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Tumore al seno: screening solo per 6 italiane su 10

Cristina Mazzantini, N. 3 marzo 2010

A quasi 20 anni dall'avvio dei programmi biennali di screening per la diagnosi precoce del tumore al seno, poco più del 60 per cento delle donne aventi diritto riceve l'invito a sottoporsi alla mammografia: circa 3 milioni di italiane non sono coinvolte o convocate. Inoltre la percentuale di donne che accedono ai controlli periodici è fortemente squilibrata fra il Nord e il Centro da un lato, dove varia tra il 70 e l'80 per cento, e il Sud e le Isole dall'altro, dove si supera di poco il 25 per cento. La mancata adesione ai programmi di screening comporta un ritardo nella diagnosi di tumori al seno e diminuisce le chance della terapia che, oggi, può portare alla guarigione un numero crescente di casi.
Superare le differenze regionali nell'accesso allo screening mammografico è uno degli obiettivi della campagna Breast Friends for life, promossa da Salute Donna onlus. Ma ora questo è l'impegno anche di un gruppo di donne parlamentari, firmatarie di una mozione che chiede al governo di promuovere l'omogeneità su tutto il territorio nazionale nell'accesso ai controlli periodici (mammografia biennale per le donne tra i 50 e 70 come  previsto dai LEA ovvero i Livelli Essenziali di Assistenza ).
La mozione è stata illustrata a Roma, in occasione della consegna al Neoministro della Salute, Ferruccio Fazio, da parte della presidente di Salute Donna onlus, Annamaria Mancuso, delle oltre 10mila firme del Manifesto Breast Friends for life, nel quale sono sintetizzati i capisaldi della lotta contro il tumore al seno: informazione, diagnosi precoce, adesione alla terapia e supporto psicologico. Hanno sottoscritto il Manifesto donne celebri dello spettacolo, della politica, della cultura, dello sport come Alena Seredova, Marina Salomon, Tiziana Ferrario, Carolina Kostner. E ancora: Livia Azzariti, Lorena Bianchetti, Margherita Buy, Deborah Compagnoni, Claudia Gerini, Alessia Marcuzzi e molte altre.
Prima firmataria della mozione, l'on. Gabriella Carlucci che ha fortemente sostenuto l'associazione Salute Donna e l'iniziativa: «Favorire una piena attuazione dei programmi di screening», ha dichiarato l'on. Carlucci, «superando le profonde differenze che esistono tra le diverse aree del Paese, è uno degli obiettivi più importanti della campagna Breast Friends for life e da oggi obiettivo principale della mozione che sarà discussa nei prossimi giorni in Parlamento». La campagna ha dato voce a moltissime donne che vivono in prima persona le differenze relative all'accesso alla diagnosi precoce e alle nuove terapie per il trattamento del tumore al seno. «Questo appello è stato raccolto dalle nostre istituzioni e insieme a un gruppo di parlamentari abbiamo messo appunto una mozione sullo screening mammografico a cui tutte le donne, senza distinzione geografica, devono aver diritto», ha puntualizzato la dottoressa Mancuso, presidente di Salute Donna onlus.
È bene ricordare che il tumore al seno, neoplasia più frequente tra le donne, conta circa 37mila nuove diagnosi ogni anno, di cui il 30 per cento prima i 50 anni, il 45 per cento fra i 50 e i 70 anni e il 25 per cento dopo i 70. L'incidenza della malattia è in crescita: una donna su otto è destinata a sviluppare questa neoplasia. Stile di vita corretto e diagnosi precoce rimangono i migliori alleati nella lotta alla malattia. «Diagnosticare per tempo un tumore consente  una guarigione nel 90 per cento dei casi. Lo screening mammografico è in grado di rendere gli interventi di chirurgia mammaria meno invasivi e di ridurre di circa il 25 per cento la mortalità», ha sostenuto il professor Paolo Marchetti, direttore di Oncologia Medica dell'Ospedale Sant'Andrea, II Facoltà di Medicina e Chirurgia di "Sapienza" Università di Roma.
La mortalità del tumore al seno si è ridotta molto negli ultimi anni, grazie anche ai rivoluzionari progressi delle terapie. Oggi la parola d'ordine è "terapia personalizzata" ovvero una strategia che tiene conto del fatto che ogni donna ha un tumore al seno differente. «La tipizzazione istologica del tumore, la sua carta d'identità molecolare e le caratteristiche genetiche della paziente», ha chiarito il professor Francesco Cognetti, direttore di Oncologia Medica presso l'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, «possono influire sulla storia clinica del tumore, sul tipo di trattamenti da utilizzare e sulla risposta alla terapia».
La campagna Breast Friends for life ha voluto contribuire ad aiutare le donne ad affrontare in modo consapevole e informato il percorso terapeutico dopo una diagnosi di carcinoma mammario. Diverse, infatti, sono le forme in cui può presentarsi il tumore alla mammella e quindi diverse le terapie; ne è un esempio la forma HER2 positiva, molto aggressiva, che rappresenta circa il 25-30 per cento di tutte le neoplasie della mammella e per la quale le terapie mirate, come gli anticorpi monoclonali, hanno dato risultati eccellenti.
Questa campagna è stata sostenuta in tutto il mondo da Roche allo scopo di diffondere cultura e informazione sul tumore al seno. «Quello raggiunto oggi è un grande traguardo ed è il risultato di una forte collaborazione e sinergia tra più soggetti: pazienti, istituzioni, comunità scientifica», ha sottolineato Dario Francolino, Head of Communication&Public Affairs Roche. «Di fronte a questo mosaico impegnativo, che è la lotta contro il tumore al seno, serve proprio una squadra agguerrita e affiatata: l'informazione è vita perché oggi, in un numero sempre crescente di casi, dal tumore al seno si guarisce e ci si può riappropriare della propria vita. Roche è orgogliosa di poter fornire il proprio contributo sia sostenendo iniziative e progetti nel campo dell'informazione sia mettendo a disposizione terapie salvavita che aiutano i pazienti di tutto il mondo a trattare le patologie oncologiche, e in molti casi a sconfiggerle e a guarire».
      
