molecolari per lo sviluppo di nuovi terapeutici antitumorali.
Diagnosi precoce per il cancro della prostata
Un nuovo biosensore, da applicare all'ecografo, è in fase di sviluppo per aumentare la sensibilità diagnostica del tumore della prostata. La nuova strategia è stata valutata nell'ambito del progetto di ricerca europeo triennale Tamirut che ha visto schierate in prima linea un'azienda italiana (Esaoete) e il Dipartimento di ingegneria biofisica ed elettronica (Dibe) dell'Università di Genova. Il biosensore è basato sulla capacità delle micro-bolle, costituenti il mezzo di contrasto ecografico, di legarsi a specifiche sostanze presenti nella formazione tumorale. Grazie a una nuova evoluzione della tecnica ecografica, il biosensore permette di misurare la concentrazione delle micro-bolle fornendo un'informazione molto importante a complemento dell'imaging tradizionale.
Come è noto, lo screening del Psa è un marker tumorale molto sensibile ma purtroppo non altrettanto specifico: in questo contesto il biosensore si propone, dopo lo screening Psa, come secondo livello di valutazione. Ciò potrebbe eliminare in parte la necessità di esecuzione di biopsie prostatiche per escludere il rilevante numero di falsi positivi generati dal test Psa. Finora la sperimentazione è stata condotta con successo in vitro e su cavie ma saranno necessari 3-5 anni di prove cliniche e di laboratorio per ottenere l'abilitazione della strategia sui pazienti. Comunque, entro quest'anno, la nuova tecnica sarà integrata negli ecografi di Esaote.
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