I fattori di rischio
Anche se non è possibile indicare una causa precisa del tumore alla mammella, l‘osservazione delle caratteristiche epidemiologiche della malattia ha permesso d'identificare una serie di fattori di rischio:

  • età, come dimostra il fatto che la maggior parte dei tumori (nel 78 per cento dei casi) è diagnosticata in donne di almeno 50 anni;
  • familiarità: la figlia, la sorella o la madre di una persona che abbia sviluppato un tumore al seno presentano una probabilità di ammalarsi più alta rispetto alla popolazione generale. Questa predisposizione non va confusa con l'ereditarietà che interessa un caso limitato di casi;
  • obesità e comunque uno stile di vita con alto consumo di alcol e alimentazione ricca di grassi;
  • contraccettivi orali e terapia ormonale sostitutiva sembra che incrementino il rischio di sviluppare il tumore;
  • inizio precoce del ciclo mestruale e relativo ritardo della menopausa sono da considerarsi predisponenti;
  • esposizione a radiazioni ionizzanti (radioterapia eseguita nell'area toracica). 

Il percorso terapeutico
Il trattamento del tumore al seno prevede oggi protocolli terapeutici che consentono di personalizzare la terapia e di ottenere risultati sempre più mirati e duraturi. Fino agli anni '60 l'unica terapia era la mastectomia radicale, operazione che comprendeva l'asportazione della mammella, dei muscoli del piccolo e grande pettorale e dei linfonodi.
Una diagnosi precoce e lo screening periodico sono le armi più efficaci per combattere il tumore, unite all'approccio integrato alla malattia: chirurgia, radioterapia e chemioterapia opportunamente utilizzate permettono di guarire un numero crescente di pazienti, limitando gli effetti collaterali e garantendo una buona qualità di vita.
Recentemente il percorso terapeutico tradizionale (diagnosi-chirurgia-trattamento) si è modificato grazie all'evoluzione delle tecniche chirurgiche, dei trattamenti di chemioterapia, radioterapia e ormonoterapia, e all'avvento delle nuove terapie con gli anticorpi monoclonali, farmaci rivoluzionari in grado di colpire con precisione le cellule malate, senza danneggiare quelle sane.

Per la comprensione dei meccanismi responsabili di metastasi del carcinoma mammario
È il fattore di crescita denominato TGFb (Transforming Growth Factor beta) il responsabile della diffusione in altre parti del corpo del carcinoma mammario. Lo hanno scoperto i ricercatori del Cancer Research UK, permettendo, così, di identificare un target per futuri farmaci mirati al trattamento di questa malattia. Studi precedenti avevano mostrato come il TGFb regoli la crescita e il movimento cellulare. La ricerca inglese, pubblicata su Nature Cell Biology, ha ora permesso di identificare nel topo, con tecniche avanzate, il movimento delle cellule cancerose dalla sede principale, quella mammaria, alle sedi periferiche. La diffusione delle cellule malate nel sangue sembra partire quando il fattore TGFb attiva i geni messaggeri o li spegne. Quando è inattivo, ammassi di cellule cancerose si staccano dal tumore principale.
«Poiché gli ammassi possono diffondersi solamente attraverso il sistema linfatico, la diffusione del cancro è locale», ha spiegato il professor Erik Sahai, uno degli autori dello studio. Che aggiunge: «I risultati della nostra ricerca ci hanno permesso di capire quali geni stanno dietro la diffusione del tumore al seno e quali geni devono essere accesi o spenti per primi affinché le singole cellule tumorali possano decidere di rilocalizzarsi».

Sette donne su dieci tornano al lavoro dopo il tumore al seno
Il 40 per cento delle donne che hanno avuto un tumore al seno ricomincia a lavorare a due mesi dalla diagnosi, soprattutto se svolgono un lavoro d'ufficio. A due anni dalla malattia la percentuale si alza al 74 per cento. Ma il 35 per cento si sente discriminato.
E se molte tornano alla stessa attività che svolgevano prima di assentarsi, altre preferirebbero invece ottenere, ma non sempre ci riescono, un part-time. Invece il 25 per cento deve adattarsi a mansioni diverse.
Al reinserimento professionale dopo la malattia e ad altri argomenti di rilevante impatto psicosociale come la sessualità, la possibilità di avere un figlio, un tempo relegati in secondo piano, è stato dedicato il convegno "La vita oltre il cancro", organizzato da AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) Lombardia. «Negli ultimi anni abbiamo raggiunto importanti progressi in campo oncologico grazie alle terapie personalizzate che hanno consentito di ottenere un aumento significativo dell'aspettativa di vita e, in alcuni casi, di raggiungere una piena guarigione», ha chiarito la professoressa Maria Rosa
Strada dell'Oncologia e Riabilitazione oncologica della Fondazione Maugeri di Pavia. «Si aprono quindi nuove sfide, anche per l'oncologo. Sia il paziente guarito che quello cronico, in cui le terapie riescono a controllare a lungo la malattia senza però eliminarla completamente, esprimono desideri legati a una vita “normale"», ha continuato la professoressa Strada. «È aumentata la consapevolezza che la cura del paziente oncologico deve essere a tutto tondo, rivolta cioè con uguale impegno sia agli aspetti di efficacia che a quelli di umanità e attenzione, riportando, così, una medicina oggi inevitabilmente tecnologica al livello di arte medica».

Nuovo alleato del seno: il melograno
In un recente studio, realizzato dall'Università della California e pubblicato su Cancer Prevention Research, si è evidenziato come il melograno sia un alleato del seno. Su questo frutto se ne sono dette tante. Oltre ad aver proprietà curative, esso è anche un afrodisiaco e un colorante naturale per le labbra. Siamo ora più informati. Sappiamo, per esempio, che grazie alla presenza di particolari sostanze, gli ellagitannini, il melograno può limitare lo sviluppo delle neoplasie "ormone dipendenti", ossia il 70 per cento  del totale. Tra esse vi è il tumore alla mammella. Ma non solo. Le sostanze contentute nel frutto sono anche capaci di di bloccare il funzionamento di un ormone fondamentale e di arginare la proliferazione delle cellule infette.
Vi sono tuttavia ancora altre ricerche da fare. «In merito al tumore al seno, la prima cosa da fare sarà quella di verificare se l'urolitina B, la molecola che deriva dal consumo del melograno, sia sufficiente a tenere lontano il cancro, e a confermare altre virtù», ha precisato il professor Powel Browm dell'Università del Texas. «Come gli effetti sui sintomi della menopausa, sui tessuti del seno e anti-cancro, che il melograno ha in comune con l'uva».
La dottoressa Shiuan Chen, direttore della divisione Tumor Cell Biology e co-presidente del Breast Cancer Research Program at City of Hope di Duarte in California, coordinatrice della , ha puntualizzato: «I fitoelementi che possiede il melograno impediscono la produzione degli ormoni estrogeni responsabili della proliferazione delle cellule tumorali e della formazione di neoplasie. E lo fanno inibendo un enzima che converte gli androgeni in estrogeni, l'aromatasi».

Il radon è causa del 9 per cento circa delle morti per tumore del polmone
La Relazione sullo stato sanitario dell'Italia 2007-2008 conferma che l'esposizione domestica al radon (gas radioattivo pesante, sprigionato dal terreno) causa circa il 9 per cento delle morti per tumore del polmone. In alcune regioni italiane, poi, il radon è più concentrato che altrove: in particolare in Lombardia, Lazio, Campania e Friuli. «La principale fonte di questo gas risulta essere il terreno, dal quale esso fuoriesce e si disperde nell'ambiente, accumulandosi in locali chiusi ove diventa pericoloso. Pertanto il radon costituisce la seconda causa nota di morte per tumore al polmone dopo il fumo attivo. Un dato a cui si dà poca importanza, in quanto è dovuto a un fatto naturale e quindi non imputabile all'uomo», rileva il professor Umberto Tirelli, direttore del Dipartimento di Oncologia Medica dell'Istituto Nazionale Tumori di Aviano. Occorre quindi controllare con strumenti idonei la concentrazione di radon nelle abitazioni e prevenire l'esposizione a questo gas cancerogeno, soprattutto nel pianterreno degli edifici, in particolare quelli scolastici, ed arieggiare sempre le abitazioni più esposte. È questo un suggerimento che, d'altra parte, ci davano sempre le nonne. I casi di morte per cancro polmonare attribuibili al radon in Italia sono circa 3mila all'anno (da 1.000 a 5.500: circa il 2 per cento del totale delle vittime annuali del cancro), la maggior parte dei quali tra fumatori, a a causa degli effetti sinergici radon-fumo.

Tumori: la più dettagliata analisi sulle mutazioni genetiche mai effettuata
«Lo studio pubblicato dalla rivista Nature sulla mappa genetica dei tumori, al polmone e il melanoma, è la più dettagliata analisi sulle mutazioni genetiche che si sia mai effettuata ad oggi. Essa ha riscontrato 33 mila mutazioni genetiche in un uomo di 55 anni con tumore al polmone e 23 mila mutazioni genetiche in un paziente di 43 anni con melanoma», ha dichiarato il professor Umberto Tirelli, direttore del Dipartimento di Oncologia Medica dell'Istituto Nazionale Tumori di Aviano.
«Le mutazioni del DNA nel paziente con tumore del polmone come ha dimostrato lo studio», ha proseguito Tirelli, «sono dovute soprattutto al fumo di sigaretta mentre quello nel paziente con melanoma all'esposizione eccessiva ai raggi solari. Sta di fatto che la tecnologia sembra poter permettere, in un prossimo futuro, che in poche settimane e con poche migliaia di euro si potrà avere una tessera genetica personalizzata per ogni paziente. Ciò permetterà un trattamento su misura con farmaci biologici che potranno essere indirizzati contro quelle singole mutazioni genetiche riscontrabili in quel singolo paziente».
« Ci vorrà del tempo» conclude il professor Tirelli,«ma nel nostro istituto di Aviano il gruppo del dottor Giuseppe Toffoli sta lavorando alacremente, in collaborazione con gli Stati Uniti, a questo progetto che è già in un stadio avanzato di sviluppo».

Un farmaco biotech efficace nel trattamento della leucemia mieloide cronica
Buone notizie da uno studio i cui risultati preliminari sono stati recentemente presentati al convegno annuale dell'American Society of Haematology, svoltosi a New Orleans. Nella ricerca condotta dal gruppo, guidato dal professor Jorge Cortes del Department of Leukemia dell'University del Texas, su 81 pazienti affetti da leucemia mieloide cronica, l'omacetaxina si è dimostrata in grado di eradicare la malattia dal midollo osseo nel 18 per cento dei soggetti con malattia allo stadio iniziale.
L'omacetaxina induce apoptosi inibendo la sintesi proteica, specialmente della proteina Mcl-1, agendo indipendentemente dagli inibitori della tirosin-chinasi. Questo aspetto riserva vantaggi terapeutici per i pazienti che hanno sviluppato resistenza alla cura con questa classe di farmaci. Inoltre la nuova terapia è la prima in assoluto che permette di trattare quel 5 per cento dei pazienti che, affetti dalla mutazione T3151, risultano resistenti al trattamento con la terapia standard a base di Imatinib mesilato.

Indirizzi utili

Istituto Europeo di Oncologia - IEO
Via Ripamonti, 435 - 20141 Milano  
Centralino:  02 574891
Prenotazioni/informazioni:  02 5748900.1-2-3
www.ieo.it
Senologia - Dott. Alberto Luini – tel.02 57489711

Policlinico Universitario Agostino Gemelli
Largo Agostino Gemelli 8 Cod. ospedale   12090501 - 00168 Roma  
Centralino:  06 30151
Prenotazioni/informazioni:  06 3551033.0-2
www.policlinicogemelli.it
Oncologia medica - Prof. Carlo Barone - 06 30156318

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